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ONU: Cibo sempre più caro per i paesi poveri

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È sempre più alto il costo delle importazioni alimentari per i paesi più poveri. Lo denuncia il nuovo rapporto Food Outlook della Fao, precisando che le spese sostenute sono quasi quintuplicate dal 2000 a oggi e che sono destinate ancora a crescere del tre per cento quest’anno a causa dei prezzi di pesce, cereali e commodities. Si parla di un valore di 1,43 trilioni di dollari.
Le importazioni di cibo sono cresciute dell’otto per cento l’anno dal 2000, ma la crescita è rimasta sempre in doppia cifra per la maggior parte dei paesi più poveri. I costi per l’importazione rappresentano il 28 per cento degli introiti totali dall’esportazione di merce per i paesi meno sviluppati, quasi il doppio rispetto al 2005; una percentuale che per i paesi sviluppati è del 10 per cento.

L’autore del rapporto, l’economista della Fao Adam Prakash, sottolinea che «si dimostra una tendenza che è andata deteriorandosi nel tempo, preannunciando una sfida crescente, soprattutto per i paesi più poveri, che cercano di venire incontro ai propri bisogni alimentari di base, attraverso i mercati internazionali».

Per effetto dell’aumento dei prezzi alimentari, molte persone nei paesi in via di sviluppo mangiano meno, acquistano prodotti meno cari o hanno una dieta meno variata.

Il rapporto dedica un capitolo a parte alla crescita del commercio di frutti tropicali minori, come guava e litchi, prodotti per l’86 per cento in Asia per un valore di 20 miliardi di dollari. Sono prodotti che vengono consumati soprattutto a livello locale e spesso contribuiscono in modo sostanziale al reddito e ai bisogni nutrizionali dei piccoli produttori, ma stanno iniziando a riscontrare un interesse a livello internazionale per il loro contributo a una dieta sana. In particolare la guava è il frutto più grande di questa categoria, assieme a jackfruit, longan, litchi, durian, rambutan, mangostano e cosiddetto frutto della passione, per lo più coltivato in Brasile. A oggi, solo circa il 10 per cento della produzione è commercializzata all’estero, soprattutto all’interno dell’Asia, con la Thailandia come maggiore esportatore, ma i sostenuti prezzi all’ingrosso nei mercati dei paesi sviluppati indicano un ampio potenziale commerciale per gli esportatori dei paesi a basso reddito che deve ancora essere sviluppato.

L’Osservatore Romano, 13-14 luglio 2018 
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Questa voce è stata pubblicata il 16/07/2018 da in Attualità sociale, Giustizia e Pace, ITALIANO con tag , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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