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Lectio sul Profeta ISAIA – Stancari (2)

XV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Profeta Isaia (Proto-Isaia: Capitoli 1-39)

jeasja

Testo word Lectio sul Profeta ISAIA – Stancari (2)
Testo  PDF  Lectio sul Profeta ISAIA – Stancari (2)

Isaia: una luce nel presente travaglio del mondo
Pino Stancari

In adorazione del Santo che avanza

Riprendiamo da dove siamo giunti la volta scorsa, e cioè dal cap. 6. Vorrei rimettere a fuoco le ultime battute di questo capitolo, che è un racconto, solitamente denominato “vocazione di Isaia”.

Siamo nel 740 a.C.; nel tempio; nell’anno in cui morì il re Ozia. Isaia è in adorazione alla presenza del Santo. Si trova di fronte al mistero del Dio Vivente che opera nella storia umana ed è un’ avanzata travolgente, quella di cui Egli è protagonista. Il culto a cui Isaia partecipa nel tempio non è un vezzo estetico per amanti delle belle cerimonie: è momento che celebra il mistero della presenza instancabile di Dio negli avvenimenti umani. Il Dio dell’ alleanza, che ha chiamato, che ha guidato, che è intervenuto, e che ancora prende parte attiva per conseguire gli obiettivi corrispondenti alle sue misteriose, ma dichiarate intenzioni d’amore. E’ il Santo. Ebbene, Isaia è coinvolto nella celebrazione del culto e vede la gloria: presenza operosa di Dio nella vicenda umana. Si tratta del Santo che avanza, incalza, travolge. E’ il Santo che irrompe, ma la sua avanzata coincide con l’esperienza sempre più intensa, drammatica e interiormente partecipata, di una mancata corrispondenza. E’ il Santo, ed ecco non trova accoglienza, né riscontro.

Un amore appassionato, non corrisposto

Questa situazione riguarda in modo eminente, e davvero speciale, il rapporto di alleanza che il Dio Vivente ha instaurato nei confronti di quel popolo da Lui appositamente scelto. Ma la vicenda del popolo di Dio è esemplare, poi, per l’interpretazione di tutta la storia umana. Certo, in primo piano, emerge la particolare identità di quel popolo che, coinvolto in un rapporto di alleanza con il Dio Vivente, non è in grado di reggere l’impegno, di sostenere la prova; non corrisponde, non aderisce, non è adeguato, ma non per questo la Santità del Dio Vivente arretra o rinuncia. Tutt’altro. La santità del Dio Vivente avanza nonostante tutto; spinge, preme, si infiltra, provoca conseguenze sempre più coinvolgenti che, all’apparenza immediata, assumono la fisionomia di un complesso di eventi catastrofici. Ciò che appare in maniera inconfutabile è, infatti, l’impreparazione del popolo; la distanza tristissima, amarissima, dolorosissima che separa la condizione umana rispetto all’iniziativa del Dio Vivente, che vuole coinvolgere la creatura umana nella comunione con la Sua irrevocabile e incrollabile volontà d’amore.

Fatto sta che tutto ciò che Isaia sta qui intravvedendo come soluzione momentaneamente catastrofica nella storia del popolo di Dio – che poi è immagine di quella catastrofe che in tanti modi, visibili e anche nascosti nel segreto dei cuori, caratterizza la storia umana – diviene per lui occasione propizia per contemplare come l’opera di Dio si compia aprendo strade nuove, inventando soluzioni del tutto imprevedibili, inimmaginabili. La sorprendente prospettiva di cui Isaia adesso si rende conto (ed è la sintesi della sua teologia, alla quale eravamo giunti il mese scorso) è che l’opera di Dio per la salvezza degli uomini passa esattamente attraverso quella catastrofe – inevitabile, stando ai dati oggettivi della storia umana e, in particolare, della storia del popolo dell’alleanza, che ha rinnegato la sua identità – e che la catastrofe medesima sembra addirittura provocata proprio dall’ iniziativa di Dio. Dal fatto stesso che la parola di Dio strepita, che la Sua azione si incide nel tessuto della vicenda umana, che la Santità del Dio Vivente cerca un contatto vitale, da tutto ciò dovrebbe scaturire un frutto glorioso, una ricchezza inesauribile di benedizione. Invece, proprio questa iniziativa di Dio mette in evidenza la situazione fallimentare in cui versa la storia degli uomini: la condizione umana, che non corrisponde ai doni ricevuti; la missione affidata al popolo dell’alleanza, il quale non offre in alcun modo quella testimonianza visibile ed esemplare, all’altezza dell’avventura per lui disegnata. Mi riferisco alla particolare relazione di intimità, di amicizia, di comunione che il Signore Onnipotente ha voluto instaurare con il suo popolo, Israele. Il programma non trova esecuzione.

La salvezza è dall’interno, senza evasione

Isaia constata e contempla questa verità: la presenza di Dio – proprio Lui che, in forza della Sua Santità, avanza – non è quella di un interlocutore che si arrocca, di un giudice che, dall’alto della sua posizione, contesta, se è il caso (in qualche situazione potrebbe anche premiare), o di chi osserva quanto succede, riservandosi di dire poi la sua, mettendo in ordine le cose dall’esterno. Non è così! Le cose non vanno così. La storia della salvezza non funziona così. Isaia è teologo contemplativo, dinanzi a questa rivelazione che stringe radicalmente tutta la sua vitalità interiore e lo impegna poi operativamente in tutto quello che sarà il lungo cammino della sua vita, la sua testimonianza, i suoi interventi, la sua predicazione, le opere con le quali potrà, occasionalmente, prendere posizione nelle vicende contemporanee, nella storia del suo popolo, di quel piccolo regno di Giuda nel quale egli è così fortemente e anche sapientemente radicato.

E’ l’opera di Dio che si compie per la salvezza degli uomini e che viene non scavalcando i guai, le incertezze, le sventure, i cataclismi, di cui comunque gli uomini fanno esperienza; questa salvezza viene proprio passando attraverso quei riscontri disastrosi di cui, del resto, non si può più nascondere l’evidenza, né ci si può più sottrarre in termini di estraneità. Non prenderne atto sarebbe una presa di posizione puramente ideologica, astratta, fuori della storia; siamo invece dentro la storia, che porta in sé già i segni inconfondibili di un fallimento che riguarda le cose, le istituzioni, la sorte di quel popolo, ma che, in effetti, ha a che fare con l’economia complessiva della vicenda umana, con tutti i popoli che concorrono ad un unico disegno. La grande potenza che domina l’epoca in cui vive Isaia è l’impero assiro.

Inoltre, il fallimento è messo a fuoco, con sapienza teologica dal nostro profeta Isaia, in riferimento al segreto dei cuori, all’intimo delle coscienze, al dinamismo della vita interiore, là dove la relazione con il Dio vivente è trasformata in un gioco alternato di pretese, per un verso, e di paure per altro verso. Il cuore umano, nella relazione con il Dio Vivente, si erge come se pretendesse per sé il titolo di protagonista; lo rivendica in forza dell’iniziativa che l’uomo è in grado di mettere in campo. Questo, da un lato. D’altro canto, il cuore umano si ripiega in un atteggiamento di paura inconsolabile, si tira indietro, non ne vuole sapere. In un caso come nell’altro, vedete, è il cuore umano che non è pronto a corrispondere all’iniziativa del Dio Vivente: fallimento di cui Isaia è testimone.

Ebbene, la salvezza non si compie, in obbedienza all’iniziativa di Dio, scavalcando il fallimento, ignorandolo o in alternativa ad esso; la salvezza, opera di Dio nella storia umana, si compie in quanto la condizione fallimentare in cui si trova un popolo e l’umanità intera – che si esprime nell’inquinamento, nell’indurimento, nell’inasprimento del cuore umano – è attraversata dall’iniziativa del Dio Vivente. La salvezza non si manifesta in quanto viene esclusa la catastrofe per un caso fortunato, ma al contrario proprio passando attraverso la catastrofe.

Resiste il ceppo

Ho insisto su queste considerazioni perché era un po’ il punto di arrivo del nostro lavoro e perché le cose nelle quali sono tornato, sia pure allo stato grezzo, ci offrono una chiave interpretativa che, nella sua sintesi, è certamente corretta. E’ una sintesi teologica che dal di dentro, diviene per Isaia motivo strutturale di tutta la sua missione profetica.

Dunque alla fine del cap. 6, dopo che l’immagine del popolo qui evocata viene man mano erosa, sgretolata, sbriciolata; dopo che il bosco, la selva, le piante di alto fusto, in un passaggio dopo l’altro, si abbattono su quel popolo (e attraverso quel che accade a quel popolo, noi leggiamo gli eventi di tutta la storia umana), piombano fenomeni distruttivi che sono inevitabili, fino a quando resta il ceppo. «Progenie santa sarà il suo ceppo» (6,13). Resta il ceppo, progenie santa. Questa immagine che incontriamo qui, alla fine del cap. 6, sta per così dire come sommario anticipativo, iconografico, della lettura che vi vorrei proporre questa sera, tenendo conto dei capitoli che seguono e in particolare di tre testi, sui quali la nostra ricerca si concentrerà. Tre oracoli famosi; sono gli oracoli messianici – come vengono opportunamente denominati – particolarmente intonati, tra l’altro, al tempo di Avvento, che stiamo vivendo, durante il quale, non solo di domenica in domenica, ma quasi quotidianamente leggiamo Isaia nelle nostre liturgie.

La stirpe eletta è quella di Davide

Isaia è abitante di Gerusalemme, suddito del regno di Giuda; a Gerusalemme regna il discendente di Davide. Questa è prerogativa del piccolo regno di Giuda. Il regno settentrionale – il regno d’Israele – copre invece la maggior parte del territorio che anticamente era stato distribuito fra le grandi tribù del Nord, che sono più numerose è più prosperose. Questo a grandi linee, tanto per semplificare un po’ le vicende, che comunque hanno conosciuto nel corso dei secoli una certa evoluzione. Fatto sta che nel regno d’Israele – che ha per capitale Samaria e che è esposto direttamente alla pressione dell’impero Assiro, che si sta espandendo, nel corso di quel secolo, con incontenibile violenza conquistatrice – colui che siede sul trono non è il discendente di Davide: altre dinastie si sono avvicendate. Per quanto riguarda il regno di Giuda è la dinastia davidica che è rimasta. E’ il suo principale segno di riconoscimento; non c’è possibilità di immaginare una soluzione diversa da questa. E’ il discendente di Davide, quello e solo quello, il sovrano che di generazione in generazione siede sul trono per regnare a Gerusalemme. A monte di questa constatazione c’è la promessa messianica che il Signore, tramite il profeta Natan, ha fatto a Davide: il figlio che nascerà da lui renderà stabile il trono (2 Samuele, 7). Non è il caso adesso di tornare su quel testo, che rientra fra quelli di essenziale riferimento, dotati di importanza decisiva in tutta la rivelazione biblica. Tanto per dirne una, domani, festa solenne dell’Immacolata, il brano evangelico è quello dell’Annunciazione e l’angelo Gabriele che si presenta a Maria cita 2Sam 7: vedi – sembra dire l’angelo – che la promessa che fu rivolta anticamente a Davide si realizza? Con 2Sam 7, noi giungiamo dritti dritti al Vangelo dell’Annunciazione (Luca 1, vv. 27 e 32).

Il regno di Davide è solido, incrollabile, perché c’è un discendente di Davide e a Davide è stato promesso un figlio che nascerà in modo da portare a compimento la promessa: renderà stabile il trono, renderà stabile il regno; ecco colui che viene. E così, di generazione in generazione, è atteso il figlio che rende stabile il trono. E questo figlio sarà atteso anche quando il trono non esisterà più, perché non esisterà più il regno di Giuda, non esisterà la capitale di un regno; non esisterà più neanche la visibilità della discendenza dinastica, perché tutto si insabbierà nella grande confusione successiva alla distruzione di Gerusalemme, e alla deportazione dei suoi abitanti. La promessa messianica rimarrà, malgrado tutto, come riferimento inconfondibile. Nella discendenza di Davide nascerà un figlio, ma nel corso delle generazioni passeranno secoli. Con Davide siamo tra l’XI e il X secolo a. C. e, nel corso dei secoli, la devozione con la quale le coscienze dei fedeli nel popolo di Dio custodiranno quella promessa acquisterà una consapevolezza sempre più matura, intensa, appassionata. Il figlio è promesso a Davide per rendere stabile quel trono, per instaurare il regno. Vedete, man mano che si procede nel corso delle generazioni, il significato dei termini acquista sfumature e risonanze nuove, di cui forse inizialmente non ci si rendeva conto: di che trono si tratta? di che regno si tratta? quale stabilità è mai questa? e quale figlio è mai questo? Ma che tutto dipenda da quella promessa fatta a Davide anticamente, nella quale si ricapitolavano già le antiche promesse rivolte ai patriarchi; che tutto faccia capo a quella promessa, questa è una certezza che rimane incrollabile nelle coscienze dei fedeli nel popolo di Dio, o in quel resto di popolo che sopravvive passando attraverso tutte le catastrofi.

E così che un angelo si presenta a Maria di Nazareth, senza aver bisogno di spiegare queste cose: lo conoscono tutti 2Sam 7! E’ il figlio che nasce in modo da portare a compimento la promessa messianica. Bene, vedete, Isaia vive a Gerusalemme ed è inserito in questa tradizione. Quella sua elaborazione, quella sua sintesi teologica che già abbiamo intravisto leggendo le prime pagine del nostro libro (e che richiamavo poco fa in modo sintetico), sono direttamente condizionate dal riferimento alla promessa messianica. La discendenza di Davide regna a Gerusalemme; il trono di Davide sussiste a Gerusalemme. Pertanto siamo in attesa di un discendente che porterà a compimento la promessa antica, in modo tale da rendere incrollabile questo trono, questo regno, Gerusalemme la capitale del regno. Come già vi dicevo, queste affermazioni vengono gradualmente rielaborate, ripensate; il loro significato viene precisato, arricchito, esplicitato ed anche corretto nel corso delle generazioni, ma non c’è alcun dubbio: Isaia nell’atto di assumere la sua responsabilità profetica e nell’impegno teologico con il quale sta elaborando quel nuovo linguaggio interpretativo cui accennavo, è intimamente condizionato e teologicamente determinato dalla promessa messianica che anch’egli – come tutti quelli che al pari di lui sono consapevoli della vocazione che Dio ha donato al popolo dell’alleanza – considera integra nella sua autenticità.

Tre oracoli: li leggiamo uno dopo l’altro e vedrete che ci troveremo alle prese con pagine che già conosciamo e che stiamo ascoltando in Avvento.

Tre oracoli messianici: l’essenziale è la fede

Cap. 7, v. 1= «Nei giorni di Acaz figlio di Iotam, figlio di Ozia, re di Giuda, Rezìn re di Aram e Pekach figlio di Romelia, re di Israele, marciarono contro Gerusalemme per muoverle guerra, ma non riuscirono a espugnarla». Siamo nel 734 a.C. Il re di Aram – quella che noi oggi chiamiamo Siria – e il re d’Israele – cioè delle tribù settentrionali, con capitale Samaria – si sono alleati per contrastare l’avanzata dell’impero assiro. Si devono difendere in qualche modo; sono sovrani di questi due regni angosciatissimi, perché la pressione prodotta dell’impero assiro è veramente insopportabile, e pretendono che anche il regno di Giuda si allei con loro contro gli Assiri. Acaz è salito al trono nel 736 a.C.; è molto giovane e non ne vuole sapere. D’altra parte i due regni confinanti, Aram e Israele, premono, insistono, vogliono coinvolgere anche il piccolo regno di Giuda in un’ alleanza anti-assira. Ad Acaz non conviene per due ragioni: intanto perché è più lontano e la pressione esercitata dall’impero assiro lo interessa meno, lo coinvolge in modo solo marginale, di riflesso; in secondo luogo perché, caso mai, avrebbe avuto lui l’interesse di allearsi con l’Assiria contro i due regni confinanti. Fatto sta che adesso il v. 2 ci informa: «Fu dunque annunziato alla casa di Davide», è la dinastia davidica, quella che regna a Gerusalemme, rappresentata al momento attuale da Acaz. E’ interessante qui il riferimento alla casa di Davide, non affatto casuale. «Fu dunque annunziato alla casa di Davide: gli Aramei si sono accampati in Efraim». I due eserciti si sono congiunti. «Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano i rami del bosco per il vento». Paura, sgomento, una prospettiva raccapricciante. C’è un pericolo esterno – visibile e documentato ormai: gli eserciti dei due regni settentrionali si sono uniti per marciare contro Gerusalemme – ma c’è anche un pericolo interno che qui viene segnalato conferendo ad esso un rilievo che ora diventa determinante: la vera insicurezza è data da questa agitazione del cuore, da questo risucchio della paura. Acaz non sa che cosa fare. Gli altri del suo popolo sono abbandonati a loro stessi e, se il re viene meno, tutti gli animi sono scoraggiati.

V. 3= «Il Signore disse a Isaia: “Và incontro ad Acaz, tu e tuo figlio Seariasùb”», vai dal re. Isaia è un personaggio che appartiene ad una categoria molto qualificata – già vi dicevo – certamente un aristocratico; nell’ambiente dei cittadini di Gerusalemme è di livello elevato, per cui può permettersi di incontrare il re. Vai dal re, vai con tuo figlio: «fino al termine del canale della piscina superiore sulla strada del campo del lavandaio», perché il re sta provvedendo a qualche opera difensiva sul fronte settentrionale delle mura, in vista di quello che potrebbe essere, a breve, un attacco da parte dei due eserciti nemici.

V. 4= «Tu gli dirai: Fa’ attenzione e sta’ tranquillo», perché questa paura? «non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumosi, per la collera di Rezìn degli Aramei e del figlio di Romelia». Non sono altro che tizzoni che non bruciano, già sono spenti, fumano: non vedi? stanno fumigando, ma sono già alla fine. Vv. 5-8= «Poiché gli Aramei, Efraim e il figlio di Romelia hanno tramato il male contro di te, dicendo: Saliamo contro Giuda, devastiamolo e occupiamolo, e vi metteremo come re il figlio di Tabeèl. Così dice il Signore Dio: Ciò non avverrà e non sarà! Perché capitale di Aram è Damasco e capo di Damasco è Rezìn». Dunque Rezin regna a Damasco che è capitale del regno Arameo; Rezin stia a casa sua. V. 9= «Capitale di Efraim è Samaria e capo di Samaria il figlio di Romelia», dunque il re d’Israele stia a casa sua. Tutto questo per dire: a Gerusalemme ci sei tu, perché tu sei depositario della promessa che è stata rivolta a Davide tuo padre, quella promessa con la quale il Signore si è impegnato.

V. 8b= «Ancora sessantacinque anni ed Efraim cesserà di essere un popolo». Non si capisce bene che cosa voglia dire: di fatto è comunque scontato che, nel giro di pochi anni, il regno arameo sparirà, tutte le regioni settentrionali saranno occupate, le tribù del Nord verranno deportate; poi passerà ancora un decennio e, nel 721, il regno d’Israele sarà spazzato via e Samaria sarà distrutta. In ogni caso non c’è da dubitarne: i fatti prossimi, relativamente vicini, prenderanno esattamente questa piega.

V. 9b «Ma se non crederete, non avrete stabilità». Qui Isaia spiega ad Acaz che si tratta da parte sua di compiere un passo nella fede, di trovare appoggio là dove la promessa, mediante la quale il Signore si è impegnato, trova conferma, perché quella promessa è irrevocabile. In ebraico sono usate due forme dello stesso verbo: se non crederete non avrete credenza; se non vi appoggerete non troverete sostegno. Il verbo che traduciamo con “credere” allude all’atto di aggrapparsi, appoggiarsi, trovare un radicamento, un punto di riferimento cui ci si affida. E dice così il nostro Isaia al re: qui non si tratta di approntare difese o inventare altre soluzioni di carattere diplomatico o addirittura militare. Qui si tratta di avere fede nella promessa, nella parola con la quale il Signore si è rivelato fin dall’inizio e si è impegnato, intendendo in questo caso l’impegno assunto con la persona di Davide, in forza della particolare funzione da lui svolta nella storia della salvezza. Tutto passa di là; quello snodo è memoria incancellabile: il Signore ha promesso a Davide e il Signore non ritratterà la sua parola. Occorre credere. Un credere inteso, ancora una volta, non tanto come un atto intellettuale, ma come esperienza esistenziale, nella concretezza di una consegna di sé, del proprio vissuto e dei propri impegni, delle proprie responsabilità. Qui si tratta addirittura di responsabilità istituzionali, che coinvolgono tutta una popolazione. Gli abitanti di Gerusalemme e i sudditi del regno. Si tratta di affidarsi, con tutto il peso del proprio vissuto, in modo tale da appoggiarsi là dove il fondamento è stato posto e rimane incrollabile, perché il Signore ha promesso. Se non crederete non avrete stabilità.

E’ inutile che tu pensi ad altri protagonismi, è veramente inutile, fuori luogo; insopportabile (qui Isaia irrompe sulla scena quasi sofferente) che tu ti rintani dietro la maschera di una paura così infantile; impossibile. A questo punto, c’è l’oracolo che conosciamo bene.

Primo oracolo messianico: l’Emmanuele

Vv. 10 e 11= «Il Signore parlò ancora ad Acaz: “Chiedi un segno dal Signore tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure lassù in alto”>>. Ti ho spiegato come stanno le cose e, adesso, fai un passo nella fede, spostati, sbilanciati, consegnati, attivati; appoggiati là dove il sostegno è stato dichiarato, per il fatto che il Signore ha promesso. E’ parola del Signore.

V. 12= «Ma Acaz rispose: Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Acaz si tira indietro, non ne vuole sapere, non si fida; Acaz ha anche le sue ragioni. Ha bisogno di altre sicurezze per un verso e, per altro verso, pensa di essere troppo fragile, debole, impotente. Ha paura. E addirittura dice: non lo chiederò perché non voglio tentare il Signore. Inserisce, quindi, una testimonianza di decoro religioso. Io non voglio mettere alla prova il Signore, che sarebbe una pretesa esorbitante; diventerebbe addirittura un’irruenza blasfema, da parte di un uomo, nel territorio in cui Dio solo è sovrano nella sua assoluta libertà. Come posso io aggrapparmi, così da pretendere che il Dio Vivente, Santo, Onnipotente intervenga in modo da corrispondere alle mie aspettative? Notate però che Isaia non ha detto questo; ma Acaz, a suo modo, nel contesto di una coscienza un po’ contorta e confusa, comunque si schermisce, si tira indietro, dice: no, non è possibile che io faccia quel passo in avanti che mi chiedi; che mi appoggi e mi affidi come dici tu, perché in quel caso finirei tra quelli che vogliono tentare Dio. Un po’ come chi dice: io non battezzo mio figlio perché voglio rispettare la sua libertà, altrimenti calpesto un terreno sacro, che è la libertà della sua coscienza, poi deciderà lui quando sarà grande, senza naturalmente intervenire nel discernimento della coscienza di chicchessia; un’affermazione del genere, che di per sé è legittima e anche rispettabile, esplicita un dato unico e fondamentale e, cioè, che io non ci credo. Poi posso dire la cosa con tutte le esplicitazioni che addirittura diventano devozionali, testimonianze di rispetto nei confronti di Dio e della sua iniziativa gratuita nei confronti della coscienza umana, ma il punto chiaro è uno solo ed è che io non ci credo! Va bene: posizione rispettabile. Però, ciò che Acaz rifiuta di fare è esattamente quello che Isaia gli ha indicato come l’unico cammino possibile. E Acaz risponde dicendo: io mi tiro indietro. Si tratterebbe di fare un passo avanti, ed invece non occupo il terreno, sgombro il campo. Nella relazione con il Dio vivente io mi ritiro, fuggo, me ne vado, do le dimissioni. Così adesso, Isaia interviene, vv. 13 e 14: «Allora Isaia disse: “Ascoltate, casa di Davide!”». Vedete che si rivolge non ad Acaz personalmente, ma ad Acaz in quanto è discendenza di Davide; discendenza che ripropone, da una generazione all’altra, il valore originario, costitutivo di quella promessa. Casa di Davide: « “Non vi basta di stancare la pazienza degli uomini, perché ora vogliate stancare anche quella del mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno”». Vedi che, adesso, là dove ti tiri indietro, il Signore avanza; se indietreggi, quel territorio da te abbandonato viene occupato da Lui. Tu scappi e Lui ti insegue, tu rinunci e Lui ti stringe dappresso. Questo è il famoso oracolo del segno. «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».

E’ l’oracolo dell’Emmanuele, i capitoli che stiamo leggendo adesso, dal cap. 6 al cap. 12, nella redazione complessiva del libro di Isaia, costituiscono il cosiddetto libretto dell’Emmanuele.

Qui Isaia annuncia la nascita di un figlio. Il termine tradotto con “vergine” in ebraico è un termine più generico; la traduzione in greco (parthénos) dirà poi senz’altro “vergine”. L’identificazione della giovane donna come vergine poi risuona nel corso delle generazioni in modo sempre più significativo sino a quando il testo che stiamo leggendo è citato nel vangelo di Matteo in modo esplicito (Mt 1,22 e 23).

E’ molto probabile che Isaia, nella sua epoca, non si rendesse conto degli sviluppi futuri di questo messaggio, ma non c’è dubbio che la promessa rivolta anticamente a Davide vale per te, Acaz; e infatti ti nascerà un figlio che si chiamerà Ezechia; vedi che la discendenza ha uno sviluppo? E, questo, perché la parola del Signore è fedele, perché la promessa del Signore è irrevocabile. La promessa è confermata, rilanciata. Là dove ti tiri indietro, il Signore avanza; tu scappi e Lui ti insegue; tu rinunci a credere e Lui ti viene incontro con una determinazione sempre più gratuita della sua parola: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele», Dio-con-noi. I versetti che seguono danno una certa descrizione di questo personaggio, qui citato con un nome emblematico: l’Emmanuele, appunto.

V.15= «Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene». E’, dunque, una situazione di precarietà, nel tempo della sua infanzia, della sua giovinezza, finché non diventerà adulto, V. 16= «Poiché prima ancora che il bimbo impari a rigettare il male e a scegliere il bene, sarà abbandonato il paese di cui temi i due re». Vedi che i due regni di Aram e di Israele saranno spazzati via?!

V. 17= «Il Signore manderà su di te, sul tuo popolo e sulla casa di tuo padre giorni quali non vennero da quando Efraim si staccò da Giuda: manderà il re di Assiria». Isaia non sta annunciando ad Acaz che tutti i problemi sono risolti o che, con la nascita del figlio, sarà inaugurata un’epoca di sollievo generale. Sta dicendo: il figlio nasce, e il figlio nasce perché la promessa è confermata. Il punto di riferimento per te è l’iniziativa del Signore che è operante nella storia umana, con una fedeltà incrollabile. Il punto di riferimento è quello. E intanto che cosa succede? Succede che i due regni, che tanto ti fanno paura, in un baleno scompariranno e, poi, anche per il regno di Giuda la situazione precipiterà, perché il re di Assiria procede nelle sue conquiste. Qui gli oracoli che seguono danno risalto a questa prospettiva che assume un’intonazione drammatica. Isaia non sta dicendo: la Siria si ritirerà, i problemi si risolveranno con la bacchetta magica. L’oracolo messianico non consiste in un annuncio di questo tipo. Isaia dice: in un contesto così angosciante, mentre le situazioni si stanno svolgendo in modo da travolgere regni, che dal tuo punto di vista, sono motivi di minaccia scandalosa – regni che spariranno come foglie portate dal vento – e, nel momento stesso in cui il piccolo regno di Giuda sarà coinvolto in avvenimenti più grandi di qualunque aspettativa e programmazione, la promessa è confermata. Il Signore avanza; avanza a modo Suo, apre Lui strade nuove; e se la strada è il grembo verginale di una donna, sarà quella la strada! Notate che Isaia non arriva, lui, a ragionare in questi termini, ma certamente tutta la rilettura successiva interpreta l’oracolo messianico in questo modo, fino al NT. Ti tiri indietro? Resta il grembo verginale di una donna, di là passerà perché lui avanza, perché la parola è fedele, perché la promessa è irrevocabile: l’Emmanuele.

Secondo oracolo messianico:
una strada, una luce, una gioia; un bambino nato per noi.

Secondo oracolo, alla fine del cap. 8. Qui Isaia ha parlato di sé e dei suoi collaboratori, in certi momenti in un certo contesto. Siamo al v. 20: «attenetevi alla rivelazione, alla testimonianza. Certo, faranno questo discorso che non offre speranza d’aurora». Qui si inserisce un brano che è un po’ sconcertante perché sembra che non sia dotato di una sua logica intrinseca. V. 21= «Egli si aggirerà». Chi? C’è l’immagine di un fuggiasco che sta brancolando di qua e di là, qualcuno alle prese con un’oscurità pesante, senza aurora. Vv. 21 e 22= «Egli si aggirerà nel paese oppresso e affamato, e, quando sarà affamato e preso dall’ira, maledirà il suo re e il suo dio. Guarderà in alto e rivolgerà lo sguardo sulla terra ed ecco angustia e tenebre e oscurità desolante». Giorni oscuri. Ripeto, per quanto la logica di questa situazione non sia trasparente, è comunque indiscutibile che la scena qui raffigurata corrisponda alla vicenda che è propria dell’umanità nel suo complesso o di qualche particolare gruppo umano o di ogni persona nella sua singolarità, almeno in certi periodi. Ci sono quelle occasioni – che poi diventano spesso snodi decisivi – che stritolano tutto il vissuto di molti o di singoli. I momenti dell’oscurità, della tenebra impenetrabile, della desolazione schiacciante. Adesso viene l’oracolo: vv. 22 e 23= «Ma la caligine sarà dissipata, poiché non ci sarà più oscurità dove ora è angoscia». L’oracolo che adesso leggiamo è la prima lettura della Messa di mezzanotte a Natale. Abbiamo a che fare con un testo che risuona nella preghiera solenne della Chiesa, in un momento che è straordinariamente significativo, nel cuore della notte per la festa del Natale.

«In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali», sono tribù del Nord che, nell’anno 732 a.C., percorsero quella strada che fu la strada della deportazione. Ma adesso quella strada è diventata gloriosa. Notate che il soggetto del verbo “umiliare” è il Signore, perché è Lui il protagonista di questa storia, che qui è rievocata nei suoi momenti tragici, oscuri, luttuosi, catastrofici; protagonista non è il re di Assiria o chi per lui: è e rimane il Signore.

«In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano e la curva di Goim». La Galilea. L’oracolo ci interessa nel suo significato particolare in rapporto alla promessa messianica. Una strada si apre, si spalanca; è percorribile e si tratta di una strada che capovolge la prospettiva rispetto a quella percorsa da quanti furono condotti in esilio, al tempo della deportazione.

Un primo motivo rispetto a quella scena oscura e desolante che abbiamo preso in considerazione poco fa: una strada.

Un secondo motivo di ribaltamento: Cap. 9,. v.1= «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce»; questo è l’annuncio della notte di Natale: «su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse». Dunque lo splendore della luce che penetra le tenebre, che perfora l’oscurità; non è una luce che si avvicenda, che sta ai margini, che viene dopo il buio, come l’alba che segue la notte : è una luce che è vista da coloro che camminano nelle tenebre; è una luce che spacca la caligine oscura, che opprimeva chi era coinvolto in quella vicenda desolante di cui parlavamo prima.

Un terzo elemento: v. 2= «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia». Dunque un motivo di ribaltamento che coglie elementi che sono propri della vita interiore; è l’animo umano che si accende di gioia: «Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda». La mietitura e la vittoria in battaglia: due situazioni tipiche di esultanza per l’animo umano. Due immagini, così simboliche, che vengono rievocate per interpretare quell’ esperienza di gioia che scoppia nel cuore degli uomini. Perché tutto questo? Tre volte viene ripetuta quella parola: “perché?” Come mai questa gioia, che è il riscontro interiore di quella luce che buca le tenebre? E come mai questa gioia là dove, improvvisamente, la direzione della strada è trasformata da orientamento verso la deportazione, in prospettiva verso la terra abbandonata, per ritornare ad essa? Perché?

Prima spiegazione, v.3= «Poiché il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato come al tempo di Madian». Dunque, in primo luogo, perché tu hai liberato. Notate che il soggetto è sempre il Santo, il Dio vivente. Si ritorna al Libro dei Giudici nel cap. 7. Tu hai compiuto un’opera di liberazione, tu hai sconfitto l’aggressione.

Seconda spiegazione: v. 4= «Poiché ogni calzatura di soldato nella mischia e ogni mantello macchiato di sangue sarà bruciato, sarà esca del fuoco». Non soltanto tu hai compiuto un’opera di liberazione, che ha ricacciato coloro che aggredivano e invadevano, ma è finita la guerra e tutti i suoi strumenti sono qui bruciati in un immenso rogo. E’ una spiegazione, questa, che va molto più a fondo: non soltanto la sconfitta degli aggressori; il motivo che spiega quella gioia sta nel fatto che tu hai instaurato un equilibrio radicalmente nuovo nella storia umana, per cui la guerra è bruciata.

Ma non basta, terza spiegazione: v. 5= «Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». Vedete, non ci si può più confondere: il nostro oracolo, adesso, è rigorosamente messianico. C’è di mezzo la nascita di un bambino, il figlio. E’ il bambino che nasce in continuità con la promessa messianica; è il bambino che nasce per dimostrare come il trono di Davide rimarrà stabile e il regno durerà nel tempo, nei secoli, per sempre. Tutto questo per dimostrare come la Parola del Signore è fedele, la sua promessa irrevocabile. E’ il nostro riferimento, mentre siamo alle prese con tutte queste vicissitudini, traversie, incertezze, tradimenti altrui, fallimenti nostri. Sconvolgente esperienza di quanto siamo pretenziosi, da un certo punto di vista; spaventati e in fuga, per altro verso. In questo contesto, la promessa si compie e si compirà. E adesso il bambino viene descritto; la sua fisionomia viene meglio raffigurata.

«Sulle sue spalle è il segno della sovranità». Non è un bambino qualunque: è ammantato come nel giorno dell’incoronazione, quando il sovrano riceve il mantello, che è l’insegna della sua posizione e della sua autorità; in più gli sono attribuiti quattro nomi, titoli regali, che esplicitano la sua particolare funzione di sovrano, il suo modo di offrirsi alla relazione con i sudditi vicini e lontani, con l’ambiente circostante, con il regno e con il mondo intero; quattro nomi, che sono titoli di relazione. «Ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace». Mi preme cogliere globalmente questo messaggio. I nomi attribuiti al bambino che già è intronizzato, che è già ammantato di sovranità. v. 6= «Grande sarà il suo dominio» – qui, di nuovo, il riferimento alla sovranità – «e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno». Non soltanto gli viene riconosciuto il titolo della sovranità e gli sono attribuiti quattro nomi che specificano la sua funzione, ma di tutto questo Egli è esecutore efficace; tutto questo in Lui si realizza. «La pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti». Questa è l’opera di Dio in quanto è geloso; lo zelo è la gelosia. La gelosia del Signore degli eserciti farà questo, perché Dio è fedele e la sua promessa si compie infallibilmente.

Terzo oracolo messianico: un germoglio dal ceppo

Terzo oracolo e poi ci fermiamo. Capitolo 11. Era la prima lettura di domenica scorsa (seconda di Avvento). Vedete che i versetti che precedono, nel cap. 10, descrivono l’avanzata dell’esercito assiro che cala dal Nord. Una serie di annunci che giungono a Gerusalemme e che descrivono come l’esercito assiro stia incombendo sempre più minaccioso, fino al v. 33. «Ecco il Signore, Dio degli eserciti, che strappa i rami con fracasso”. Dunque è la mostruosa potenza dell’Assiria che ormai appare sfacciatamente, spudoratamente; ha raggiunto la collina di Nod, che sta immediatamente a nord di Gerusalemme. Ma notate, il v. 33 spiega: è il Signore Dio degli eserciti che avanza. Là dove noi vediamo Assur (siamo tremanti, man mano che riceviamo gli annunci che descrivono l’avanzata dell’esercito nemico che viene per assediarci), in realtà noi scopriamo che il Signore si rende presente: è Lui che si manifesta, è Lui che avanza. Ricordate il ceppo… progenie santa sarà quel ceppo. E’ il Signore che si sta preparando il ceppo, vv. 33 e 34= «Ecco il Signore, Dio degli eserciti, che strappa i rami con fracasso; le punte più alte sono troncate, le cime sono abbattute. E’ reciso con il ferro il folto della selva e il Libano cade con la sua magnificenza». Non dimenticate: soggetto di tutto questo è Lui, il Signore, che sta tagliando rami, abbattendo fusti poderosi di piante monumentali… il ceppo. E d’altra parte: “Progenie santa sarà quel ceppo” (Cap.6, v.13).

E adesso l’oracolo, Cap. 11, v. 1= «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,..” ». E’ la profezia del germoglio che spunta dal tronco di Iesse. Iesse è il padre di Davide. Un altro Davide, un nuovo Davide, di origini insignificanti, così come è insignificante la figura di Iesse, se non per il fatto che poi viene riconosciuto come il padre di Davide. Ridotti a un ceppo, ma «un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici». Tra l’altro virgulto (in ebraico, nezer) fa risuonare forse il nome del villaggio dove Gesù vive durante tutta la sua infanzia e la sua giovinezza, Nazaret. Sarà chiamato Nazoreos, dice l’evangelista Matteo (2, 23), per ricapitolare tutte le profezie che riguardano il germoglio. E’ il germoglio.

Adesso il personaggio che qui viene annunciato appare sulla scena dotato di una autorevolezza smisurata perché, v. 2, «su di lui si poserà lo spirito del Signore», la stessa potenza vitale del Signore su di Lui, in Lui. Il termine spirito, soffio, vento, ritorna quattro volte: «su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore». E’ la pienezza dei carismi su di Lui, in Lui. E’ lo Spirito del Signore, dotato di una autorevolezza che non si misura in rapporto agli strumenti che potrà utilizzare per esercitare il potere. Qui le regole in base alle quali gli uomini sono abituati a gestire le cose, a gestire il potere nella storia umana, quelle regole non funzionano più. Su di Lui si poserà lo Spirito del Signore.

Sapete che la dottrina relativa ai doni dello Spirito Santo si radica in questo versetto. Tutto da qui; una fecondità straordinaria, questo testo!

Non soltanto un personaggio dotato di una singolare interiore sintonia con il mistero del Dio vivente; con le intenzioni, la volontà, il pensiero, il cuore di Dio; non soltanto questa sua intima comunione con le maniere che sono di Dio e propriamente di Dio, tipicamente di Dio nel operativamente; è alle prese con i dati empirici, oggettivi, concreti, manifestarsi; ma, vedete, questo personaggio è impegnato pesanti, mortificanti della storia e della condizione umana.

V. 3= «Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire». Si assume la responsabilità circa quello che succede nel corso della vicenda umana: v. 4= “giudicherà con giustizia i miseri”. La sua presa di posizione, nel concreto delle cose, è determinata da questa modalità di governo che si chiama giustizia, che è lo stesso che dire: la responsabilità di promuovere la debolezza di coloro che sono squalificati. «Giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese». Non è personaggio che ci si manifesta come proiettato verso l’altezza di Dio, in una dimensione celestiale. E’ personaggio radicato nel dramma della storia umana, là dove si assume le responsabilità di affrontare, trattare, interpretare situazioni così strazianti come sono quelle di cui tutti facciamo esperienza, per cui i miseri sono espulsi e i prepotenti dominano la scena.

«La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà».

Notate bene, che qui c’è di mezzo la Sua Parola, la parola di cui Egli si serve per affrontare le situazioni, e c’è di mezzo esattamente il Suo intervento operativo. Fascia dei suoi lombi: perché i lombi debbono essere fasciati; occorre portare una cintura quando bisogna intervenire in modo energico, risoluto, efficace. Anche questo è un aspetto caratteristico del personaggio qui descritto, perché c’è una piena corrispondenza tra quello che dice e quello che fa. Tra il suo modo di parlare e interpretare, con il linguaggio adeguato, gli avvenimenti in corso e il suo modo di essere responsabilmente operativo nel contesto di quegli avvenimenti: parola e azione, perché applica la giustizia, perché si prende cura di coloro che sono esclusi e squalificati. Sarebbe il caso di rileggere il Salmo 72(71), utilizzato per la preghiera responsoriale di domenica scorsa.

E siamo al dunque: adesso in rapporto a Lui, e a questo suo modo di essere presente nella storia degli uomini, si ricompone l’ordine del cosmo. Una serie di tre coppie di animali che sono domestici e selvatici, ma accoppiati insieme: v. 6= «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà».

L’unico pastore, un bambino, un ragazzo che è in grado di pascolare un gregge, una mandria nella quale convivono lupi e agnelli, pantere e capretti, vitelli e leoni. Un fanciullo li guiderà!

La seconda serie: V. 7= «La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue». E adesso di nuovo, come nel caso precedente: prima il fanciullo in qualità di pastore, adesso il lattante. Se il fanciullo era un ragazzo, adesso abbiamo a che fare con un lattante: v. 8= «Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi». Qui il bambino è svezzato. Abbiamo a che fare con una creatura che si nutre con il latte della madre, e che, appena svezzata, è già orientata verso la presenza del padre. Il fatto decisivo è che gioca con i serpenti e, addirittura, mette la mano nel covo dei serpenti velenosi; gioca con il serpente perché ormai anche il serpente è addomesticato, anche il serpente è reso docile. L’annuncio del protovangelo (Genesi cap. 3 v. 15): la discendenza della donna schiaccerà il serpente. Qui il serpente è schiacciato al punto tale da divenire anch’esso un elemento che concorre alla ricomposizione dell’insieme, dell’equilibrio universale; gioca con il serpente, perché ormai lo ha dominato nel senso che oramai il veleno dell’aspide, apportatore di morte, è stato esaurito. E’ ricomposto l’ordine dell’universo, l’ordine della creazione, l’equilibrio tra creatura e creatura, ed è ricomposto l’equilibrio da cui dipende tutto il funzionamento dell’universo e che coinvolge precisamente le disposizioni interiori del cuore umano. Il serpente non è più in grado di corrompere l’animo umano; non c’è più veleno che possa inquinare il cuore dell’uomo; la creatura umana è riportata alla sua innocenza. E’ il senso della festa di domani, dell’Immacolata. Il veleno non ha più potere su quella creatura. E qui, vedete, Isaia sta spiegando come quel germoglio che spunta dal ceppo – la famosa Progenie Santa – è esattamente il Figlio che nasce nella discendenza di Davide; perché la promessa che è stata rievocata, di generazione in generazione, e che ancora viene rilanciata in vista di un avvenire che rimane così precario, drammatico, indescrivibile – chissà che cosa succederà ancora? – quella promessa rimane e, man mano che si guarda avanti, quella promessa, un tempo rivolta a Davide, esprime una fecondità sempre più ricca, preziosa, traboccante.

Ed ecco, v. 9, la coda: “Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare”. È in questione la ricomposizione di un ordine cosmico e, al tempo stesso, la liberazione del cuore dell’uomo; del suo cuore avvelenato, inquinato, indurito. Ecco: “in tutto il mio santo monte non agiranno più iniquamente”. Non ci sarà più saccheggio, né prepotenza. Da notare che il santo monte non è più la località ridotta a Gerusalemme e alla collina su cui è stato costruito il tempio, ma è una realtà che assume dimensioni amplissime. È il giardino ritrovato; è l’universo intero riconciliato, “perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare”. Tutta la terra è inondata da questo diluvio, che è come mare che tutto avvolge. Ma il senso di questa alluvione non è più la distruzione, bensì l’irrigazione che rende il terreno così fecondo da potersi esprimere con un frutto santo e benedetto: la conoscenza del Signore “in tutto il mio santo monte”. Su questa conoscenza del Signore ritorneranno i profeti Geremia ed Ezechiele. Tutto prenderà il significato di un’occasione propizia per incontrare il Dio vivente, per entrare nell’intimità con Lui, per condividere i doni d’amore da Lui ricevuti e offrire una risposta d’amore a Lui gradita.

http://www.incontripioparisi.it
7.12.2004

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Questa voce è stata pubblicata il 17/07/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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