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Lectio sul Profeta ISAIA – Stancari (4)

XV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Profeta Isaia (Proto-Isaia: Capitoli 1-39)

Testo word Lectio sul Profeta ISAIA – Stancari (4)
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ISAIA (4): Capitoli 13 – 23
Pino Stancari

La storia in mano agli uomini: è catastrofe

Oracoli sui popoli stranieri

Leggiamo adesso due capitoli, il 13 e il 14, all’interno di una sezione che va dal capitolo 13 al 23, comunemente intitolata “oracoli sui popoli stranieri”. In queste pagine sono raccolti oracoli contro le nazioni e interventi del profeta che riguardano, in modo più esplicito, i popoli della Terra, le nazioni del mondo (in realtà abbiamo già constatato che Isaia si rivolge a interlocutori lontani e sconosciuti, com’è il re d’Assiria, con la stessa lucidità con la quale si rivolge al re di Giuda). Va anche tenuto presente che in questa sezione del Libro (dal cap. 13 al cap. 23) sono contenuti oracoli, poemi, messaggi che appartengono alla storia della predicazione di altri profeti, nel corso delle generazioni e dei secoli successivi a Isaia. Si tratta di tutto un complesso di testimonianze che il redattore del nostro Libro ha inserito qui e che sono accomunate da quel riferimento alla storia dei popoli: lo sguardo del profeta che scava nel vissuto, non soltanto del popolo dei credenti, ma in quello del cuore umano dove è in questione il senso di quello che è avvenuto, sta avvenendo e ancora avverrà sulla scena del mondo.

La storia umana: “Babilonia”

Cap. 13, v. 1: Oracolo su Babilonia, ricevuto in visione da Isaia figlio di Amoz”. Il poema appartiene certamente ad un momento successivo della storia del popolo di Dio, quando Babilonia sarà diventata una “cifra” emblematica, simbolica, ricapitolativa della storia umana; così come, per altro verso, l’Assiria ed altre realtà assumeranno, via via in modo sempre più preciso, il valore di simbolo universale (pensate all’Egitto). Dunque, Babilonia: la storia fatta dagli uomini; quella di cui essi si rendono protagonisti; la storia così come gli uomini la vogliono costruire, a loro misura, è Babilonia! Qui, naturalmente, si suppone già l’esperienza di ciò che fu, nel corso del VI secolo, l’esilio a Babilonia e, poi, il ritorno da essa. E di Babilonia si parla in tanti altri testi dell’Antico Testamento, fino al Nuovo Testamento dove Babilonia è Roma, la capitale dell’impero!

Il redattore attribuisce il Poema (che si sviluppa in quattro ampie strofe) a Isaia; tutto fa capo a lui, come grande maestro e profeta che svolse, nel suo particolare momento storico, un ministero esemplare.

Il Signore degli eserciti

Prima strofa: da v. 2 a v. 5. V. 2: “Su un monte brullo issate un segnale, alzate per essi un grido; fate cenni con la mano perché varchino le porte dei principi”. Che scena è mai questa? Siamo in presenza di una situazione molto movimentata. Si tratta, esattamente, di tutte le operazioni relative alla leva militare. Si sta impiantando e organizzando la truppa che darà forma ad un esercito imponente. Una moltitudine di gente accorre alla voce del generale.

V. 3: “Io ho dato un ordine ai miei consacrati…”. I convocati, gli arruolati sono i “consacrati”. L’impresa militare che si prospetta ha tutte le caratteristiche di una consacrazione e noi ci rendiamo ben conto che il generale comandante, da cui dipende l’organizzazione e, poi, l’esecuzione dell’impresa, è il Signore; proprio Lui! Non ci sono più distinzioni possibili: è veramente un’unica storia. Il riferimento al popolo di Dio – con il suo particolare vissuto, il suo dramma, il suo fallimento, la sua chiamata a maturare in una prospettiva di salvezza – diventa il criterio che ci aiuta ad interpretare ciò che avviene nella storia degli uomini. Insisto su questo punto perché, nel disegno del Dio vivente, per tutti gli uomini si prospetta una chiamata a percorrere una strada di ritorno alla vita, di salvezza. Tutti sono coinvolti in un’avventura, a dir poco, sconcertante; possiamo ben dirlo un’altra volta: un’avventura catastrofica! E in questa esperienza disastrosa – fatta di spudorate contraddizioni, di una frana dietro l’altra, di manifestazioni clamorose di prepotenza e di violenza, di sconvolgimenti delle coscienze e di indurimento dei cuori – in questo sconquasso generale, è presente l’opera di Dio per trasformare la storia degli uomini – che si chiama “Babilonia” – in storia di salvezza; per cambiare la storia dell’arroganza scatenata, con la quale gli uomini vogliono affermarsi come i protagonisti vittoriosi – ed è catastrofe! – in storia della conversione umana, che riguarda il cuore dell’uomo, la cui durezza è finalmente infranta. Il Signore si fa avanti Lui; non se ne sta a distanza, fuori dagli eventi per osservare e, poi, eventualmente giudicare. Nella visione del profeta, la presenza del Signore incide, scandaglia, passa attraverso tutte le contraddizioni di questo mondo; non è schizzinoso il Dio Vivente così da tenersi fuori scena; c’entra proprio in pieno, ma questa scena è un disastro. Lui, vedete, non viene per difendersi; viene per spiegare come tutto il dramma di questa storia sbagliata è ricapitolato da Lui all’interno di quella sua intenzione che era all’inizio e che è confermata come la realtà definitiva: un’intenzione di salvezza.

Leggiamo, cap. 13 – vv 3-5: “Io ho dato un ordine ai miei consacrati: ho chiamato i miei prodi a strumento del mio sdegno, entusiasti della mia grandezza. Rumore di folla sui monti, simile a quello di un popolo immenso. Rumore fragoroso di regni, di nazioni radunate…” (vedete l’esercito tumultuante) “…Il Signore degli eserciti passa in rassegna un esercito di guerra…”. Eccolo qui! Adesso ci vien dato anche il nome del generale e non possiamo più confonderci: è “il Signore degli eserciti”; è proprio Lui; il Dio vivente, il Santo, il Protagonista. “…Vengono da un paese lontano, dall’estremo orizzonte, il Signore e gli strumenti della sua collera, per devastare tutto il paese”. Orizzonte universale – come sappiamo – nel quale la scena della storia umana si configura inconfondibilmente come un campo di battaglia; ma – insisto – il Signore avanza; l’opera di cui Egli è protagonista non si realizza schivando il contatto con il dramma della storia umana, ma proprio attraversandola in tutto il suo spessore e in tutta la sua iniquità.

Il giorno del Signore

Seconda strofa: dal v. 6 al v. 8. V. 6: “Urlate (qui risuona un ululato davvero ossessionante) perché è vicino il giorno del Signore…”. Questo è un termine che abbiamo già incontrato – lo ritroviamo qui – “il giorno del Signore” che incrocia quello di Babilonia, cioè il giorno della storia: è la storia umana visitata dal Signore! Questo è il giorno del Signore, che non è un tempo ritagliato, a sé stante, come una specie di momento magico che trova la propria scadenza opportuna in una nuvoletta che svanisce nel cielo. Il giorno del Signore è il giorno di Babilonia intersecato, inchiodato, attraversato dalla presenza del Signore. E’ il giorno del Signore questo: vv. 6 e 7. “… Esso viene come una devastazione da parte dell’Onnipotente. Perciò tutte le braccia sono fiacche, ogni cuore d’uomo viene meno; sono costernati, spasimi e dolori li prendono, si contorcono come una partoriente; ognuno osserva sgomento il suo vicino; i loro volti sono volti di fiamma”. Notate come gli uomini avvertano questo senso di intima sterilità: sono spossati, fiacchi, desolati; braccia che pendono senza più energia; e, poi, un’agitazione febbricitante, come se si trattasse di un parto; ma la nota determinante – che consente di ricapitolare ciò che sta ora avvenendo – è il dato della sterilità. Ognuno osserva sgomento il suo vicino, quasi a cercare uno specchio in cui illuminarsi, mentre in quello specchio trova soltanto conferma dello spasimo del suo inutile dolore.

La storia umana luogo dell’azione di Dio

Terza strofa: dal v. 9 al v. 16: lo sconvolgimento qui si fa cosmico: “Ecco, il giorno del Signore (torna quell’espressione) arriva implacabile…”. Ripeto ancora che non si tratta del giorno in cui il Signore finalmente realizza la punizione promessa; il “giorno del Signore” è il suo modo di rendersi presente là dove Babilonia voleva affermare l’attualità definitiva del “proprio” giorno; nel giorno della storia umana… il giorno del Signore. E questo giorno catastrofico – perché la storia degli uomini si chiama Babilonia – è il giorno visitato dal Signore; giorno nel quale il crogiolo di miseria in cui l’umanità si sta sconquassando è la condizione che il Signore rende propizia alla sua opera redentiva, alla sua volontà di salvezza, alla sua iniziativa per la conversione del cuore umano.

Vv. 9-11: “Ecco il giorno del Signore arriva implacabile, con sdegno, ira e furore, per fare della terra un deserto, per sterminare i peccatori. Poiché le stelle del cielo e la costellazione di Orione non daranno più la loro luce; il sole si oscurerà al suo sorgere e la luna non diffonderà la sua luce. Io punirò il mondo per il male, gli empi per la loro iniquità; farò cessare la superbia dei protervi… (vedete come vengono scandagliati, in modo sempre più preciso e penetrante, gl’ intimi atteggiamenti del cuore umano: l’iniquità, la superbia), “… e umilierò l’orgoglio dei tiranni” in quei giorni. E’ il giorno del Signore! Ma questo è il giorno di Babilonia? Babilonia si pavoneggia trionfatrice?… Questo è il giorno del grande terrore, del panico, della strage, della contestazione operata da Dio, in modo da frantumare la durezza del cuore umano.

E allora leggiamo i vv. 12, 13 e 14 “Renderò l’uomo più raro dell’oro (più prezioso dell’oro) e i mortali più rari dell’oro di Ofir. Allora farò tremare i cieli (è il giorno del Signore e i cieli tremano) e la terra si scuoterà dalle fondamenta per lo sdegno del Signore degli eserciti, nel giorno della sua ira ardente. Allora, come una gazzella impaurita e come un gregge che nessuno raduna, ognuno si dirigerà verso il suo popolo, ognuno correrà verso la sua terra”. Vedete, tutti corrono al riparo, tutti cercano una soluzione ritenuta necessaria, adeguata al proprio interesse; la scena si va man mano frammentando; ciò che sembrava, nelle attese di Babilonia, una via per realizzare il dominio del mondo, in cui tutto doveva unificarsi, comporsi, ricapitolarsi – in un modo che si presumeva armonioso e definito – dà luogo, in realtà, ad una situazione totalmente diversa: la scena si sta polverizzando, sbriciolando e gli animi degli uomini sono frantumanti, il loro cuore si sta scomponendo nell’ esperienza di un disagio inguaribile.

Vv. 14-16 “… ognuno si dirigerà verso il suo popolo, ognuno correrà verso la sua terra. (Ma) quanti saranno trovati, saranno trafitti, quanti saranno presi, periranno di spada. I loro piccoli saranno sfracellati davanti ai loro occhi; saranno saccheggiate le loro case…” (qui, a riguardo di Babilonia, viene annunciato quel che si legge nel Salmo 137: v. 1 “Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo…” e, poi, al v. 9 “Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra”). Ecco qui: è il massimo dell’abiezione, un’infamia inaudita, una violenza spietata, una situazione nella quale gli animi sono a brandelli; il cuore umano così, finalmente, dovrà cedere sotto i colpi di questa aggressione. Ebbene, vedete: è il giorno del Signore!

Teologia delle nazioni

Quarta strofa: dal v. 17 al v. 22. Si tratta di una sommaria descrizione di ciò che avvenne quando la grande Babilonia – che domina la scena del mondo antico nel corso del VI secolo a.C. – viene anch’essa aggredita, conquistata e, poi, demolita ad opera di Ciro, re dei Persiani, il quale si avvale, per questa sua operazione di conquista, delle tribù guerriere dei Medi a lui alleate. Sono vicende che seguono di quasi due secoli Isaia, ma è evidente che la pagina che stiamo leggendo assume un significato “ricapitolativo” di tutto quel che, nella predicazione di Isaia, era già stata la sua teologia delle nazioni e della storia degli uomini, in quanto storia di salvezza. Qui, all’inizio della raccolta degli oracoli dedicati alle nazioni straniere (cap. 13), il nostro poema si pone come “prefazio” a tutti gli oracoli successivi.

Dice il v. 17: “Ecco, io eccito contro di loro i Medi…”. Ci siamo: adesso vengono usati nomi propri. Fino al v. 16 il poema si era espresso senza riferimenti diretti a personaggi o ad entità politiche identificabili con precisione. Dal v. 17, viene fatto il punto: abbiamo a che fare con “quelle” particolari vicende della storia antica – nelle quali è coinvolto il popolo di Dio, con la sua esperienza così drammatica com’è l’esilio e tutto ciò che ne consegue – tuttavia la pagina che stiamo leggendo assume l’intensità e l’eloquenza di un messaggio profetico che ci aiuta a guardare la storia degli uomini in tutto il suo svolgimento e in tutta la sua profondità, nel senso che qui è in questione la durezza del cuore umano che deve essere stretta, stritolata, aggredita e frantumata.

Vv. 17-22: “Ecco, io eccito contro di loro i Medi che non pensano all’argento né si curano dell’oro…” (non sono mercenari; combattono per il puro gusto di combattere, senza bisogno di essere assoldati) “… Con i loro archi abbatteranno i giovani, non avranno pietà dei piccoli appena nati, i loro occhi non avranno pietà dei bambini. Babilonia, perla dei regni, splendore orgoglioso dei Caldei, sarà come Sodoma e Gomorra sconvolte da Dio…” (non ci sono eccezioni; nessuno viene risparmiato; non c’è spazio per raccomandati; la desolazione è generale) “… (Babilonia) non sarà abitata mai più né flagellata di generazione in generazione. L’Arabo non vi pianterà la sua tenda né i pastori vi faranno sostare i greggi. Ma vi si stabiliranno gli animali del deserto,…” (gli animali selvatici sono, qui, segno di una sorte lugubre a cui Babilonia non potrà scampare: resterà un ammasso di rovine) “… i gufi riempiranno le loro case, vi faranno dimore gli struzzi, vi danzeranno i satiri (le capre). Ululeranno le iene nei loro palazzi, gli sciacalli nei loro edifici lussuosi. La sua ora si avvicina, i suoi giorni non saranno prolungati”.

Il perché della caduta di Babilonia

Il cap. 14 si connette in modo diretto al precedente e ci dà, per così dire, la motivazione della condanna alla quale Babilonia è sottoposta. Ne abbiamo già compreso l’urgenza e colto il motivo. Ma adesso ci viene spiegata, in modo più preciso, la ragione per cui Babilonia, la Grande, deve essere condannata e per la quale il giorno della sua catastrofe è il giorno visitato dal Signore, in cui si compie l’opera di Dio, da cui dipende la pienezza definitiva di quel disegno che noi già siamo in grado di definire come opera di salvezza. Qui, più direttamente, viene interpellato il re di Babilonia e, attraverso questa figura emblematica (sarebbe Nabucodonosor), viene chiamata in causa la superbia del cuore umano; è quella “durezza” di cuore sulla quale mi sono soffermato a più riprese. Il testo che ora leggiamo è composto da un prologo (vv. da 1 a 3), che è un annuncio di liberazione; da un canto satirico (vv. da 4 a 20), che costituisce il nucleo del testo; e da un epilogo (vv. da 21 a 23), che annuncia la sorte di Babilonia. Leggiamo, praticamente senza interruzione, visto che ormai tutti gli elementi utili ad introdurci e, poi, immergerci in questo poema sono a nostra disposizione.

Il ritorno dall’esilio

Il Prologo (vv. da 1 a 3). “Il Signore infatti avrà pietà di Giacobbe e si sceglierà ancora Israele e li ristabilirà nel loro paese. A loro si uniranno gli stranieri…” (vedete, il popolo condotto in esilio sarà riportato alla sua terra e si porterà dietro stranieri) “… che saranno incorporati nella casa di Giacobbe”. L’esperienza dell’esilio è, per il popolo di Dio, occasione efficacissima per rendersi conto di essere intrecciato con la storia di tutti i popoli della terra (questo è un discorso che abbiamo ormai acquisito). Israele torna dall’esilio e gli “stranieri” sono coinvolti in quell’esperienza di conversione che riguarda la vocazione di tutti gli uomini a qualunque popolo appartengano. “I popoli li accoglieranno e li ricondurranno nel loro paese e se ne impossesserà la casa di Israele nel paese del Signore come schiavi e schiave; così faranno prigionieri coloro che li avevano resi schiavi e domineranno i loro avversari. In quel giorno il Signore ti libererà dalle tue pene e dal tuo affanno e dalla dura schiavitù con la quale eri stato asservito”. Fin qui il prologo: un annuncio di liberazione per il popolo di Dio in esilio, che riguarda però tutti i popoli , nel corso della storia umana, perché per tutti c’è una storia di esilio che si prospetta. Appunto: una catastrofe cui non è dato sottrarsi, perché questo è il frutto al quale conduce l’iniziativa di Babilonia. Però, proprio quel passaggio attraverso l’esilio costituirà l’occasione propizia perché l’opera di Dio si compia in modo corrispondente alla sua intenzione antica e sempre attuale; perché questa sia, per tutti i popoli, la storia della conversione alla vita.

L’amaro sarcasmo per il re di Babilonia

Il canto (dal v. 4 al v. 20). Come ho accennato, si tratta di un canto satirico (un mashal). Sarcasmo davvero pungente quello che, qui, viene espresso nei confronti del re di Babilonia: “Allora intonerai questa canzone sul re di Babilonia e dirai: «Ah, come è finito l’aguzzino, è finita l’arroganza!…»”. E’ il titolo del canto, che introduce cinque brevi strofe.

PRIMA STROFA (dal v. 5 al v. 9):«Il Signore ha spezzato la verga degli iniqui, il bastone dei dominatori, di colui che percuoteva i popoli nel suo furore, con colpi senza fine, che dominava con furia le genti con una tirannia senza respiro…»”; è un momento di stupore per coloro che, dopo aver sperimentato oppressione, dominio, violenza, adesso si guardano attorno e si rendono conto che il grande re di Babilonia si è ritirato, è venuto meno; è finita la sua arroganza. “«Riposa ora tranquilla tutta la terra ed erompe in grida di gioia…»”; sembra incredibile poter godere di una simile pacificazione “…«Persino i cipressi gioiscono riguardo a te e anche i cedri del Libano: da quando tu sei prostrato (notate questo “tu”, che il v. 4 ci ha precisato essere il re di Babilonia, al quale è rivolta l’intera canzone), non salgono più i tagliaboschi contro di noi…»”, così dicono i popoli della terra: la verga degli iniqui, il bastone dei dominatori, l’invadenza di chi percuoteva i popoli, tutto ciò non ci rende più la vita impossibile; un senso di sollievo, quasi una commossa testimonianza di stupore: è incredibile che le cose stiano veramente così! Però i fatti confermano: “«… non salgono più i tagliaboschi contro di noi. Gli inferi di sotto si agitano per te, per venirti incontro al tuo arrivo; per te essi (gli inferi, lo sheol) svegliano le ombre, tutti i dominatori della terra, e fanno sorgere dai loro troni tutti i re delle nazioni.». E’ stupefacente che la situazione sia questa; eppure è così: tu sei sprofondato e gli inferi (il mondo sotterraneo, dove dimorano coloro che sono passati e sono resi inutili) ti vengono incontro per accoglierti e, per così dire, farti festa!.

SECONDA STROFA (dal v. 10 al v. 12): sono appunto le ombre del mondo sotterraneo che celebrano l’arrivo del re di Babilonia festeggiandolo, a modo loro. “«Tutti prendono la parola per dirti: anche tu, sei stato abbattuto come noi, sei diventato uguale a noi…»; anche tu come noi. E’ la storia degli uomini che, di generazione in generazione, ci lascia in eredità questa constatazione: “anche tu, come noi!” anche tu sei stato abbattuto, “«Negli inferi è precipitato il tuo fasto, la musica delle tue arpe; sotto di te v’è uno strato di marciume, tua coltre sono i vermi. Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore dei popoli?»”. Come mai, anche tu come noi? E’ il canto delle ombre. Ormai non possiamo più confonderci: è la storia umana che si spalanca, per così dire, in un abisso infernale. Ci sei anche tu; vedi il tuo protagonismo, la tua presunta grandezza, il tuo successo, l’opera di conquista di cui tanto ti sei vantato? Vedi tu, re di Babilonia; tu sei sintonizzato con l’oscurità sterile e disperata delle ombre!

TERZA STROFA (dal v. 13 al v. 14). E’ la strofa centrale. “«Eppure tu pensavi (ancora il pronome di seconda persona, come al v. 10): Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione…»”; è davvero il canto nel quale si esprime la superbia dell’uomo e la durezza del suo cuore. Le “parti più remote del settentrione” sono quelle in cui abitano le divinità del Pantheon cananeo. Tu dicevi questo: “Salirò in cielo…” “…«Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo»”. Tu cantavi questo; cantavi così; questo era il tuo programma, il tuo manifesto, il tuo progetto, il volto che offrivi al mondo; l’ideale con il quale catturavi le coscienze, trascinavi dietro di te i popoli, violentavi le memorie più sacre dei tuoi contemporanei e volevi rendere ogni cuore umano omogeneo al tuo.

QUARTA STROFA (il solo v. 15):«E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!»”. Di nuovo il grido delle ombre, che fa eco al tonfo di quella caduta, di quell’abbassamento, di quello sprofondamento; in consonanza con il canto, nella seconda strofa, delle ombre che accolgono il re di Babilonia (v. 10). Adesso, al v. 15, il grido che sa ben spiegare quel che è successo e che sta succedendo: stai precipitando!

QUINTA STROFA (dal v. 16 al v. 20), il commento degli spettatori: “«Quanti ti vedono ti guardano fisso, ti osservano attentamente. E’ questo l’individuo che sconvolgeva la terra, che faceva tremare i regni, che riduceva il mondo a un deserto, che ne distruggeva le città, che non apriva ai suoi prigionieri la prigione? Tutti i re dei popoli, tutti riposano con onore, ognuno nella sua tomba. Tu, invece, sei stato gettato fuori del tuo sepolcro, come un virgulto spregevole; sei circondato da uccisi trafitti da spada, come una carogna calpestata. A coloro che sono scesi in una tomba di pietra tu non sarai unito nella sepoltura, perché hai rovinato il tuo paese, hai assassinato il tuo popolo; non sarà più nominata la discendenza dell’iniquo»”.

Lo sterminio del “nome” di Babilonia

L’epilogo (dal v. 21 al v. 23). L’attenzione torna a Babilonia, nel suo complesso, e non più al solo re, che nel canto ci è stato presentato per spiegarci il motivo del fallimento della storia umana: l’arroccamento in sé stesso del cuore umano, nella pretesa di imporsi come portatore di un’iniziativa divina, sacra, assoluta; il motivo per cui oggi è Babilonia e per cui Babilonia è travolta. Oggi è catastrofe per Babilonia, ma… oggi è il giorno del Signore! Così canta il Profeta; così spiega, evangelizza il profeta: “«Preparate il massacro dei suoi figli a causa dell’iniquità del loro padre e non sorgano più a conquistare la terra e a riempire il mondo di rovine». Io insorgerò contro di loro (ripassa dal “tu”, rivolto al re, al “loro” che è Babilonia) – parola del Signore degli eserciti- sterminerò il nome di Babilonia e il resto, la prole e la stirpe – oracolo del Signore -. Io la ridurrò a dominio dei ricci, a palude stagnante; la scoperò con la scopa della distruzione – oracolo del Signore degli eserciti»”-.

Ricordate che nell’antico racconto – in Genesi 11, v. 4 – gli uomini che si accordano per costruire una città e una torre vogliono “darsi un nome”: è il nome di Babilonia, che è sterminato! Non si tratta dello sterminio semplicemente di una città, di un territorio o di una popolazione; qui è lo sterminio di un nome; è lo sterminio di quella pretesa di impostare le relazioni, da cui dovrebbe dipendere la vita, come attestato dell’iniziativa umana che vuole affermarsi in sé stessa e nella ribellione a Dio. Ebbene, vedete, gli uomini che vogliono imporre questo criterio interpretativo della storia umana: per vivere dobbiamo farci a modo nostro, da soli, in nome di noi stessi; vivere per noi stessi, … è Babilonia! E il “nome” di Babilonia è distrutto. Notate: il Salmo 137 canta “sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo…”, i canali di Babilonia. Ma qui è “palude stagnante”, altro che canali di Babilonia! Qui l’acqua – di per sé fonte di prosperità, capace di trasformare il deserto in giardino -concorre alla sterilità del terreno e alla desertificazione dell’ambiente, perché è acqua paludosa, ferma e senza sbocchi!

A Dio interessa il cuore dell’uomo

Abbiamo letto i capitoli 13 e 14, introducendoci così nella “sezione” che dal cap. 13 giunge al cap. 23 e che solitamente è intitolata “Oracoli sui popoli” (o “sulle nazioni della Terra” o “sui popoli stranieri”). Il profeta ha un orizzonte davvero ecumenico: non è attento soltanto alle vicende del “suo” popolo, ma è spettatore di eventi che sono da lui interpretati come rivelazione inconfondibile dell’iniziativa di Dio. Sì, perché è Lui – il Vivente, il Santo – il vero protagonista della storia umana! Quest’affaccio su un orizzonte universale è frutto della capacità del profeta di leggere ciò che avviene nel cuore umano che – come abbiamo già constatato in molti modi – rappresenta una caratteristica tipica di Isaia il quale, appunto, è in contemplazione dell’opera di Dio nel cuore dell’uomo. E’, quindi, in discussione la condizione umana. Ogni persona è interpellata: ogni creatura umana è chiamata ad intraprendere il cammino della conversione e del ritorno alla vita. La particolare vocazione assegnata al popolo dell’alleanza acquista un valore di riferimento e un significato esemplare; ma è in questione la storia di tutti gli uomini, il loro cammino di conversione che viene illuminandosi proprio in riferimento alla liberazione del cuore indurito, che è attraversato dall’iniziativa di Dio, il quale vuole ricondurre alla pienezza della vita coloro che hanno disimparato a vivere. Per questo risultato di vita è necessario partire dalla rieducazione del cuore.

L’intenzione di Dio sull’uomo: il ritorno alla vita

Proseguiamo nella lettura degli oracoli sui popoli pagani, facendo qualche salto e ricordando che, all’interno di queste pagine, sono inseriti anche canti, poemi e testimonianze di profeti diversi da Isaia, che hanno svolto il loro ministero in epoche successive, anche se resta costante il richiamo alla figura e alla predicazione del grande profeta. Emergono altre voci, che gradualmente si impongono in tutta la loro originalità e che ci forniscono elementi propri di una teologia della storia umana, attenta all’iniziativa e all’opera di Dio sulla scena del mondo, così come si è venuta sviluppando nel corso delle generazioni. Tutto ciò all’interno di una tradizione che rimane segnata dall’impronta inconfondibile conferita da Isaia sin dall’inizio; una tradizione profetica, teologica, ermeneutica; un modo di intendere e di spiegare il significato degli eventi, in piccolo e in grande: l’opera di Dio si compie come volontà di salvezza, per riportare gli uomini alla vita e in modo coerente con l’iniziativa del Signore, passando attraverso le catastrofi che gli uomini sono abituati a registrare nel corso della loro storia e di cui, anzi, sono responsabili. Catastrofi che sono l’effetto macroscopico di quella disfunzione radicale che ha inquinato il cuore umano. Come ormai ben sappiamo, la salvezza non prescinde dalla catastrofe, né la sorpassa con qualche miracolistica acrobazia, ma passa attraverso l’evento disastroso trasformandolo dall’interno e rendendolo docile al servizio dell’iniziativa di Dio, il Santo, che vuole riportare gli uomini alla vita. Il Protagonista è Lui!

Oracolo su Damasco

Andiamo al capitolo 17, che mette insieme cinque oracoli: una sequenza di interventi che rinviano alla posizione e funzione storica del regno arameo (Damasco è la capitale del regno siro, il regno di Aram). In realtà Damasco è citata solo nel primo oracolo (vv. 1-3); poi, a grappolo, gli altri quattro oracoli si succedono citando eventi che coinvolgono, oltre al regno arameo, anche altre entità più direttamente riconoscibili all’interno del popolo dell’alleanza. Mi riferisco a quel che avvenne quando, in seguito all’espansione dell’impero assiro, il regno di Aram – con capitale Damasco – e il regno di Israele – con capitale Samaria – si alleano per costringere il piccolo regno di Giuda a schierarsi contro l’impero assiro. In quell’occasione, i due eserciti alleati minacciano di giungere addirittura sotto le mura di Gerusalemme per convincere il re Acaz, il quale, però, non ne vuol sapere. E’ in quel contesto che si inserisce il famoso oracolo messianico “della vergine”, che concepirà e partorirà un figlio (cap. 7, vv. 10-17). Leggiamo.

L’autosufficienza dell’uomo: una pretesa che Dio smantella

PRIMO ORACOLO, cap. 17, vv. 1-3: “Oracolo su Damasco. Ecco, Damasco sarà eliminata dal numero delle città, diverrà un cumulo di rovine. Le sue borgate saranno abbandonate per sempre; saranno pascolo di greggi che vi riposeranno senza esserne scacciati. A Éfraim (si fa riferimento alla tribù leader del regno di Israele) sarà tolta la cittadella, a Damasco la sovranità. Al resto degli Aramei toccherà la stessa sorte della gloria degli Israeliti, oracolo del Signore degli eserciti.” Nel 732 a.C. il regno arameo cessa di vivere. In quello stesso anno il regno di Israele viene invaso dall’esercito assiro; sopravvive ancora per qualche anno, fino al 721 a.C., ma è ridimensionato: le tribù più settentrionali vengono deportate e la stessa capitale viene privata della “cittadella” (come è detto al v. 3). Non è ancora la fine, ma nel contesto di quell’impresa dei due regni settentrionali – quello siro e quello d’Israele – che avevano minacciato il piccolo regno di Giuda, proprio questi due regni del Nord subiscono eventi che storicamente, politicamente e militarmente si rivelano catastrofici: Damasco spazzata via; quanto al regno di Israele, oltre ad una riduzione del territorio, si assiste ad una profanazione della gloria e del prestigio della sua capitale.

Siamo alle prese con situazioni che maturano drammaticamente nel corso di una storia che i soggetti qui implicati avevano voluto gestire in nome della loro pretesa di autonomia, nella presunzione che la loro iniziativa avrebbe potuto contrastare nientemeno che l’avanzata dell’impero assiro! Qui non si tratta di giustificare i dati di fatto: l’impero assiro è e rimane presenza mostruosa sulla scena del mondo, ma non è in discussione chi abbia ragione o torto in base a schieramenti di ordine oggettivo (che pure hanno il loro valore, sia ben chiaro). Il nostro profeta è rivolto, in questo caso, verso quell’imbroglio pericolosissimo che si manifesta nelle intenzioni più profonde dell’agire degli uomini. Si tratta, cioè, di considerare – senza più illudersi ulteriormente – quanto sia inquinata la pretesa dell’iniziativa umana di ergersi e di realizzarsi come protagonista. I due regni sono sconfitti perché il regno assiro è in grado di sgominare qualunque avversario? Non è questo il punto: osservate che, qui, l’impero assiro non è neppure citato. I due regni sono sconfitti perché hanno assunto come loro riferimento di valore la pretesa autosufficienza della loro iniziativa. Che, intanto, l’impero assiro domini il mondo, non è certo un segno di benedizione per chicchessia, ma è comunque un dato che va compreso all’interno di un disegno immensamente più ampio che si compie per iniziativa di Dio, il quale demolisce la pretesa autosufficienza dell’iniziativa umana. Dell’impero assiro non c’è bisogno nemmeno di parlarne. Come dire che, per il profeta, l’Assiria non fa notizia, mentre per lui la vera notizia è teologica: la rivendicazione di autosufficienza dell’uomo è smantellata!

Ridimensionamento del regno d’Israele

SECONDO ORACOLO, dal v. 4 al v. 6: “In quel giorno verrà ridotta la gloria di Giacobbe (per dire Israele; il regno settentrionale con capitale Samaria) e la pinguedine delle sue membra dimagrirà…”; il regno viene ristretto entro confini ben più limitati, in una situazione che andrà precipitando fino all’anno 721, quando anche il regno di Israele sarà totalmente spazzato via. Quello di Giuda invece sopravviverà. “…Avverrà come quando il mietitore prende una manciata di steli, e con l’altro braccio falcia le spighe, come quando si raccolgono le spighe nella valle dei Rèfaim. Vi resteranno solo racimoli, come alla bacchiatura degli ulivi: due o tre bacche sulla cima dell’albero, quattro o cinque sui rami da frutto. Oracolo del Signore, Dio di Israele”. Queste sono le condizioni in cui si troverà il regno di Israele, ridotto a rimanenze minuscole, quasi squallide e grottesche: due o tre bacche sulla cima dell’albero; quattro o cinque sui rami da frutto, mentre il mietitore, con la falce, si porterà via i mannelli del raccolto e, qua e là, rimarrà qualche spiga.

L’essenza della conversione del cuore: l’uomo si riscopre creatura

TERZO ORACOLO, quello centrale della sequenza che stiamo leggendo. E’ il nucleo di questa elaborazione omiletica che il nostro profeta ci fornisce e che, poi, altri hanno raccolto giungendo fino alla redazione del testo a nostra disposizione. Vv. 7 e 8: “In quel giorno si volgerà l’uomo al suo creatore e i suoi occhi guarderanno al Santo di Israele…”. Questa è la notizia! “… Non si volgerà agli altari, lavoro delle sue mani; non guarderà ciò che fecero le sue dita, i pali sacri e gli altari per l’incenso”. Vedete: “in quel giorno” l’uomo si volgerà al creatore; si ricorderà di essere creatura e di appartenere al creatore; riprenderà coscienza di non essere proprietario di sé stesso e di non essere protagonista. L’uomo si ricorderà di appartenere al Santo di Israele: è la radicale smentita di ogni pretesa idolatrica; del protagonismo della soggettività umana, laddove l’idolo è il prodotto delle dita, delle mani, dell’iniziativa dell’uomo che pretende di affermarsi come autosufficiente, autoreferenziale e come valore assoluto. Notate bene che questo oracolo – perno di tutta la composizione – assume in modo evidentissimo un valore universale, perché qui è in questione la conversione del cuore umano. Ogni uomo è interpellato in quanto creatura, senza possibilità di distinguere tra chi appartiene ad un popolo e chi ad un altro; tra il popolo dell’alleanza e gli altri popoli della terra. E per ogni uomo – afferma il nostro profeta – passando attraverso tutti gli incidenti, le sconfitte, le miserie e i tentativi paradossali di dimostrare ufficialmente il contrario, si apre sempre e comunque una strada di conversione. Si tratta di un’affermazione di valore universale: per ogni uomo in quanto è creatura; in quanto è ridimensionato alle dimensioni di quella creatura che è.

Uno sguardo dentro casa, sul regno di Giuda

QUARTO ORACOLO (vv. da 9 a 11). Sembra che, qui, l’attenzione si sposti addirittura sul regno di Giuda, il regno meridionale, con capitale Gerusalemme, dove c’è il tempio e vive Isaia – cittadino molto affezionato alla sua città – e dove governano, come sappiamo, i discendenti di Davide.

Leggiamo, vv. 9 -11: “In quel giorno avverrà alle tue fortezze come alle città abbandonate che l’Eveo e l’Amorreo evacuarono di fronte agli Israeliti e sarà una desolazione …” – vedete che in quel giorno avverrà alle “tue fortezze” quello che avvenne alla popolazione che abitava in questa terra prima dell’ingresso di Israele. …“Perché hai dimenticato Dio tuo salvatore e non ti sei ricordato della Roccia, tua fortezza. Tu pianti perciò piante amene… (qui sarebbe da intendere : “i giardini di Adonide”; ciò che riguarda la vegetazione, curata in questo contesto sacro, rinvia a una certa ritualità idolatrica che viene rigorosamente smentita). Tu pianti giardini di Adonide “… e innesti tralci stranieri; di giorno le pianti, le vedi crescere e al mattino vedi fiorire i tuoi semi, ma svanirà il raccolto in un giorno di malattia e di dolore insanabile”. Come dicevo, probabilmente qui è in questione il regno di Giuda e il profeta è sollecito nel segnalare l’impurità che contrassegna il popolo dell’alleanza, in questa sua porzione che a lui è particolarmente vicina e cara. Il popolo dell’alleanza è contaminato dall’idolatria, che determina un processo di corruzione irreparabilmente distruttivo. Andrà proprio così: ti sei dimenticato di Dio tuo Salvatore! D’altra parte, proprio quel processo distruttivo, che il nostro profeta intravede in maniera così rigorosa e inappellabile, costituisce l’itinerario da percorrere per scoprire la conferma dell’iniziativa di Dio per la salvezza; perché Dio è fedele; perché Dio vuole la salvezza. E la salvezza – come frutto dell’iniziativa di Dio – sarà sperimentata una volta che questo cammino, in sé e per sé così distruttivo, sarà compiuto fino alle sue conseguenze più dolorose.

La seduzione del potere e la corsa sul carro vincente

QUINTO ORACOLO (dal v. 12). Adesso l’orizzonte si amplia ancora di più: “Ahimè, il rumore di popoli immensi, rumore come il mugghio dei mari, fragore di nazioni, come lo scroscio di acque che scorrono veementi”. Le nazioni di cui si parla qui sono da intendere, probabilmente, come tutte quelle presenze che si sono accostate all’Assiria: popoli che si sono alleati, coalizzati; popoli in parte costretti violentemente, condizionati dall’oppressione assira. Si tratta della moltitudine umana che cerca di allinearsi e inserirsi nelle posizioni di successo che sono gestite dai potenti di turno; che cerca di barcamenarsi, garantendosi, almeno di riflesso, qualche beneficio in rapporto a coloro che – senza essere mai nemmeno nominati – sono comunque pubblicamente, sfacciatamente, clamorosamente i padroni del mondo. Non sono loro a fare notizia. Il dato che interessa al profeta è che il cuore umano si renda così pronto, così sollecito, così disponibile alla complicità più spudorata.

Vv. 12-14: “Rumore di popoli immensi, rumore come il mugghio dei mari, fragore di nazioni come lo scroscio di acque che scorrono veementi. Le nazioni fanno fragore come il fragore di molte acque, ma il Signore le minaccia, esse fuggono lontano; come pula sono disperse sui monti dal vento e come mulinello di polvere dinanzi al turbine. Alla sera, ecco era tutto uno spavento, prima del mattino non è già più. Questo è il destino dei nostri predatori e la sorte dei nostri saccheggiatori”. Qui, molto probabilmente, si allude a un episodio accaduto in quegli anni; esattamente qualche anno dopo quei fatti che ricordavo poco fa, quando Gerusalemme fu assediata dal mastodontico esercito assiro che, dopo aver occupato tutto il territorio del regno, strinse la città entro le sue mura. Fu un momento che sembrava ormai preludere alla conquista e, quindi, alla devastazione di tutto; invece, nell’anno 701 a.C., giunti allo smarrimento più totale, l’esercito assiro si ritirò improvvisamente. E’ un avvenimento che segna la storia antica del popolo di Dio: nel 701 a.C., il grande re decise la ritirata, plausibilmente per qualche fatto successo nella capitale Ninive, forse anche per un’ epidemia di peste che si stava diffondendo. Fatto sta che il grande esercito assiro dalla sera alla mattina sparì: “Alla sera, ecco era tutto uno spavento, prima del mattino non è già più …”(v. 14). Dalla sera alla mattina gli accampamenti dell’esercito assiro furono smontati e uscirono di scena. (…) Ma non importa più semplicemente l’evento: come ci disponiamo in rapporto ad esso e quale significato assume quell’accadimento? Tra poco vedremo che Isaia rimane sconcertato, perché scopre che i suoi contemporanei, in quella circostanza, perdono l’occasione di maturare nel cammino della conversione: ci sguazzano, gozzovigliando a crepapelle!

Oracolo sull’Egitto

Andiamo al capitolo 19 nel quale troviamo, fino al v. 15, un canto rivolto all’Egitto che, al tempo di Isaia, non è più la grande potenza dei secoli e dei millenni precedenti. Tra l’altro, proprio nel corso del VII secolo, l’Egitto fu invaso dagli Assiri (Assurbanipal lo conquistò qualche decennio dopo la morte di Isaia). Fatto sta che l’Egitto viene considerato un soggetto politico e militare che, in ogni caso, è in grado di intervenire per arginare e contrastare l’avanzata degli Assiri. Isaia conosce l’opinione di molti, che sono convinti della necessità di rivolgersi e affidarsi all’Egitto, per difendersi dall’espansionismo dell’impero assiro. Isaia sa bene come ipotesi del genere siano del tutto inconcludenti; anzi, tragicamente contraddittorie. E il problema non è semplicemente quello dell’opportunità o dell’efficacia di un’alleanza in rapporto ai giochi e agli equilibri della politica internazionale. La questione vera è sempre quella che abbiamo ripetutamente messa a fuoco: come si apre e come si orienta il cuore umano? E chi è l’Egitto? Che cos’è l’Assiria? Che senso ha questo nostro dimenarci, arrancare, affannarci sulla scena di un mondo in cui cerchiamo di prendere posizione rispetto a questo o a quell’altro riferimento? Leggiamo.

L’idolatria crolla

PROLOGO, v. 1 “Ecco il Signore cavalca una nube leggera ed entra in Egitto. Crollano gli idoli d’Egitto dovuti a lui e agli Egiziani vien meno il cuore nel petto”. Non c’è dubbio su chi sia il protagonista: il Signore viene, avanza, cavalca; è l’Avvento del Signore! E di fronte alla Sua venuta “crollano gli idoli d’Egitto”, come ogni idolo, sempre e ovunque. E’ la fine di coloro che vivono in quel territorio, segnato, peraltro, dell’eredità di una prestigiosa civiltà antichissima (sappiamo quale potenza l’Egitto avesse raggiunto sulla scena del mondo, nel corso di alcuni millenni). Quel territorio e i suoi abitanti: un luogo e un tempo adatti per sperimentare che cosa vuol dire che gli idoli sono sgominati. Isaia identifica l’Egitto come quella particolare figura storica – dove sono presenti le persone, le istituzioni, i percorsi e le eredità della cultura e… via discorrendo – che si caratterizza in rapporto all’esperienza del crollo. L’idolatria finisce: “Agli Egiziani vien meno il cuore nel petto”: modo singolare e interessante di parlare dell’Egitto! Chi è l’Egitto? L’Egitto è quella realtà storica che finisce; ed è una fine non soltanto registrata nei suoi aspetti empirici, ma considerata come sgomento sperimentato nel “cuore umano”, che viene meno. L’oracolo si articola in tre strofe (vv. 2-15).

Guerra fratricida; impazzimento collettivo

PRIMA STROFA, vv. 2-3-4 : “Aizzerò (è il Signore che parla ) gli Egiziani contro gli Egiziani: combatterà fratello contro fratello, uomo contro uomo, città contro città, regno contro regno …”; dunque, in Egitto è la guerra civile. Si scatenano le forze interne alla Nazione come dinamismi contrapposti; contraddizioni su contraddizioni. “…Gli Egiziani perderanno il senno e io distruggerò il loro consiglio; …” una sommaria descrizione di un processo di decadenza – diremmo noi – all’interno di quella realtà monumentale, che pure aveva assunto nientemeno che la figura di una presenza dominante, apparentemente stabile, eterna sulla scena del mondo; e che, al contrario, subisce uno svuotamento dall’interno, con un andamento irreparabile e con fenomeni di conflittualità interne non più recuperabili. “Gli Egiziani perderanno il senno…”: un vero e proprio impazzimento, “…e io distruggerò il loro consiglio; per questo ricorreranno agli idoli e ai maghi, ai negromanti e agli indovini …”. Dunque cercheranno soluzioni originali, via via più sofisticate; ricorreranno a “tecnici” che dovrebbero essere sempre più attrezzati, qualificati, persuasivi, efficienti e, invece, …“io metterò gli Egiziani in mano a un duro padrone, un re crudele che dominerà. Oracolo del Signore, Dio degli eserciti”. Vedete come l’Egitto sia una figura storica emblematica: è l’Impero! … “Un re crudele li dominerà”.

Disastro economico

SECONDA STROFA, dal v. 5 al v. 10 : “Si prosciugheranno le acque del mare …; adesso quel certo processo di decadenza, cui accennavo, viene meglio messo a fuoco in termini di avvilimento e deperimento economico. Assistiamo a un disastro dell’economia: “ Si prosciugheranno le acque del mare, il fiume si inaridirà e seccherà …”. L’economia dell’Egitto è tutta costruita, articolata, qualificata in funzione della presenza del fiume; ogni attività è impiantata in modo tale da approfittare della ricchezza d’acqua che il fiume porta, nel suo corso, e riversa nel territorio circostante. Ebbene, adesso “i suoi canali diventeranno putridi, diminuiranno e seccheranno i tormenti dell’Egitto, canne e giunchi ingialliranno. I giunchi sulle rive e alla foce del Nilo e tutti seminati del Nilo seccheranno, saranno dispersi dal vento, non saranno più”. L’agricoltura è ginocchio. “I pescatori si lamenteranno (anche la pesca non dà più reddito), gemeranno quanti gettano l’amo nel Nilo, quanti stendono le reti sull’acqua saranno desolati …”. E non solo : “Saranno delusi i lavoratori del lino … (sono in crisi anche le attività manifatturiere e artigianali), “…le cardatrici e i tessitori impallidiranno, i tessitori saranno avviliti, tutti i salariati saranno costernati”. E’ l’intera organizzazione sociale che sta esplodendo.

I consiglieri inetti

TERZA STROFA, dal v. 11 al 14: “Quanto sono stolti i principi di Tanis! …”. La decadenza cui l’Egitto va incontro viene analizzata, in modo sempre più preciso, in rapporto a quello che è il fallimento dell’iniziativa umana in quanto impiantata a partire da una pretesa di autosufficienza. E’ un discorso ormai fatto più volte, ma val la pena di insistere, per renderci conto di come questo nodo sia davvero determinante nel discernimento delle vicende umane che il nostro profeta vuol mettere a fuoco, senza possibilità di equivoco. “Quanto sono stolti i principi di Tanis! I più saggi consiglieri del faraone sono uno stupido consiglio. Come osate dire al faraone …” . Notate bene: che cosa c’entra Isaia con il faraone e con i suoi consiglieri? Isaia non ha certamente il problema di spiegare al faraone come deve governare il suo regno. Isaia scopre come è inquinato il cuore umano; e come da questo inquinamento – da questa pretesa autosufficienza – dipendano effetti di smarrimento, di corruzione, di devastazione, di decadenza che sono dolorosissimi; che travolgono una generazione? Un paese? Un regno? Una potenza? Un impero? … che travolgono la storia intera! Che stupidità! “Come osate dire al faraone :?” come dire: “ho imparato il mestiere in famiglia”. Hai imparato il mestiere dello stupido! “Dove sono, dunque, i tuoi saggi? Ti rivelino e manifestino quanto ha deciso il Signore degli eserciti a proposito dell’Egitto. Stolti sono i principi di Tanis; si ingannano i principi di Menfi. Hanno fatto traviare l’Egitto i capi delle sue tribù. Il Signore ha mandato in mezzo a loro uno spirito di smarrimento (interessante questa espressione; notate che è il Signore che sta operando; è Lui il protagonista!); essi fanno smarrire l’Egitto in ogni impresa, come barcolla un ubriaco nel (suo) vomito”. Questo barcollamento, questo sfascio dell’equilibrio civile, sociale e politico del grande impero egiziano – che è, ormai, soltanto l’ombra di sé stesso, rispetto a ciò che era stato nei millenni passati – tutto ciò appartiene ad un disegno provvidenziale che rivela il protagonismo del Signore. E’ Lui che ha mandato questo “spirito di smarrimento”. Siamo in presenza di un evento catastrofico che investe nientedimeno che l’Egitto. Che cosa c’entra l’Egitto? Vedete: nella visione di Isaia, il disegno della salvezza non consiste nel prendere le distanze dall’Egitto (così come pure è avvenuto e così come occorre fare, a seconda delle situazioni che si presentano nel corso della storia umana: “prendere le distanze da …”). Ma il disegno della salvezza, così come Dio ce lo rivela e come lo vuole realizzare per noi, … riguarda l’Egitto! E’ un respiro dotato di un’apertura ecumenica che più “cattolica” di così non potrebbe essere. Che cosa gliene può importare ad Isaia dell’Egitto?! Il fatto è che il disegno della salvezza che Dio intende realizzare, riguarda l’Egitto; riguarda il cuore umano; riguarda il senso della storia di tutti.

Il fallimento totale

EPILOGO v. 15 : “Non riuscirà all’Egitto qualunque opera faccia: il capo o la coda, la palma o il giunco”. L’Egitto è, qui, come una specie di verme: tagli il capo o la coda, continua a dimenarsi a modo suo. Oppure come un giunco, con un ciuffo e lo stelo: tagli di qua, tagli di là, non cambia. Per adesso, almeno, ancora non cambia!

La caduta di Babilonia

Andiamo adesso al capitolo 21. Dal v. 1 al v. 10 troviamo un canto che contempla la caduta di Babilonia. Non c’è dubbio, quindi, che abbiamo a che fare con la testimonianza di un intervento profetico di epoca successiva, perché occorre arrivare al passaggio tra il settimo e il sesto secolo per parlare in questi termini di Babilonia (la sua caduta avviene nella seconda metà del VI secolo a. C.).

Prologo, v. 1 “Oracolo sul deserto del mare. Come i turbini che si scatenano nel Negheb, così egli viene dal deserto, da una terra orribile”. Probabilmente questo “deserto del mare” è quel territorio paludoso che sta in fondo alla piana mesopotamica (zone diventate più o meno famose, in epoca recentissima, per gli eventi bellici che si sono svolti in quei luoghi). Dunque, abbiamo l’immagine di una tempesta turbinosa, che improvvisamente si scatena, in un contesto geografico che non è quello tipico di un deserto, bensì quello di un deserto che assume la configurazione di una palude. Leggiamo.

Povera Babilonia, che pensa a divertirsi

PRIMA STROFA, dal v. 2 al v.5: “Una visione angosciosa mi fu mostrata …” Il profeta, anonimo (possiamo continuare a chiamarlo Isaia, anche se anagraficamente non è certamente lui), dichiara di essere spettatore di eventi orribili: “… il saccheggiatore che saccheggia, il distruttore che distrugge. Salite, o Elamiti; assediate o Medi!…” L’orrenda visione è la caduta di Babilonia. Elamiti e Medi sono popolazioni che vivono più a Oriente e che assedieranno e distruggeranno Babilonia nel 538 a. C. (ricordate l’avanzata strepitosa di Ciro, il principe persiano che procedendo di vittoria in vittoria, nel giro di qualche anno, conquisterà tutto il mondo). Babilonia – che pure, per qualche decennio, si era mossa da padrona incontrastata – è sul punto di cadere: “Salite, o Elamiti; assediate o Medi! Io faccio cessare ogni gemito. Per questo i miei reni tremano …” (il profeta è turbato a questo spettacolo, che sconvolge i suoi sentimenti; “reni”, qui, significa “tutto il sistema dei sentimenti”), “… mi hanno preso i dolori come di una partoriente; sono troppo sconvolto per udire, troppo sbigottito per vedere. Smarrito è il mio cuore, la costernazione mi invade; il crepuscolo tanto desiderato diventa il mio terrore. Si prepara la tavola, si stende la tovaglia, si mangia, si beve. <<Alzatevi, o capi, ungete gli scudi>>”. Siamo nel contesto di un’orgia ( così viene definita la situazione dagli stessi storici antichi): quando Babilonia – assediata – cadde, era in corso un’orgia delle più sfrenate! Babilonia si inabissa in questa palude tempestosa, che la sta risucchiando in un vortice di dolore inconsolabile. Noi diremmo : “Povera Babilonia!” E’ capitato all’Egitto … capiterà. E’ capitato a Babilonia … capiterà!

Al profeta il ruolo di sentinella

SECONDA STROFA, dal v. 6 al v. 9:“Poiché così mi ha detto il Signore …”. La visione viene, adesso, interpretata in modo più esplicito. Il profeta ce l’ha descritta, con quella sua commossa partecipazione affettiva, così intensa: i suoi “reni stressati”, alla vista del mondo circostante, ne fanno un personaggio collassato. Ora il profeta spiega quella visione : “Poiché così mi ha detto il Signore: <Va’, metti una sentinella che annunzi quanto vede. Se vede cavalleria, coppie di cavalieri, gente che cavalca asini, gente che cavalca cammelli, osservi attentamente, con grande attenzione>. Ci vuole qualcuno che osservi; in realtà, questa sentinella è proprio lui, il profeta. E’ lui che viene messo di vedetta ed è come se dicesse “Mi capita questo: di essere spettatore di quest’evento, mentre coloro che ne sono coinvolti sono storditi, annebbiati, ciechi, impazziti; e, intanto, se la stanno spassando nell’organizzare le loro orge. Ma sono orge senza prospettiva; orge sull’orlo di un baratro infernale. Ecco, a me è stato dato questo compito”. E’ un titolo, un ruolo che verrà assegnato anche ad altri profeti; è una specie di “carta d’identità” della figura del profeta in sé stessa: il profeta è sentinella. E, allora, mettiti ad osservare; che cosa vedi all’orizzonte? Chi si muove? Chi arriva? Cavalleria? Cavalieri su asini o su cammelli? Osserva bene: “La vedetta ha gridato:…”. Il profeta – che ha preso sul serio il compito di vedetta – constata che, davvero, all’orizzonte c’è un movimento, un polverone; poi si precisano alcune figure: una schiera di cavalieri in arrivo, coppie di cavallerizzi che “…esclamano e dicono: <E’ caduta, è caduta Babilonia! Tutte le statue dei suoi dèi sono a terra, in frantumi >.” Il profeta è spettatore di questo evento. E – badate bene – qui non troviamo, come pure sarebbe plausibile, segni di recriminazione o di soddisfazione (“finalmente è caduta Babilonia; ci siamo rifatti; ci siamo potuti vendicare!”, o cose del genere). Il profeta assiste sconvolto. Messo di vedetta ad osservare ciò che succede, constata che è proprio così: Babilonia è caduta!

Il Signore è fedele con tutti gli uomini

EPILOGO v. 10 : “ O popolo mio, calpestato, che ho trebbiato come su un’aia, ciò che ho udito dal Signore degli eserciti, Dio di Israele, a voi ho annunciato.” Quel popolo “mio” già è stato calpestato e trebbiato, in anticipo rispetto a Babilonia; è stato deportato, maciullato. Gerusalemme è già caduta da un pezzo! Adesso cade Babilonia e non si tratta tanto di compiacersi che anch’essa si sia meritata la condanna, quanto di interpretare dal di dentro la vicenda umana, che è la storia di creature chiamate a riconoscere la fedeltà del Signore, il quale interpella il “suo” popolo nel contesto di un’alleanza indissolubile: o popolo “mio”, mi rivolgo a te e lo faccio non perché io trascuri Babilonia, ma per spiegare questo a lei. Del resto tu – popolo “mio” – sei già caduto prima di Babilonia; per questo mi rivolgo a te!

Oracolo sul silenzio

Ai vv. 11 e 12 è inserito un breve oracolo molto misterioso. Generalmente è intitolato “oracolo sull’Idumea”, ma non è ben chiaro. Potrebbe anche tradursi così: “Oracolo sul silenzio”. C’è di mezzo l’Idumea perché si accenna al monte Seir che è in quei territori. Ma, adesso, non interessa tanto il dato geografico, quanto il richiamo che interpella la “sentinella”. Abbiamo visto, proprio nei versetti precedenti, che il profeta è stato identificato come tale; incaricato di svolgere la particolare funzione di vedetta, ha assunto pienamente questo ruolo. “Oracolo sull’Idumea. Mi gridano da Seir: …” , territorio Idumeo, come abbiamo detto; in realtà è un territorio emblematico: vale per l’Idumea come per ogni realtà profonda, nascosta. Non a caso accennavo all’ipotesi – cui sono legati alcuni traduttori – che il termine usato sia da intendersi come “silenzio”. Si tratta della profondità silenziosa della storia umana, delle sue viscere nascoste; dell’abisso impenetrabile, inscandagliabile, infernale – a suo modo – in cui la storia umana scarica tutte le proprie miserie irreparabili; là dove si è accumulato il carico dell’eredità catastrofica che la storia umana produce nel suo corso e … deposita. Dove? In “Idumea” deposita; chiamiamolo così il luogo, tanto per intenderci. Di là grida. Ma perché gridi? Ci vogliono orecchi particolarmente attrezzati, che sappiano ascoltare il silenzio e cogliere il valore sonoro, comunicativo, e la testimonianza che viene da quella profondità che è come un abisso in cui la storia umana seppellisce e ricopre, … come se niente fosse. Ma non è così per l’orecchio del profeta. Non è così per lo sguardo del profeta, che è di vedetta. “Mi gridano da Seir”, vedete: c’è un grido che percorre la storia umana. Il silenzio acquista un’eloquenza rumorosissima. Gridano: “Sentinella, quanto resta della notte?…”, quanto dobbiamo ancora restare qui, nel buio, nel silenzio, nel profondo dell’abisso? Per quanto tempo ancora il carico deve rimanere sepolto in questo baratro oscuro e infernale? “…<Sentinella, quanto resta della notte?>. (E) la sentinella risponde (la sentinella è lui, il profeta) : ”. E’ una risposta che esprime l’interessamento del profeta, la sua attenzione, il suo ascolto. Il suo sguardo è rivolto verso la notte e intravede la luce del mattino. Ma, nello stesso tempo, è una risposta che rinvia la domanda a un altro tempo, che verrà. Quando dice “convertitevi, venite” si potrebbe tradurre – forse meglio – “tornate un’altra volta, continuate a domandare”. Intanto, resta il profeta di vedetta, che fronteggia le tenebre, che ausculta il silenzio. Resta al suo posto: è lui, questo personaggio singolare? è un popolo intero che assume una responsabilità profetica? C’è, comunque, nel popolo di Dio la consapevolezza di questa testimonianza profetica, che passa attraverso l’ascolto del silenzio … lo sguardo che scruta la notte e … così via. Per quanto tempo ancora? Beh, vedete – dice il profeta – io non so dirvi per quanto tempo ancora! Tornate. Tornate un’altra volta. Intanto il profeta rimane.

Il dramma di Gerusalemme

Leggiamo adesso il capitolo 22, dal v. 1 al v. 14, dove è collocato un poema intitolato “Oracolo sulla valle della Visione”, indirizzato a Gerusalemme. Stranamente, nella serie degli oracoli riguardanti le “nazioni della terra”, compare anche Gerusalemme, che è la capitale del regno di Giuda. Sembra un paradosso. Ma ormai ci siamo resi conto che il profeta inserisce Gerusalemme nell’elenco dei popoli della terra, fra le realtà del mondo. Qui, più esattamente, viene rievocato l’episodio, che io stesso vi preannunciavo poco fa, verificatosi nel 701 a.C. : Gerusalemme è assediata dal re Sennàcherib, ma non viene conquistata perché l’esercito assiro si ritira.

Figura meschina e festa fuori luogo

Vv. da 1 a 4, la visione, così come Isaia ce la descrive: “Che hai tu dunque, che sei salita tutta sulle terrazze, città rumorosa e tumultuante, città gaudente?…(Gerusalemme è in festa e Isaia osserva) “…I tuoi caduti non sono caduti di spada né sono morti in battaglia…”. Il profeta è lucidissimo nel segnalare la figura meschina che hanno fatto gli abitanti di Gerusalemme: qual è il motivo di questa festa? non sei un popolo di eroi, perché “Tutti i tuoi capi sono fuggiti insieme, fatti prigionieri senza un tiro d’arco; …”. I “caduti” sono quelli che erano scappati. Gli altri si trovano, ora, improvvisamente liberi. I caduti di cui puoi gloriarti … sono i traditori! “…Tutti i tuoi prodi sono stati catturati insieme, o fuggirono lontano (che eroi!). Per questo dico: (ricordate Giovanni, nell’Apocalisse: “io piangevo molto…” Ap. 5, v. 4); non cercate di consolarmi per la desolazione della figlia del mio popolo>.” Ma come? La città è in festa, e ci sono buoni motivi: l’assedio, improvvisamente, è stato rimosso; la città è libera; la popolazione è sopravvissuta. Perché, allora Isaia dice “io piango amaramente”? La ragione è che, a giudizio del profeta, il valore dell’evento che si è compiuto viene intrinsecamente frainteso. Egli osserva e, a sua volta, è osservato. Tutti sono sconcertati; anzi, infastiditi dal fatto che il profeta stia piangendo sconsolatamente (“distogliete da me lo sguardo”).

Scampato pericolo

Ma adesso Isaia spiega, dal v. 5 al v. 13: “Poiché è un giorno di panico, di distruzione e di smarrimento, voluto dal Signore, Dio degli eserciti …”. Sta tornando indietro, al momento in cui la città è stata attaccata, assediata … smarrimento! Però – vedete – tutto voluto dal Signore, Dio degli eserciti. “Nella valle della Visione un diroccare di mura e un invocare aiuto verso i monti (tutti, atterriti e desolati, chiedono soccorso). Gli Elamiti hanno preso la faretra (sono gli alleati degli Assiri); gli Aramei montano i cavalli (cavalcano attorno le mura della città, dall’alto delle quali si possono osservare questi spudorati conquistatori che, alleati con gli Assiri, la fanno da padroni in casa d’altri), Kir ha tolto il fodero allo scudo. Le migliori tra le tue valli sono piene di carri (è la scena sempre osservabile dall’alto); i cavalieri si sono disposti contro la porta. Così egli toglie la protezione di Giuda. Voi guardavate in quel giorno alle armi del palazzo della Foresta (una sorta di deposito delle armi; guardavate là come l’ultima risorsa difensiva); le brecce della città di Davide avete visto quante fossero (le mura cominciavano a cedere); avete raccolto le acque della piscina inferiore (il re Ezechia aveva fatto costruire un canale interno alla montagna, per portare l’acqua alla piscina meridionale, la famosa piscina di Siloe), avete contato le case di Gerusalemme e demolito le case per fortificare le mura (ulteriori lavori di Ezechia, proprio in previsione dell’assedio); avete costruito un serbatoio fra i due muri per le acque della piscina vecchia …”. Dunque vi siete dati da fare: preparativi programmati con scrupolo ed eseguiti con il massimo dell’impegno, in vista di un evento considerato d’importanza capitale: questione di vita o di morte! In realtà, poi, le cose sono andate in quell’altro modo: dalla sera alla mattina, l’esercito assiro è sparito. E adesso … siete in festa?!

Lezione fraintesa; occasione sprecata

In questo modo, avete dimenticato tutto ciò che è successo. Non avete colto il valore dell’evento e vi siete accontentati di approfittare di un colpo di fortuna. Ma non è così “…Ma voi non avete guardato a chi ha fatto queste cose, né avete visto chi ha preparato ciò da tempo. Vi invitava il Signore, Dio degli eserciti, in quel giorno al pianto e al lamento, a rasarvi il capo e a vestire il sacco. Ecco invece si gode e si sta allegri (era l’occasione buona per entrare pienamente in un cammino di conversione e invece …) si sgozzano buoi e si scannano greggi, si mangia carne e si beve vino: ”

Nel nostro fallimento, l’incontro con Dio

Ed ecco la conclusione del canto, v. 14: “Ma il Signore degli eserciti si è rivelato ai miei orecchi: dice il Signore, Dio degli eserciti”. Il profeta è spettatore di questi eventi. Lui – la sentinella – porta con sé la memoria di questa sentenza che – notate bene – non va intesa come una condanna a morte. E’ una sentenza che conferma il valore degli eventi che sono in corso, i quali manifesteranno la loro straordinaria fecondità per la salvezza di tutti gli uomini, man mano che noi scopriremo come stiamo subendo le conseguenze del nostro fallimento, che ci travolge. E, magari, ci travolge proprio nel momento in cui noi vorremmo far festa perché pensiamo di esserne venuti fuori brillantemente, spudoratamente, schifosamente (come dice, qui, Isaia). Ma l’iniziativa di Dio, nella gratuita volontà di misericordia, fa di questo nostro fallimento – con tutte le conseguenze alle quali non potremo sfuggire – l’occasione finalmente propizia e feconda per incontrarLo, riconoscerLo e adorare il Santo, che ci chiama a vivere e ad amare.

Marzo e aprile 2005
http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 21/07/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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