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Lectio sul Profeta MICHEA – Stancari (2)

XV-XVI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

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MICHEA (2) Capitoli 6-7
Deutero-Michea: il processo di Dio al suo popolo
Pino Stancari sj

Abbiamo letto cinque capitoli del libro di Michea; adesso completeremo la lettura con i capitoli sei e sette. Il libro – uno dei piccoli libri della raccolta dei dodici profeti posteriori, minori – si compone di due elementi: il primo è costituito dai cinque capitoli che abbiamo letto, il secondo dalle pagine che leggeremo adesso che ci trasmettono la predicazione di un altro profeta, che rimane anonimo, di poco antecedente a Michea (ultimo periodo dell’ottavo secolo a.C., che coincide con il tempo del grande Isaia); Michea vive nel regno di Giuda, regno meridionale al tempo del re Ezechia, dal 727 a.C. in poi fino alla fine del secolo successivo. Il deutero-Michea (così è denominato nel senso che è rimasto anonimo) è un altro profeta che ha svolto il suo ministero nelle regioni settentrionali, là dove ancora è istituzionalmente riconoscibile la presenza del regno di Israele che scompare nell’anno 721 a.C., quando Samaria, capitale del regno, viene conquistata dal re assiro e la popolazione deportata. Sono anni, decenni segnati da una terribile tribolazione: l’impero assiro è in piena espansione e il regno di Israele man mano viene eroso fino a scomparire con le grandi tribù del nord che perdono la loro identità: la deportazione che ebbe luogo allora non sarà mai più ricompensata e precede di quasi un secolo e mezzo quella che ebbe luogo dopo la caduta di Gerusalemme ad opera di Nabucodonosor nel 586 a.C. Il regno di Giuda ancora sopravvive per tutto il secolo settimo a.C.

E’ nel regno di Giuda che vive e svolge la sua missione il profeta di nome Michea – ricordate l’intensità appassionata del suo richiamo – per il quale tutto si inserisce nel contesto di una grandiosa teofania: è il Dio vivente, proprio Lui, che irrompe sulla scena, che impone il suo protagonismo. In riferimento a questa presenza viva e operosa di Dio, emergono tutte le contraddizioni che sono il segno premonitore di inevitabili catastrofi, di uno stato di corruzione in cui versa la popolazione del regno settentrionale, ma Michea constata come una corruzione del tutto analoga è da registrare nel contesto del regno di Giuda. Michea non è un illustre personaggio, non è un aristocratico, né un uomo particolarmente acculturato: è un uomo molto aderente al vissuto della popolazione di periferia, della campagna e si è espresso con una precisione, una lucidità, una capacità di discernimento che non ci hanno lasciato indifferenti. Ricordate la puntualità e l’insistenza, la meticolosa serietà con cui Michea contesta la falsa profezia e suggerisce i criteri di un discernimento che passa attraverso non solo il vissuto della gente comune, l’organizzazione della società civile, la conduzione politica del regno di Giuda, ma passa in profondità, in modo – potrei dire – “apocalittico” attraverso le coscienze e mette in gioco i criteri di orientamento in tutto il groviglio di pensieri, valutazioni, affetti, valori di ordine morale che il nostro profeta denuncia come il contesto nel quale sguazza la falsa profezia. Ricordate quel dibattito così serrato, così incalzante, insistente di cui ci siamo resi conto la volta scorsa. Il Signore avanza, sbaraglia, impone un chiarimento e non si può più tergiversare; ed ecco la novità che la sua presenza opera in modo efficacissimo nella storia del popolo di Dio intrecciata con la storia dell’umanità intera: conseguenza della sua presenza operosa non è il banale superamento delle difficoltà momentanee, occasionali, che sono parte di tutto uno sconvolgimento che mette in movimento i popoli che dimorano in un’amplissima regione geografica, ma le conseguenze di questo disastro, che la venuta dirompente del Signore mette in evidenza, consistono in un affaccio su prospettive che affiorano in maniera del tutto gratuita. Non è più possibile venirne fuori senza subire danni che saranno immediatamente disastrosi nel regno del nord e in prospettiva inarrestabili nel regno del sud; non è possibile evitare tali conseguenze travolgenti, ma è proprio attraverso di esse che si apriranno strade che nessuno è in grado di gestire, di costruire artificialmente, di elaborare in base a propri desideri e aspettative.

La predicazione di Michea è sintonizzata con quella di Isaia, ma in una forma meno qualificata; abbiamo a che fare con un linguaggio che, dal punto di vista letterario e dottrinale, è più grezzo, ma la sapienza del discernimento puntuale, capillare, che tocca l’intimo del cuore, che scandaglia i luoghi più nascosti – che diventano i più ambigui – della coscienza umana sembra ancor più vivace, tagliente, precisa, incisiva di quanto possiamo cogliere leggendo il libro di Isaia. Quella nota di grossolanità popolare che caratterizza la figura del profeta Michea gli consente di guadagnare una precisione molto più rigorosa e penetrante per quanto riguarda il discernimento degli animi; lo sbugiardamento di tutti gli imbrogli a cui la falsa profezia vorrebbe assuefare le coscienze dei fedeli senza altro risultato, a breve o a medio termine, che non sia il disastro.

Il deutero-Michea

Abbiamo a che fare con un altro profeta che qualche tempo prima, dal 730 al 720 a.C., nel regno del nord assiste agli ultimi rantoli del regno di Israele che ormai è destinato a un tracollo disastroso, catastrofico. Nel 732 c’è la prima deportazione delle tribù dislocate nelle regioni settentrionali e nel 721 la fine di tutto: l’impero assiro è spietato. Il profeta deutero-Michea assiste al tracollo definitivo sull’orlo del precipizio, quando ormai, per un uomo attento e spiritualmente appassionato come dimostra di essere, i dati sono evidentemente premonizione di un tracollo irreparabile. Forse qualcuno può illudersi, nascondere la testa sotto la sabbia, non rendersi conto di questo movimento franoso incontrollabile, ma il nostro deutero-Michea è perfettamente consapevole di trovarsi sull’orlo della catastrofe. Usa un linguaggio che è fortemente condizionato da un genere letterario con il quale molto spesso i profeti, nel corso della storia della salvezza, si sono espressi: è il genere letterario della disputa che di per sé appartiene a un ambiente giudiziario caratterizzato dall’uso di un conflitto bilaterale per risolvere le cause, le situazioni di contestazione, di conflittualità di ordine civile, penale; uno schema bilaterale. Siamo abituati, quando pensiamo a un procedimento giudiziario, a uno schema trilaterale, nel senso che se due litigano si rivolgono a un terzo, il magistrato, che quanto più è neutro, estraneo alla causa che viene dibattuta tra i contendenti, tanto meglio potrà svolgere la sua funzione di mediatore e alla fine potrà emanare una sentenza.

In un contesto arcaico le istituzioni civili sono elaborate seguendo l’ordine di uno schema bilaterale, nel senso che c’è un modo di litigare che è determinato da regole per cui all’interno di quel litigio si sviluppa il dibattimento e si giunge a un chiarimento tra i due che contendono. C’è una parola in ebraico che ricapitola tutto questo: la lite, il litigio, il bisticcio, la disputa. Una parolina che minuscola com’è dice tante cose perché laddove non esiste un’istituzione che mette a disposizione un sistema di norme e di procedure oggettivate con dei tecnici addetti a questo mestiere, in una società arcaica, le questioni si risolvono all’interno di una disputa che non è abbandonata al caso o alla violenza dei singoli interlocutori: tutto si deve svolgere secondo regole che sono confermate da consuetudini antichissime. A monte di tutto questo c’è una premessa: c’è, evidentemente, una piattaforma comune, un retroterra condiviso, spesso c’è un rapporto di alleanza, di conoscenza vicendevole, un rapporto di parentela. Lo sperimentiamo, di per sé, ancora noi frequentemente: fra parenti si litiga volentieri perché si è parenti, perché c’è un retroterra comune, perché il litigio si svolge all’interno di un contesto che è già confermato da premesse condivise. In questo caso succede che colui che si ritiene offeso convoca il presunto offensore e gli dice: “guarda che tra noi dobbiamo litigare perché dobbiamo chiarire come stanno le cose”; e questo avviene in pubblico, in piazza, e i presenti non sono dei magistrati che poi interverranno con la loro competenza di tecnici in grado di giudicare, ma spettatori e semmai come notai perché devono garantire il rispetto delle regole. Dopo di che colui che si ritiene offeso espone la sua requisitoria e l’altro risponde e si può giungere ad un accordo, un chiarimento. La disputa può avvenire fra singoli soggetti, fra gruppi, famiglie, popoli che hanno a monte una storia comune. Si litiga rispettando delle regole, cosìcchè questo schema bilaterale serve a strutturare un vero e proprio procedimento giudiziario che è proprio di quelle società antiche, ma ancora riscontrabile in epoca vicino a noi, soprattutto in contesti di carattere familiare.

La disputa

Questo genere letterario è molto frequentemente usato nella predicazione dei profeti per quanto riguarda l’interpretazione del rapporto tra Dio e il suo popolo: l’alleanza deve essere chiarita usando il linguaggio e le forme della disputa. Il Signore interviene perché rivendica quello che gli compete quando ha a che fare con un popolo che ha tradito i propri impegni; e viene impostato un litigio. Il Signore vuole litigare con il suo popolo, si fa avanti per contestare, per protestare, per rivendicare quello che gli appartiene e che non gli è stato reso da parte del popolo. E’ stata tradita l’alleanza, è stata tradita una storia d’amore. Il Signore si presenta perché pretende che quella storia d’amore, così come Lui l’ha impostata fin dall’inizio, sia finalmente apprezzata come merita. Nella rivelazione biblica succede anche il caso inverso – più raro – dove la creatura umana imposta un litigio e convoca Dio perche deve rispondere di certe imputazioni che gli vengono mosse; per esempio Giobbe che dice “dobbiamo litigare ma tieni le mani a posto perché sei più forte e te ne approfitti; aspetta perché adesso devo dirtene quattro”; ma è un caso particolare e abbastanza marginale. Il caso più frequente è che il Signore si presenta in qualità di offeso e vuole litigare. C’è il Salmo 50 che è esemplare.

Il deutero-Michea usa questo linguaggio. Dal cap. 6 fino al v. 7 del cap. 7 (da 6, 1 a 7, 7)) la convocazione e la requisitoria. E’ il Signore che convoca e sviluppa il suo discorso di accusa. I versetti da 8 in poi, del cap. 7 sono un’aggiunta che probabilmente proviene da un altro profeta di epoca successiva, ma sono inseriti qui, in continuità con l’eco del deutero-Michea.

Il Signore è parte lesa 

Cap. 6, vv. 1-5: la convocazione: “Ascoltate dunque ciò che dice il Signore: «Su, fà lite con i monti (il Signore vuole litigare in un contesto che qui assume il valore di uno scenario cosmico) e i colli ascoltino la tua voce! 
Ascoltate, o monti, il processo del Signore
e porgete l’orecchio, o perenni fondamenta della terra (dall’alto al basso, un circuito amplissimo che fa di questo dibattimento l’occasione perché la creazione intera sia convocata ad assistere allo spettacolo e si renda conto di essere coinvolta in una vicenda clamorosa), perchè il Signore è in lite con il suo popolo,
intenta causa con Israele.
Popolo mio, che cosa ti ho fatto (qui spunta quella serie di interrogativi che, in base a una tradizione liturgica antichissima, risuonano nella preghiera della Chiesa ogni venerdì santo, i cosiddetti “improperi”)?
In che cosa ti ho stancato? Rispondimi.
Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto,
ti ho riscattato dalla schiavitù
e ho mandato davanti a te
Mosè, Aronne e Maria?
Popolo mio, ricorda le trame
di Balàk re di Moab,
e quello che gli rispose
Bàlaam, figlio di Beor.
Ricordati di quello che è avvenuto
da Sittìm a Gàlgala,
per riconoscere
i benefici del Signore”.

E’ l’imputazione nel suo contenuto essenziale: “tu sei venuto meno a un impegno di una relazione d’amore con me. Che cosa ti ho fatto? Perché mai tu hai rinnegato  i doni straordinari mediante i quali mi sono manifestato a te nel corso di una lunga storia: l’esodo dall’Egitto, quei personaggi straordinari che furono Mosè, Aronne e Maria, le benedizioni che hanno accompagnato il popolo nel viaggio attraverso il deserto fino all’ingresso nella terra, la traversata del Giordano; come mai?” Notate che mentre la contestazione è così vivace e sferzante il linguaggio usato conserva un’intonazione che è straordinariamente affettuosa perché quando leggiamo “popolo mio, che cosa ti ho fatto?”, questo “popolo mio” è espressione che sintetizza tutta l’intonazione affettiva che è propria di quella relazione di alleanza che il Signore ha voluto instaurare con il suo popolo. “Io sono il tuo Dio, tu sei il mio popolo, io sono per te, tu sei per me”. E’ un linguaggio che esprime il massimo della tensione affettiva. Là dove il Signore interviene in maniera così irruenta per protestare, rimproverare, litigare tutto è da intendere in rapporto a una storia d’amore che è stata disattesa, tradita; è una storia che il popolo ha trasformato a modo suo per seguire chissà quali gratificazioni in perfetta e tragica autonomia. Nello stesso tempo il valore di questa storia d’amore è confermato dal fatto che il Signore, proprio perché protesta, sta esattamente ribadendo il valore di quell’impegno d’amore che ha assunto fin dall’inizio: la gravità, la durezza, l’asprezza di questo linguaggio è interno al valore di un impegno d’amore che è confermato. Una piccola parentesi: questo linguaggio che lì per lì potremmo dire antico-testamentario, in realtà sfonda proprio ogni distanza e ci viene incontro nella pienezza della rivelazione neo-testamentaria, laddove il Crocefisso è esattamente l’espressione suprema di questa contestazione che è allo stesso tempo la conferma di un’irrevocabile volontà d’amore, più forte del rifiuto che essa ha subito.

Alla fine di questi 5 versetti, che ci aiutano a inquadrare il contesto della disputa, il riferimento ai “benefici” del Signore (così traduce la mia Bibbia), ma sono “le giustizie” del Signore e in questo caso si intende “l’innocenza” del Signore: il Signore si presenta in quanto innocente, in quanto è Lui l’offeso. Spesso parliamo di Dio attribuendo a Lui la prerogativa, la responsabilità, l’oggettiva competenza del giudice, non nel senso del magistrato; laddove, nell’Antico Testamento, qua e là viene attribuito a Dio un titolo del genere che abbia una valenza giudiziaria, non è nel senso che intendiamo noi; Dio si presenta non in quanto magistrato che deciderà chi ha ragione e chi torto e suddividerà colpe e condanne da una parte e benefici e benedizioni dall’altra: non è così. Dio si presenta in qualità di offeso, Lui è la parte lesa; si presenta in quanto è Lui che ha subito il danno; si presenta in quanto rivendica la sua innocenza nel contesto di una relazione d’amore, di una comunione di vita che è stata tradita. Non abbiamo a che fare con Dio che dall’alto della sua posizione di magistrato supremo emanerà una sentenza: abbiamo a che fare con un interlocutore che direttamente, a tu per tu, si presenta in quanto rivendica quel che gli è stato rifiutato: è Lui l’offeso. Così si presenta il Signore attraverso la predicazione del deutero-Michea, nel contesto di quel momento che è soltanto il preludio della fine per il regno del nord.
Dal v. 6, la requisitoria, fino al v. 7 del cap. 7.

Il Signore vuole te, non le tue cose

Vv. 6-8: “Con che cosa mi presenterò
al Signore,
mi prostrerò al Dio altissimo?”. I versetti che adesso leggiamo danno voce a quel tumulto che si agita nella coscienza di chi è stato convocato: è un popolo intero? Qui è il profeta che si presenta nella prima persona singolare come se nel suo vissuto personale potesse interpretare quella situazione di disagio in cui versa il popolo intero che deve rispondere a questa convocazione. E qui adesso vengono citati diversi spunti che ipoteticamente varrebbero come motivi di giustificazione.
Mi presenterò a lui con olocausti,
con vitelli di un anno? (forse vuole qualche sacrificio in più, mi prostrerò, perché già in partenza l’interlocutore convocato, un popolo e il profeta in prima persona, non può far altro che arrendersi. “Mi butterò ai suoi piedi, farò valere qualche sacrificio in più che sarò sempre in grado di offrire”) Gradirà il Signore
le migliaia di montoni
e torrenti di olio a miriadi (in realtà il Signore non vuole questo, non vuole qualche montone)? Gli offrirò forse il mio primogenito (pur di giustificarsi gli immolerò mio figlio primogenito che era una pratica tragica di culto presente nella tradizione cananea. Forse vuole questo? Una situazione di disordine, di confusione interiore, disorientamento nelle coscienze) per la mia colpa,
il frutto delle mie viscere
per il mio peccato (pur di venire a capo di una situazione che già appare clamorosamente meritevole di una condanna; come potrò giustificarmi?)?
Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono
e ciò che richiede il Signore da te:
praticare la giustizia,
amare la pietà,
camminare umilmente con il tuo Dio”. Forse avete presente questo versetto che sintetizza tante cose: “vedi uomo (Adamo) che il Signore non chiede questo, non ha mai chiesto questo, né è contento per qualche vitello in più; non pensare in questo modo di espiare la tua colpa. Il Signore cerca te, la relazione a tu per tu rispetto alla quale sei venuto meno. Il Signore non cerca cose tue, cerca proprio te; e, come è vero che Lui si è impegnato con te, si aspettava che tu ti impegnassi con Lui, che ti mettessi in gioco, consegnassi te stesso, che tu ci fossi col tuo vissuto nella relazione con Lui. Quindi: “praticare la giustizia,
amare la pietà,
camminare umilmente con il tuo Dio”. Nel Salmo 50, in un contesto analogo a questo c’è un’espressione che poi viene ripresa in lungo e in largo nell’Antico e nel Nuovo Testamento: “il sacrificio di lode” che è un sacrificio nel quale colui che offre consegna se stesso; il contenuto dell’offerta è esattamente l’offerente. In Signore cerca te e continua a cercarti in una situazione derelitta, tragica, di sconfitta come l’attuale. Il Signore non cerca scappatoie per superare il problema; nella situazione critica cerca te con il tuo problema, con il tuo dramma, con la tua sconfitta, con il tracollo a cui non sfuggirai, con la tua miseria. Cerca te.

Contro la città

Vv. 9-16: “La voce del Signore grida alla città (qui sarebbe Samaria; non è meglio precisata anche perché il testo – che originariamente senz’altro era indirizzato a Samaria – è stato ripreso e rielaborato in un contesto nel quale la città è la città per antonomasia, cioè Gerusalemme, capitale del regno meridionale)!
Ascoltate tribù
e convenuti della città (qui è la capitale del regno di Israele e coloro che vi sono convenuti, gente che abita a Samaria da tempo o che approfitta dei vantaggi che la capitale mette a disposizione dei propri cittadini, perché la capitale è la centrale degli imbrogli; inurbarsi e trovare dimora all’interno di quell’agglomerato urbano significa poter utilizzare degli espedienti per la sopravvivenza empirica e, in prospettiva, un certo benessere e un certo successo): Ci sono ancora nella casa dell’empio
i tesori ingiustamente acquistati
e le misure scarse, detestabili (non è forse vero che qui ci sono ricchezze che sono state accumulate nella maniera più infame)?
Potrò io giustificare
le false bilance
e il sacchetto di pesi falsi?
I ricchi della città sono pieni di violenza
e i suoi abitanti dicono menzogna”. C’è di mezzo la categoria sociale dei benestanti, dei ricchi, degli arricchiti, ma è tutto l’impianto della città che è corrotto; gli abitanti di Samaria dicono menzogne.
Anch’io ho cominciato a colpirti,
a devastarti per i tuoi peccati.
Mangerai, ma non ti sazierai,
e la tua fame rimarrà in te;
metterai da parte, ma nulla salverai
e se qualcuno salverai
io lo consegnerò alla spada.
Seminerai, ma non mieterai,
frangerai le olive, ma non ti ungerai d’olio;
produrrai mosto, ma non berrai il vino”. La contestazione nei confronti di Samaria, la capitale del regno, è serrata e il dramma che emerge in primo piano è quello di un impegno dedicato a tante attività, il lavoro degli uni e degli altri, ma tutto questo rimane senza frutto e se ne avvantaggiano soltanto i nemici. Gli avvenimenti che sono in corso dimostrano come siano davvero del tutto smentite le illusioni fantastiche, ma anche pericolose, di coloro che fanno appello al valore della città come garanzia di sopravvivenza in nome dell’ingiustizia che la città ha utilizzato come la sua bandiera, il suo strumento di potere; in realtà quella città diventa proprio il luogo in cui si precipita nel baratro di un’esperienza dolorosissima, l’esperienza di un lavoro inutile, senza benefici, che non ha riscontri di ordine materiale, civile, sociale.
V. 16: “Tu osservi gli statuti di Omri (Omri è il capostipite di una dinastia; figlio di Omri fu Acab che sposò Gezabele, la principessa fenicia; bisogna andare indietro di un secolo. Contemporaneo di Achab è Elia, il grande profeta. Queste figure sono emblematiche di una corruzione pubblica che ha assunto l’aspetto di un’idolatria di stato) e tutte le pratiche della casa di Acab,
e segui i loro propositi,
perciò io farò di te una desolazione,
i tuoi abitanti oggetto di scherno
e subirai l’obbrobrio dei popoli”. Questo per quanto riguarda la città, Samaria, capitale del regno e i suoi abitanti; tutta la popolazione è coinvolta in questo strazio. Non dimenticate mai: tutto questo, che è il contenuto della denuncia, in realtà conferma l’intensità, l’appassionata gratuità, l’inesauribile volontà d’amore per cui il Signore ha fatto alleanza con il suo popolo.

Nello sfascio generale, il profeta guarda il Signore

Cap. 7, vv. 1-7. Risuona un lamento: ahimè: “Ahimè! Sono diventato
come uno spigolatore d’estate (è ancora la voce del Signore e lo sviluppo assume un’intonazione più patetica della requisitoria; ma è anche vero che qui sembra proprio che sia più che mai implicato in prima persona il nostro profeta. E’ la voce del Signore, ma è come se la voce del profeta, che parla in suo nome, riecheggiasse insieme con il lamento che scaturisce dalla profondità del Mistero, dal segreto, dall’intimità della vita di Dio: il profeta in realtà non ha altre parole sue, altra voce sua, altro modo suo se non mettere a disposizione il suo proprio lamento perché esso diventi sacramento di quel lamento che scaturisce dal grembo del Dio vivente. Il Signore, attraverso il profeta, attiva una ricerca mirata a trovare finalmente interlocutori), come un racimolatore dopo la vendemmia (vediamo se c’è ancora qualche grappolo)! Non un grappolo da mangiare (non c’è nessuno), non un fico per la mia voglia (insiste nella ricerca, vorrebbe qualcuno con cui poter intendersi). L’uomo pio è scomparso dalla terra,
non c’è più un giusto fra gli uomini:
tutti stanno in agguato
per spargere sangue;
ognuno dà la caccia con la rete al fratello (lo sfascio è proprio generale, le relazioni più significative sono rinnegate, la fraternità è abolita; qui sono implicate direttamente e in maniera particolarmente preoccupante le autorità che svolgono un ruolo pubblico ed esemplare nel contesto di una situazione così precaria). Le loro mani son pronte per il male;
il principe avanza pretese,
il giudice si lascia comprare,
il grande manifesta la cupidigia
e così distorcono tutto.
Il migliore di loro non è che un pruno,
il più retto una siepe di spine (aspettano solo di essere incendiati). Il giorno predetto dalle tue sentinelle,
il giorno del castigo è giunto,
adesso è la loro rovina.
Non credete all’amico (anche il valore sacro dell’amicizia è rinnegato), non fidatevi del compagno.
Custodisci le porte della tua bocca
davanti a colei che riposa vicino a te (tua moglie, colei che riposa sul tuo seno).
Il figlio insulta suo padre,
la figlia si rivolta contro la madre,
la nuora contro la suocera
e i nemici dell’uomo
sono quelli di casa sua”.

Il v. 7 costituisce una specie di impennata nel contesto della requisitoria, ma è anche il versetto che la conclude.
“Io (va messo in evidenza) volgo lo sguardo al Signore
spero nel Dio della mia salvezza,
il mio Dio m’esaudirà”. Non c’è più nessuno? C’è questo profeta anonimo che resta nella sua solitudine aggrappato a quella inesauribile fedeltà che è custodita nel Dio vivente. Il profeta, educato nella auscultazione dei battiti prodotti dal cuore del Dio vivente, diventa l’eco di quel dolore percepito nel segreto di Dio: “ahimè!”, così si apriva il brano nel v. 1 del cap. 7.
E’ già un accenno a un’intonazione della predicazione profetica che assumerà un rilievo grandioso nel corso delle generazioni successive: il grande profeta testimone della voce dolente che scaturisce dal grembo del Dio vivente è Geremia, ma bisogna aspettare circa un secolo.
Il profeta è direttamente in contatto con questa rivelazione del dolore nel mistero del Dio vivente; e quel dolore – che esplode alla maniera di una requisitoria che denuncia e mette in evidenza il fallimento di tutto un percorso storico – porta in sé la conferma di un’irrevocabile volontà d’amore. Qui è soltanto un accenno, ma è importante coglierlo.
Col v. 7 il deutero-Michea è finito: il deutero-Michea chissà chi era, chissà dove è finito, è sparito. Ha come intuito e completato il suo ministero. E poi gli assiri fanno man bassa di tutto: è il tracollo, la fine di un’epoca.

E si inserisce – come se fosse aggrappato al v. 7 – un testo che certamente non può essere attribuito a quell’anonimo profeta che abbiamo denominato deutero-Michea. Siamo in un’epoca successiva, nel VI secolo, al tempo dell’esilio, del ritorno dopo l’esilio (non siamo alle prese con la Siria, ma con Nabucodonosor, re di Babilonia), della deportazione che si conclude con l’editto di Ciro il Persiano, nel 538. La predicazione di Michea viene riletta – come capita anche a noi – e ri-meditata.

Samaria ammonisce Gerusalemme

Vv. 8-10: “Non gioire della mia sventura,
o mia nemica!”. E’ quella città a cui il deutero-Michea si riferiva precedentemente, Samaria, che sgrida l’altra città rivale, la capitale del regno di Giuda, Gerusalemme per dire: “guarda che quello che capita a me capiterà anche a te”; i dati della storia successiva lo confermeranno. Samaria si rivolge a Gerusalemme in atteggiamento penitenziale e mentre sgrida la capitale del regno di Giuda, Gerusalemme, in realtà le sta annunciando il disastro a cui anch’essa andrà incontro; quel disastro di cui il profeta, che si rivolge a noi attraverso questo testo, è stato spettatore e vittima.
Se son caduta, mi rialzerò;
se siedo nelle tenebre,
il Signore sarà la mia luce (vedete come Samaria, che è già un ammasso di rovine da tanto tempo, è in grado di rivolgere a Gerusalemme un insegnamento: “non hai capito che stai facendo la mia stessa fine”; ed è proprio Samaria, ammasso di rovine, che rivendica per sé il superamento pieno e definitivo della sua sconfitta, l’annuncio di una nuova creazione, la luce che splende nelle tenebre; quello che poi non avviene per Samaria se non in epoca molto successiva e con vicissitudini un po’ singolari, ma quello che invece avviene certamente per Gerusalemme). Sopporterò lo sdegno del Signore
perchè ho peccato contro di lui (un atteggiamento penitenziale),
finchè egli tratti la mia causa”. Qui di nuovo, nel v. 9, questo “trattare la causa”; “a forza di contestarmi il Signore mi renderà ragione”. Vuol dire che Samaria dichiara ormai, una volta che il disastro è avvenuto, di essersi arresa; sconfitta come è, è consegnata a quell’iniziativa di cui il Signore è stato protagonista; è Lui che è entrato in scena, ha gridato e strepitato in maniera così dirompente: tutto questo, dice ancora il v. 9, “finchè mi faccia uscire alla luce
e io veda la sua giustizia”, dove la sua colpa non è più motivo di condanna ma è motivo di quella contestazione che fa di Samaria una creatura liberata, illuminata, redenta.
La mia nemica (Gerusalemme)
lo vedrà
e sarà coperta di vergogna,
lei che mi diceva:
«Dov’è il Signore tuo Dio?» (tra l’altro a Gerusalemme è coinvolto, nel periodo storico che consideravamo poco prima, Isaia e così Michea; leggevamo gli oracoli il mese scorso. Ma qui ormai siamo andati avanti nel tempo. Anche a Gerusalemme capiterà di fare i conti con questa desolazione irreparabile: Gerusalemme ridotta a un cumulo di macerie).
I miei occhi gioiranno nel vederla
calpestata come fango della strada (non bisogna spaventarsi troppo per la ferocia di queste dichiarazioni perché tutto qui fa riferimento a quella rivelazione della serietà rigorosissima con cui il Signore rivendica il diritto di innamorato nei confronti della creatura che l’ha tradito. Un popolo? Una città?

Speranza di riscatto

Vv. 11-13: “E’ il giorno in cui le tue mura
saranno riedificate; 
in quel giorno più ampi saranno i tuoi confini;
in quel giorno si verrà a te
dall’Assiria fino all’Egitto,
dall’Egitto fino all’Eufrate,
da mare a mare, da monte a monte (vedete come l’annuncio di un giorno nel quale sarà ricostruita la città, con le sue mura, fa tutt’uno con l’annuncio di un ritorno che coinvolge non soltanto gli antichi abitanti che ritrovano la strada per recarsi alla città e trovare in essa dimora, ma un ritorno che poi coinvolge la moltitudine umana, in una prospettiva ecumenica, amplissima).
La terra diventerà un deserto
a causa dei suoi abitanti,
a motivo delle loro azioni (nel senso che quella città diventa il luogo di coagulo che consente all’umanità intera di trovarsi in obbedienza all’iniziativa d’amore che sta all’origine di tutto, nell’intenzione di Dio; e, d’altra parte, la terra, schiacciata alla maniera di un deserto dagli uomini che l’hanno invasa, occupata e che la vogliono strumentalizzare, resterà abbandonata a se stessa, desolata. Tuttavia qui si parla della città in termini anonimi come se fosse Samaria; questo vale per Gerusalemme e questo vale per la città degli uomini che è ormai dotata, stando a questa rilettura profetica degli eventi, di una sua propria valenza sacramentale).

L’umanità scopre il suo Pastore

Vv. 14-17: “Pasci il tuo popolo con la tua verga,
il gregge della tua eredità,
che sta solitario nella foresta
in mezzo ai giardini;
pascolino in Basàn e in Gàlaad
come nei tempi antichi (è sempre la città che invoca l’intervento del pastore).
Come quando sei uscito dall’Egitto,
mostraci cose prodigiose (il pastore che, al tempo dell’esodo, compì gesti straordinari).
Vedranno le genti e resteranno deluse
di tutta la loro potenza.
Si porranno la mano sulla bocca,
i loro orecchi ne resteranno assorditi.
Leccheranno la polvere come il serpente,
come i rettili della terra;
usciranno tremanti dai loro nascondigli,
trepideranno e di te avranno timore (la città che è ormai passata attraverso il disastro clamoroso fa appello al pastore, è il pastore che interverrà con la sua verga e sarà in grado di colpire il serpente, schiacciare il serpente; ancora una volta non è la profezia del riscatto per la città, Samaria, o Gerusalemme, che sarà distrutta e devastata a più riprese: qui è in questione il criterio interpretativo della storia umana che, passando attraverso disastri clamorosi, sta scoprendo a quale pastore appartiene.

Certezza nella fedeltà di Dio

Vv. 18-20: “Qual dio è come te,
che toglie l’iniquità e perdona il peccato (è sempre la città che si esprime in questi termini e vedete, qui, un attestato di fiducia piena e trasparente, proprio affettuosissima fiducia di chi si abbandona al rapporto con la presenza gratuita e originalissima del Dio vivente) al resto della sua eredità;
che non serba per sempre l’ira,
ma si compiace d’usar misericordia?”. “Quale Dio è come te; tu sei incomparabile per quanto ti manifesti a noi, con l’irruenza della tua requisitoria accusatrice, con lo sbuffo della tua collera contestativa, ribadendo la tua intenzione di litigare, sei incomparabile nel perdono, sei incomparabile nella misericordia”.
Egli tornerà ad aver pietà di noi,
calpesterà le nostre colpe.
Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati (le nostre colpe affogate: è un’immagine che rievoca il racconto che leggiamo nel cap. 14 dell’Esodo, laddove il faraone, i cavalieri e i carri sono gettati nel mare).
Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà,
ad Abramo la tua benevolenza,
come hai giurato ai nostri padri
fino dai tempi antichi”.
La certezza che rimane incrollabile riguarda la fedeltà di Dio alle promesse che egli rivolse ai patriarchi anticamente, nonostante tutto quel che è successo e sta succedendo. Il disastro nel quale è travolta la città, e poi un regno e un popolo, una generazione, un’altra e un’altra; tutto questo non invalida il valore di quelle promesse; questa storia così dolorosa porta in sé la rivelazione di un dolore che, nel segreto di Dio, è già portatore di una fecondità inesauribile nell’amore, che fa sorgere la luce nelle tenebre e fa di un’umanità derelitta, sconfitta e meritevole di condanna come la nostra, una creatura chiamata a maturare nella sapienza dell’amore.

2.11.2010
http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 22/07/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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