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Nicaragua, spari contro i sacerdoti. La Chiesa prosegue il dialogo

Nuove manifestazioni (senza vittime) nel weekend della popolazione che chiede elezioni anticipate al presidente Ortega, il quale fa sapere di non avere intenzione di dimettersi. Accuse di crimini efferati contro i cittadini e il rischio di una guerra civile

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SALVATORE CERNUZIO
http://www.lastampa.it/2018/07/24/vaticaninsider


«No tienes el perdón de Dios! No tienes el perdón de Dios!». Le grida di una donna ai militari che sparavano contro un gruppo di cinque tra sacerdoti e francescani che marciavano pacificamente per le strade alla periferia di Juigalpa facendo da scudo umano alla popolazione, tenendo le mani strette tra loro oppure in alto in segno di disarmo, sono uno dei momenti più drammatici di uno dei recenti video sul Nicaragua che circolano in queste ore sul web. E che rappresentano, insieme a foto e tweet-appelli di vescovi, sacerdoti e giornalisti, l’unica finestra sul mondo di questa grave crisi che affligge dal 18 aprile il Paese centroamericano e che preoccupa fortemente la Santa Sede, andando di fatto a smentire le fake news che il presidente Daniel Ortega vorrebbe imporre all’opinione pubblica internazionale.

A diffondere il filmato è stato un predicatore cattolico nicaraguense, Edgardo Castellanos, sulla sua pagina Facebook, accompagnato dalla didascalia “Oremus por Nicaragua” e dai commenti di oltre 300 utenti che, esausti da questo clima di violenze e paura, domandano quantomeno il rispetto della Chiesa e dei suoi rappresentanti. Quelli che Ortega ha definito pubblicamente «criminali» e «cospiratori» durante le celebrazioni del 39° anniversario della rivoluzione sandinista, complici di presunte «manovre golpiste» a suo danno, additati anche dai media filogovernativi come principali responsabili della instabilità della nazione.

Da parte loro i vescovi, primo fra tutti il presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Leopoldo Brenes, denunciano all’unanimità una vera e propria «persecuzione» nei confronti della Chiesa. «La Chiesa è perseguitata in varie parti del mondo oggi, fa parte della chiesa, che è sempre stata perseguitata. Noi non siamo estranei a questo», ha detto il porporato alla stampa locale.

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Suore in preghiera davanti alle truppe militari a Managua

Persecuzione che si traduce in botte e spari ai sacerdoti e ai frati che prestano soccorso nelle parrocchie da parte dei gruppi paramilitari, le cosiddette “Turbas”, o che manifestano per strada insieme alla popolazione, oppure nella devastazione e profanazione di chiese ed edifici di culto (sette finora quelli assediati). A riprova di questo ci sono le immagini della parrocchia della Divina Misericordia a Managua (anche esse diffuse sui social), assaltata per circa diciassette ore per aver aperto le porte agli studenti della vicina Universidad Nacional Autònoma de Nicaragua (600 km) colpevoli di essersi opposti al governo. Fotografie di proiettili che hanno forato vetrate, muri, panche, pure il grande quadro che rappresenta il Gesù di santa Faustina Kowalska, poi ostie distrutte e gettate a terra, chiazze di sangue sul pavimento. Tanto che il cardinale Brenes ha deciso di celebrarvi una “Eucarestia di riparazione” due giorni fa.

Le violenze trovano la loro corrispondenza verbale nelle continue invettive del presidente – arrivato anche a parlare di «demoni» interni alla Conferenza episcopale – che denuncia un tentato «golpe» dopo la richiesta dei vescovi in una lettera di esaudire la richiesta della popolazione e dimettersi, dopo undici anni di potere, con accuse di abusi e corruzione, anticipando le elezioni del 2021 al marzo 2019. Cosa che il presidente sandinista non ha alcuna intenzione di fare come ha dichiarato proprio oggi in una intervista a Fox News: «Il nostro mandato elettorale si concluderà con le elezioni del 2021 quando ci sarà il prossimo voto», ha affermato; anticipare le elezioni, come chiede l’opposizione, significherebbe «creare instabilità, insicurezza e peggiorare le cose».

Le critiche del presidente contro i vescovi, sostenute da diversi media, non scalfiscono tuttavia la popolazione che continua a stringersi intorno ai suoi pastori e a rispondere agli attacchi con il digiuno e la preghiera. Come quella recitata all’unisono in tutta l’America latina durante le messe celebrate domenica scorsa, e che «non è mai vana» ma anzi porta frutto, come affermato da Papa Francesco in un tweet pubblicato in giornata.

Ieri, 23 luglio, i vescovi si sono riuniti invece per un nuovo – l’ennesimo – incontro per capire in che modo portare avanti le trattative del Dialogo nazionale nel ruolo di «mediatori» con la società civile. Ruolo conferitogli dallo stesso governo nei primi mesi in cui ancora non si poteva presagire questo crollo della situazione socio-politica del Paese che piange oggi la morte di oltre 350 persone, perlopiù giovani studenti. L’incontro, hanno fatto sapere i vescovi senza tuttavia rilasciare alcun comunicato finale, è stato «molto impegnativo». Dagli ultimi interventi dei singoli membri della Conferenza episcopale – riporta l’agenzia vaticana Fides – è stato comunque ribadito che, nonostante la situazione sempre più difficile, il Dialogo deve continuare in quanto unica via democratica per vivere in pace nel Paese. I presuli si incontreranno una seconda volta questa settimana per analizzare più approfonditamente la situazione di tensione e per valutare l’opportunità di continuare ad essere mediatori nel Dialogo, che sembra essere portato avanti unidirezionalmente.

Intanto nel Paese tra sabato e domenica migliaia di persone sono scese nelle strade della capitale o dei vicini comuni per manifestare contro il regime; fortunatamente non si sono registrate vittime e gli studenti hanno annunciato una nuova marcia per oggi.

Nelle stesse ore sono giunte allarmanti denunce da parte della Commissione interamericana per i diritti dell’uomo (Cidh) che parla di «omicidi, esecuzioni extragiudiziali, maltrattamenti, torture e detenzioni arbitrarie perpetrati contro la maggioranza della popolazione giovane del Paese». Dichiarazioni pesanti che fanno il paio con le accuse lanciate da una suora nicaraguense, Xiskya Valladares , filologa e giornalista, che sempre a Fides elencava le efferatezze commesse dall’esercito governativo e dalle “Turbas”, di cui è informata «attraverso contatti personali e fonti che non posso rivelare per motivi di sicurezza, oltre alle informazioni che mi arrivano via Twitter e che confermo con i miei contatti».

«Hanno sparato a bruciapelo su cittadini che marciavano pacificamente per le strade – ha detto la religiosa – hanno sparato a bambini, hanno commesso sacrilegi nelle chiese, hanno ferito un vescovo, hanno arrestato tante persone senza ordini giudiziari, le hanno torturate, sono entrati di casa in casa con una lista in mano, per portare via simpatizzanti antigovernativi. Anziani, donne, bambini, uomini: nessuno si salva oggi in Nicaragua. Sono crimini di lesa umanità in piena regola».

E il rischio, ormai sempre più reale, come paventato anche dal senatore statunitense Marco Rubio, è che le manifestazioni di piazza si trasformino in una «guerra civile » a tutti gli effetti.

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Questa voce è stata pubblicata il 24/07/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , .

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