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Lectio sul Libro del Profeta Geremia – Introduzione

XVI-XVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)


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Lectio sul Libro del Profeta Geremia – Introduzione

Chi è Geremia?

Dobbiamo rifare il punto sulla storia e comprendere così meglio il profeta Geremia. Siamo verso la fine del VII secolo; il regno di Giuda dopo un periodo di passività riprende coraggio, infatti il grande nemico, l’Assiria, è crollato, e come re c’è un uomo religioso ed aperto alle riforme: Giosia, che scuote il popolo dal torpore religioso, politico e sociale nel quale anni di dominazione lo avevano gettato. Giosia, però, muore prematuramente in una battaglia e con lui muoiono i sogni di indipendenza e di riforma. Come spesso accade, il suo successore, suo figlio Ioakim, è il contrario del padre; anche la scena internazionale cambia, all’orizzonte abbiamo la forza emergente di Babilonia. Ioakim non ha la saggezza necessaria per comprendere il tipo di politica da fare, quella del realismo e, nonostante le parole del profeta Geremia, porta il popolo alla rovina che troverà la sua conclusione nell’esilio del popolo e nella distruzione di Gerusalemme.

Geremia nasce nel 645, la sua vita è segnata dalla persecuzione e si tenta perfino di assassinarlo. Chiamato a vivere la sua profezia come opposizione ad un potere incapace di pensare al bene del popolo, soffre la solitudine di chi comprende e proclama la verità.

Geremia a me pare il segno dell’uomo che ha il coraggio di far entrare nella propria esistenza l’infinito. Forse in questo coraggio sta tutta la sua attualità. L’odierna situazione sociale e politica somiglia molto a quella che vede protagonista il profeta Geremia, spesso siamo oppressi dalla considerazione che nella gestione della politica mancano le idee, e tutti noi ci siamo incontrati con un sistema di cose che mortifica chi vuole costruire restando fedele ad un’idea o ad una fede ed esalta chi si arrangia nell’arte dei compromessi piccoli e grandi. Oggi come ieri costa essere profeti, l’esperienza di Geremia ci indica anche, però, che non è facoltativo esserlo.

La sua identità profonda

“Prima di formarti nel seno di tua madre, prima che tu uscissi dal suo ventre io ti conoscevo; io ti ho consacrato, io ho fatto di te un profeta per le nazioni” (Ger 1,5). Queste parole sono la premessa di tutta la profezia; essa è costitutiva dell’essere di Geremia, o lui è profeta o non lo è; la profezia è necessaria alla sua vita come il sangue che scorre nelle sue vene e la vocazione è prendere coscienza di questa sua identità profonda.

L’essere profeta ha la sua fonte in Dio ed è dalla fonte che la profezia prende la sua efficacia. Geremia dice: “Ah! Signore Dio, io non saprei parlare, io sono troppo giovane” (Ger 1,6), così manifesta una sua impossibilità oggettiva, infatti ci voleva un’età di almeno 30 anni per partecipare alla vita pubblica. Dio riprende le parole di Geremia, comprende la difficoltà che la vita spesso pone alla profezia, non nega questo; ma domanda di credere che chi ti chiama riesce a renderti forte per superare la difficoltà.

Non è questione di avere un’autorità che viene dalle cose, l’età, le conoscenze; ma un’autorità che sta nelle cose che si dicono e nella vita che si fa: “Non dire: io sono troppo giovane. Dovunque io ti invio tu devi andare, tutto quello che io ti comando lo devi dire, non avere paura di nessuno, io sono con te per liberarti (…). Sappi che io oggi ti do autorità sulle nazioni e sui re per sradicare e piantare, per mandare in rovina e per demolire, per costruire e per piantare” (Ger 1,7.10).

Colui che vigila

Che deve fare concretamente Geremia? Sempre al capitolo 1 nei vv. 11 e 12, abbiamo la famosa visione del mandorlo fiorito. Dio domanda a Geremia di descrivere ciò che vede e lui risponde che vede un mandorlo fiorito. Dio continua dicendo: hai visto bene, sono io che veglio sulla mia parola. La frase si comprende se si pensa che “mandorlo fiorito” si dice in ebraico ‘shaqèd’ e “colui che vigila” ‘shoqèd’. È un gioco di parole che può essere interpretato in più modi, la spiegazione che mi sembra più significativa è quella che fa riflettere sul fatto che a livello di suono non c’è tanta differenza fra shaqèd e shoqèd, ma a livello di contenuto! Vivere la profezia è essere capaci di vedere Dio che vigila sulla storia, attento al compiersi della sua parola, anche quando l’esperienza delle cose che vediamo ci dice tutt’altro.

Ritorna ancora il punto cruciale della profezia, insegnare e guardare la storia come storia di salvezza; sia la propria storia personale e sia quella dell’umanità. C’è spesso nelle nostre assemblee cristiane un frettoloso accodarsi a quelli che indicano i tempi che viviamo come tempi sui quali piangere. C’è tutto un precipitarsi a redigere certificati di morte per la storia che viviamo; forse potremmo con più attenzione ripensare la nostra condizione di cristiani, e quindi profeti, nel mostrare e nel creare segni di fiducia nella presenza di Dio.

Non è quello che fanno i tanti che invitano alla speranza e che silenziosamente lottano contro la disperazione? Si dirà: “ma stiamo parlando di uomini fuori dalla norma, uomini che vanno diritti per la loro strada. Sono cose belle, ma bisogna essere realisti…”, “La profezia… sarebbe bello, ma…”. Non è raro sentire giovani che un po’ maledicono una visione della vita che li allontana dal compromesso, sono giovani che tante volte hanno la vita più difficile degli altri.

Vorrei che insieme pensassimo a quelle parole del profeta quando dice: “Signore tu hai abusato della mia semplicioneria, sì io ero proprio uno stupido: tu con me sei ricorso alla forza e sei arrivato a realizzare i tuoi fini. Tutto il giorno io sono messo in ridicolo, tutti si prendono gioco di me (…) a causa della parola del Signore” (Ger 20,7.8b). Se ci proviamo non riusciamo a contare quante volte noi ne abbiamo pronunciate di simili e quante volte attorno a noi le abbiamo sentite pronunciare. Quando sentiamo parole così, ci è difficile trovare delle risposte: davanti alla lacerazione prodotta dalla percezione che non è l’applauso il risultato di una vita fedele, aperta alla verità o, come dicevamo, all’infinito, non ci sono parole.

Geremia trova una risposta, ed è quella che gli viene dalla fede, fede che immediatamente nasce dalle lacrime e sboccia nella lode: “Signore onnipotente, tu che esamini i giusti, tu che vedi i sentimenti e i pensieri, io vincerò, perché a te io rimetto la mia causa. Cantate al Signore, lodate il Signore che libera la vita dei poveri dalla mano dei malfattori” (Ger 20,12- 13). Siamo come arrivati sull’orlo dell’abisso: dopo aver incontrato ormai tanti profeti ed aver cercato in loro una traccia per la nostra vita, comprendiamo che la profezia è una questione di fede. Cresce in noi il seme della profezia, quando la contraddizione dell’esistenza non ci porta alla tristezza, ma apre il nostro cuore, diventato silenzioso, alla certezza che Dio non si prende gioco di noi; da questa certezza nasce la gioia che diventa lode.

Che Dio non si fa gioco di noi è possibile crederlo, basta guardare una croce; anche lì troviamo la storia di una giustizia che viene distrutta e di un cuore che viene squarciato. Anche lì ascoltiamo il grido doloroso: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” ed anche lì quelle parole sono le prime di un salmo che si conclude sotto il segno della speranza.

Contributo di LUIGI VARI, biblista

Una voce profetica nella città

La “voce profetica di Geremia” è una delle figure più significative di tutta la storia della religiosità. Il termine “voce” indica qualcosa di umano, di udibile, mentre l’aggettivo “profetica” allude al fatto che pronuncia parole di Dio, minacciose o consolatorie, tese comunque a convertire i cuori degli uomini a convertire la città.

Geremia, dolente e affettuoso amico di Dio, ricco di veemente passione d’amore per Colui che lo ha chiamato a essere la sua voce in mezzo al popolo, è un grande solitario. Incompreso e perseguitato, non accettato nemmeno dai membri della sua famiglia, non si sposerà né sarà padre; incarcerato e torturato per i suoi oracoli mandato in Egitto, morirà in terra lontana e non ci sarà notizia di una sua tomba. Ma non era, per natura, un solitario o un duro. Gli fu imposto di esserlo da una forza esterna violenta che lo assillava, lo attanagliava, voleva adesione totale perché aveva bisogno della sua solitudine come mezzo di azione in seno al popolo del Regno di Giuda. Questa forza era la Parola. Non c’è profeta che evochi la parola di Dio e il modo divino di agire con la dolorosa precisione di Geremia: «Da quando trovai le tue parole, le divorai … La tua Parola è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno». Egli stesso sarà un fuoco che divorerà il popolo recalcitrante.

Vissuto nel periodo tragico in cui si preparò e si compì la rovina del Regno di Giuda, è inviato «per sradicare e demolire, distruggere e abbattere»; pur volendo la pace – nella sua naturale mitezza e sensibilità – deve lottare contro i suoi, contro i re, i sacerdoti, i falsi profeti. La sua solitudine è strettamente legata, dunque, al contenuto del messaggio che gli è affidato: l’essere o il non essere di tutto dipende da Dio. Lacerato dalla missione affidatagli impotente a sottrarvisi, Geremia viene purificato proprio da questa sofferenza e, nel contatto interiore con Dio, la sua comprensione dell’ importanza del cuore nel rapporto di fede e nell’obbedienza all’ alleanza lo porta ad abbandonarsi totalmente al Signore, a sperare contro ogni speranza in un futuro di riconciliazione dell’umanità con Dio.

Gli oracoli pronunciati contro le false sicurezze in campo politico e in campo religioso, e gli oracoli contro tutte le nazioni devono aprire i cuori a una nuova alleanza, ben più ampia della prima.

Noi semplicemente proveremo ad approfondire alcune stupende pagine del profeta particolarmente utili a questo nostro percorso di Lectio. Sarebbe meraviglioso, aiutati anche da questo percorso, mettere ordine nelle nostre vite, l’ordine voluto dal Signore, che l’uomo non capisce e a cui non sa aderire perché non è libero. E trovare la volontà di Dio nel contesto di una città divisa, idolatrica, smarrita, umiliata, ferita com’era Gerusalemme al tempo di Geremia e come sono oggi le nostre città.

Che cosa significa e come si può essere ancora voci profetiche?

  • Ci viene offerto di riflettere sulle nostre resistenze all’azione benefica e misericordiosa del Signore;
  • sui motivi per i quali abbandoniamo Dio e il suo progetto di salvezza;
  • sui nostri peccati come tradimento dell’alleanza;
  • sulla passione di Geremia e sulla sua fedeltà indiscussa, incrollabile alla Parola;
  • sulle pagine di consolazione del profeta, per le quali in realtà è stato scritto tutto il Libro e che spalancano gli orizzonti a una grande e universale speranza, cioè alla nuova alleanza.
    Tutto questo è Geremia!

Forse al termine del nostro percorso, proprio come al termine del Libro del profeta, arriveremo a comprendere che l’unico atteggiamento serio e vero per l’uomo è quello di mettere i valori spirituali in primo piano, di abbandonarsi con amorevole fiducia all’ azione divina, anche e soprattutto nel dolore di un popolo e di una città, di vivere la forza e la gioia della Parola del Signore.

La scelta del Libro del profeta Geremia

– Abbiamo scelto Geremia non troppo consapevoli del fatto che sia un profeta molto difficile da capire. Cercheremo semplicemente di assaggiare qualcosa sul suo Libro che comprende 52 capitoli ed è il più lungo della Bibbia dopo quello di Isaia.

– C’è però una ragione che oggi rende prezioso questo libro: Ci accorgeremo di come il profeta Geremia abbia vissuto in tempi molto oscuri. In un certo senso ci sentiremo suoi compagni di strada perché, stiamo vivendo momenti durissimi: oltre alla situazione economica incerta, stiamo assistendo a efferati crimini contro l’umanità, persecuzioni, sommarie esecuzioni che provocano dolore, angoscia e sdegno. E pensiamo che Geremia possa aiutarci a muoverci in situazioni drammatiche e angoscianti.

– Come scrive bene padre Alonso Schökel nella prefazione alla sua traduzione di Geremia, «nessun profeta ha posto tanto della propria vita negli scritti», e quindi con la sua stessa esistenza tragica ci conforta e ci consola.

– Infine, e soprattutto, riflettere sul profeta Geremia è una delle vie per conoscere meglio Gesù. Quando Gesù chiese ai suoi discepoli: «”La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”, essi risposero: “Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”» (Mt 16, 13-14). Tra le figure che la gente istintivamente associava a Gesù c’è il profeta Geremia, non il grande Isaia o Ezechiele o Daniele.

Ovviamente non ci è possibile fare una lettura continua di tutto il Libro e dovremo accontentarci di qualche pagina. Ci siamo chiesti in qual modo risolvere il problema dell’ordine di lettura. Sarebbe possibile, ad esempio, leggere Geremia secondo uno schema biografico, seguendo le vicende della sua vita, anche se il Libro appare come un ammasso disordinato di elementi disparati. Lo schema biografico ci farebbe considerare le diverse età del profeta: da O a 18 anni (il tempo della vocazione), dai 18 ai 36 (le profezie sotto Giosia), dai 36 ai 48 (le profezie sotto Ioiakìm) e così via fino alla morte. Ma lo stesso Cardinal Martini, a cui ci riferiamo, non ritiene utile un tale ordine perché i dati sono molto generali e comunque difficilmente raccordabili al contenuto del testo.

Un’altra ipotesi è quella di seguire l’ordine cronologico degli oracoli, di cui alcuni sono datati. Ad esempio, al capitolo 1,2: «A lui fu rivolta la parola del Signore al tempo di Giosia figlio di Amon, re di Giuda, l’anno decimoterzo del suo regno». Siamo cioè nel 628 o 627 a.c. e Geremia aveva 18-19 anni. Anche al capitolo 3,6 troviamo una data, pur se molto generica: «li Signore mi disse al tempo del re Giosia», e Giosia ha regnato dal 628 al 609 a.c. Nel capitolo 14 si parla della grande siccità e ci sono alcune circostanze che fanno pensare alla fine del regno di Giosia, verso il 609. D’altra parte però, rispetto alle centinaia di oracoli che compongono il Libro, sono troppo pochi quelli datati per elaborare un ordine cronologico soddisfacente.

Era anche possibile pensare di utilizzare la linea logica, l’ordine dei testi nel Libro. Ricordiamo, in proposito, per chiarire con un paragone, il vangelo di Matteo, composto di sezioni di discorsi e sezioni di racconti: il discorso della Montagna (capitoli 5-7); racconti di miracoli (capitoli 8-9); il discorso missionario (capitolo 10); racconti vari (capitoli 11-12) ecc. li Libro di Geremia è stato redatto secondo una sequenza di questo tipo: una prima sezione di discorsi (capitoli 1-25 di oracoli); una sezione narrativa (capitoli 26-29); un’altra serie di discorsi, tra cui sottolineo quello della nuova alleanza (capitoli 30-33); di nuovo una sezione narrativa dovuta soprattutto al segretario Baruc (capitoli 34-45); una sezione di discorsi (capitoli 46-52). Quindi abbiamo tre sezioni di oracoli, separati da due sezioni narrative. Questa tuttavia è la sola cosa certa che si può dire dell’ordine logico delle parole del profeta; se si cerca invece un ordine logico all’interno delle sezioni, è praticamente impossibile trovarlo.

In conclusione, ci è sembrato di dover paragonare il Libro a un insieme di tessere di mosaico, che non sono mai state composte, per cui si trovano tessere di un colore dove ci vorrebbero quelle di un altro e viceversa. Ogni pezzo, ogni tessera ha la sua bellezza e però è difficile contemplare un disegno di insieme. Oppure possiamo paragonare le pagine che vanno sotto il nome del profeta Geremia a una cava di diamanti ammucchiati; bisogna trarli fuori e ordinarli. Mi sembra addirittura impossibile poter fare una «lectio continua» di Geremia, che abbia un ordine logico preciso. Noi allora leggeremo il Libro così come si utilizza una cava di perle o di pietre preziose, prendendo via via quelle che ci attirano, che ci attraggono, che ci parlano. L’ordine che seguiremo è semplicemente quello che ci aiuterà a farci un’idea della complessità della vita di Geremia e del suo tempo, della complessità della vita, in cui tutti siamo chiamati a cercare la volontà di Dio. Ci sono dei bellissimi oracoli di Geremia sulla purificazione del cuore – ricordiamo che Geremia è un grandissimo poeta! -; ne abbiamo altri che ci manifestano la volontà di Dio.

Tutti noi davanti alla Parola di Dio, dovremmo lasciare risuonare la domanda: Che cosa Dio mi chiede oggi e in quale modo devo purificare il cuore, la mente per conoscere la sua volontà e compierla con amore? Ci piace immaginare il cammino che compiremo come una bella passeggiata in un bosco pieno di alberi sconosciuti, di uccelli di ogni specie e di ogni colore; è il bosco delle immagini di Geremia e coglieremo ora un fiore, ora un frutto, ora ci fermeremo a guardare un albero o un uccello, familiarizzando a poco a poco con la vita e la figura di questo straordinario profeta.

(cfr Una voce profetica nella città ed PIEMME)

Comunità Padri Barnabiti di Santa Maria al Carrobiolo – Monza – http://www.carrobiolo.it

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Questa voce è stata pubblicata il 25/07/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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