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Lectio sul Profeta GEREMIA – Carrarini (1)

XVI-XVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

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GEREMIA DI ANATOT
LA PASSIONE E IL CORAGGIO DI UN PROFETA (1)
Lettura biblica e attualizzazione
a cura di Don Sergio Carrarini


Chagall - Profeta Geremia.jpg

Marc Chagall, Il profeta Geremia , 1968

PROFETA IN UN TEMPO DI CRISI

Per cogliere il messaggio e la figura del profeta Geremia, dobbiamo collocarlo nelle vicende del suo tempo, alle quali la sua vita e il suo messaggio sono strettamente legati. Richiamiamo solo qualche avvenimento più importante, ricordandoci che si tratta sempre del Medio Oriente e di quei popoli, le cui tormentate vicende riempiono ancora oggi le cronache dei mezzi di informazione.

1. Un secolo di grandi sconvolgimenti (2Re 21-25)

Gli avvenimenti militari, politici e religiosi che hanno caratterizzato il periodo storico che va dal 687 a.C. (ascesa al trono di Manasse, re di Giuda) fino al 587 a.C. (distruzione di Gerusalemme da parte dei Babilonesi) sono descritti nel Secondo Libro dei Re, capitoli 21-25. (…)

Secondo la biografia redatta da Baruc (attento scriba, fedele discepolo di Geremia e profeta lui stesso) Geremia è stato profeta per 40 anni ed ha vissuto intensamente tutte le vicende di Israele, dal tempo di Giosia fino alla distruzione di Gerusalemme e all’esilio in Babilonia. Per una tragica ironia della sorte, lui che si era schierato a favore della sottomissione ai Babilonesi (contro il partito filo egi­ziano) ed aveva scelto di non andare in esilio a Babilonia per sostenere la ripresa della vita religiosa e civile in Giuda, è morto esule in Egitto, trascinatovi proprio da quelli che aveva sempre osteggiato.

Geremia è stato veramente un profeta di un tempo di crisi ed una persona senza pace fino all’ultimo giorno della sua vita. In un significativo passo della quinta confessione dice di se stesso: “Tutto il giorno sono insultato e deriso perché annuncio la tua parola, o Signore! Ma quando mi sono detto: Non penserò più al Signore, non parlerò più in suo nome, ho sentito dentro di me come un fuoco che mi bruciava le ossa: ho cercato di contenerlo ma non ci sono riuscito.” (20,7-9).

2. Un libro complesso e controverso (cap. 36)

Il libro di Geremia (col libretto delle Lamentazioni o “di Baruc” e la Lettera di Geremia) è uno tra i più estesi della Bibbia (52 capitoli). E’ giunto fino a noi in due versioni: quella del testo Masoretico (in ebraico), che è la più lunga, contiene molte ripetizioni di oracoli e colloca i detti contro le nazioni alla fine del libro; quella dei LXX (in greco), che è più breve di un ottavo, toglie le ripetizioni e colloca gli oracoli contro le nazioni dopo il capitolo 25.

Da notare, inoltre, che una parte del libro è scritta in poesia (con brani di collegamento in prosa), e una parte invece è interamente in prosa. Leggendo il capitolo 36 (che fa parte della biografia di Geremia scritta da Baruc) possiamo individuare un tentativo di risposta ai molti problemi che il libro pone agli studiosi e che non sono ancora stati risolti. L’ipotesi più accreditata si può sintetizzare così:

  • Il rotolo del 605: quello di cui si parla nel cap.36, comprende tutti gli oracoli di Geremia dal 627 al 605 a.C. ed è composto dai capitoli 1-25. (…)

  • La biografia del profeta: è riportata nei cap. 26-29 (episodi del tempo di Ioiakim) e 36-45 (le vicende dolorose degli ultimi anni della vita del profeta, dette anche “la passione di Geremia”). La biografia è in prosa ed è attribuita a Baruc, fedele discepolo e scrivano del profeta.

  • Gli oracoli di salvezza: sono i cap.30-35. Contengono testi molto diversi tra loro e scritti in vari momenti (dalla prima missione al nord fino all’esilio) e riuniti da Baruc attorno al tema della restaurazione di Israele. (…)

  • Gli oracoli sulle nazioni: sono i cap.46-51, in poesia. In parte sono attribuiti a Geremia e in parte al lavoro degli scribi deuteronomisti (specialmente quelli che riguardano la fine di Babilonia).

Il libro di Geremia resta comunque un testo complesso e difficile da ridurre a degli schemi fissi e preordinati, tanto che alcuni studiosi parlano di una “raccolta di testi”. Ma al di là di un ordine logico e di chi abbia compiuto la stesura definitiva, il messaggio che scaturisce dalle parole (testi in poesia) e dalla vita (testi in prosa) di questo grande profeta è di forte provocazione anche per noi: “Le mie parole sulla tua bocca saranno come un fuoco, e il popolo come la legna consumata dal fuoco” (5,14).

La vocazione del giovane Geremia (cap.1)

Come avviene in quasi tutti i libri della Bibbia, il cap.1 è dedicato (tutto o in parte) alla presentazione del protagonista e all’ambientazione storica degli avvenimenti narrati. Anche il libro di Geremia si apre con la presentazione del profeta, della sua vocazione e della missione ricevuta.

1. Ambientazione storica (v.1-3)

C’è subito da notare che si parla di messaggi e fatti della vita di Geremia (precisamente sarebbe “parole e atti”), ad indicare la stretta unione nella missione del profeta di parole e vita, annuncio e testimonianza, ciò che il profeta dice e ciò che il profeta vive. E’ una profezia con la vita, oltre che con la parola. La stessa sua vita è annuncio della volontà di Dio e segno di obbedienza a Lui.

Geremia proviene da una famiglia sacerdotale del nord (Abiatar di Silo), esiliata ad Anatot da Salomone perché si era opposta alla sua elezione. E’ perciò della tribù di Beniamino e sacerdote lui stesso.

La sua missione profetica si esplica in tre fasi successive:

  • prima missione durante il regno di Giosia (627-609 a.C. al nord?);

  • seconda missione durante il regno di Ioiakim (609-598 a.C. a Gerusalemme);

  • terza missione durante il regno di Sedecia (598-586 a.C. a Gerusalemme).

La sua predicazione copre un arco di tempo di 40 anni. Molti vedono in questo un riferimento esplicito degli estensori alla figura di Mosè che guida il popolo nel deserto. Il profeta Geremia è il nuovo Mosè mandato da Dio a guidare gli ebrei nel difficile periodo che precede l’esilio.

2. La chiamata ad essere profeta (vv.4-10)

Come per tutti i grandi personaggi della Bibbia, anche per Geremia vengono anticipati nella vocazione gli elementi che caratterizzeranno poi la sua vita e la sua missione. Oltre al riferimento a Mosè e alla sua missione di fondatore dell’alleanza e mediatore tra Dio e il popolo, ritroviamo anche i tre elementi tipici di ogni vocazione:

  • la chiamata è un dono di Dio: Io pensavo a te prima ancora di formarti nel ventre materno. Prima che tu venissi alla luce, ti avevo già scelto, ti avevo consacrato profeta per annunziare il mio messaggio alle nazioni. In un solo versetto sono racchiuse la totale gratuità della chiamata (al di là di ambizioni personali o investiture comunitarie) e la consacrazione della persona a Dio per svolgere la missione che ha ricevuto. La forza per esercitarla e la fedeltà ad essa vengono da Dio, mentre le modalità concrete sono scelte dagli uomini. La finalità della missione è sempre universale: profeta delle nazioni (anche se poi concretamente si realizzerà solo una piccola parte) perché Dio è Signore di tutti gli uomini e la salvezza è sempre rivolta a tutti.

Questo messaggio è valido in ogni tempo, perché nessun uomo nasce per caso e tutti hanno un compito, una vocazione nella vita. A tutti Dio dona la forza di compierla e la responsabilità di essere segno per le persone che incontrerà. La vocazione per ognuno di noi è quella scelta che orienta definitivamente la nostra vita e ne determina lo svolgimento e il cammino futuro.

  • Le resistenze dell’uomo: Signore mio Dio, come farò? Vedi che sono ancora troppo giovane per presentarmi a parlare. La persona chiamata fa sempre delle resistenze al dono di Dio, si sente inadeguata, avanza delle giustificazioni o delle scuse per sottrarsi alla scelta e alle responsabilità. Quasi sempre prevale la paura rispetto all’entusiasmo e all’istintiva generosità.

  • La risposta di Dio: Non aver paura della gente, perché io sono con te per difenderti!, aiuta a superare le difficoltà proponendo quella sfida che è rimarcata tante volte nella Bibbia: Dio sceglie ciò che è umanamente debole e inadeguato per confondere chi è forte e mostrare così che la missione è sua e non dell’uomo. La forza viene da lui e non dalla capacità e scaltrezza umana.

L’invito per tutti noi è ad aver fiducia in Dio più che nei mezzi umani, ad accettare di ragionare e scegliere con criteri profondamente nuovi, anche se spesso questo comporta lotte, sofferenze delusioni, fallimenti (come sperimenterà drammaticamente lo stesso Geremia e tanti altri prima e dopo di lui). Quante volte è ripetuto questo invito nella Bibbia!

  • La consegna del compito: Allora il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e mi disse: Io metto le mie parole sulle tue labbra. Ecco, oggi ti do autorità sulle nazioni e sui regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare. L’investitura ufficiale ad essere profeta (=imposizione delle mani e consegna del compito) comporta l’impegno di parlare a nome di Dio, di essere il suo portavoce, di interpretare la sua volontà sulla storia, di leggere i segni che lui manda agli uomini per guidarli verso la salvezza.
    Questa missione dà al profeta un’autorità che viene da Dio stesso e che gli uomini dovranno riconoscere e accettare (anche se quasi sempre finisce col provocare conflitti con le autorità costituite che tendono a non riconoscerla, anzi a combatterla).

Quattro verbi sintetizzano la missione affidata a Geremia:
– sradicare (abbattere) – piantare = immagine presa dal lavoro dei campi;
– demolire (distruggere) – edificare = immagine presa dal lavoro delle costruzioni.
Geremia sarà profeta di sventura, ma anche di consolazione; annuncerà il castigo per il tradimento dell’alleanza, ma anche la ricostruzione e la nuova alleanza scritta nei cuori dallo Spirito.

3. Dio conferma la sua fedeltà al profeta (vv.11-19)

Le due visioni (mandorlo e pentola) anticipano quello che sarà il contenuto concreto del messaggio che Geremia dovrà annunciare: Dio mantiene le sue promesse ed un castigo verrà dal nord. Siccome questo messaggio provocherà grandi lotte, negli ultimi versetti Dio promette a Geremia la sua protezione. In alcuni momenti il profeta sarà completamente solo, criticato e abbandonato da tutti proprio a causa del suo annuncio: Si metteranno tutti contro di te, ma non potranno vincerti perché ci sarò io con te a difenderti! Ricorda le parole di Gesù ai discepoli: mi lascerete solo. Ma io non sono solo, perché il Padre è con me (Gv16,32). Come ci testimoniano le “confessioni”, tutta la missione di Geremia sarà una continua lotta interiore per fidarsi di Dio, in mezzo a contrasti e persecuzioni.

In realtà questa è l’esperienza della maggior parte dei credenti, dei santi e della stessa Chiesa (Atti 14,22; Gal 6,17). Ma i credenti e la Chiesa possono anche testimoniare la fedeltà di Dio e i grandi frutti di bene che vengono dalle prove (Mt 16,18; Lc 10,20). Anche noi dobbiamo meditare spesso queste parole per essere fedeli alla vocazione e alla missione che Dio ci ha affidato nella vita.

PROFETA DELLA CONVERSIONE

La vocazione e l’inizio della missione del giovane sacerdote Geremia è datata (simbolicamente?) in un anno importante per la storia del Medio Oriente e di Israele: il 627 a.C., anno della morte del re assiro Assurbanipal e inizio della decadenza della potenza assira. Questo fatto creerà grandi fermenti di indipendenza, sia a Babilonia che in Israele e Giuda. E’ anche l’anno della conversione del re Giosia e con la progettazione della riforma religiosa che prenderà avvio cinque anni dopo. E’ in questo clima di speranze riaccese per Israele (regno del nord ridotto a provincia assira) e per i deportati a Ninive (capitale dell’Assiria) che Geremia inizia la sua prima predicazione, proprio al nord, la terra dalla quale proveniva la sua famiglia: (Il Signore) mi ordinò di andare al nord per dire: Torna da me, Israele infedele (3,12).

I capitoli 2-3 (e forse anche i capitoli 30-31, liberati dalle aggiunte posteriori) riportano il messaggio di questa prima missione rivolta al popolo dei Samaritani (2Re 17,24ss) e ai deportati a Ninive dopo la distruzione di Samaria nel 722 a.C. Questa predicazione rispecchia la cultura religiosa del regno del nord (fondata sull’esodo, la legge del Sinai e la teologia dell’alleanza) e non quella del regno del sud (fondata sul tempio di Gerusalemme, i sacrifici e il messianismo davidico). E’ molto vicina anche alla linea profetica, sviluppata al nord specialmente da Amos e da Osea, dai quali riprende le immagini e le denunce per sradicare-distruggere ed edificare-piantare.

1. Un processo contro Israele, “l’infedele” (cap. 2)

Riprendendo lo stile di Osea e di altri profeti, Geremia mette in bocca a Dio un’arringa appassionata ed amara contro il regno del nord, ormai distrutto da molti anni, ridotto ad una terra deserta e desolata (v.15). Le cause di questa situazione erano già state denunciate da Amos (= l’ingiustizia sociale e la violenza) e da Osea (il tradimento dell’alleanza e il culto degli dei pagani). La dominazione assira (con il rimescolamento delle culture e delle religioni per il trasferimento di popolazioni da una regione all’altra) aveva peggiorato le cose e aveva spinto Israele a fare propria la cultura assira, il suo modo di vivere, la sua ideologia del potere ed anche la sua religione.

Invece di ravvedersi e ritornare alla fedeltà all’alleanza, il nord era peggiorato. Ma Dio non l’ha abbandonato, e manda un nuovo profeta per aiutarlo a riconoscere il suo errore e ritornare a lui. Il cambiamento politico in atto diventa segno e stimolo ad un rinnovamento spirituale.
Cogliamo alcune sottolineature di questo messaggio di Geremia per gli ebrei del nord.

1.1. Ritornare alle origini (vv. 2-7)

Il primo invito è quello di riscoprire la scelta fondante l’alleanza e l’impegno di fedeltà ad essa: l’esodo. La vera conversione si opera quando si riscoprono le radici dalle quali nascono e si alimentano la fede e l’impegno nel bene. La conversione è sempre riscoperta dell’amore di Dio per l’uomo, della sua fedeltà nonostante i nostri tradimenti. Le immagini sono quelle del fidanzamento e l’appello accorato è quello che sgorga dal cuore di un innamorato tradito.

1.2. Riconoscere le proprie responsabilità (v.8)

Tutti sono responsabili di questa situazione, ma Geremia torna a sottolineare le responsabilità ancora più pesanti delle autorità religiose e politiche, incapaci di compiere il loro dovere di guide e di interpreti della volontà di Dio. Non risparmia neppure i profeti, spesso adattatisi al ruolo di cortigiani e portavoce dell’ideologia dominante, né gli scribi, scrupolosi interpreti di una Parola slegata dalla vita e dalla storia.

1.3. Cambiare mentalità (vv. 9-24)

L’appassionato appello del profeta a cambiare mentalità si riveste di immagini molto concrete e forti (le cisterne screpolate, bere le acque del Nilo o dell’Eufrate, la vigna, la cammella e l’asina in calore) per denunciare la falsità e inconsistenza della cultura dominante; la tentazione di copiare gli usi e i costumi delle superpotenze; l’illusione di sperare la salvezza dalle alleanze politiche ed economiche con loro. L’invito è a mettere la fiducia in Dio e non nella potenza militare ed economica dei grandi; a bere l’acqua viva della fede e non quella inquinata delle ideologie; a cercare con passione l’amore di Dio e non ad amoreggiare con i ricchi e i potenti.

1.4. Come sei caduta in basso! (vv. 26-37)

La conclusione è piuttosto deludente: Israele rifiuta ostinatamente di riconoscere i suoi errori, di abbandonare gli idoli falsi del potere e della violenza. E’ arrivata anzi ad uccidere i profeti che chiamavano alla conversione. La troppa sicurezza delle proprie scelte sembra precludere ogni possibilità di cambiamento. Geremia constata con amarezza: come sei caduta in basso! Quando si perde la fede ed il rispetto dei valori morali, il livello di civiltà di un popolo scade sempre più, fino a raggiungere limiti spesso indescrivibili di orrore e degrado. Allora gli appelli alla ragione restano inascoltati, anzi diventano motivo di ulteriori vigliaccherie e nefandezze.

Il versetto 19 può essere la sintesi di tutto il capitolo 2 ed un monito anche per il nostro Occidente cristiano. Purtroppo stiamo constatando a nostre spese quanto è triste ed amaro abbandonare il Signore, lasciare le radici della fede per abbeverarsi alle acque della scienza e all’ideologia del liberismo senza regole e senza freni.

2. L’invito alla conversione (cap.3)

Tutto il capitolo terzo è contrassegnato dal verbo ritornare, che risuona molte volte e con molte sfumature e accentuazioni. E’ sempre legato all’invito alla conversione al Dio unico dell’alleanza. Geremia riprende le immagini del profeta Osea legate all’amore sponsale e a quello del padre e della madre. Usa anche l’immagine delle due sorelle e dei figli che abbandonano i genitori. Questo appello è pieno di amore e di speranza e tende a suscitare una reazione positiva nel popolo.

2.1. Lontano da casa (vv.1-5)

Secondo la prospettiva umana la conversione d’Israele è impossibile. Le immagini del figlio ribelle e della sposa infedele che abbandonano la casa, ritornano spesso nella Bibbia per indicare la testardaggine dell’uomo che abbandona Dio per inseguire i suoi miti di felicità e di libertà. Le conseguenze di questo abbandono sono sempre, invece, l’infelicità e la schiavitù: è vero, dalle colline sacre abbiamo riportato soltanto delusioni (v.23). Lontano da casa l’uomo può solo piangere per la condizione miserevole in cui si è ridotto e rimpiangere i valori perduti (come il figlio più giovane della parabola di Lc 15,11).

2.2. Torna da me, popolo infedele (vv.14-18)

Ma la misericordia di Dio è più grande della miseria e cocciutaggine dell’uomo. Il suo invito a ritornare a casa si fa insistente (torna, tornate), fiducioso (ti radunerò, ti ricondurrò), appassionato (desideravo tanto) e anticipa quello che risuonerà con insistenza anche sulla bocca di Giovanni il Battista e dello stesso Gesù: Cambiate vita, perché il regno di Dio è vicino! (Mt 3,2; 4,17). La radice di ogni conversione è l’amore gratuito di Dio che lo spinge ad andare continuamente in cerca della pecora smarrita per riportarla a casa con grande gioia.

2.3. Volevo sentirti dire: “Padre mio” (vv.19-25)

L’accoglienza dell’invito alla conversione (=ritorno a casa) comporta: il riconoscimento dei propri errori e infedeltà (24-25); un radicale cambiamento di mentalità e di condotta per tornare a vivere nella verità, nel diritto, nella giustizia e nell’amore (4,1-2); la coscienza e la gioia di essere figli di Dio, amati da lui con amore tenero e fedele. La conversione è ritorno a Dio per sentirsi amati da lui e potergli dire con Gesù di Nazaret: Abbà, Padre nostro, mio Signore e mio Dio.

L’annuncio del versetto 12: Io ti perdonerò perché sono misericordioso (risuonato con tanta forza sulla bocca di Gesù e ripreso anche recentemente dal papa nel Giubileo) è da rimeditare sempre nella Chiesa e nella cultura dei cristiani, specialmente di fronte alle situazioni più disperate e moralmente inaccettabili. Pur salvaguardando la verità e i valori morali, Gesù ci ha insegnato a mettere sempre al primo posto la misericordia ed il perdono, non il giudizio e la condanna, a dare fiducia settanta volte sette, non a imporre penitenze e scomuniche.

3. La riforma religiosa del re Giosia (cap. 30-31)

La parabola delle due sorelle che fanno le prostitute sacre, ed il brano sul ritorno dall’esilio e la riunificazione di Israele e Giuda in un solo popolo (vv.6-18), sono di stesura più tardiva, ma pongono un problema molto discusso tra gli studiosi e non risolto: come ha visto e vissuto Geremia la riforma di Giosia? Era favorevole o contrario? E’ stato parte attiva o solo spettatore?

Secondo quanto descritto nel Libro dei Re (2Re 23-24), nell’anno 622 a.C. fu ritrovato nel tempio di Gerusalemme il rotolo del Deuteronomio (scritto in ambienti sacerdotali del nord e portato a Gerusalemme dopo la distruzione di Samaria da esuli fuggiaschi, ma ignorato dai sacerdoti del sud). La lettura del testo ha provocato la conversione del re e l’inizio di una grande riforma religiosa che aveva come obiettivo l’abolizione dei culti stranieri, il ritorno alla fede monoteista, il rinnovo dell’alleanza del Sinai e l’osservanza dei comandamenti. Questa riforma è stata appoggiata dal popolo e dai piccoli possidenti locali (chiamati “il popolo della terra”), mentre è stata osteggiata dai commercianti, dai grandi latifondisti e da tutte le classi dirigenti laiche e religiose. Giosia ha cercato di estendere la riforma anche al nord, nella provincia assira della Samaria, arrivando fino ad ipotizzare una riunificazione di Israele in un unico regno, come ai tempi di Davide. Tutto è finito con la sua tragica morte a Meghiddo nel 609 a.C. e con l’ascesa al trono di suo figlio Ioiakim, succube degli Egiziani e ben lontano da avere le preoccupazioni religiose del padre.

E Geremia? Resta un mistero il fatto che – pur coincidendo la sua prima missione profetica con il periodo della riforma – non se ne parli mai nel suo libro, quasi ne fosse stato all’oscuro o non vi abbia preso parte. Perché?

Alcuni studiosi hanno pensato ad un atteggiamento critico di Geremia che giudicava la riforma solo un fatto esteriore e di fanatismo del re. Leggono perciò la parabola delle due sorelle in questa ottica: sottolineano l’accusa a Giuda, la perfida, di non essere sincera nella sua conversione, perché essa è stata solo esteriore e non ha toccato il suo cuore. Così le speranze suscitate da Giosia di una riunificazione nazionale attorno al tempio di Gerusalemme e all’arca dell’alleanza, vengono rinviate da Geremia a dopo il castigo di Giuda e il ritorno dall’esilio dei deportati dei due popoli.

Altri studiosi, invece, leggono un giudizio positivo di Geremia sulla riforma di Giosia in quanto detto a Ioiakim nel capitolo 22,15-16: Tuo padre Giosia mangiava e beveva come te, ma agiva in modo giusto e onesto e perciò tutto andava bene. Egli difendeva i diritti dei poveri e tutti erano contenti. In questo modo dimostrava di conoscermi veramente. Ritengono perciò che abbia partecipato attivamente alla riforma nel nord, invitando alla conversione, al rinnovo dell’alleanza e annunciando il perdono di Dio. I capitoli 2-3 e 30-31 sarebbero il messaggio centrale della predicazione al nord, proprio perché uno dei segni della riforma di Giosia era stato il rinnovo dell’alleanza ed il ritorno a celebrare ogni anno la Pasqua (2Re 23,23-25), come auspicato in questi capitoli. Noi li commenteremo quando parleremo di Geremia profeta di speranza.

Al di là di chiarire la posizione di Geremia, possiamo interrogarci sul ruolo dei profeti anche nel nostro tempo, in particolare rispetto alla riforma della Chiesa e alla lettura dei grandi cambiamenti dell’umanità. Ne sono solo anticipatori o anche promotori concreti? Ne sono solo la forza propulsiva o anche la coscienza critica? Vengono solo dai movimenti o anche dalle istituzioni? Il loro destino è solo quello di essere sentinella nella notte, amico dello sposo, voce nel deserto… o anche quello di veder realizzato ciò che annunciano, di essere artefici dell’utopia che proclamano?

PROFETA DEL CASTIGO

I capitoli 4-6 completano il cosiddetto “rotolo del 605” e presentano la predicazione di Geremia nei primi anni del regno di Ioiakim, figlio di Giosia, posto sul trono dagli Egiziani vincitori del padre. Con l’avvento al potere del nuovo re la riforma religiosa subisce un brusco arresto, anzi ben presto il re si schiera contro la riforma e riduce drasticamente l’influenza degli scribi deuteronomisti e del “popolo della terra” (che avevano ispirato e sostenuto Giosia) ridonando potere ai capi politici e religiosi del tempio e alla mentalità da superpotenza dell’Egitto. Il monoteismo, l’osservanza dei comandamenti, l’alleanza e la celebrazione della Pasqua, il giubileo e la pratica della giustizia, l’onestà e la fedeltà spariscono velocemente e il popolo si adegua alla cultura dominante. Quanto presto si fa in ogni tempo a ritornare indietro dagli ideali faticosamente proposti e a rinnegare gli impegni assunti nei tempi di rinnovamento!

Proprio in coincidenza (casuale o voluta?) con la morte di Giosia, Geremia lascia il suo impegno a Samaria e si stabilisce definitivamente a Gerusalemme. Forse sente che qui si gioca ormai il destino futuro del popolo dell’alleanza e da qui passa anche la sua missione e la sua fedeltà al dono di Dio. Da questo momento inizia la fase più dura e tormentata della sua vita.

1. Un processo contro Giuda, “la traditrice” (cap. 5)

La prima predicazione di Geremia a Gerusalemme negli anni 609-605 a.C., sotto il re Ioiakim, riprende i temi della missione al nord (processo e invito alla conversione) applicati ora a Giuda. Il canovaccio di fondo è quello espresso nella parabola delle due sorelle (anticipo delle parabole evangeliche dei due figli in Mt 21,28-32 e Lc 15,11-32). Mentre nella predicazione al nord l’appello alla conversione era sfociato nell’annuncio dell’amore misericordioso di Dio che perdona e nel rinnovo dell’alleanza (realizzata attraverso la riforma di Giosia), ora invece l’appello alla traditrice (perfida) Giuda sfocia nell’annuncio del castigo che viene dal nord. La perfidia di far credere di voler compiere una vera riforma, mentre poi la si abbandona con tanta facilità, rende impossibile la conversione e il perdono di Dio e apre la strada alla violenza e al castigo. Di fronte alla stessa perfidia dei capi del suo tempo Gesù parlerà di peccato contro lo Spirito Santo che non può essere perdonato (Mt 12,32).

1.1. Le facce di pietra (vv.1-3)

Lascia una grande amarezza questa prima denuncia di Geremia nei confronti del regno di Giuda, proprio pensando al grande impegno del re Giosia per rinnovare la religiosità del suo popolo. Calcando un po’ le tinte Geremia dice – facendo eco al salmo 14 – di non aver trovato neppure una persona fedele a Dio in tutta Gerusalemme. Dove sono i frutti della riforma? Cosa è cambiato nelle persone? Nulla, anzi sono diventati ancora più insensibili e cocciuti, hanno reso il loro cuore e le loro facce più dure della pietra per non sentire rimorsi e cambiare vita.

Questa triste conclusione richiama alla mente la preghiera di Abramo per Sodoma e per il cugino Lot (Gn18,23-33): Abramo si è fermato a dieci giusti, ma non c’erano! Qui Gerusalemme è paragonata all’antica Sodoma che non si è convertita ed è stata distrutta, come lo sarà , tra non molto, Gerusalemme e i suoi abitanti.

A volte anche noi pensiamo, come Geremia, che non ci sono più persone oneste, che tutti sono ladri, che nessuno crede veramente, che tutti pensano solo ai soldi o a divertirsi, che i giovani sono senza valori, che la Chiesa è solo strutture e compromessi, che il Concilio non ha cambiato niente… Facciamo analisi radicali e pessimistiche, se non apocalittiche e amare. Ritornano allora alla mente le parole di Dio ad Elia sul monte Oreb, quando diceva di essere rimasto l’unico credente in Israele: mi sono risparmiato settemila Israeliti che non hanno piegato il ginocchio al dio Baal! (1Re 19,18). La denuncia radicale è necessaria per mettere in luce il male ed invitare a prenderne coscienza, ma non deve diventare giudizio sulle persone o pretesa di avere il monopolio della volontà di Dio e il metro di misura della santità. Dio è capace di far sorgere veri figli di Abramo da queste pietre (Mt.3,9) gridava Giovanni Battista, denunciando i mali del suo tempo e Gesù, pur sferzando i mercanti del tempio, sapeva vedere e lodare la vedova che faceva la sua offerta con grande amore e sacrificio (Lc 21,1-4).

1.2. I sepolcri imbiancati (vv.4-6)

Geremia osserva: hanno avuto tanti segni (distruzione di Samaria, riforma di Giosia, carestie, terremoti, guerre, profeti…), perché non hanno riflettuto? Perché non si sono convertiti? Subito pensa: è solo il popolo che non ha istruzione, che è superstizioso, che deve lavorare e pensare a sopravvivere. Si accorge invece che anche i capi, i sacerdoti, i profeti di corte e gli scribi del tempio sono così. E’ proprio la cultura dell’indifferenza, dell’ipocrisia, della menzogna, dell’interesse che ha contagiato tutti e si diffonde dai vertici fino alle persone più umili.

L’immagine dei sepolcri imbiancati e i terribili guai a voi rivolti da Gesù ai capi ebrei del suo tempo (Mt.23) sono un’eco fedele di queste denunce di Geremia.

Anche oggi la gente dà la colpa del degrado morale e civile ai responsabili politici, ai mezzi della comunicazione sociale, alla globalizzazione, all’economia di mercato, al consumismo… mentre i vertici politici, economici, religiosi… i giornalisti e gli operatori sociali danno la colpa alla gente che chiede solo benessere, evasione, spettacoli, emozioni forti, scandalismo… Gli indici di ascolto, di gradimento, di vendita, di consumo… sono diventati dei criteri di verità o dei facili alibi per gli uni e per gli altri. E’ una mentalità generale sempre più imperante! Di essa siamo tutti (ognuno per la sua parte) responsabili e vittime, promotori e succubi.

1.3. Non c’è limite alla loro arroganza (vv.20-31)

Ora le denunce di Geremia verso tutto il popolo (definito gente sciocca e senza cervello che non vuol vedere e capire) diventano più precise e circostanziate e si riferiscono in modo chiaro al codice dell’alleanza e, in particolare, ai dieci comandamenti. Prima di tutto i comandamenti che riguardano il rapporto con Dio: non mettono Dio al primo posto (v.12), non vivono nel suo timore (v.22), non celebrano le sue feste (v.24). Poi i comandamenti che riguardano il rapporto con il prossimo: commettono adulterio (v.8), sfruttano la terra (v.25), rubano (v.27), non hanno rispetto per i deboli, gli oppressi, gli stranieri (v.28), dicono il falso e approfittano della credulità religiosa (v.31). I dieci comandamenti restano sempre e per tutti i popoli e tutte le culture il metro di misura fondamentale del grado di civiltà e le condizioni indispensabili per costruire una società libera e giusta. Lo sono anche per la nostra società tecnologica e globale.

Ma l’accusa più grave (che troppe volte si è verificata nella storia millenaria dei grandi imperi e delle dittature sostenute dalle folle oceaniche) è quella del versetto 31: il mio popolo è contento di tutto questo, gli va bene così, non reagisce, anzi applaude e vota per conservare le cose come stanno, per salvare i suoi piccoli o grandi interessi. Con grande amarezza Geremia constata: il popolo si è fatto complice indifferente o interessato del degrado morale e spirituale in atto.

2. L’appello alla conversione è rifiutato (cap.6)

Per giustificare l’annuncio del castigo (come viene spesso ripetuto in questi capitoli) o prima di annunciarlo come un fatto inevitabile (come sembra più logico pensare), Geremia rinnova anche a Giuda (come aveva fatto con Israele) l’invito alla conversione, ma il suo appello resta inascoltato.

2.1. Tutti sono diventati sordi (vv.10-15)

L’appello alla conversione, ad ascoltare la parola di Dio, a cambiare mentalità e atteggiamenti incontra un muro di indifferenza che, progressivamente, si trasforma in fastidio e opposizione, fino a diventare, per Geremia, motivo di una nuova accusa: tutti sono diventati sordi e rifiutano di prestare attenzione. Anzi, deridono la parola del Signore e non ne vogliono sapere.

“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, dice il proverbio, e Gesù parla di ciechi che guidano altri ciechi, di chi rifiuta di capire anche se parla in parabole semplici e adatte a tutti.

L’attualità di questo appello alla conversione l’abbiamo percepita tutti, in modo particolare nel Giubileo, e forse ora percepiamo anche la drammaticità dell’accusa: cosa è rimasto dell’appello a condonare i debiti dei paesi della povertà? a mettere al bando le mine antiuomo? a rifiutare le guerre, la pena di morte, gli esperimenti sull’uomo? a salvaguardare la vita, l’ambiente, le minoranze? a superare le divisioni e i fanatismi religiosi?

Oggi sembra prevalere la cultura dell’indifferenza, la derisione verso proposte serie di vita, una religiosità che ritorna al folclore o alla superstizione, un bisogno di consensi che porta a benedire tutto, a giustificare tutto, a dire solo ciò che è gradito alla maggioranza… Le minoranze più sensibili e attive sono scoraggiate e fanno risaltare ancora di più l’indifferenza e le paure diffuse.

2.2. Ho messo sentinelle per dare l’allarme (vv.16-21)

L’appello alla conversione continua con lo sviluppo di altri temi: Geremia invita a riflettere sui fatti che succedono, ad essere critici rispetto alla propaganda dei vertici, ad imparare dalla storia passata. Ma si scontra sempre con un rifiuto testardo: Non vogliamo seguire quella strada… non vogliamo sentire… il mondo è andato avanti, bisogna seguire i tempi, non si possono cambiare le cose, ci va bene così. Non si tollera più la fatica di pensare!

Le “sentinelle” che Dio manda ad ogni popolo per indicare (con la parola e con le scelte di vita) il cammino da seguire danno fastidio e sono emarginate o derise, a volte sono anche uccise. Ciò che è segno di amore da parte di Dio per ogni nuova generazione che nasce sulla terra, diventa motivo di nuovo rifiuto e indurimento per chi non vuole capire e cambiare. Non serve a nulla una religiosità solo esteriore, di facciata, per solennizzare le ricorrenze della vita e darsi una patina di rispettabilità; non serve a nulla conservare le tradizioni del passato, trasformandole in folclore paesano per far festa, ma senza coinvolgersi e riscoprire il messaggio di fede che racchiudevano. La parola di Dio, e i profeti del nostro tempo che la interpretano e attualizzano, ci chiedono scelte precise e impegnative di opposizione alla cultura dominante nell’Occidente cristiano.

2.3. Diventerete materiale di scarto (vv.27-30)

Partendo dall’immagine del fonditore di metalli, Geremia pronuncia, a nome di Dio, un giudizio duro e definitivo: chi rifiuta Dio, sarà da lui rifiutato; chi rifiuta di diventare un metallo prezioso, diventerà materiale di scarto! O si cresce nel bene, o si sprofonda sempre più nel male; o si affina la propria cultura e sensibilità, o si diventa sempre più gretti e indifferenti!

Gesù l’ha ripetuto molte volte ai suoi discepoli: a chi ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza, mentre a chi non ha sarà tolto anche quello che ha… i primi saranno gli ultimi e gli ultimi primi… chi si esalta sarà abbassato… depone i potenti dai troni… umilia i superbi nei pensieri del loro cuore… hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli…

Il passare dei secoli ci ha insegnato come i grandi imperi, e i grandi personaggi che facevano tremare il mondo, sono diventati “materiale di scarto” della storia, persone e fatti di cui vergognarci. Quando sarà riscritta la storia del nostro tempo, cosa diranno di noi le prossime generazioni? Cosa si dirà della nostra civiltà, dell’impero d’Occidente e del suo sviluppo senza freni?

3. Il castigo che viene dal nord (cap. 4)

Al di là della descrizione dell’invasione dal nord e del popolo al quale si riferisce (del resto molto generica in questi capitoli), vogliamo riflettere sulle cause di questo “castigo” che Geremia annuncia come inevitabile. La domanda è posta nel libro stesso: Per quale motivo il Signore ci ha fatto subire tutte queste disgrazie? (5,9). E’ una domanda che ci facciamo spesso anche noi: perché succede questa disgrazia? E’ Dio che ci castiga? Come si concilia il castigo con la misericordia?

In questi capitoli ci sono alcune risposte di Geremia, mentre altre risposte ad interrogativi ancora più angoscianti e personali sono racchiuse nei brani delle “confessioni”.

3.1. Siete voi stessi la causa (vv.3-4 e 14-18)

Il male, la violenza, le guerre sono causate dall’uomo, non da Dio. Sono il segno ed il frutto del peccato, non della volontà di Dio. E’ l’uomo stesso che vuole il suo male: Questo vi accade perché vi siete ribellati contro di me, dice il Signore. Siete stati voi stessi a tirarvi addosso tutte queste sciagure (17-18). Geremia, pur parlando dell’ira e del castigo di Dio (nella terminologia usuale del suo tempo), sottolinea la stretta correlazione tra cattiveria, odio, infedeltà, bramosia delle cose, sete di potere, disprezzo della vita, rifiuto di Dio e violenza, guerre, ingiustizie, omicidi, rapine, morte. Parla anche di sconvolgimento delle stagioni e dei cicli naturali (5,25).

Richiama così un’idea già espressa in Genesi 3,14-19: è il peccato dell’uomo che ha portato nel mondo il male, il dolore, la fatica, la morte, la violenza, il diluvio, Babele, l’idolatria delle cose e delle persone, l’esilio.

Questo legame è affermato chiaramente anche nel Nuovo Testamento da Gesù stesso (Lc 13,1-5; 31-35) e da Paolo, quando parla delle conseguenze e dei frutti del peccato nel mondo (Rom 5,12; 8,20…). Lo spirito del male è dentro l’uomo e lo spinge a compiere ogni sorta di azioni ingiuste e violente. Ma Gesù invita altrettanto chiaramente a non legare troppo strettamente malattia e colpa, disgrazia e castigo, male fisico e peccato (Gv 9,1-3; 11,4). La sua stessa morte (come quella di molte persone giuste) sottolinea il dramma ed il mistero del dolore innocente e del male che non trova spiegazioni nella logica umana (e tanto meno nell’idea del castigo).

3.2. Come sciocchi bambini (v. 22)

Con l’immagine dei bambini senza educazione (che fanno marachelle, litigano spesso e si lasciano abbindolare da chiunque), Geremia sottolinea il fatto che quando nel mondo o in un popolo domina la stupidità invece della saggezza, la futilità invece della riflessione, le mode invece della serietà, l’arroganza invece del rispetto, il potere invece del servizio, l’interesse invece della generosità, l’ideologia invece della fede, il culto delle persone invece dell’amore a Dio… i frutti sono inevitabilmente nefasti per la libertà, l’onestà, la pace, il rispetto della vita.

Anche nel Nuovo Testamento viene usata molte volte l’immagine dei bambini di strada (Mt 11,16- 19; Ef 4,14-16; 1Cor 3,1-3; 2Tim 3,1-7) per rimproverare la gente che segue le mode o i cristiani che non vivono seriamente la loro scelta di fede.

Nella 2Cor 7,10 Paolo, parlando delle sofferenze e delle prove della vita di un credente, sottolinea come tante situazioni diventano inevitabili e dolorose perché non si accetta di riflettere, di capire ciò che la vita ci chiede, di accettarlo, superando le nostre sicurezze, rigidità, progetti, superficialità, luoghi comuni, paure o superstizioni. Quando una persona è disposta a mettersi in discussione, a cambiare i propri progetti e aspettative, ad entrare in un atteggiamento di fiducia, anche le difficoltà e le situazioni più dolorose possono diventare un’occasione di crescita, di maturazione come persone e come credenti. La saggezza si conquista a caro prezzo!

3.3. Non la distruggerò completamente (vv. 27 e 5,18)

Nonostante la durezza dell’annuncio e la testardaggine-stupidità delle persone, c’è sempre un elemento di misericordia, di luce: l’amore di Dio è più grande e più tenace della durezza del cuore dell’uomo e del moltiplicarsi delle sue infedeltà. E’ il filo d’oro della misericordia di Dio che, partendo dalla promessa della Genesi passa lungo tutta la trama della storia umana (il segno di Caino, l’arcobaleno di Noè, la salvezza di Lot, i settemila di Elia, il resto dei profeti, il piccolo gregge di Cristo, i 144.000 dell’Apocalisse… fino ai martiri delle arene e dei campi di concentramento del secolo passato) e la trasforma in storia della salvezza. Anche nelle situazioni più dure e terribili Dio suscita dei segni di bene perché questo filo della speranza non sia spezzato e la sua promessa torni a portare frutti nel mondo. Dio è vicino a chi è nella prova e lo sostiene perché possa resistere e vincere la forza del male (1Cor 10,13; 2Tim 2,25).

4. La rabbia e il dolore del profeta

Geremia è stato mandato a sradicare ed abbattere e le sue parole sono diventate per il popolo di Giuda come un fuoco e il popolo come la legna consumata dal fuoco (5,14). Geremia è pienamente coinvolto come persona in ciò che annuncia; vive in se stesso il dramma di Israele che ha abbandonato Dio e di Dio che si sente tradito e rifiutato. Come Mosè, si sente in mezzo a questo dramma e il suo cuore di uomo e di profeta vive una profonda lacerazione interiore (che troverà poi sfogo nelle “confessioni”). Due sentimenti si combattono dentro di lui: la rabbia e il dolore.

4.1. L’ira incontenibile (6,11-12)

Geremia condivide la rabbia di Dio verso chi fa il male e compie dei segni per manifestarla, per richiamare la gente (picchia le persone per strada!). La sua vita diventa un segno, e certamente si sarà attirato insulti e accuse di essere diventato pazzo.

Ci ricorda Gesù che caccia i mercanti dal tempio o fa seccare il fico (Mc 11,12-22), che minaccia le città della Galilea (Mt 11,20-24) o che viene creduto pazzo dai suoi familiari (Mc 3,21). La radicalità della fede e la coerenza della vita sono spesso scambiate per pazzia!

4.2. Una sofferenza profonda (4,19 e 31)

Ma Geremia è anche parte del popolo, ama le persone con le quali vive e delle quali condivide i drammi. Come condivide con Dio la rabbia, lo sdegno e l’ira per il male che viene fatto, così condivide con il peccatore la sofferenza e le conseguenze del peccato. Non si erge a giudice, ma porta il peso del peccato del suo popolo, come il servo sofferente descritto da Isaia, come Gesù di Nazaret che si è caricato sulle spalle le sofferenze dell’umanità (Mt 8,17). Anche qui il sentimento di dolore è illustrato dall’immagine forte delle donna che grida in un difficile parto e invoca aiuto e sollievo. Richiama Rom 8,22 dove Paolo paragona le sofferenze del mondo attuale ai dolori del parto di un mondo nuovo.

Don Sergio Carrarini
Anno Pastorale 2002/2003
Prete veronese,  animatore di gruppi di lettura popolare della Bibbia

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 25/07/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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