COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XVII Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

XVII Domenica Tempo ordinario (Anno B)
Giovanni 6,1-15
Commenti al Vangelo

Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». (…). Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?» (…) Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto» (…).

Salvador Dalì, Cesta di pane, 1926

Quel lievito di un pane che non finisce
Commento di Ermes Ronchi

La moltiplicazione dei pani è qualcosa di così importante da essere l’unico miracolo presente in tutti e quattro i Vangeli. Più che un miracolo è un segno, fessura di mistero, segnale decisivo per capire Gesù: Lui ha pane per tutti, lui fa’ vivere! Lo fa’ offrendo ciò che nutre le profondità della vita, alimentando la vita con gesti e parole che guariscono dal male, dal disamore, che accarezzano e confortano, ma poi incalzano.

Cinquemila uomini, e attorno è primavera; sul monte, simbolo del luogo dove Dio nella Bibbia si rivela; un ragazzo, non ancora un uomo, che ha pani d’orzo, il pane nuovo, fatto con il primo cereale che matura. Un giovane uomo, nuovo anche nella sua generosità. Nessuno gli chiede nulla e lui mette tutto a disposizione; è poca cosa ma è tutto ciò che ha. Poteva giustificarsi: che cosa sono cinque pani per cinquemila persone? Sono meno di niente, inutile sprecarli. Invece mette a disposizione quello che ha, senza pensare se sia molto o se sia poco. È tutto!

Ed ecco che per una misteriosa regola divina quando il mio pane diventa il nostro pane, si moltiplica. Ecco che poco pane condiviso fra tutti diventa sufficiente. C’è tanto di quel pane sulla terra, tanto di quel cibo, che a non sprecarlo e a condividerlo basterebbe per tutti. E invece tutti ad accumulare e nessuno a distribuire! Perché manca il lievito evangelico. Il cristiano è chiamato a fornire al mondo lievito più che pane (de Unamuno): ideali, motivazioni per agire, sogni grandi che convochino verso un altro mondo possibile.

Alla tavola dell’umanità il cristianesimo non assicura maggiori beni economici, ma un lievito di generosità e di condivisione, come promessa e progetto di giustizia per i poveri. Il Vangelo non punta a realizzare una moltiplicazione di beni materiali, ma a dare un senso a quei beni: essi sono sacramenti di gioia e comunione.

Giovanni riassume l’agire di Gesù in tre verbi: «Prese il pane, rese grazie e distribuì». Tre verbi che, se li adottiamo, possono fare di ogni vita un Vangelo: accogliere, rendere grazie, donare. Noi non siamo i padroni delle cose, le accogliamo in dono e in prestito. Se ci consideriamo padroni assoluti siamo portati a farne ciò che vogliamo, a profanare le cose. Invece l’aria, l’acqua, la terra, il pane, tutto quello che ci circonda non è nostro, sono “fratelli e sorelle minori” da custodire.

Il Vangelo non parla di moltiplicazione, ma di distribuzione, di un pane che non finisce. E mentre lo distribuivano non veniva a mancare, e mentre passava di mano in mano restava in ogni mano. Come avvengano certi miracoli non lo sapremo mai. Ci sono e basta. Ci sono, quando a vincere è la legge della generosità.

La moltiplicazione dei pani
Commento di Enzo Bianchi

Introduzione generale a Gv 6

L’ordo delle letture bibliche dell’annata liturgica B ha previsto che, giunti nella lettura cursiva di Marco all’evento della moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,35-44), si interrompa la lettura del vangelo più antico e la si sostituisca con la lettura dello stesso episodio narrato nel quarto vangelo. Per cinque domeniche si legge dunque il capitolo 6 di Giovanni, un testo che richiede una breve introduzione generale.

In verità questo capitolo, tutto incentrato sul tema del “pane di vita”, che mai appare altrove, appare piuttosto isolato nello svolgimento del racconto giovanneo. Con buona probabilità, si tratta di un brano aggiunto più tardi per dare alla chiesa giovannea una catechesi sull’eucaristia, il cui racconto è mancante nel quarto vangelo, sostituito da quello della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17). Se questa ipotesi fosse vera, questo capitolo diventerebbe ancora più importante, perché proprio trattando il tema dell’eucaristia si conclude con la confessione dell’identità di Gesù: per i giudei è il figlio di Giuseppe, semplicemente un uomo della Galilea (cf. Gv 6,42), mentre Gesù dichiara di essere il Figlio di Dio, colui che è suo Padre (cf. Gv 6,40); e ciò è confermato da Pietro e dagli altri discepoli, che riconoscono in lui “il Santo di Dio” (Gv 6,69).

Una grande folla segue Gesù, perché egli ha compiuto dei segni, guarendo i malati. Questa sembra l’ora del successo per Gesù, che rinnova le meraviglie dell’esodo e le azioni dei profeti, assenti in Israele almeno da cinque secoli. In realtà si tratta di una folla incredula e quel “grande raduno” si risolverà nell’epifania di una più grande distanza tra Gesù e quanti correvano a vederlo in cerca di straordinario, ma senza ascoltare la sua parola. Anche di quella folla, però, Gesù ha compassione e vuole saziarla di cibo. L’evangelista annota che “era vicina la festa di Pasqua”, dunque quella è un’ora vigiliare (come lo sarà per l’istituzione eucaristica secondo i sinottici!). La Pasqua era anche la festa dell’offerta delle primizie, il primo raccolto di cereali destinati a diventare pane (cf. Es 9,31; Rt 1,22, ecc.). Ma il cibo che Gesù vuole dare non può essere comprato nelle panetterie, né si potrebbe pagare in modo adeguato, come pensa Filippo…

Ormai è presente Gesù, il profeta escatologico, ben più di Eliseo che aveva moltiplicato i pani d’orzo (cf. 2Re 4,42-44). Un altro discepolo, Andrea, gli fa notare la presenza di un ragazzo che ha con sé cinque pani d’orzo (i pani primizia) e due pesci. Questi vengono presentati a Gesù, non al tempio, e attraverso quell’offerta egli compie il segno: quei pani e quei pesci condivisi sazieranno tutti, in un banchetto pasquale, primaverile, che vede tanta gente sdraiata sull’erba del prato come nel banchetto escatologico, come in un banchetto pasquale celebrato da persone libere, non schiave. Quella folla è immensa, costituita da più di cinquemila uomini, ma il cibo dato da Gesù basterà per tutti: nella vita cristiana si ha sempre poco, ma il poco condiviso basta per tutti!

L’azione compiuta da Gesù è quella che i sinottici mettono in evidenza sia nella moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,30-44 e par.; 8,1-10; Mt 15,32-39) sia nell’istituzione eucaristica avvenuta durante la cena pasquale (cf. Mc 14,22-26 e par.), sia nel pasto del Risorto con i discepoli di Emmaus (cf. Lc 24,30):

Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, fatto eucaristia (eucharistésas), li distribuì ai commensali, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.

Questa è l’azione eucaristica di Gesù, ma è anche il rinnovamento dei prodigi con cui Dio diede la manna al suo popolo nel tempo dell’esodo (cf. Es 16), è anche l’azione del Dio pastore che fa riposare il suo popolo su pascoli di erbe verdeggianti (cf. Sal 23,2), è anche il rinnovamento del gesto profetico di Eliseo.

Così tutta quella folla viene saziata da Gesù con una tale abbondanza che ne mangiarono “quanto ne volevano” e ne avanzarono pure dodici canestri. Ma questa azione di Gesù è un “segno” (semeîon), non è semplicemente un miracolo straordinario: un segno nel senso che richiede alla folla la capacità di risalire dal pane al donatore del pane, di non fermarsi a guardare il miracolo ma a colui che il miracolo indica. La folla invece, meravigliata dal miracolo, si serve di esso per sentirsi esaudita nelle proprie attese. Sapeva che, secondo la Legge, il Signore avrebbe suscitato un profeta pari a Mosè (cf. Dt 18,15), ed è pronta a riconoscerlo in Gesù; si aspetta però che egli si manifesti come un re, come un potente di questo mondo. Sì, è stato così allora ed è ancora così: di fronte a un’azione grandiosa gli esseri umani sono disposti a riconoscere che chi la compie è un profeta promesso e inviato da Dio, ma egli deve comportarsi come i potenti di questo mondo, per poterli sconfiggere con le loro armi, per poter portare la liberazione…

Il segno operato da Gesù si rivela dunque come un vero fallimento. La folla numerosa misconosce Gesù, lo interpreta e lo vuole secondo i propri desideri e le proprie proiezioni, non è disposta ad accettare un Messia, un Profeta al contrario: un uomo mite, un servo del Signore e degli umani, che chiede di comprendere che cosa indica quel pane donato in abbondanza. È significativo che Giovanni scriva che “volevano impadronirsi di lui per farlo re”, cioè volevano renderlo un oggetto, un idolo secondo i loro desideri, volevano un Messia con un altro stile, con un programma messianico mondano. Ma Gesù rifiuta quel potere che gli vogliono dare e fugge, così come aveva fuggito le tentazioni nel deserto (cf. Mc 1,12-13; Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). Egli si ritira nella solitudine della montagna, discernendo l’illusione di un apparente successo, che non può né desiderare né accettare. Salendo su quel monte da solo, avendo lasciato a valle anche i discepoli, pure loro inadeguati a comprendere, Gesù con infinita compassione si ripeteva: “Non hanno capito nulla, continuano a non comprendere nulla”, e certamente li affidava al Padre…

Al termine di questa lettura dobbiamo sentire che quella folla siamo noi, sempre facilmente religiosi ma sempre faticosamente credenti, sempre in cerca di un Dio che si impone e si fa valere: il Dio fabbricato dai nostri desideri e dalle nostre brame, non quello che Gesù ha cercato di svelarci come unico Dio.

Raccogliere il proprio niente
Commento di Antonio Savone

Gesù passò all’altra riva del mare… e la traversata è proposta anche ai discepoli sollecitati a non lasciarsi imprigionare dalla meschinità delle visioni abituali e invitati alla scuola della sproporzione.

Sull’altra riva è di nuovo a tema lo sguardo di Gesù, sguardo capace di ospitalità per una intera folla ma soprattutto sguardo capace di leggere in profondità la condizione reale di quella gente. Ne coglie la domanda inespressa. Vede che quella folla è come pecore senza pastore e allora si pone a insegnare (cfr. domenica scorsa). Di quella folla coglie il grido della fame anche se non è stato materialmente espresso: dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? Ripenso a noi pastori chiamati a intercettare la domanda reale di un popolo. Quella folla chiede qualcosa di diverso e vuole che Gesù si prenda cura di lei. E Gesù si pone in sintonia, in empatia con essa.

Lo sguardo di compassione di Gesù diviene quest’oggi segno tangibile attraverso il dar da mangiare. Operazione a cui associa anche i discepoli che divengono prolungamento della compassione di Dio: la chiesa il prolungamento della compassione di Dio. Ma come? Noi penseremmo attraverso mezzi all’altezza della situazione. E, invece, niente di tutto questo.

C’è una parola che, mi pare, rappresenti la chiave di lettura della pagina evangelica: “Diceva così per metterlo alla prova”. Più che di una azione umanitaria si tratta di una fede messa alla prova.

“Venti pani d’orzo e farro… come posso mettere questo davanti a cento persone?”, domanda l’interlocutore di Eliseo. “Cinque pani d’orzo e due pesci…che cos’è questo per tanta gente?”, obietta Andrea.

Domande più che legittime per chi sta nella vita secondo la logica del calcolo. Sono le domande che si pone anche la nostra società chiamata a misurarsi con numeri sempre più elevati di persone che hanno perso il lavoro e altre che non lo hanno mai avuto. Ma sull’altra riva i discepoli, e noi con loro, sono chiamati a compiere una Pasqua, un passaggio, un esodo che quella traversata in mare aveva ben simboleggiato.

La programmazione, la razionalità, l’inventario delle risorse, il calcolo delle possibilità, qui saltano in blocco. I soliti criteri non tengono più. La cifra decisiva qui è un’altra, ed è la fede. Quando questa viene assunta come criterio c’è spazio perché l’inedito accada e l’inaspettato si compia. Grazie ad un ragazzo.

Tutto ciò, anche se non c’è quasi nulla da mettere davanti a gente affamata. Offri ciò che non hai, metti a disposizione di tutti ciò che non basta neppure a te, fai sedere una folla perché comincia la distribuzione con una cesta vuota! Facciamo fatica a star dietro ad un simile modo di ragionare. La nostra aritmetica ci dice che è impossibile dividere venti per cento e cinque per cinquemila. E così preferiamo non sbilanciarci.

Ma – vangelo alla mano – la sproporzione è superata solo attraverso la cifra della fede. Gusti singolari quelli del nostro Dio il quale si fa riconoscere per una predilezione decisamente paradossale: la predilezione per il nulla.

I suoi occhi sembrano posarsi con predilezione su ciò che è vuoto per riempirlo di grazia. Tantissimi gli episodi dell’AT e del NT dove questo accade. A cominciare dalla vedova del tempo di Elia (1Re 17,9-16) che non aveva più nulla in casa: niente marito, niente reddito, niente cibo, niente aspettative. Il niente per eccellenza. E quando Elia le chiede da mangiare, raccoglie tutto il niente che aveva, “un pugno di farina e un po’ di olio nell’orcio”; questo lo spazio ideale perché Dio possa operare: il niente diventa tutto, diventa promessa di una vita donata e garantita da Dio, diventa una ricchezza inaspettata. Lo stesso accade ad un’altra vedova che ricorre ad Eliseo (cfr. 2Re 4,1-7): le è rimasto solo “un orcio di olio”, troppo poco per colmare un grosso debito. Ma su comando dell’uomo di Dio si fa prestare dalle vicine “vasi vuoti nel numero maggiore possibile” e i vasi si riempiono: un vuoto riempito misteriosamente da un Dio che si prende cura di chi ha nulla e non conta niente. Proprio come nel brano evangelico: niente soldi, niente pane… E Gesù fa raccogliere il niente e lo rende cibo per tutti nel gesto della condivisione. Lo stesso a Cana: sei giare vuote, un niente che diventa tutto. Lo stesso vuoto della samaritana, del figlio prodigo, del pubblicano, di Simon Pietro che non pesca niente tutta la notte.

Il niente diventa lo spazio per la sovrabbondanza quando si giunge ad osare di più: “Sulla tua parola…”, dirà Pietro. Umanamente non c’è alcun motivo per farlo, ma mi fido della tua parola.

Sta qui tutto il mistero della santità: il niente dell’uomo riempito dal tutto di Dio. Ne consegue allora che l’unica possibilità per l’uomo di fare esperienza di Dio, consiste nell’accettazione della propria personale piccolezza; non c’è cammino di sequela che non riparta continuamente con l’umile atto di “raccogliere il proprio niente” davanti al Signore misericordioso, presentarlo a lui e lasciare che su di esso cada la sua benedizione che ricrea e rinnova, per scoprire nell’umana impotenza la potenza della grazia divina.

Dobbiamo riconoscere che non è una via così frequentata nei nostri pellegrinaggi spirituali, convinti come siamo che si è discepoli del Signore, capaci di compassione come lui quando riportiamo successi da una perfezione frutto delle nostre mani.

Gesù ci dice che la sproporzione viene colmata quando il poco che si possiede, il niente che si è, diventa il tutto che si dona e che si mette a disposizione.

https://acasadicornelio.wordpress.com

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2 commenti su “XVII Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

  1. É Iddio chi actua y solamente cuando seamos capaços de creure-ho podrem esperar les meravelles que el Senyor ens té preparades!

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  2. Pingback: XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) COMMENTO – LA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI · LA PAGINA DI SAN PAOLO APOSTOLO

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Questa voce è stata pubblicata il 26/07/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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