COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sul Vangelo di MATTEO – Schena (4) Capitoli 13,53-18,35

Riflessioni spirituali sul Vangelo di Matteo 
– Don Antonio Schena –

La formazione dei discepoli
(Matteo 13,53-18,35)

da Venerdì, XVII settimana del Tempo Ordinario
a Giovedì, XIX settimana del Tempo Ordinario


Gesù maestro .jpg

SEZIONE NARRATIVA:
prima del viaggio a Gerusalemme
(13,53 – 17,27)

Dopo il discorso in parabole inizia la più lunga sezione narrativa che si spinge fino al c. 18. Matteo riprende qui il filo di Marco (cc.6-8), riproducendone sostanzialmente l’ordine degli episodi, la struttura letteraria e i temi principali. Come sempre nelle parti narrative il materiale è vario: miracoli, insegnamenti, controversie. E ritroviamo tutti i personaggi: la folla, i discepoli, gli avversari. La narrazione si snoda alternando scene in cui Gesù e i discepoli sono soli e scene in cui Gesù e i discepoli sono tra la folla. La prospettiva dominante è la prima: si ha l’impressione cioè che Gesù incominci a staccarsi dalle folle per dedicarsi alla formazione dei suoi discepoli. Certo Gesù continua ad agire tra la gente e in favore della gente (le due moltiplicazione dei pani, ad esempio). Anche la formazione che egli imparte ai discepoli non consiste in nessun modo nell’allontanarli dalla gente per stare da soli in una comunità chiusa, ma le spiegazioni di ciò che accade sono date per lo più ai soli discepoli.

Gesù respinto a Nazaret (13, 53-58)

La sezione narrativa si apre, come nelle altre narrazioni, con un episodio di rifiuto. L’episodio di Nazaret non è un episodio isolato, né la reazione di un piccolo paese: è invece il simbolo del comportamento dell’intero Israele nei confronti di Gesù. La ragione dello scandalo non è questo o quel gesto di Gesù, ma la condizione stessa del Figlio di Dio, il suo essersi fatto uomo, la sua scelta di un’esistenza umile e povera.

La morte di Giovanni Battista (14, 1-12)

Dopo il rifiuto di Nazaret, il martirio del Battista prefigura quello di Gesù. Si noti come il martirio del Battista è stato sempre visto finora all’orizzonte dello stesso cammino di Gesù. E’ ricordato tre volte:

– la prima, quando Gesù inizia la sua attività pubblica in Galilea: “Avendo saputo che Giovanni era stato arrestato” (4,12).

– La seconda, quando Gesù attira l’attenzione sulle sue opere e sulle Scritture (il modo più corretto per capire chi egli sia) e poi – sempre prendendo spunto dal Battista – giudica severamente “questa generazione”: “Giovanni, intanto era in carcere” (11,2).

– Infine in questa sezione narrativa, in cui il destino di Gesù e quello del suo precursore sono posti l’uno accanto all’altro.

Moltiplicazione dei pani per i cinquemila (14, 13-21)

Come Marco, anche Matteo ricorda due moltiplicazione dei pani (4, 13-21 e 15, 32-39). I due racconti danno il tono alla sezione, perché il termine “pane” ritorna con frequenza al di fuori dei due racconti della moltiplicazione (15,3.26; 16,5.7.8.9.10.11): Gesù è il Maestro che dona la parola (il discorso della montagna), libera dal demonio e guarisce (i racconti di miracoli), e spezza il pane per le moltitudini. Il luogo dell’episodio non è chiaramente indicato in nessuno dei tre sinottici (“un luogo deserto”). Tuttavia, si trovava abbastanza vicino ai villaggi da permettere di andare a procurarsi il cibo; la località pertanto non è il “deserto” nel senso tecnico del termine.

I dodici distribuiscono il cibo e raccolgono gli avanzi: Mt registra un numero maggiore di persone, innumerevoli donne e bambini oltre i 5.000 registrati da Mc 6,44. Con ogni probabilità il numero è esagerato, e comunque non è il risultato di un conteggio delle singole persone. La tradizione orale ha la tendenza ad aumentare cifre di questo genere.

L’episodio viene riportato non tanto per quanto ha di miracoloso (manca qui infatti la solita meraviglia che segue il miracolo), quanto perché è un segno e un’anticipazione dell’Eucarestia. Le abbreviazioni di Mt ottenute per mezzo di omissioni di alcuni dettagli e dialoghi, hanno lo scopo di accentuare il significato simbolico dell’episodio.

Gesù cammina sulle acque (14, 22-36)

Nell’AT, sebbene in testi poetici, la sovranità di Jahwè è descritta anche col   ricorso al dominio che egli esercita sulle acque del mare: “Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque” (Sal 77,20); “cammina sulle onde del mare” (Gb 9,8). Il fatto che Gesù cammini sulle acque lo mette allo stesso livello su cui era visto Jahwè nell’AT. Pertanto, l’episodio, come il precedente, ha un significato simbolico.

Con questo capitolo inizia quella parte di Mt che viene chiamata la sezione ecclesiastica, che avrà il suo vertice al c. 18 con il discorso sulla Chiesa. I discepoli nella barca rappresentano la Chiesa, dalla quale Gesù non è mai lontano anche quando la situazione è minacciosa e la sua presenza invisibile. Mt è l’unico che aggiunge il fatto del tentativo di Pietro di camminare sulle acque. Questa aggiunta accresce il significato simbolico dell’episodio. La peculiare posizione di Pietro tra i dodici è chiaramente affermata in tutta questa sezione, per far risaltare la responsabilità che altri non hanno. Per affrontare queste responsabilità Pietro deve aver fede: egli cammina sulle acque come Gesù, non per propria potenza. La sua possibilità dipende unicamente dalla parola del Signore (“Vieni”) e la sua forza sta tutta nella fede. Aggrappato a questa fede il discepolo può ripetere gli stessi miracoli del suo Signore. Ma se questa fede si incrina, allora egli torna ad essere facile preda delle forze del male e soccombe nella tempesta.

Disputa sul puro e sull’impuro (15, 1-20)

Quest’ampia controversia inizia “con alcuni farisei venuti da Gerusalemme” e si conclude in una forma di istruzione privata ai discepoli. “allora i discepoli gli si accostarono”. Questo mutamento di interlocutori mostra che il discorso non intende essere solo un rimprovero ai farisei del tempo, ma anche un avvertimento alla comunità dei discepoli. Tanto è vero che l’evangelista non insiste unicamente sulla cecità dei farisei, ma anche sull’incomprensione degli stessi discepoli: “Anche voi siete ancora senza intelletto? Non capite che…”.

L’abilità di confondere le proprie tradizioni con la volontà di Dio è una malattia religiosa che può riprodursi facilmente dappertutto, anche nella comunità cristiana.

Gesù nel dibattito introduce un passo di Isaia (29,13) ne fa l’esegesi e lo applica al caso. Così è subito chiaro che la denuncia che egli fa ha il sostegno delle stesse Scritture. I rimproveri del profeta sono due:

– una religiosità superficiale (“con le labbra”) anziché un coinvolgimento totale dell’uomo, fin nel profondo del cuore (“ma il suo cuore è lontano da me”);

– una morale che smarrisce l’autentica volontà di Dio nel cumulo delle interpretazioni umane (“insegnando dottrine che sono precetti di uomini”).

Sono esattamente i due rimproveri che Gesù sviluppa in questo dibattito.

Le affermazioni salienti sono due:

a) La prima: “Avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione” (15,6).

b) La seconda: “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca” (15,10). E la ragione è semplice: ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore, è dal cuore che provengono i desideri malvagi. Nel linguaggio biblico il cuore è il luogo delle decisioni, è la coscienza, è la mente, e allora, è il cuore che va tenuto in ordine.

Ci sono, infine, alcune parole che Matteo è l’unico a riportare (vv. 12-14). I farisei, considerati modelli di fede, sono scandalizzati del discorso di Gesù e i discepoli ne sono turbati. Gesù nei confronti dei primi è molto duro: non sono più la pianta di Dio, “sono ciechi e guide di ciechi”. Non è difficile intravedere dietro queste parole una domanda assillante dei cristiani di provenienza giudaica della comunità di Matteo: si deve o non si deve rompere con il giudaesimo? La risposta è netta: “Lasciateli” (v. 14). Ritroveremo parole altrettanto dure più avanti (23, 16-22).

La Cananea (15, 21-31)

Questa narrazione non è il racconto di un miracolo, né può essere classificata come la storia di una frase. Il punto culminante dell’episodio, infatti, non è il miracolo o il detto di Gesù, ma il detto della donna. Sotto questo punto di vista il racconto è unico e rivela problemi connessi con l’ammissione dei pagani nella Chiesa, ma non è composto unicamente per questo.

Gesù afferma di essere venuto in primo luogo per Israele (la sua rottura non è con l’elezione del popolo ebraico, ma con le tradizioni farisaiche), ma poi salva una straniera. L’episodio pone il conflitto, già accennato nel precedente episodio, tra la priorità di Israele da una parte e i pagani dall’altra. Il conflitto è posto ma presto risolto: anche se Gesù è stato inviato per prima alle “pecorelle perdute della casa di Israele”, tuttavia non rifiutò la fede ovunque la trovasse, anzi, a volte, si trova più fede al di fuori che dentro. E’ un concetto che nel Vangelo di Matteo ritorna con sorprendente frequenza: i Magi che vengono da lontano (2,1ss,), i figli di Abramo che possono sorgere dalle pietre (3,9), il centurione pagano (8,10), i niniviti e la regina del sud più disponibili di “questa generazione” (12,39ss.).

La narrazione termina con un sommario che ha lo scopo di collegare il racconto della Cananea (sirofenicia in Mc) con la moltiplicazione dei pani per i 4.000. Questo episodio, infatti, spiegherebbe la presenza della folla in una zona remota e non popolata, “su per il monte”

La moltiplicazione per i quattromila (15, 32-39)

Questa seconda moltiplicazione dei pani è così simile alla prima da portarci alla conclusione che si tratti di una variante del medesimo episodio. La presenza di duplicati non è insolita in Mt sono invece, rari in Mc. Le divergenze sono poche: la presenza della folla per la durata di tre giorni, l’iniziativa presa da Gesù, il numero dei pani, il numero dei cesti avanzati, il numero delle persone. I punti in comune sono numerosi: il motivo di Gesù è espressamente indicato nella compassione, la folla si trova in un luogo disabitato, la gente si adagia sulla terra, viene usata la formula eucaristica, la scena è vicina al lago e il miracolo è seguito da un viaggio in barca.

I segni premonitori del tempo (16, 1 -12)

Mt ripete qui quanto ha già utilizzato in 12, 38-39. I farisei e i sadducei chiedono a Gesù un segno dal cielo e questo – si precisa – per tentarlo. Il segno “dal cielo” non significa necessariamente un miracolo più strepitoso, né un prodigio cosmico di tipo apocalittico, ma più semplicemente un segno che provi indiscutibilmente l’autorità di Gesù. L’ironia è che lo chiedono in un contesto già ricco di miracoli. Alla loro richiesta Gesù oppone un netto rifiuto: non intende in alcun modo compiere miracoli diversi da quelli già compiuti: “Nessun segno se non il segno di Giona”, cioè la sua predicazione (che come quella del profeta invita alla conversione), la sua morte e la sua risurrezione. Agli occhi di Gesù la pretesa dei farisei e dei Sadducei non è solo loro, ma è l’espressione di una generazione più generale: “Una generazione perversa e adultera cerca un segno”.

Dunque si chiede a Gesù un altro segno come se quelli compiuti non fossero sufficientemente convincenti. Ma in realtà non sono i segni che devono essere cambiati o aumentati, ma il cuore di chi li valuta: “Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?” (16,3). Questa generazione conosce i segni premonitori della pioggia e del caldo del bel tempo e del brutto tempo, ma non sa decifrare i segni del tempo messianico, non sa riconoscere nelle parole e nei miracoli di Gesù quanto i profeti avevano detto di lui.

Il mondo di oggi è pieno di esperti. Conoscono tante cose: bravi coltivatori della terra ed eccellenti costruttori di macchine, ottimi conoscitori di canzonette e di calciatori, intenditori di film e di opere d’arte, dottori in lettere e professori in medicina. Ma quando si tratta di Cristo, tanti cristiani nuotano in un’abissale ignoranza, quando poi si tratta della Chiesa, la confusione è spaventosa: conoscono solo i pregiudizi dei libri di storia e dei giornalisti anticlericali. Non riescono a discernere i segni della missione del Cristo e della sua Chiesa, succubi di una diabolica propaganda; si creano degli alibi sulla famigerata “ricchezza” della Chiesa e sulla sua fragilità, sugli errori di certi uomini di Chiesa, ecc…

La confessione di Pietro e primo annuncio della Passione (16, 13-28)

La prima osservazione da fare è questa: la confessione di Pietro sulla messianicità di Gesù, non è il frutto di una sua intuizione personale, ma è attribuita unicamente a una rivelazione divina. Questa testimonianza è importante perché ci fa capire come la Chiesa primitiva riconosceva, per rivelazione divina, la messianicità di Gesù.

La ragione per cui Pietro viene chiamato roccia è la fede da lui dimostrata nella sua confessione. Egli ha espresso verbalmente la fede dei discepoli, ed è sulla fede in Gesù che il gruppo formato da lui avrà il suo solido fondamento. Pietro è il portavoce e l’esempio di questa fede. Finché questa fede durerà, “le porte dell’inferno” non avranno alcun potere sul gruppo.

La consegna delle chiavi è una chiara affermazione di una posizione di capo e di autorità. La frase riecheggia Is 22,22 dove Sobna riceve le chiavi del palazzo reale.

Il significato dell’ufficio conferito è ulteriormente specificato nel conferimento del potere di legare e sciogliere. La frase significa indubbiamente l’esercizio del potere, ma la natura e l’uso di questa autorità non sono specificati. Oggi c’è un fermento intorno a questa tematica sull’autorità del Papa, si parla, infatti sempre più di collegialità. Anche sul problema dell’ecumenismo, il primato di Pietro è oggetto di ampia discussione, lo stesso Giovanni Paolo II, ha chiesto ai teologi di approfondire questa verità profonda della Chiesa.

Dopo aver parlato della propria via messianica e della Chiesa, Gesù parla del discepolo. C’è subito un punto che appare centrale: ogni atteggiamento del discepolo deve porsi in riferimento a Cristo. Nessuna rinuncia è richiesta per se stessa, ma solo per Gesù. L’affermazione più importante è contenuta nel v. 24: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Per essere veri discepoli, bisogna fare qualcosa di radicale, di fondamentale: rinunciare a se stessi, alle proprie sicurezze, per dedicarsi, come Cristo, totalmente agli altri.

La trasfigurazione (17, 1-8)

Il carattere fortemente simbolico di questa narrazione, indica che questo racconto, come quelle del battesimo di Gesù, ha un valore teologico più che storico. La narrazione ha il suo fondamento su un’esperienza mistica dei discepoli, ma l’esperienza è descritta mediante immagini simboliche cosicché resta impossibile ricostruire l’esperienza stessa.

La pienezza della percezione della realtà di Gesù così come viene indicata nell’episodio della trasfigurazione fu raggiunta dai discepoli solo dopo la risurrezione. Pertanto l’inserimento del racconto qui – dopo la confessione di Pietro e la predizione della passione – ci fa intuire che Mt vuole riaffermare la messianicità di Gesù non solo nella sua risurrezione, nella sua gloria, ma anche nella sua incarnazione e passione dove essa è nascosta.

Il centro della narrazione è costituito dalle parole del Padre: “Questo è il mio Figlio prediletto, ascoltatelo”. L’ascolto è ciò che definisce il discepolo, tutto il resto serve da cornice. La parola di Dio si è fatta chiara nella persona, nelle parole e nell’esistenza di questo Gesù incamminato verso la croce. Non è una parola che trasmette nozioni qualsiasi, ma che rivela chi è Dio, chi siamo noi e qual è il senso della storia nella quale viviamo. Una parola, dunque, che indica ciò che dobbiamo fare e la regola da seguire. Non resta che ascoltarla con cuore attento e obbediente. Un’ultima annotazione: i discepoli, avendo visto Elia e Mosè accanto a Gesù, si chiedono che cosa possa significare questo in rapporto alla concezione popolare del ritorno di Elia (17, 9-13). I rabbini, infatti, parlavano – probabilmente sulla base di alcuni testi dell’AT (Ml 3, 23-24; Sir 48, 10-11) – del ritorno di Elia.

La risposta di Gesù è molto chiara: il ritorno di Elia si è realizzato in Giovanni Battista, e lo hanno trattato “come hanno voluto”, trattamento che prefigura la sorte che egli stesso sta per incontrare.

La guarigione di un fanciullo epilettico (17, 14-21)

I discepoli non riescono a liberare un uomo dal demonio per la loro “poca fede”. Essi, infatti, non hanno poteri personali, possono solamente far loro la potenza del Signore, e per questo occorre la fede. Ma non ne serve molta, ne basta poca purché autentica: è sufficiente averne quanto un granellino di senape per spostare anche le montagne.

Sembra una contraddizione: Gesù rimprovera i discepoli per la loro poca fede e poi dice che ne basta poca. Nel linguaggio evangelico “poca fede” non designa la quantità ma la qualità: la poca fede di chi non si fida dell’amore del Padre e cerca sicurezza nell’accumulo dei beni (6,30). La poca fede dei discepoli che sul mare in tempesta dubitano della potenza di Gesù (8,26), o ancora la poca fede di Pietro che uscito dalla barca, esita e si impaurisce (14,31). In tutti questi casi si tratta di una fede esitante, contraddittoria, dubbiosa.

Secondo annuncio della Passione (17, 22-23)

Il tratto più caratteristico di tutti questi capitoli, fino all’entrata di Gerusalemme, è lo sforzo di Gesù di concentrare l’attenzione dei discepoli sulla croce. Qui ne parla per la seconda volta, ribadendo gli stessi concetti della prima (16,21ss). Ma attorno a questo tema centrale, che fa da filo conduttore, ruotano altri insegnamenti più particolari, quasi tutti rivolti ai discepoli. Qui ne troviamo due: il primo è del brano precedente: la necessità della fede; e l’altro nel brano seguente: un invito a non scandalizzare inutilmente.

Il tributo del tempio (17, 24-27)

Questo racconto (proprio di Mt) ha l’aria di essere una parabola. Ad ogni modo, è certo che il centro della narrazione non è il miracolo in sé, ma il motivo per cui è compiuto: “Perché non si scandalizzino”.

La tassa consisteva in un contributo annuale e personale per i bisogni del tempio (Es 30, 13-15). Consapevole dell’abituale osservanza di Gesù della legge, sia pure associata all’affermazione della sua indipendenza dalla legge, Pietro assicurò i gabellieri che Gesù pagava sempre le tasse. Il brano è l’occasione per la formulazione di un detto. I “figli” dai quali i re non esigono le tasse sono i loro sudditi e Gesù giocando sulla metafora di “figlio” per designare se stesso (3,17: 17,5; 11, 25-27), afferma che, in quanto “figlio”, è esente dalla tassa, come pure i suoi discepoli che sono suoi fratelli e figli del medesimo Padre.

La motivazione del pagamento della tassa è unicamente per non dare scandalo. Il detto e la costruzione del dialogo sembrano riflettere la posizione dei giudeo-cristiani (cioè la comunità di Matteo) per quanto riguardava il tributo per il tempio. Se i giudeo-cristiani pagavano la tassa per il tempio era soltanto per motivo di convenienza e non perché si sentissero obbligati dalla legge. Gesù, infatti, è più grande del tempio.

DISCORSO:
Il discorso ecclesiastico (18, 1- 35)

Questo discorso è attinto quasi interamente a Marco, con alcune aggiunte prese dalla fonte “Q”, il resto del discorso è proprio di Matteo. Difatti dietro il succedersi dei discorsi e dei temi (trattati non secondo una struttura logica e coerente), si intravede la struttura del vangelo di Marco, che racconta la vicenda di Gesù che iniziando dal battesimo, continua col ministero in Galilea e poi in Giudea, fino alla sua passione e morte. Secondo questa struttura il discorso del capitolo 18 si trova nel contesto degli annunci della passione. La collocazione è significativa: questo discorso ecclesiastico, che tratta dei rapporti tra i vari membri della comunità, va letto nella prospettiva della sequela, intesa come un cammino verso la croce. Possiamo dire che questo capitolo 18 intende rispondere a una domanda: come deve costituirsi una comunità che intende porsi alla sequela di Cristo Crocifisso?

La grandezza del Regno (18, 1-5)

La comunità discute intorno al più grande: “Chi è il più grande nel regno dei cieli?”. L’interrogativo mostra una profonda incomprensione del discorso della croce che Cristo va facendo.

Marco colloca questo interrogativo nel contesto di una disputa tra i discepoli, Matteo invece omette questo dettaglio poco lusinghiero e ci descrive i discepoli che pongono direttamente a Gesù l’interrogativo concernente la preminenza. Luca è ancora più radicale e pone la questione del più grande nel contesto dell’ultima cena (22, 24-27), là dove Gesù svela con più chiarezza la sua via di servizio.

Come risposta a questo interrogativo dei discepoli, Gesù chiama a sé un bambino, lo pone in mezzo ai discepoli e dice: “Dovete diventare come questo bambino”. In che senso il discepolo deve assomigliare al bambino? Probabilmente il contesto originario dell’invito di Gesù ai discepoli, si trova nella scena dei bambini che gli corrono dietro (Mt 19, 13-15; Mc 10, 13-16; Lc 18, 15-17). Gesù è sorpreso nel vedere l’abbandono e la fiducia dei bambini: lo accettano senza paure e senza calcoli e senza troppi perché. Gli adulti, al contrario, sono perennemente esitanti, complicati, in continua ricerca di alibi e giustificazioni. Per entrare nel regno bisogna essere bambini: disponibili, fiduciosi e semplici, occorre abbandonarsi a Cristo con la semplicità del fanciullo.

La seconda parola di Gesù (“Il più grande che si fa piccolo”), introduce una nuova prospettiva: qui piccolo non è più il simbolo di colui che è privo di grandezza, o di colui che non conta. Ma piccolo è chi è povero, trascurato tenuto in nessun conto. Il primo posto nella comunità è per costoro, perché Gesù si identifica con essi: “Chi accoglie un bambino accoglie me”.

Il discorso prosegue sviluppando ancora il tema del piccolo e introducendo un nuovo motivo: lo scandalo (18, 6-9). Nel linguaggio biblico lo scandalo si colloca sul piano della fede e non tanto sul piano della morale. Scandalo è tutto ciò che disorienta la fede. Gesù condanna coloro che scandalizzano i “piccoli” che credono in lui. Piccoli non sono più i bambini di cui abbiamo parlato prima, ma i fedeli semplici, incapaci di sopportare le novità e le arditezza dei “maturi”: la loro fede è fragile, forse immatura, scandalizzabile: anche costoro rientrano nel numero dei piccoli che hanno diritto al primo posto nella comunità. La comunità deve creare un ambiente che faciliti loro la crescita nella fede: non deve costituire un inciampo, che costringe i più deboli a soccombere. E’ questo il senso dell’altra affermazione di Gesù: “Guardatevi dal disprezzare anche uno solo di questi piccoli”. Forse la traduzione migliore non è “disprezzare”, ma trascurare. La comunità non può agire come se questi piccoli non esistessero, non può fare riforme senza tener conto delle ripercussioni sulla fede dei piccoli. Purtroppo invece la comunità (già quella di Matteo) è spesso tentata di fare il contrario: tanto, essi non contano, non hanno peso, l’avvenire è in altre mani. Ma non è così nella valutazione di Dio: “I loro angeli vedono sempre la faccia del Padre”. Possiamo concludere questo brano con una prima indicazione di vita comportamentale all’interno della comunità: la comunità cristiana è fondata sul servizio, sull’accoglienza e sul rispetto della fede degli altri.

La pecora smarrita (18, 10-14)

La parabola ci è stata trasmessa sia da Luca che da Matteo. Gli evangelisti non furono semplici collezionisti del materiale che avevano trovato nella tradizione: furono veri autori. Lavorarono personalmente il materiale ricevuto, lo strutturarono e lo applicarono alle circostanze concrete dei destinatari per i quali scrivevano.

Vediamo in concreto le differenze tra Luca e Matteo.

L’intenzione della parabola, nel pensiero di Luca (15), è di giustificare la condotta di Gesù, che era accusato da scribi e farisei di frequentare “cattive compagnie”. Le tre parabole della misericordia: pecorella smarrita, dramma perduta e figlio prodigo, costituiscono la risposta del Maestro. In tutte il denominatore comune è la gioia del Padre nell’incontro. La conversione di un peccatore provoca molta gioia nel cielo. L’accento principale della parabola, quindi, secondo la redazione di Luca, cade sulla gioia che la conversione del peccatore procura al cuore di Dio.

In Matteo, invece, l’accento dell’insegnamento si è spostato e il centro si scopre facilmente perché lo stesso evangelista ce lo suggerisce: “Il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (v. 14). I “piccoli” non sono i peccatori in generale (come in Luca), ma i credenti, i discepoli. Di questi si interessa la parabola. Essi pure possono andare fuori strada (per tre volte, nei vv. 12 e 13, compare la parola “smarrite” che si può tradurre “andare fuori strada”). Matteo applica la parabola ai discepoli sedotti, ingannati, che si sono allontanati da Cristo.

Riferendosi ai dirigenti della Chiesa, l’evangelista intende insegnar loro come comportarsi di fronte a quelli che sono caduti o si trovano in pericolo di cadere. Devono imitare la condotta e l’atteggiamento di Dio che “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”; non vuole che si perda nulla di quanto gli appartiene.

Correzione fraterna (18, 15-22)

Questo brano mostra uno dei modi in cui i membri della Chiesa devono andare alla ricerca della pecora smarrita. Il dovere della correzione fraterna non è limitato alle offese di carattere personale: qualsiasi membro della comunità dovrebbe tentare di “guadagnare” il fratello che ha peccato. Ciò va fatto privatamente così che il fratello non sia umiliato. Se questo dialogo personale è infruttuoso, dovrà ripetersi alla presenza di alcuni testimoni, i quali devono dare maggior peso alla correzione per il solo fatto di parteciparvi. Se anche questo avvertimento solenne fallirà, occorrerà demandare il processo alla “chiesa” (nel contesto significa la comunità ecclesiale locale). Se il peccatore non accetta il verdetto della Chiesa, dovrà essere escluso dalla comunità. Le parole di scomunica sono stranamente in dissonanza con il tono generale dei vangeli, nei quali Gesù viene chiamato l’amico dei peccatori e dei pubblicani. Lo scopo della scomunica è sempre quello di aiutare il fratello e prendere coscienza del suo stato di separazione, perché possa, di conseguenza ravvedersi. E’ l’unico scopo possibile e come potrebbe essere diversamente per una Chiesa che vuole imitare il pastore che va in cerca della pecora smarrita? Potremmo anche dire che lo scopo è di creare ai peccatori un disagio, perché è proprio in una situazione di disagio che spesso Dio si inserisce e spinge al ritorno (cfr. la parabole del prodigo in Lc 15).

La prima parte del discorso (18, 1-14) ci ha mostrato con chiarezza che nella comunità cristiana sono spesso presenti le rivalità, gli scandali e i peccati. Come comportarsi di fronte a tutto questo? L’atteggiamento fondamentale da assumere è il perdono (18, 21-22), un perdono senza limiti (settanta volte sette) che assomiglia al perdono di Dio.

La parabole del servitore spietato (18, 23-25)

Questa parabola, propria di Matteo, è uno dei brani più severi dei vangeli. Sottolinea il dovere del perdona adducendo un altro motivo: il perdono concesso dall’uomo all’altro uomo è una condizione del perdono concesso da Dio all’uomo (v. 6,15: “Se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”). Il perdono di Dio, quindi, è il motivo e la misura del perdono fraterno. Dobbiamo perdonare agli altri perché sarebbe inconcepibile tenere per sé un dono immenso gratuitamente ricevuto. Dobbiamo perdonare senza misura, perché Dio ci ha già fatti oggetto di un perdono senza misura: è dal senso della gratuità del dono di Dio che nasce il perdono. Il contrasto fra i due quadri della parabola, infatti, non ha come scopo principale quello di far risaltare la diversità di comportamento nelle due diverse situazioni, intende piuttosto far rilevare quanto sia degno di condanna il servo che non perdona dal momento che egli fu per primo oggetto del perdono divino. Il servo è condannato perché tiene il dono per sé e non permette che il suo perdono diventi gioia e perdono anche per i fratelli. Bisogna invece imitare il comportamento di Dio (Mt 5, 43-48).

Possiamo concludere il discorso ecclesiastico con una seconda indicazione di vita comportamentale della comunità cristiana: all’esterno essa deve continuamente andare alla ricerca degli smarriti e all’interno deve alimentarsi continuamente col perdono reciproco.

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Questa voce è stata pubblicata il 29/07/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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