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Lectio sul Profeta GEREMIA – Carrarini (2)

XVI-XVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

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GEREMIA DI ANATOT
LA PASSIONE E IL CORAGGIO DI UN PROFETA (2)
Capitoli 7-20
Lettura biblica e attualizzazione
a cura di Don Sergio Carrarini


La lapidazione di geremia xi secolo firenze biblioteca medicea

La lapidazione di Geremia, XI secolo, Firenze Biblioteca Medicea

PROFETA DI DENUNCIA

Se i capitoli 1-6 sono il famoso rotolo del 605 di cui si parla nel capitolo 36, i capitoli 7-25 sono la raccolta (molto eterogenea e frammentata) dell’attività profetica di Geremia a Gerusalemme durante il regno di Ioiakim (609-598 a.C.). Questa raccolta è stata curata (e integrata in varie parti) dagli scribi deuteronomisti che avevano appoggiato la riforma di Giosia e avevano difeso Geremia presso il re e i sacerdoti che lo accusavano. Questi capitoli riguardano, in particolare, la predicazione di Geremia nel tempio di Gerusalemme tra gli anni 609 (con il discorso inaugurale della sua missione al sud, riportato nel cap.7 e ripreso da Baruc nella biografia al cap.26) e 605 (con l’ultimo discorso di Geremia pronunciato nel tempio, riportato nel cap.25 e ripreso da Baruc al cap.19).

Il tradimento della riforma di Giosia è denunciato con forza da Geremia, arrivando fino all’annuncio della distruzione della città e dello stesso tempio. Di questa complessa attività di predicazione descritta nei capitoli 7-25, noi sottolineiamo tre aspetti principali: i contenuti della denuncia; l’aspetto di intercessione del profeta; il dramma interiore di Geremia. Le denunce – esposte in particolare nei capitoli 7-9, ma riprese un po’ in tutti questi capitoli – riguardano tre false sicurezze, diventate come dei nuovi idoli o ideologie.

1. Il tempio come idolo (cap.7)

Nel suo impegno di riforma religiosa Geremia aveva puntato molto sul tempio di Gerusalemme, sul culto che vi si celebrava e sugli scribi che spiegavano la parola di Dio. Nonostante l’impegno del re e degli scribi deuteronomisti, la nuova mentalità non era entrata nel popolo (e tanto meno nei sacerdoti del tempio che l’avevano ostacolata fin dall’inizio). Alla morte del re Giosia continuano solo gli aspetti esteriori della riforma, ma si perde il suo contenuto interiore di fede e di ritorno alle esigenze dell’alleanza. Nella mentalità comune si diffonde invece l’idea che il tempio stesso è il segno che Giuda è protetto da Dio. Dio non permetterà mai che esso sia distrutto. Il tempio diventa per gli ebrei come una garanzia di sicurezza, una polizza contro ogni rischio di invasione.

1.1. Un covo di briganti (vv.1-11)

Geremia denuncia subito questa falsa sicurezza riposta nelle strutture esteriori, diventate motivo di vanto, trasformate in assoluti e in garanzie della protezione divina senza nessun contraccambio. “Dio è con noi”, noi abbiamo la verità, noi siamo nel giusto, noi siamo i rappresentati di Dio… quante volte abbiamo sentito queste parole a giustificare e fondare violenze, ingiustizie e fanatismi! La religione, il tempio, le strutture, trasformate in assoluti e propagandate come fonte di sicurezza, diventano idoli, prendono il posto di Dio e generano fanatismi, intolleranze, lotte, scomuniche. La vera e unica fonte di sicurezza è Dio, la sua Parola, l’amore che lui ha verso di noi e l’amore che si diffonde tra le persone, non le strutture, le pratiche religiose, i dogmi, la morale, le persone.

Gesù ha rilanciato con grande forza questa denuncia di Geremia sulle false sicurezze legate alle pratiche esteriori, all’appartenenza al popolo eletto, al tempio e alla casta sacerdotale (Mt 3,9; 7,21; 21,13…). Anche lui ha messo in evidenza la grande tentazione di trasformare la religione in un idolo ed il tempio in una spelonca di ladri!

La fede, la religiosità, la riforma voluta dal Concilio si giocano sul cambiamento di mentalità e di pressi (cambiate la vostra condotta e il vostro modo di agire…) più che sul cambiamento di strutture o sull’emanazione di qualche decreto o di qualche documento ufficiale (vedi, ad es.: la riforma liturgica, la corresponsabilità nella Chiesa, il ruolo dei laici e delle donne, la centralità della parola di Dio, la scelta dei poveri, l’impegno per la giustizia e la pace…). Il Concilio ha dato grandi spinte al rinnovamento, ma le scelte più impegnative e compromettenti la mentalità e la prassi consolidata della Chiesa sono oggi svilite nella trasformazione a volte solo del linguaggio o delle forme esteriori, ma poco nella mentalità e ancor meno nella prassi quotidiana delle comunità. Le varie forme di integralismo, di fanatismo e di proselitismo, che stanno tornando prepotentemente alla ribalta, sono il segno estremo di questa tentazione che trasforma la propria convinzione religiosa, la propria setta o gruppo in un idolo da adorare e servire ciecamente.

1.2. Guardate il santuario di Silo (vv.12-15)

Geremia invita gli ebrei di Gerusalemme ad imparare dalla storia passata. Il primo grande santuario di Israele è stato quello di Silo, al nord, dove c’erano Eli, Samuele, Elia, Amos, Osea… Lì si era svolta la storia religiosa del popolo ebreo per tanti anni. Da Silo proveniva anche la famiglia di Geremia e lui conosceva bene la grandezza e l’importanza di quel santuario. Dice: guardatelo ora, è un cumulo di macerie! Aveva tradito la sua missione, perché si era messo a servizio del re e dei suoi interessi e i suoi sacerdoti avevano rifiutato di convertirsi di fronte ai richiami dei profeti. La conclusione è chiara: Quel che ho fatto a Silo, lo farò anche a questo tempio consacrato a me.

Nessun tempio, nessuna religione, nessun luogo sacro è un assoluto: sono dei mezzi, dei segni per aiutare le persone ad arrivare a Dio, per incontrarlo, per rendergli culto e conoscere la sua volontà. Se perdono la loro funzione e diventano centri di potere, di interessi economici e politici, perdono valore e saranno distrutti. Geremia annuncia (con astioso scandalo delle pie orecchie fanatiche) che il grande tempio di Salomone (orgoglio degli ebrei, ma costruito col lavoro forzato di migliaia di persone e le tasse esorbitanti imposte a tutti gli altri!) sarà distrutto dagli invasori.

Gesù di Nazaret – facendo sua l’osservazione e la profezia di Geremia e con lo stesso dolore nel cuore – annuncerà la fine anche del secondo tempio (Lc 19,41-44), così come annuncerà alla donna di Samaria la fine anche del ricostruito tempio di Silo sul monte Garizim (Gv 4,19). Ogni vero profeta sa leggere la realtà del suo tempo, collegandola con la storia passata, e sa capire che tutto ciò che non porta a Dio, al suo regno, al bene dell’umanità, finirà: Tutto sarà distrutto! (Mt 24,2). Ogni realtà e segno umano è contingente, limitato, caduco; anche la Chiesa come istituzione e come strutture; anche le cattedrali e i santuari; anche S. Pietro e le grandi moschee e pagode (come del resto sono già sparite fiorenti comunità cristiane del passato, opere ciclopiche e simboli del potere). Solo Dio e la sua Parola rimangono in eterno; solo l’amore non tramonterà mai (1Cor 13,8).

1.3. La fedeltà è morta (vv.21-28)

Geremia denuncia ora le pratiche religiose senz’anima, il culto solo esteriore, senza ascolto della Parola e senza fedeltà, senza amore. E’ una denuncia antica di secoli, ma che è sempre di attualità per ogni tempo e per ogni religione. Arriva perfino a dubitare che i sacrifici siano voluti da Dio, insinuando che nascondano interessi dei sacerdoti (e, per certi aspetti, è vero anche oggi per noi). Il centro della religiosità è l’ascolto di Dio che parla attraverso i suoi inviati (che attualizzano la sua Parola nella storia e indicano la sua volontà) e il vivere nell’amore, nella fedeltà alla sua legge.

Il versetto 28 è il centro di tutto il capitolo 7 e il cuore della denuncia di Geremia: la fedeltà è morta e nemmeno se ne parla più! Se non c’è amore verso Dio e verso il prossimo, se non c’è fedeltà ai comandamenti e alla strada indicata dai profeti, la religione diventa un’ideologia che si appoggia su sicurezze umane e porta lontano da Dio. Gesù ha richiamato moltissime volte questo aspetto nel suo impegno di rivitalizzare la religiosità ebraica e nei suoi insegnamenti ai discepoli perché non ripetessero lo stesso errore (Mc 7,8; 12,2834; Mt 23,23; Gv 4,24). Anche nelle Lettere ci sono ripetuti ammonimenti (2Tim 3,5; Ap 2,4).

Fa molto riflettere anche le nostre Chiese questa denuncia di una religiosità che mantiene le pratiche esteriori, l’amministrazione dei Sacramenti, il crocifisso in tutti gli ambienti… ma ha perso l’interiorità, le scelte di fedeltà al Vangelo. La Chiesa stessa ha trasformato i Sacramenti in atti di culto, legati strettamente a tariffe, età e usanze civili, ma slegati dalla vita di fede e dalla mentalità delle persone. Nell’Italia cristiana e a Roma, sede del papato, tutto il cap.7 fa ancora oggi l’effetto dirompente e provocatorio che ha fatto nel 608 a.C. in Giudea e a Gerusalemme. P. Alex Zanotelli sembra proprio un nuovo Geremia che va ripetendo le stesse denunce, purtroppo inascoltate come allora!

2. La falsa sapienza (cap.8)

Dopo il tempio, con il suo culto ufficiale svuotato di amore e fedeltà, Geremia mette sotto accusa un altro pilastro della riforma di Giosia: la conoscenza della Legge e la sua interpretazione da parte degli scribi. Da molla della riforma e del rinnovo dell’alleanza, era diventata in pochi anni legalismo giuridico, gusto intellettuale dell’erudizione e giustificazione di interessi e soprusi.

2.1. Una Parola falsata (vv.7-12)

Geremia stigmatizza il modo di interpretare la parola di Dio dei responsabili religiosi come falso e pericoloso, perché accomodante e interessato. Istilla l’idea che basta conoscere quattro cose principali della religione, osservare alcuni precetti morali (magari adattandoli e interpretandoli a proprio uso e consumo), compiere alcune pratiche rituali, fare elemosina, dire qualche preghiera e fare qualche sacrificio… per essere a posto con Dio. L’osservanza esteriore dei precetti e della morale non basta: è l’amore, la fede, il rapporto con Dio che contano, che fanno crescere, che rendono “sapienti” e danno valore anche alla morale, alle pratiche religiose, alle preghiere, alle elemosine.

Anche qui tornano subito alla mente le dure polemiche di Gesù con gli scribi del suo tempo, proprio sugli stessi argomenti (Mt 15,1-10; 23,1-36; Lc 6,1-5). La legge, i riti religiosi, le pratiche di pietà, le opere caritative sono espressioni della fede, mezzi per viverla e darle visibilità, ma senza la fede sono opere morte, pratiche solo esteriori e diventano falsi maestri quelli che insistono su questi aspetti di tradizione.

Noi capiamo molto bene queste denunce perché veniamo da un tempo in cui si dava molto peso alle pratiche esteriori, all’osservanza dei precetti della Chiesa, al fare il minimo per essere a posto, alle tradizioni che spesso scadevano nel folclore paesano, al culto dei santi e alla ricerca delle grazie… Si era invece molto più tolleranti e giustificativi con mentalità e scelte di violenza, di ingiustizia, di disuguaglianza e sfruttamento delle persone. Ora questa mentalità e questo modo di vivere la fede è in parte caduto e nessuno si sente più così legato alle regole e ai riti, alle devozioni e alla morale, ma – come osserva Geremia con profonda delusione – tutti, poveri e ricchi, cercano solo di far danaro… Va tutto bene, dicono, e invece non va bene niente. Pochi cercano la sapienza e la saggezza, pochi sono critici rispetto alla cultura e all’interpretazione dei fatti proposte dai mass media; pochi approfondiscono le cose. La vera sapienza del vivere nasce dalla fede, dall’amore, dal rispetto per la vita, dalla giustizia e dalla ricerca della pace, sulla via indicata da Gesù di Nazaret e da tutti i profeti che l’hanno preceduto e seguito nella storia di ogni popolo. Non si compra lo Spirito Santo con i soldi né la sapienza su Internet!

3. Una circoncisione senza valore (cap.9)

Alla fine del capitolo 9 – riprendendo il tema della vera sapienza – Geremia contesta anche un’altra falsa sicurezza degli ebrei: la circoncisione, cioè l’idea di essere a posto con Dio solo perché si fa parte del popolo eletto. In particolare nei vv.22-25 sottolinea l’assoluta inutilità di un segno nella carne che non corrisponda alla scelta del cuore.

Troppe volte nella storia (e ancora oggi) le sicurezze derivanti dalla razza, dalla religione, dal partito, dalla casta, dal gruppo, dall’élite al potere hanno fondato ideologie e fanatismi. Ci si crede sicuri e nel giusto perché vincenti. La vera grandezza la determina Dio, non l’uomo; la vera sapienza viene dalla Parola, non dal consenso delle masse; la vera sicurezza viene dalla fede e dalla solidarietà, non dall’essere battezzati e sposati in chiesa. Gesù è venuto ad abolire tutte queste divisioni e false sicurezze per creare una fraternità di persone che amano Dio e il prossimo, senza muri di divisione, caste privilegiate e garantiti di lusso.

Geremia – come Gesù e come ogni grande sapiente dell’umanità – proclama che la vera circoncisione è quella del cuore che si apre all’amore e che la vera religiosità è quella che obbedisce alla volontà di Dio senza riserve e compromessi.

PROFETA INTERCESSORE

I capitoli 10-17 sono una raccolta di materiale molto vario, senza una vera unità e con molti brani delle cosiddette “confessioni”, che leggeremo nel prossimo incontro. Dei molti temi trattati, noi sottolineiamo l’aspetto dell’intercessione, già emerso al capitolo 7,16-20: Geremia, non pregare per questo popolo, non piangere e non supplicarmi in suo favore, non insistere con me, perché non ti ascolterò. Ritorna poi in 11,14: Geremia, non pregare per questo popolo, non piangere e non supplicarmi in suo favore; in 14,11: Non chiedermi di aiutare questo popolo; e in 15,1: Anche se venissero Mosè e Samuele a supplicarmi, io non mi lascerò intenerire per questo popolo.

Il tema della “preghiera d’intercessione” è molto frequente nella Bibbia: Abramo che intercede per Sodoma e Gomorra; Mosè che intercede per il popolo idolatra del vitello d’oro; Samuele che intercede per il popolo che chiede un re, e poi per Saul che ha disobbedito all’ordine di Dio; Amos che prega per allontanare l’invasione delle cavallette; i numerosi Salmi d’intercessione; la preghiera di Gesù nell’ultima cena; la preghiera della comunità per Pietro in prigione; le numerose preghiere di Paolo per le Chiese dei pagani; lo Spirito Santo che intercede nel credente con gemiti inesprimibili di Rom 8,26; le molte preghiere di intercessione presenti nell’Apocalisse.

Perché allora Dio chiede a Geremia di non intercedere per il popolo? E’ un Dio severo, adirato, cattivo, che ama castigare e punire? Perché questa proibizione? E Geremia come ha reagito? Cosa ha fatto? Come ha vissuto il suo ruolo di profeta intercessore, ricordato ancora in 2Mac 15,14? Cerchiamo di cogliere le dimensioni dell’intercessione in Dio, nel popolo e nel profeta.

1. Il lamento di Dio

Tutti i capitoli sono percorsi da minacce di castighi e da invettive contro il male e l’infedeltà, ma, pur essendo parole dure, non sono fredde denuncie o recriminazioni astiose. Anche le minacce dei castighi esprimono rabbia e dolore, non cattiveria e gioia di punire. Leggiamo alcuni brani.

1.1. Il popolo che io amo ha commesso malvagità (11,6-17)

Il richiamo e la denuncia da parte di Dio nascono da un rapporto d’amore tradito. Dio ama il suo popolo e lo supplica in molti modi di cambiare vita, di convertirsi, ma a volte si sente quasi preso in giro dalla doppiezza, dalla falsità. Dio denuncia la religiosità mercantile di chi pensa di comprare i favori di Dio con qualche preghiera e qualche offerta. Dio non è un mercante e rifiuta questo rapporto di compravendita o di furbizia (“tanto Dio è buono e perdona sempre!”). Dio soffre nel vedere una religiosità che si è trasformata da rapporto d’amore in un rapporto d’interesse. Questo lamento di uno sposo tradito (riprendendo l’immagine di Osea) ritorna nel cap.12,7: Ho ripudiato la nazione che mi ero scelta; ho consegnato nelle mani dei suoi nemici il popolo che amo. Continua poi nel cap.13,11 con l’immagine della cintura di lino: Io volevo legare a me il popolo d’Israele e di Giuda proprio come si lega una cintura ai fianchi. Volevo che fossero il mio popolo, il mio onore e la mia gloria, ma essi non hanno voluto ascoltarmi.

1.2. Ci provano gusto a vivere in modo sregolato (14,10-16)

Qui l’accusa assume i toni dell’ironia e del risentimento, perché coinvolge direttamente le persone religiose che dovrebbero aiutare il popolo a seguire Dio mentre, invece, incentivano e approvano quella falsa religiosità per ricavarne un loro tornaconto personale e di casta. Sono dei “falsi profeti”!

Anche Gesù ha messo in guardia i suoi discepoli dai falsi profeti che si presentano come persone molto devote e timorate di Dio (agnelli), ma, in realtà, sono dei fanatici religiosi o degli integralisti puritani (lupi rapaci), o magari solo dei legalisti interessati (mercenari). Gesù è stato molto duro verso chi usa la religione per coprire e giustificare i propri interessi o la sete di potere ed onori. Il risentimento di Dio (come quello di Gesù) è verso quella religiosità consolatoria e a buon mercato che giustifica tutto, che asseconda tutte le richieste della gente e arriva a “provare gusto” negli ossequi riverenti, nelle masse plaudenti, nelle grandi opere di beneficenza e nello splendore dell’arte, ma senza chiedere conto della giustizia, della fraternità, del perdono, della pace.

1.3. Mandali via da me (15,1-2)

Questo lamento accorato di Dio si conclude con la dichiarata inutilità di ogni intercessione, con la constatazione della mancanza di cambiamenti nel popolo e con il via libera al castigo: la storia compirà il suo corso, il male darà i suoi frutti e i fautori della sicurezza saranno smentiti dai fatti. Il versetto 2 richiama Ap 13,10: Chi deve andare in prigionia, andrà certamente in prigionia; chi deve essere ucciso di spada, sarà certamente ucciso di spada. Qui si vedrà la fermezza e la fede di quanti appartengono al Signore. Dal libro della Genesi al libro dell’Apocalisse, tutta la Bibbia riafferma l’ineluttabilità del male nel mondo e l’impotenza di Dio a fermare l’arroganza dell’uomo e il suo desiderio di sostituirsi a lui e alla sua legge di libertà. E’ il mistero del male che Dio ha riscattato in Cristo, ma non ha chiarito nei tanti perché che lo accompagnano.

Il richiamo dell’Apocalisse: Qui si vedrà la fermezza e la fede di quanti appartengono al Signore, ci invita ad entrare nel cuore profondo di questo lamento di Dio di fronte al male dell’uomo: Dio soffre del male, non gode! Dio vuole salvare, non punire! Ma Dio stesso si è reso impotente di fronte alla libertà dell’uomo e alla sua orgogliosa testardaggine. Così il male può intonare il suo inno di vittoria e le tenebre far scendere sul mondo la loro coltre di violenza e di morte.

2. Le suppliche del popolo

Come spesso accade nella vita (ed è ampiamente illustrato nella Bibbia e nella storia dei popoli), la gente si lascia trascinare dall’emotività o dall’interesse immediato; dai capi o dalle mode; dai falsi profeti o dai grandi comunicatori, e oscilla continuamente tra una proposta e il suo contrario, tra il mitizzare e e il demonizzare una persona, tra l’esaltarsi e il deprimersi, tra il gridare Osanna e l’urlare Crocifiggilo dopo pochi giorni (Lc 7,31-35).

In tutto il libro di Geremia c’è questo altalenare del popolo tra il dimenticare Dio e i comandamenti nei tempi di benessere e tranquillità, e l’implorare il suo aiuto nei tempi di calamità e di prova. Le suppliche, che Geremia riporta dalla viva voce delle persone che incontra, hanno sempre un misto di sincerità e interesse, di pentimento e di furbizia, di dolore e di superficialità (come spesso constatiamo, e forse viviamo noi stessi, in alcuni momenti).

2.1. La nostra ferita non può guarire (10,19-22)

Questa prima supplica (che è soprattutto un lamento), messa in bocca da Geremia alla gente che si riversa nelle strade e nelle piazze di fronte all’annuncio dell’invasione, è un chiaro esempio di come il popolo segua i miti, la propaganda politica e religiosa, gli interessi dei capi e non si impegni a riflettere sulle cose. Di fronte a fatti gravi e imprevisti si trova impreparato e prende coscienza con drammaticità di essere stato cieco e sordo. Ma subito scatta il meccanismo (usatissimo da sempre) del capro espiatorio: si scaricano le colpe sui capi, sul governo, sulla religione, sui mezzi di comunicazione, sul destino… cioè sempre sugli altri.

2.2. Salvaci, Signore, per amore del tuo nome (14,7-9)

Questa supplica, ambientata durante una siccità, fa compiere alla preghiera del popolo un passo in avanti: lo apre ad un vero riconoscimento dei propri peccati e ad una richiesta accorata di perdono. Quando si fa strada nelle persone la coscienza del male fatto, dal cuore spunta il pentimento sincero e la preghiera diventa umile supplica alla misericordia di Dio. In questi due versetti si sente tutta la forza d’invocazione dei salmi e il grido accorato di tutti i poveri della terra. Anche l’accusa a Dio di comportarsi come uno straniero, o di non essere abbastanza forte per salvare, più che una sfida, è una supplica, perché nasce dal riconoscimento del suo amore per loro. Si sente la sincerità del dolore e il rinascere dell’amore e della fiducia.

2.3. Noi speriamo in te, Signore Dio nostro (14,19-22)

Questa terza preghiera, ambientata forse durante un’invasione o l’assedio di Gerusalemme, ripropone gli interrogativi sul perché Dio non aiuta il suo popolo, ma si apre subito al riconoscimento dei peccati attuali, ed anche del passato, delle infedeltà all’alleanza di questa e delle precedenti generazioni. Quando un popolo o una Chiesa sono capaci di guardare con senso critico alla loro storia presente e passata, quando hanno il coraggio di “purificare la memoria” dai propri tradimenti per riscoprire la fedeltà di Dio (che è più grande di ogni peccato dell’uomo), subito rinasce la speranza. Allora i credenti e le Chiese possono cantare la lode di Dio anche se vivono nella sofferenza e nella prova.

3. L’intercessione del profeta

Preso in mezzo tra i ripetuti lamenti di Dio e le suppliche accorate del popolo, Geremia si fa una domanda: perché le persone vivono questo atteggiamento verso Dio solo quando sono nella prova? Perché pregano solo quando hanno bisogno? Perché vanno sempre in cerca di miracoli e di aiuti a buon mercato? Perché, appena il pericolo o le difficoltà sono passati, tornano a dimenticarsi di Dio? E’ l’interrogativo che Geremia mette in bocca a Dio stesso: vogliono fare i furbi?

In queste domande ritorna un problema dibattuto anche oggi: quale giudizio dare di fronte al riemergere di una religiosità di massa, così diffusa in ogni epoca storica, ma con manifestazioni che spesso rasentano il fanatismo o il folclore ? E’ fede o credulità? E’ ricerca del magico o espressione di fiducia? E’ fragilità e insicurezza o esigenza di esprimere nei segni ciò che si vive interiormente? Non sta a noi giudicare cosa c’è nel cuore delle persone e quale sia il loro rapporto con Dio! Si può, invece, essere molto più vigilanti verso chi le fomenta, le manovra e ne ricava degli interessi.

Geremia non giudica la gente in mezzo alla quale abita e della quale si sente parte, ma vive la sua funzione di profeta intercessore (appellativo col quale sarà ricordato in seguito) mediando tra le esigenze di Dio e quelle del popolo, tra l’ordine di Dio di non intercedere e la sua solidarietà che lo spinge a supplicare. Come i grandi intercessori della storia biblica (citati al cap.15), come Gesù di Nazaret (che continuerà la sua dolorosa ed esaltante esperienza profetica), anche Geremia è pienamente coinvolto e compromesso nella vita della gente: porta al popolo la parola di Dio e a Dio quella del popolo. Il profeta intercessore è sensibile alle esigenze di Dio ed anche alle debolezze e sofferenze del popolo. Nella sua persona vive questo conflitto e lo manifesta nelle sue preghiere, nei suoi lamenti, nei suoi colloqui con Dio. Lasciando a dopo i brani delle “confessioni”, cogliamo alcuni aspetti presenti in questi capitoli.

3.1. Non essere troppo duro con loro (10,23-25)

Questa supplica del profeta è rivolta a Dio perché sia compassionevole e indulgente verso il popolo col quale si identifica. Geremia sente la durezza della prova e la fragilità delle persone, perciò ricorda a Dio che l’uomo è debole, vulnerabile. Riconosce che c’è bisogno di una correzione, di un richiamo per cambiare, ma intercede perché Dio sia clemente.

3.2. Non essere arrogante, popolo d’Israele (13,15-26)

Questa supplica invece è rivolta al popolo e ribatte le accuse rivolte a Dio per la mancata protezione. Ma la prima parola è di sofferenza, di pianti segreti, per l’arroganza con la quale gli ebrei si rivolgono a Dio: pretendono favori invece di riconoscere i loro peccati. L’arroganza porta al disastro, alla violenza, al disprezzo di Dio e delle persone. Non c’è fede e amore nelle persone arroganti, troppo sicure di se stesse e delle loro scelte. Così la sofferenza del profeta si trasforma in rabbia verso l’insensibilità della gente, in accusa di essere loro stessi la causa dei loro mali e in difesa di Dio e del suo modo di agire. Come Mosè, anche Geremia riporta al popolo l’appello di Dio a convertirsi, a cambiare atteggiamento e a rinnovare la fedeltà all’alleanza.

3.3. I miei occhi sono pieni di pianto (14,17-18)

Geremia riprende più di una volta questa supplica accorata, sia verso Dio che verso il popolo, per implorare pietà e conversione, ma il suo dolore si fa sempre più grande e inconsolabile, perché vede che Israele si avvia inesorabilmente verso la rovina totale. Nel suo dolore di profeta, e di intercessore inascoltato, si sente già vagare in una terra desolata, abitata da gente smarrita e confusa. Se gli uomini non vogliono cambiare i loro atteggiamenti e distruggere i loro idoli, Dio diventa impotente a fermare il male che questa idolatria porta. E nel momento della prova, nell’ora delle tenebre e del regno di satana, per tutti si oscura la fede. Anche i profeti entrano in crisi, come testimonia Geremia stesso nelle sue “confessioni”.

Nella proibizione a Geremia di intercedere per il popolo Dio sottolinea anche un messaggio sulla sua azione nella storia: lui non è un “tappabuchi” delle nostre difficoltà: non fa miracoli per dimostrare quanto è potente o per favorire qualche persona più raccomandata di altre. E’ ciò che Gesù ha voluto annunciare con il rifiuto verso chi gli chiedeva continuamente dei miracoli. Dio non è il toccasana delle fragilità umane, né un mercante di grazie e consolazioni; tanto meno la morfina che allevia le sofferenze umane. Non trasformiamo la preghiera in supplica da mendicanti!

Ma nella sofferenza del profeta, come nella preghiera e nel pianto di Gesù stesso per il popolo, c’è anche l’invito a non spezzare la canna incrinata, a non spegnere il lucignolo fumigante, ma a farsi carico della debolezza e della sofferenza delle persone, senza giudicare e disprezzare nessuno. Il mistero del male ha radici più profonde della sola volontà delle persone e nasconde dei segreti che a noi non è dato conoscere e capire.

La preghiera deve sempre aprire alla fiducia in Dio, al senso della sua vicinanza, al di là di come vadano le cose e al di là che le nostre suppliche si realizzino o no. La preghiera deve aprirci ad accogliere la volontà di Dio e a fidarci di lui. E’ il senso stesso della preghiera di Cristo, non sempre esaudita nelle sue richieste, ma sempre ascoltata da Dio e sempre carica di forza per la fedeltà di Gesù alla sua missione. La vera preghiera cambia l’atteggiamento dell’orante, anche se spesso non modifica le situazioni della sua vita.

PROFETA TORMENTATO

La tradizione dei padri della Chiesa ha dato il nome di “Confessioni” ad una serie di sei brani autobiografici in poesia (che, in realtà, sono delle preghiere in forma di supplica) che Geremia rivolge a Dio in particolari momenti della sua vita di profeta perseguitato e inascoltato.

Questi brani – di grande impatto emotivo e di intenso spessore di fede – sono un caso unico nella Bibbia e sono diventati fonte di ispirazione per molti salmi e per la preghiera dei credenti nei momenti di prova. Aprono uno spiraglio nel cammino interiore di Geremia, nell’esperienza di fede di un profeta sempre in lotta con il re Ioiakim e i suoi consiglieri; con i sacerdoti del tempio e i falsi profeti che lo frequentavano; con i suoi familiari e con il popolo di Gerusalemme. Un profeta anche in continua lotta con se stesso e con Dio, sentito come la causa di tutte le sue sofferenze e di quella sua vita strana, anticonformista e tormentata.

Solo Paolo di Tarso (della tribù di Beniamino come lui e altrettanto perseguitato e tormentato) nelle sue lettere ha dei brani che si avvicinano a questi di Geremia ed aprono uno spiraglio nella sua vita di credente e di missionario, ma senza la drammaticità della lotta con Dio espressa da Geremia. Richiamano un po’ la lotta di Giacobbe con l’angelo nella notte prima dell’incontro con il fratello (Gen 32,25-32), il confronto-scontro di Giobbe con Dio o di Qoelet con il mistero della vita.

Meditando queste suppliche possiamo entrare nell’intimo di Geremia, intuire il suo cammino di fede e di fedeltà ad una missione che è ormai lo scopo della sua vita, ma che gli costa dolore e sofferenze lancinanti. Sarà anche l’esperienza di Giovanni Battista, di Gesù, degli apostoli, dei martiri e di ogni testimone che ha annunciato con coerenza la profezia della parola di Dio.

Come tutte le suppliche, anche questi brani hanno uno schema semplice, che si ripete:
• lamento per un fatto concreto accaduto, per una situazione di sofferenza;
• supplica a Dio di intervenire, di fare qualcosa, di interessarsi, di non restare indifferente;
• risposta di Dio che rassicura, consola, promette un cambiamento della situazione.

1. Perfino i tuoi fratelli ti hanno tradito (11,18 – 12,6)

La prima confessione parte da una realtà che Gesù ha ben sottolineato, guardando all’esperienza dei profeti che l’hanno preceduto e alla propria con i suoi familiari e compaesani: un profeta è disprezzato soprattutto nella sua patria, tra i suoi parenti e nella sua famiglia (Mc 6,4). Geremia si lamenta con Dio per questa opposizione dei suoi parenti e compaesani. Il motivo vero di questa lotta è la sua scelta di essere profeta, di essere profeta contro, di essere diverso da quello che i suoi parenti e i suoi compaesani si aspettavano da lui. Anche Gesù è stato rifiutato per questo, per le sue scelte di diversità, di contestazione della religiosità tradizionale, vissuta anche dai suoi familiari e compaesani. Fin che stava tranquillo e si comportava come tutti, fin che predicava la speranza e confermava la vita che si era sempre fatta, fin che parlava di fede e di amore… poteva essere anche un onore avere un profeta. Ma quando ha incominciato a fare scelte diverse, a contestare tradizioni ed usanze, a chiedere di cambiare, a denunciare violenze e soprusi, a contestare i capi e il loro ottuso legalismo… allora è scattato il rifiuto, l’emarginazione, la lotta. Solo pochi accettano di mettersi in discussione, di coinvolgersi nell’impegno di fare un passo in avanti, di riconoscere un dono di Dio proprio in una persona che si conosce molto bene, anche nei suoi limiti umani. Questo vale sempre nelle famiglie, nelle comunità, nei percorsi formativi, nei gruppi, nelle istituzioni. Il lamento di Geremia dà vvoce all’esperienza di tante persone emarginate anche oggi.

La richiesta che segue questo lamento a noi sembra da rifiutare: Geremia chiede la vendetta sui suoi familiari e compaesani e Dio gli risponde promettendo castighi e punizioni. Per noi è un linguaggio duro, incomprensibile, ma bisogna tener conto di una cosa: chiedere che sia Dio a fare giustizia, per un orientale, vuol dire rinunciare a farsi giustizia da solo, rinunciare alla vendetta e avere fiducia nella giustizia di Dio. Geremia affida a Dio la sua difesa: io ho affidato a te la mia causa.

Ma qui si pone subito un interrogativo che resta sempre senza risposta: perché quelli che compiono il male spesso restano impuniti? E magari, in vita, sono anche fortunati, riveriti e onorati! E’ il grande problema che ha tormentato Giobbe e tutti i giusti perseguitati: ma Dio fa veramente giustizia? Quando si può vederla? E’ solo futura? Perché il bene e le persone giuste sono spesso sconfitte? Può l’uomo entrare nel mistero delle scelte di Dio e capire il suo modo di essere giusto? Anche in Geremia (come poi in Giobbe, in Gesù e in tutto il Nuovo Testamento) non c’è spiegazione al mistero del male, se non l’invito a riconoscere la nostra piccolezza e povertà davanti alla grandezza di Dio (tu ti stanchi a correre quando gareggi con gli uomini; come puoi pensare di farcela con i cavalli?), per affidarci a lui senza pretendere di capire e giustificare tutto. Dio ci è vicino e ci sostiene; questo deve bastarci, anche se siamo nel buio della prova.

2. Tutto il popolo si fa beffe di me (15,10-21)

La seconda confessione parte da una realtà di rifiuto da parte della gente alla quale sta portando la parola di Dio. Questa esperienza ricorda quanto dirà di Gesù il profeta Simeone: Sarà un segno di Dio, ma molti lo rifiuteranno; così egli metterà in chiaro le intenzioni nascoste nel cuore di molti (Lc 2,34). Il lamento di Geremia tornerà ad echeggiare nella preghiera di Gesù e nelle invocazioni di tutti i profeti, rifiutati proprio da quelli ai quali si rivolgevano.

Queste lotte e questi ripetuti rifiuti porteranno Geremia (come farà poi Giovanni Battista in carcere e Gesù a Cesarea di Filippo e nei discorsi dell’ultima cena) ad interrogarsi sui risultati della sua missione e a chiedersi: ne vale la pena? E’ giusto continuare così? Cosa mi chiede Dio?

Geremia attraversa un momento di crisi profonda e allora ripercorre con Dio le tappe della sua vita e le scelte fatte per essere fedele alla chiamata ricevuta:

• La prima missione al nord: è stato un periodo felice perché annunciava la consolazione di Dio per i deportati e la rinascita per Israele. Tutti lo accoglievano; la parola di Dio era dolce al suo palato e portava gioia ai sofferenti. Si sentiva protetto da Dio e utile al prossimo. E’ stato il tempo dell’innamoramento!

• La missione a Gerusalemme: è diventata subito un susseguirsi di lotte e pericoli, di denuncie e prigione di annunci di sventure e minacce di castighi. La Parola diventa sempre più amara nella sua bocca e nel suo cuore. Si sente tradito da Dio e rifiutato da tutti. E’ il tempo della delusione!

• La fuga nel deserto: al cap.9,1-2 Geremia parla di un desiderio struggente di abbandonare la sua missione e di ritirarsi nel deserto, lontano dalla gente, per fare il monaco. La missione diventa un peso insopportabile e la solitudine un miraggio di pace. E’ la tentazione della fuga!

Di fronte a questo dramma interiore (umano e spirituale, affettivo e di fede) di Geremia, Dio interviene e gli rinnova la chiamata. Gli riconferma la fiducia e gli affida ancora una volta la stessa missione. Questo brano richiama quanto narrato da Giovanni al capitolo 21 del suo Vangelo riguardo a Pietro e al triplice rinnovo della missione dopo il tradimento. La vocazione e la missione non sono realtà fissate una volta per sempre, ma sono doni e scelte da riscoprire continuamente nel mutare della vita e delle situazioni. Le prove e i momenti di crisi possono distruggere o consolidare le scelte fatte, rendendole più mature e consapevoli.

3. Sei un falso profeta (17,14-18)

La terza confessione prende spunto da un’obiezione che la gente, i capi e i profeti di corte gli facevano più di una volta: tu parli tanto di castighi e invasioni, ma noi stiamo bene e non ci sono pericoli in vista. Sei un falso profeta! Geremia sa che il vero profeta si vede dai frutti, cioè dalla realizzazione di quanto dice. Ma i tempi di Dio non sono quelli dell’uomo e la storia cammina più lentamente delle ansie delle persone. Così i ritardi del bene e le lentezze della giustizia divina mettono a dura prova la fede e mandano in crisi anche i profeti. Qui Geremia esprime ancora fiducia e speranza e chiede a Dio di realizzare presto ciò che ha promesso. In questa confessione non è riportata la risposta di Dio e si rimanda alla visione del mandorlo (1,11) e all’invito a non spaventarsi di fronte alle difficoltà (1,17), già presenti nel racconto della vocazione. Il profeta non deve temere: Dio è fedele e realizzerà le sue promesse!

4. Facciamola finita con Geremia (18,18-23)

La quarta confessione parte da un attentato alla vita di Geremia (preparato con una capillare campagna di diffamazione e di boicottaggio), ispirato dai sacerdoti del tempio e dai consiglieri del re. Vogliono eliminare una persona scomoda e inquietante per le loro scelte religiose e politiche. Ricorda le parole di Caifa al Sinedrio riunito per risolvere il “problema Gesù di Nazaret”: è meglio per voi la morte di un solo uomo piuttosto che la rovina di tutta la nazione (Gv 11,50). Il lamento di Geremia diventa ricordo dei momenti nei quali lui intercedeva per loro. Così l’amarezza per la ricompensa ricevuta diventa richiesta a Dio di vendicarlo. Ancora una volta la preghiera trasforma l’odio e la sete di vendetta personale in una richiesta di giustizia, di far trionfare la verità. Geremia lascia a Dio il giudizio e riesce a superare la prova, affidandosi a lui.

5. Mi hai sedotto, Signore (20,7-11)

La quinta confessione è una commovente preghiera di abbandono a Dio. La grande forza dell’amore, che brucia nell’intimo del profeta come un fuoco, gli dà la capacità e il coraggio di superare tutte le lotte e le delusioni, di sentirlo ancora vicino, di tornare a fidarsi di lui, vincendo la tentazione di lasciare tutto. Questa stupenda preghiera di fiducia, questo canto di un innamorato è stato ripreso da vari salmi e da Paolo nelle sue lettere dalla prigionia. E’ l’esperienza – dolorosa ed esaltante – di chi spende la sua vita per Dio e non può resistere al dono ricevuto (1Cor 9,16).

6. Maledetto il giorno in cui sono nato (20,14-18)

Intervallata da un versetto di lode a Dio, liberatore dei poveri, segue l’ultima confessione. Il contrasto con la precedente è evidente e fortissimo: dal canto di fiducia di un innamorato, alla disperazione più nera. Geremia arriva a maledire il giorno della sua nascita, a rifiutare una vita che è solo peso e sofferenza, dolore e umiliazioni. La morte gli appare come una liberazione, il non essere esistito una grazia! In questa ultima confessione non c’è nessuna risposta di Dio, nessuna parola di speranza.

Qui entriamo nel mistero più profondo del cuore umano, con i suoi slanci e le sue debolezze, i suoi entusiasmi e le sue paure, la sua fede e le sue disperazioni. Entriamo anche nel cammino – gioioso ma esigente – dell’obbedienza alla volontà di Dio nelle alterne vicende della vita. Anche Geremia, nella sua lotta con se stesso e con Dio, sperimenta tutta la sua fragilità (come la sciatica di Giacobbe, la balbuzie di Mosè, la fragilità affettiva di Davide, la vigliaccheria di Giona, il sudore freddo di Gesù, la spina nel fianco di Paolo, il pianto di Pietro) e nel momento di totale impotenza si abbandona, finalmente e per sempre, nelle mani di Dio e accetta di fare in tutto la sua volontà. Il cammino della fede passa sempre attraverso la notte dello spirito e la rinuncia totale a guidare da protagonisti la propria vita.

Da questo momento la vita di Geremia sarà ancora segnata da prove e sofferenze, ma nel suo cuore e nel suo spirito regnerà la pace di chi si è affidato a Dio e non ha più paura di lottare con lui guardandolo in faccia e uscendone vincitore, come tutti i grandi santi e profeti della storia. Questo è il grande paradosso della fede: la sconfitta dell’uomo diventa la sua vittoria, la debolezza della persona permette di fare spazio alla forza di Dio. Paolo lo testimonierà nella 2Cor 12,9-10: Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole.

Solo dopo un lungo e doloroso cammino Geremia riscopre il valore immenso di quelle parole udite in giovinezza: Io pensavo a te prima ancora di formarti nel ventre materno. Prima che tu venissi alla luce, ti avevo già scelto, ti avevo consacrato profeta per annunziare il mio messaggio alle nazioni (1,5). Un dono di grazia che diventa esperienza spirituale profonda, e scelta definitiva di vita, nel crogiolo della maturità della fede.

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 30/07/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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