COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sul mondo e sulla Chiesa — MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the world and the Church

Lectio sul Profeta GEREMIA – Carrarini (3)

XVI-XVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Testo word Lectio sul Profeta Geremia – Carrarini (3)
Testo   PDF Lectio sul Profeta Geremia – Carrarini (3)

Geremia

GEREMIA DI ANATOT
LA PASSIONE E IL CORAGGIO DI UN PROFETA (3)
Lettura biblica e attualizzazione
a cura di Don Sergio Carrarini

PROFETA DEI SEGNI

Come molti profeti, anche Geremia non usa solo la parola per annunciare il messaggio di Dio, ma usa anche visioni (come Amos, Ezechiele, Isaia, Daniele), azioni simboliche (come Elia, Eliseo, Natan) e le sue stesse scelte di vita diventano segno (come Osea, Giona, Giovanni Battista). Anche Gesù ha usato parole e segni, annuncio in parabole e azioni simboliche, riferimenti biblici e fatti presi dalla cronaca, e il primo messaggio è venuto proprio dalla sua vita e dalle sue scelte. Rileggiamo i vari segni, azioni e scelte che hanno caratterizzato la missione di Geremia.

1. Il mandorlo e la pentola (1,11-15)

Già nel primo capitolo ci sono due visioni che anticipano i messaggi che poi saranno sviluppati nel libro. La visione del ramo di mandorlo gioca sul doppio significato del termine ebraico “mandorlo” e vuol rassicurare il profeta sulla fedeltà di Dio e sul compimento di quanto egli annuncia. La pentola bollente, inclinata verso sud, anticipa, nel segno, l’annuncio dell’invasione babilonese.

2. La cintura e il calice (13,1-14)

L’azione simbolica di nascondere una cintura di lino in un luogo umido, lasciandola marcire, richiama la deportazione a Babilonia degli ebrei, perché hanno tradito la loro funzione di popolo eletto del Signore e sono diventati così un popolo inutile. Sono perciò abbandonati da Dio, come una cintura che non serve più a nulla.

La seconda azione simbolica (ripresa poi nel capitolo 25,15-29) si concretizza nell’invito rivolto ai re, ai sacerdoti e a tutto il popolo, a bere una coppa di vino drogato, simbolo delle sofferenze che aspettano la nazione (o simbolo dell’ira di Dio che porta sofferenze e distruzione?). L’immagine dei boccali di vino che cozzano tra loro (più legata all’esperienza delle taverne) o del calice che passa di mano in mano (più legata alla mensa dei re e dei sacerdoti) è stata molto usata dai profeti (Is 51,17; Ez 23,32; Ab 2,15; Abd 16; Zc 12; Sal 75,9) ed è ripresa nel Vangelo (Mt 26,39) riferita a Gesù sulla croce. E’ un’immagine di grande suggestione (con questo ubriacarsi di dolore per espiare il male dell’umanità) che esprime il mistero e la tragedia del male ineluttabile del mondo e del dolore innocente che lo riscatta.

3. Il celibato e la rinuncia alle feste (16,1-13)

L’ordine di Dio (e la scelta conseguente del profeta) di non sposarsi (unito a quello di non partecipare ai funerali e ai matrimoni) costringe Geremia ad una condizione di solitudine ed isolamento molto dura e strana per il suo tempo. Questo di Geremia è l’unico caso di celibato riportato nel Primo Testamento (alcuni parlano di Elia, ma non è riportato nella Bibbia), ed avvicina ancora di più Geremia a Gesù di Nazaret, a Giovanni Battista, a Paolo di Tarso. La sua scelta non nasce da paure verso la sessualità o da considerazioni di fuga dal mondo e di disprezzo delle realtà terrene (come in alcuni movimenti spiritualisti e puritani presenti da sempre nella storia dell’umanità), ma è fondata su un motivo di fede: essere segno di un tempo che finisce.

Possiamo cogliere ancora di più il valore provocatorio della scelta di Geremia collocandola nella cultura del suo tempo: i rabbini assimilavano il rifiuto di avere figli (onanismo, omosessualità, celibato, rifiuto di sposare la vedova del fratello morto senza figli) all’omicidio, perché era una trasgressione del comandamento di Dio di crescere e moltiplicarsi sulla terra. Avere una numerosa discendenza era considerato segno della benevolenza di Dio, mentre la sterilità era considerata una maledizione ed era vissuta come un disonore e una vergogna sociale. Geremia ha il coraggio e la temerarietà di andare contro questa mentalità e dà un segno della veridicità del suo messaggio proprio con la sua scelta di vita. Il suo non è un disprezzo del matrimonio e della sessualità, perché parla spesso dell’amore, della voce dello sposo e della sposa, come sinonimi di gioia e di felicità (7,34; 16,9; 25,10; 33,11). Paragona anche il rapporto di Dio con il suo popolo ad un rapporto sponsale: parla dell’esodo come di un tempo di fidanzamento tra Dio e Israele e parla dell’infedeltà all’alleanza come di un tradimento del patto nuziale. Lui stesso si dice sedotto da Dio, con un termine che indica sì la sua giovane età e la sua inesperienza, ma sottolinea anche la forza irresistibile dell’amore di Dio.

Il suo celibato – come il matrimonio di Osea con una prostituta (Os 1,2) e la vedovanza senza lacrime di Ezechiele (Ez 24,16) – ha una motivazione profetica: essere segno di una alleanza che è stata tradita; di un amore che non c’è più; di una vita che non potrà più essere serena e normale a causa della crisi che sta per arrivare. Non potrà più esserci vita, gioia, lutto, amore, famiglia a causa di ciò che sta per arrivare. Questa motivazione della fine imminente, del poco tempo che ci resta, sarà ripresa da Paolo per giustificare la sua scelta di celibato e la sua proposta ai cristiani di Corinto di fare come lui (1Cor 7,26ss).

Anche Gesù è rimasto celibe (come Giovanni Battista?), con grande scandalo dei suoi familiari e compaesani. Ha legato questa scelta all’urgenza di annunciare il regno di Dio, di occuparmi delle cose del Padre mio (Lc 2,49). Parlando poi di questa scelta con i suoi discepoli (Mt 19,10-12), ha riconosciuto il dramma umano di chi è impossibilitato a sposarsi, ma ha rivendicato anche il valore di una scelta del celibato per il regno dei cieli. Esso si rende presente anche con questo segno. La tradizione posteriore della Chiesa legherà questa scelta a due motivazioni principali:

  • totale disponibilità al servizio del Vangelo e della comunità (Vescovi e preti in Occidente);
  • essere segno del regno futuro, dell’alleanza finale d’amore fra Dio e l’umanità (religiosi).

Anche in questo aspetto della sua vita Geremia ha anticipato Gesù e il suo messaggio.

4. Il vaso e la brocca spezzata (18,1-17 e 19,1-15)

L’immagine del vaso d’argilla nelle mani del vasaio ritornerà più volte nel Nuovo Testamento (2Cor 4,7; 12,7-10; Rom 9,19-24) per indicare la fragilità del nostro corpo, ma anche la docilità e malleabilità con la quale siamo chiamati ad accettare la volontà di Dio e le vicende della vita. La storia non è in mano all’uomo ma a Dio, e noi dobbiamo affidarci a lui in ogni situazione.

Qui viene annunciato un tema che sarà oggetto di riflessioni e di discussioni mai finite: il rapporto tra libertà e grazia, tra responsabilità dell’uomo e predestinazione, tra volontà salvifica di Dio e rifiuto dell’umanità. L’intreccio delle due realtà resta un mistero insondabile. Nella Bibbia sono affermate sia la completa sovranità di Dio sulla storia che la piena responsabilità dell’uomo sulla sua vita; la già avvenuta e definitiva vittoria sul male da parte di Cristo che il suo continuo agire nel cuore dell’uomo. Più che capire e discutere, Geremia invita a rinunciare all’orgoglio di credersi padroni della propria esistenza per entrare nello spirito di chi accetta con fiducia la volontà di Dio.

L’azione simbolica di spezzare una brocca alla porta del vasellame e gettare i cocci nel vallone della Geenna (era la discarica di Gerusalemme dove si bruciavano le immondizie, si gettavano le cose inservibili e dove sembra si facessero anche sacrifici umani di bambini alle divinità infernali) è molto immediata: il popolo è come una brocca che sarà spezzata e buttata via; è diventato spazzatura, materiale di scarto, gente inutile. La violenza vissuta in quella valle si ritorcerà contro gli abitanti di Gerusalemme, che arriveranno fino al cannibalismo per fame durante l’assedio.

5. Le ceste di fichi (24,1-10)

Il capitolo 24 riprende la visione del cesto di frutta matura di Amos (8,1-3) e la applica alla situazione degli ebrei al tempo della prima deportazione a Babilonia nel 598 a.C. In linea con il suo annuncio di sottomettersi alla volontà di Dio, Geremia paragona i fichi dolci e maturi agli ebrei in esilio: la loro sofferenza e la situazione di debolezza e povertà in cui vivono li porterà a riconoscere i loro errori e a ritornare a Dio. L’alleanza tornerà ad essere scritta nei loro cuori e vissuta nella loro esperienza quotidiana. L’esilio diventerà una grazia che farà maturare Israele nella fede. I fichi cattivi, immangiabili, sono gli ebrei rimasti in patria: continuano nella loro mentalità e stile di vita contrario all’alleanza e non hanno imparato nulla dalle vicende dell’assedio e della deportazione dei loro fratelli. Rimanere in patria diventa una disgrazia, un impedimento a credere.

Anche questi temi: il male che può diventare una grazia per chi ha fede e vuole cambiare (Rom 8,28), la durezza di cuore di chi non vuol vedere i segni della vita per non cambiare (Mt 13,13), ritorneranno molte volte nel Nuovo Testamento, in particolare nei rapporti di Gesù, e delle prime comunità cristiane, con i praticanti integralisti ebrei.

6. Il giogo da buoi (27,1-15)

L’azione simbolica di Geremia che gira per Gerusalemme con un giogo da buoi sulle spalle avviene durante un “summit” dei piccoli stati della Palestina, radunato dal re Sedecia nel tentativo di creare un’alleanza per ribellarsi contro Babilonia. Geremia manifesta pubblicamente il suo dissenso con questo stile molto colorito e di immediata comprensione. Completa l’azione mandando un giogo ad ogni delegato e invitando tutti a sottomettersi a Nabucodonosor, non a ribellarsi. Questa azione richiama molto da vicino le manifestazioni dei cosiddetti “no global” durante i vari vertici dei potenti della terra, o le manifestazioni colorate di “greenpeace” e degli ambientalisti.

L’immagine del giogo sarà ripresa dai rabbini per parlare di osservanza della Legge, ma anche da Gesù per indicare la sua scelta di liberare i cristiani dal peso delle leggi e delle tradizioni religiose ebraiche, per imporre solo il giogo leggero della legge dell’amore (Mt 11,29-30; 23,4). In Geremia (come poi in Gesù e nella Chiesa) il giogo non è segno di schiavitù, ma di obbedienza a Dio e di accettazione della sua volontà che rende liberi e responsabili.

7. L’acquisto di un campo (32,1-15)

Sempre in linea con il suo stile controcorrente, Geremia compie un gesto concreto di speranza (e di fiducia verso il futuro) proprio mentre è in prigione, durante l’assedio di Gerusalemme nel 587 a.C.: compra un campo da un suo parente e paga il suo giusto prezzo. Proprio mentre il valore delle terre è praticamente nullo, Geremia compie un segno che non è di speculazione, in vista di un guadagno futuro, ma un gesto profetico. Ha annunciato che Gerusalemme sarà presa e le terre passeranno al nemico, ma vuole dare un messaggio di fiducia, di speranza: Dio non abbandonerà Israele e, dopo il castigo, tornerà la vita anche a Gerusalemme. Nel momento della difficoltà il profeta porta speranza e forza di reagire. Geremia è sempre costretto ad essere un “uomo contro”: quando dominano l’arroganza e le sicurezze, lui minaccia e invita a cambiare atteggiamenti; quando invece c’è sofferenza e debolezza, invita alla speranza e al coraggio.

8. I Recabiti (35,1-19)

Un’altra azione simbolica che viene narrata nella vita di Geremia riguarda un episodio da collocare al tempo del primo assedio di Gerusalemme nel 597 a.C. Geremia sfrutta il fatto che un gruppo di ebrei ultraortodossi, discendenti di Recab, si era rifugiato all’interno della città per proteggersi dall’invasione babilonese. Mette alla prova la loro coerenza e la loro fedeltà all’alleanza, invitandoli ad una festa nel tempio ed offrendo loro un banchetto sacro con l’uso di vino. I Recabiti vivevano come ai tempi dell’esodo: abitavano sotto le tende, erano pastori nomadi e non bevevano bevande alcoliche. Il loro netto rifiuto di partecipare al banchetto diventa un segno per il popolo di fedeltà a Dio, come sottolinea Geremia nel suo commento al fatto.

9. Il rotolo gettato nell’Eufrate (51,59-64)

L’ultima azione simbolica riportata nel libro di Geremia è un gesto affidato dal profeta al fratello di Baruc, Seraia, membro della delegazione che si recava a Babilonia al seguito del re Sedecia. Geremia scrive su un rotolo la profezia sulla fine di Babilonia (capitoli 50-51), la fa leggere in segreto ad alcuni per testimonianza e poi fa gettare il rotolo nel fiume Eufrate, che attraversa la città, per profetizzarne così la fine e avvalorare l’annuncio che nessun potere umano è assoluto. Nel momento del trionfo e del massimo splendore dell’impero babilonese, Geremia ne annuncia la fine, perché l’ultima parola è sempre di Dio e non dell’uomo.

PROFETA SOTTOMESSO

Con il capitolo 26 entriamo nella seconda parte del libro di Geremia, la biografia scritta da Baruc. Racconta soprattutto l’ultima parte della vita del profeta (passata quasi interamente in prigione e poi in esilio) e la sua terza missione: la predicazione durante il regno di Sedecia (597-586 a.C.), che va dalla prima invasione di Giuda da parte dei babilonesi (con la conquista di Gerusalemme e la deportazione del re e dei nobili), alla seconda invasione (con la definitiva distruzione di Gerusalemme e la deportazione a Babilonia di molti ebrei delle classi medie e ricche).

Questa terza missione profetica di Geremia (portata avanti più con segni che con messaggi verbali) è caratterizzata da: una scelta politica ben precisa a favore della sottomissione ai babilonesi; una lotta molto aspra con i capi rivoluzionari, e i falsi profeti di corte, che condizionavano l’incerto e debole Sedecia; una interpretazione nuova dell’esilio come tempo di rinascita spirituale del popolo ebreo; il dono della vita come bene primario da salvaguardare in ogni circostanza. Cogliamo questi quattro aspetti leggendo i capitoli 27-29. Lascio invece alla lettura personale i capitoli 37-45, dove è raccontata la “passione” di Geremia. Un grande insegnamento ci viene dalla sua vita di uomo, di credente e di profeta totalmente sottomesso alla volontà di Dio e, per questo, spesso sottomesso e perseguitato dagli uomini. La sua “passione” anticipa quella di Cristo e non a caso la gente dirà di Gesù che poteva essere Geremia ritornato in vita (Mt 16,14).

1. Bisogna sottomettersi al giogo babilonese (cap.27)

Dopo la conquista di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor nel 597 a.C. (con la deportazione a Babilonia del re Ioiakim e dei nobili), diventa re di Giuda Sedecia, persona debole e sempre tentennante tra la fedeltà ai babilonesi e la rivolta fomentata dagli egiziani. Nei dieci anni del suo regno Gerusalemme è dilaniata da lotte intestine fra il partito dei capi religiosi che spingono il re all’alleanza con l’Egitto, e il partito dei seguaci del re Giosia, favorevoli ad un rapporto di lealtà verso Babilonia. Il primo gruppo sostiene che Nabucodonosor è una meteora che finirà presto, travolto dall’astro nascente del nuovo faraone d’Egitto Psammetico II. Assicurano anche il popolo che gli esiliati a Babilonia torneranno presto in patria con tutti gli arredi del tempio rubati da Nabucodonosor. Dio non può abbandonare la sua città e il suo tempio. Organizzano un’alleanza antibabilonese con i regni vicini e in accordo con l’Egitto, arrivando all’aperta ribellione.

Geremia e l’altro gruppo sostengono, invece, la necessità di accettare la sottomissione ai babilo­nesi. Dicono che Nabucodonosor durerà a lungo e che è saggio accettare la realtà. Geremia annuncia la sua posizione con un’azione spettacolare: nel 593 a.C., durante la conferenza internazionale per sancire l’alleanza con l’Egitto e la rivolta contro Babilonia, gira per Gerusalemme con un giogo da buoi sulle spalle e ne manda uno ad ogni delegazione. Annuncia che i babilonesi domineranno per tre generazioni (i famosi 70 anni, cifra che poi diventerà simbolica per indicare il tempo dell’esilio e dell’attesa del Messia con le 70 settimane di anni di Dn 9). Babilonia è lo strumento di Dio per indurre il suo popolo a cambiare vita. Ribellarsi vuol dire rifiutare la volontà di Dio!

Col senno di poi è facile dire che la scelta di Geremia era giusta, ma come esserne sicuri prima? Come capire qual è la volontà di Dio nei fatti contingenti della storia e delle scelte politiche? Non poteva la sua essere una scelta di rassegnazione o di disfattismo, come dicevano gli altri profeti e i sacerdoti? Come capire che la posizione di chi predicava la resistenza all’invasore era fanatismo religioso nazionalista e non fedeltà all’alleanza? E’ giusto coinvolgere Dio e la sua volontà nei fatti mutevoli della politica o la fede deve rimanere in una posizione neutrale? Come distinguere chi è vero e chi è falso profeta nelle scelte politiche? Un profeta fa anche politica?

Nel Primo Testamento tutti i profeti sono impegnati direttamente nella vita politica di Israele, con scelte di appoggio o contestazione del potere costituito. La profezia stessa nasce con la monarchia e finisce con essa. Troviamo anche profeti nei due campi opposti, con scelte contrastanti. In una società dove fede e politica erano strettamente unite non si poteva rimanere neutrali.

Gesù sembra essere stato più equidistante dalle varie fazioni politiche presenti nella società ebraica del suo tempo, ma la sua condanna è venuta da una parte ben precisa (i collaborazionisti con i romani occupanti) e per motivazioni anche politiche. Alcuni apostoli partecipavano attivamente a gruppi politici rivoluzionari e Gesù ha suscitato molte attese tra la gente anche su questo terreno. Nella prima comunità cristiana convivevano due tendenze: Paolo, Pietro, Luca si sottomettono e accettano il potere romano; Giovanni e le Chiese dell’Asia lo rifiutano e lo combattono.

La storia della Chiesa ci riporta atteggiamenti e scelte molto diversificate: esse vanno dalla persecuzione e dalla resistenza contro i poteri costituiti, fino alla gestione diretta del potere temporale e alla pretesa di una supremazia su ogni autorità umana in nome e per autorità di Dio. Il Concilio Vaticano II ha superato il concetto di Chiesa come società perfetta e il primato del suo ruolo nel mondo e nella società civile. Si è fatta strada anche l’idea di libertà religiosa e di laicità dello Stato, ma il problema del rapporto tra fede e politica (come tra Chiesa e società civile) resta ancora complesso e di non chiara definizione. Coesistono nella comunità cristiana le posizioni più diverse e contrastanti, che si fanno sentire quando si discute di temi politici scottanti o quando vengono approvate dal Parlamento leggi che toccano scelte morali e di costume.

2. Lo scontro con Anania (cap. 28)

Il capitolo 28 continua la riflessione sulla scelta politica di Geremia, approfondendo soprattutto l’aspetto del vero e del falso profeta. Proprio nel sit-in di protesta durante la conferenza internazionale, un altro profeta, Anania di Gabaon, sempre a nome di Dio, spezza il giogo che Geremia teneva sulle spalle e annuncia: “Dio spezzerà il giogo di Nabucodonosor ed entro alcuni anni gli esiliati ritorneranno con tutti gli arredi del tempio”. La sua profezia è convalidata dalla religione ufficiale, mentre Geremia è accusato di essersi venduto ai babilonesi ed è imprigionato. Chi è vero e chi è falso profeta? Come fare un discernimento? Di chi fidarsi? Chi seguire?

Questo è un problema sempre di attualità perché ogni profeta ha il suo contraltare istituzionale e le sue lotte. Gesù stesso è passato per questa strada ed è stato rifiutato dalla religione ufficiale. Ci sono molti passi biblici che affrontano questo problema (Dt 18,15-22; Ger 23,9-40; 1Re 22,1329; Ez 13; Mt 7,15-20) dando dei criteri di giudizio. Ecco i principali:

• Il vero profeta è colui che parla “con autorità”, con autorevolezza, cioè per una profonda esperienza di Dio e non solo perché ripete cose lette sui libri o imparate da altri. Il vero profeta comunica la forza della Parola, della quale è il primo ascoltatore e servo. Il vero profeta conosce Dio ed è obbediente alla sua volontà. Essere profeta non è una professione, ma una vocazione, un’obbedienza a Dio, spesso pagata a caro prezzo (vedi Elia, Amos, Osea, Giovanni Battista).

• Il vero profeta è in sintonia e in continuità con la genuina tradizione dei profeti che l’hanno preceduto: Prima di me e di te ci sono sempre stati profeti. Gesù si richiamerà spesso, nella sua predicazione, ai profeti d’Israele e lui stesso è stato riconosciuto come profeta.

• Il vero profeta annuncia la volontà di Dio e non le sue idee personali o ciò che fa piacere al re o alla gente. Questo è sempre stato uno dei motivi di scontro e di persecuzione dei profeti: il rifiuto di assecondare i calcoli politici dei potenti o gli umori variabili delle folle. Il vero profeta non è una canna sbattuta dal vento o uno vestito di morbide vesti. Non cerca il successo o un tornaconto personale. Il profeta è un uomo libero; per questo è una persona scomoda.

• Il vero profeta si vede dai frutti che la sua missione produce, cioè dal fatto che la sua azione porti al rinnovamento delle persone e delle istituzioni e ad una maggiore fedeltà a Dio. Questi frutti non sono da ricercare nella linea dei miracoli, delle folle plaudenti, del trionfo della Chiesa e della religione o nel riconoscimento dell’istituzione. I frutti sono nella linea della realizzazione del regno dei cieli, della fedeltà a Dio e alla sua Parola, della fede che cresce nei cuori e che solo Dio può giudicare. Questi frutti spesso maturano dopo la morte del profeta o lontano nel tempo. Spesso il profeta semina nel pianto perché altri raccolgano con gioia (Gv 4,38).

3. La lettera agli esiliati (cap. 29)

Proprio durante questi anni di lotte feroci tra fazioni politiche, di incontri al vertice e di manifestazioni di protesta, di profezie e controprofezie, Geremia compie un altro segno importante (destinato a suscitare nuove polemiche e prese di posizione) riguardo ad un problema molto sentito a Gerusalemme: la sorte degli ebrei in esilio e degli arredi sacri rubati dai babilonesi. Geremia scrive una lettera pubblica agli esiliati dove dichiara che l’esilio sarà lungo. Invita perciò gli esuli a inserirsi in quella terra e a lavorare per la sua prosperità, senza restare prigionieri di continue lamentale e senza cullare false illusioni di ritorno. Se gli esiliati sapranno accettare la loro condizione come una espiazione dei loro peccati e un tempo di conversione, essa diventerà una benedizione per loro e per i loro figli. Il giogo pesante si trasformerà in giogo leggero! Anche una dura prova può diventare un momento di grazia e di riscoperta della vicinanza di Dio e del suo amore misericordioso e fedele.

La grande intuizione di Geremia (che sarà poi ripresa e approfondita dai profeti esiliati a Babilonia) è che la rinascita di Israele (nuovo esodo e nuova alleanza) non verrà dagli ebrei rimasti in Palestina o dai loro figli, ma dai figli degli esiliati che avranno fatto un cammino di conversione. Chi è rimasto attaccato alle sicurezze della terra data da Dio, del tempio che non può essere distrutto, dei riti sacri e della casta sacerdotale come garanzie della protezione divina, perderà tutto e sarà condannato dalla sua stessa cecità e durezza di cuore. Chi ha perso ogni sicurezza umana e ha riconosciuto i suoi errori, riscoprirà che Dio è fedele al suo popolo, che cammina davanti a lui in ogni terra e che si può onorarlo e servirlo anche senza santuari e riti sacri, ma con la fede e l’amore, con la preghiera e le opere di bene. L’esilio sarà l’occasione per purificare la fede d’Israele e ritornare all’essenziale dell’alleanza.

Proprio nell’esilio nasce l’annuncio di una nuova alleanza scritta nei cuori, della responsabilità di ogni persona davanti a Dio, dell’universalità della salvezza e della missione di Israele rispetto a tutti i popoli: In te saranno benedette tutte le nazioni della terra (Gn 12,3). Geremia invita a pregare per Babilonia e a lavorare per la sua prosperità: dalla sua pace dipende la vostra pace! Israele è benedizione per gli altri popoli e la pace degli altri popoli è un dono per Israele.

E’ molto importante anche oggi riscoprire questo dono reciproco fra popoli e religioni: sia per l’Israele moderno, che non vuole accettare che la sua pace dipende dalla pace e dal benessere degli arabi; sia per le Chiese cristiane, sottoposte alla pressione della secolarizzazione e del confronto con le altre religioni; sia per l’Islam, sempre in bilico tra integralismo e modernizzazione. La crisi che attraversa tutte le fedi e le religioni può trasformarsi in una grande grazia; può diventare un tempo di purificazione delle mentalità e delle strutture, di riscoperta dell’essenziale della fede e di messa a fuoco del suo ruolo di segno e di proposta alternativa in un mondo secolarizzato.

4. La vita come bottino (21,9; 38,2; 39,18; 45,5)

C’è un’espressione che ritorna molte volte nei messaggi rivolti da Geremia agli abitanti di Gerusalemme assediati dai babilonesi: Ecco, io vi metto davanti la via della vita e la via della morte. Chi rimane in questa città morirà di spada, di fame e di peste; chi uscirà e si consegnerà ai Caldei che vi cingono d’assedio, vivrà e gli sarà lasciata la vita come suo bottino (21,9). Questa espressione “la vita come suo bottino” è ripetuta da Geremia ai capi ebrei che lo tengono prigioniero (38,2); è citata dai babilonesi come motivo della sua liberazione (39,18); è offerta a Baruc come premio per la sua fedeltà al profeta (45,5). E’ un’espressione molto suggestiva e singolare, ma cosa significa?

Prima di tutto possiamo intenderla nel senso (spesso sottolineato nella tradizione spirituale delle Chiese e ultimamente da Bonhoeffer in carcere) di un totale spogliamento da ogni sicurezza umana per scoprire che la vita in se stessa è un dono di Dio ed ha un grande valore. Ci sono delle situazioni (personali o collettive) di così grande disagio, violenza, ingiustizia, dolore, fallimento di progetti e speranze umane, dove alla persona resta solo la vita come unico bene. Chi nei tempi di prova sa rinunciare a salvarsi con le sue mani, a salvare sicurezze, cose, affetti, progetti… per affidarsi a Dio, avrà come bottino la sua vita, cioè il suo valore profondo, ciò che resta quando si è soli e nudi davanti a Dio.

Questo lo sperimentiamo anche noi, ad esempio dopo una malattia grave o un lutto o un momento di depressione: si vedono le cose con altri occhi, si dà un valore diverso ad esse. Lo stesso dopo delle guerre o delle catastrofi naturali. Ci sono dei tempi nei quali non si può più mirare a cose grandi, ma solo a salvare la propria vita, a riscoprirne il valore ed il senso e considerare questo .come “il nostro bottino”, la nostra vittoria. Quando la violenza, il male, l’indifferenza, il cinismo, il disprezzo della vita dilagano nel mondo e diventano la cultura dominante, allora bisogna pensare a salvare la propria vita, a salvarne il valore e le scelte di fedeltà per non essere travolti e assimilati.

Ma c’è anche un altro significato che possiamo dare a questa espressione. Possiamo coglierlo ripensando a ciò che Gesù ha raccomandato a chi voleva seguirlo, di fronte alla proposta dell’amore gratuito e alla prospettiva della persecuzione e dell’inefficacia umana: Chi vorrà salvare la propria vita , la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà (Mt 16,25). La vita non è più in mano alla persona, non è più sua, ma è consegnata ad un altro, sottomessa alla sua volontà. Non più solo pensare a star bene, a vivere a lungo, a fingersi sempre giovani, ad avere successo, benessere, soddisfazioni, garanzie e sicurezze umane… ma una vita di crescita nella fede, nell’amore, nel servizio alle persone, nella semplicità e nel rispetto di ogni vita.

Una vita accolta come dono di Dio (non difesa come proprietà privata) diventa una vita consegnata agli altri. Non tanto, però, al potere o all’istituzione, all’efficienza delle opere o alle sicurezze dell’ideologia, ma una vita consegnata ai poveri, agli ultimi, ai sofferenti, all’impegno per la pace, all’annuncio del Vangelo, alla testimonianza dell’amore in tutti i luoghi dove tu andrai (45,5).

In tutti i luoghi e in tutti i tempi si può vivere la propria vita come dono di Dio per i fratelli, al di là delle fedi e delle religioni; al di là del successo o del fallimento; al di là del positivo o del negativo; al di là che satana sia rovesciato dal suo trono o che invece vi resti ben saldo a dominare il mondo; al di là dei miracoli e delle conversioni; al di là di ogni umana giustizia o rivendicazione. Solo perché hai avuto fiducia in me (39,18) ti sarà consegnata la tua vita come bottino e il tuo nome sarà scritto in cielo (Lc 10,20), nel libro della vita che sarà aperto al ritorno del Signore (Ap 20,12).

PROFETA DI SPERANZA

Proprio nel momento centrale del disastro e della sofferenza (mentre Geremia è in prigione e la città è vicina alla capitolazione) il profeta cambia completamente atteggiamento e inizia a parlare di speranza, di gioia, di consolazione, di “novità” che Dio sta preparando per il suo popolo. Veramente seguire Dio spiazza completamente l’uomo e tutti i suoi ragionamenti! Ora che tutte le sicurezze umane e le illusioni sono cadute, gli ebrei possono accogliere il vero messaggio di Dio che parla di progetti di pace e non di sventura (29,11). Finalmente anche Geremia può realizzare la seconda parte della sua missione: edificare e piantare la nuova fede in Dio, la nuova alleanza nel cuore. Percorriamo a grandi linee questo messaggio, proclamato sempre con parole e segni.

1. Il libro della consolazione (cap.30-31)

Per esplicitare e dare consistenza di annuncio verbale (oltre che di segni) al messaggio di speranza di Geremia, prigioniero e impedito a parlare, Baruc riprende ed inserisce qui il cosiddetto “libro della consolazione”, che si riferiva originariamente al messaggio di speranza portato da Geremia agli esuli di Samaria durante la sua prima missione al nord, ai tempi della riforma di Giosia. Quel messaggio, che aveva infiammato l’utopia di Giosia di una riunificazione nazionale in un unico stato e nella rifondazione religiosa nell’alleanza rinnovata, viene ora riletto come annuncio di speranza per i due regni, uniti ormai nella sventura, nell’esilio e nella sottomissione ai babilonesi. Torneranno ad essere uniti anche nella conversione, nella ritrovata fedeltà a Dio, nella fiducia verso il futuro e nella ricostruzione. Questo messaggio di speranza riguarda tre aspetti:

1.1. Il ritorno dall’esilio e la ricostruzione

L’annuncio del ritorno dall’esilio e della ricostruzione dello stato, prima di essere un fatto materiale e temporale, è proposto da Geremia come “ritorno” a Dio, alla casa del Padre: io sono un padre per Israele; Efraim è il mio primogenito (31,19). L’esilio, con la fine dell’indipendenza nazionale e della religione ufficiale, porterà gli ebrei a capire i loro sbagli e a ritornare a Dio, a riscoprirsi popolo amato da lui (sia i deportati che quelli rimasti in patria). Questo è il primo motivo di gioia e il vero fondamento di una ricostruzione che deve essere religiosa e morale, prima che materiale e politica. Attraverso un tempo lungo di mancanza di libertà e di strutture religiose e politiche, Dio aiuta il suo popolo a compiere un nuovo esodo per riscoprire la sua vocazione di popolo dell’alleanza. Facendo sua la terminologia di Osea, Geremia parla di un nuovo fidanzamento e di nuove nozze che Dio celebrerà con il suo popolo ritornato a lui nella fedeltà e nell’amore. Il vero ritorno e la vera ricostruzione inizia già nel tempo dell’esilio e della sofferenza, nel deserto della prova.

1.2. La nuova alleanza scritta nei cuori

Ma la vera, grande novità che Geremia annuncia è legata all’alleanza che sarà celebrata da Dio con il suo popolo. Essa non sarà una riedizione della prima alleanza, che gli ebrei non hanno saputo mantenere; non sarà neppure una nuova religione (con nuovi riti e precetti più o meno impegnativi) o una nuova legge (più aperta e moderna). La novità non sarà nell’esteriore, ma nell’interiore, nel cambiamento del cuore delle persone operato da Dio stesso, nella responsabilità di ciascuno rispetto alla fede e alla fedeltà alla legge, nella costruzione di un rapporto d’amore e non più solo di appartenenza ad un popolo.

L’alleanza nuova sarà nello Spirito e non più nella Legge, nell’amore verso Dio e il prossimo e non più nelle pratiche di culto e nell’osservanza di precetti e regole di purità, nella preghiera del cuore e non più nei sacrifici di animali. Questa novità giunge fino a relativizzare la stessa circoncisione, che diventa cambiamento del cuore più che segno nella carne.

Inizia con Geremia quella linea di interpretazione della fede e dell’alleanza che sarà sviluppata poi dai profeti dell’esilio e del post-esilio e troverà la sua piena realizzazione in Gesù di Nazaret e nella teologia del Nuovo Testamento. La Chiesa delle origini si proporrà proprio come il nuovo popolo di Dio che instaura la nuova alleanza nel sangue di Cristo, Messia promesso dai profeti. Gesù stesso si è collocato in questa linea profetica e non ha portato una nuova legge, dei nuovi riti, una nuova circoncisione… ma ha donato lo Spirito ed ha invitato a vivere nella fede e nell’amore.

1.3. Il Messia che verrà

Chi sarà il mediatore e il promotore di questa nuova alleanza, di questa rinascita del popolo di Dio? Geremia inizia ad abbozzare la figura del Messia futuro parlando di un nuovo re, diverso dagli altri, che instaurerà il nuovo regno e la nuova alleanza. Ci sono accenni in varie parti del suo libro. Nei cap.21,11-23,6 (ripreso poi nel cap.33,14-22), dopo una lunga requisitoria contro i re che tradiscono la loro funzione, si parla di un germoglio giusto che verrà dal ceppo di Davide e sarà un re che restaurerà il regno nella giustizia e nella pace. Questo tema sarà sviluppato poi da Isaia.

Al cap.30,21-22 c’è invece un aspetto più tipico di Geremia e della tradizione del nord (meno legata alla dinastia davidica e a Gerusalemme). Lì si parla di un principe, di un capo che sarà re di tutta la terra, ma che è uno di loro e non necessariamente un discendente di Davide. Vivrà una vicinanza (=obbedienza) a Dio fino a rischiare (=donare) la vita. La sua vita sarà interamente dedicata a Dio e al bene del popolo, che tornerà così ad essere il popolo di Dio. In modo molto oscuro e implicito è già abbozzata quella figura di Messia che viene dal popolo ed è interamente votata alla causa del regno dei cieli; così vicina a Dio da morirne, come il “servo” descritto da Isaia.

Geremia stesso ha vissuto questa totale dedizione a Dio e alla salvezza del popolo fino a morirne. Ha così iniziato a proporre il re futuro come un sacerdote e un profeta del regno di Dio, più che di un regno terreno; forte nell’amore e nel servizio, più che nei trionfi e nella gloria umana. Questa riflessione profetica, continuata dopo l’esilio e al tempo dei Maccabei, si è realizzata in Gesù.

2. Segni di speranza nel buio della sconfitta (cap.32-35)

Assieme al messaggio contenuto nel “libro della consolazione”, Baruc racconta dei fatti (vissuti da Geremia o dal popolo) che invitano alla fiducia e alla speranza, nonostante l’assedio e la catastrofe imminente. Sempre il messaggio di Dio trasmesso con parole e segni, con la vita stessa del profeta!

2.1. L’acquisto di un campo ad Anatot (32,1-44)

Per avvalorare il suo annuncio di fiducia, Geremia compie un gesto concreto: proprio durante l’invasione, quando i terreni non valgono più nulla, Geremia compra un campo da un suo parente e lo paga un buon prezzo. Il fatto è così assurdo che Geremia stesso si lamenta con Dio di questo ordine che gli ha dato. La risposta messa in bocca a Dio è una riconferma delle promesse fatte e della futura ricostruzione del regno d’Israele.

2.2. La celebrazione del Giubileo (34,8-22)

Durante il regno di Sedecia viene proclamato (dopo molti anni e con difficoltà) un anno giubilare per la liberazione degli ebrei schiavi ed il condono dei debiti. Geremia lo vede come un segno di fedeltà all’alleanza (anche se poi la gente si pentirà del gesto fatto e tradirà gli impegni presi). Dopo l’esilio la celebrazione del Giubileo sarà un segno della nuova alleanza e del cambiamento del cuore operato dallo Spirito. Gesù stesso inizierà la sua missione in Galilea proclamando un Giubileo di liberazione di tutti gli oppressi, per una vera conversione a Dio.

2.3. La fedeltà dei Recabiti (35,1-19)

Nei segni legati al tema della speranza Baruc riporta anche un episodio avvenuto tempo prima, quando Geremia aveva messo alla prova l’intero clan dei Recabiti, invitandoli ad un banchetto sacro nel tempio. La loro fedeltà senza tentennamenti ad uno stile di vita nomade e ascetico diventa un segno per tutti: anche in mezzo alla corruzione e all’infedeltà, anche nei tempi più difficili e oscuri, ci sono sempre delle persone che vivono nella fede, nell’onestà e nella fedeltà ai valori religiosi. Spesso queste persone vanno cercate fra gli ultimi, i “diversi”, gli emarginati, i poveri, i fuori casta.

2.4. La fede dell’eunuco etiope (38,7-13; 39,15-18)

Proprio in questa linea (che è una dei fili conduttori di tutta la Bibbia) è da sottolineare la fede e l’amore di un alto funzionario (straniero e per di più eunuco) che giunge fino a compromettersi per salvare la vita a Geremia, gettato a morire in una cisterna. Questo Ebed-Melek ricorda altre figure simili presenti nella Bibbia, in particolare l’eunuco etiope di cui parlano gli Atti. La salvezza che Geremia gli promette a nome di Dio non è solo quella di scampare al saccheggio, ma è il dono della salvezza che viene dalla fede nell’unico Dio di tutti gli uomini. E’ il tema della salvezza di tutti i popoli che sarà enunciato nell’ultima parte del libro di Geremia, sarà sviluppato dai profeti dell’esilio e sarà realizzato da Gesù di Nazaret e dalla comunità cristiana.

3. Babele non vincerà (cap. 46-51)

Come quasi tutti i profeti che l’hanno preceduto, anche Geremia si rivolge ai popoli pagani per annunciare loro il messaggio di Dio. Addirittura nella sua vocazione viene chiamato profeta delle nazioni, mandato a sradicare e demolire, ad edificare e piantare in ogni parte del mondo. Israele ha sempre coltivato, fin dal suo capostipite Abramo, questa dimensione di universalità della salvezza e questo valore della parola di Dio per tutti i popoli, sia come denuncia del male, che come invito alla conversione e a riconoscere l’unico Dio del cielo e della terra. Alla fine del libro vengono raccolti una serie di oracoli sulle nazioni, legandoli al messaggio di speranza dei capitoli precedenti.

3.1. Il castigo e la conversione dei pagani (46-49)

Questi messaggi seguono lo schema dell’annuncio ad Israele: nessun popolo è fedele a Dio e nessun regno porta avanti la giustizia nel mondo. Tutti perciò dovranno bere il calice dell’ira di Dio e subire il castigo per le violenze e il male fatto. Questo drastico annuncio, ripetuto molte volte nel libro di Geremia (13,12; 25,17; 48,26; 49,12; 51,7), sarà ripreso da Paolo nei primi capitoli della Lettera ai Romani, attualizzando per il suo tempo l’annuncio del suo predecessore. Ma Paolo attualizzerà anche l’aspetto positivo contenuto nel messaggio di Geremia alle nazioni: Dio ha racchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia. Dio è Signore di tutti gli uomini e vuole che tutti si salvino e giungano alla conoscenza della verità (18,8), a far parte del suo popolo (12,15). Tutti gli oracoli terminano con una promessa di pace e di ritorno a Dio.

3.2. Babilonia sarà distrutta (50-51)

Babilonia (=Babele) occupa un posto importante nella Bibbia perché, essendo stata la capitale dell’impero che ha distrutto Gerusalemme e il primo tempio, è stata presa come simbolo di ogni potere umano che si mette al posto di Dio e pretende di usurparne il potere. L’immagine di Babele è presente dai primi capitoli della Genesi (gli uomini della torre) fino all’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, con l’identificazione di Roma nella nuova Babilonia che lotta contro Dio.

Come farà poi Giovanni nell’Apocalisse, anche Geremia profetizza la caduta e la distruzione di Babilonia da parte di una coalizione di popoli. Questo diventerà il segno del giudizio di Dio su quel popolo e quel regno, che è stato sì “strumento” di Dio per punire Israele, ma che a sua volta ha tradito Dio con la sua violenza e crudeltà. Anche Babilonia subirà il castigo per il male che ha fatto, perché Dio è giusto e il male porta sempre altro male, la violenza altra violenza.

Anche in Geremia (come in molte altre pagine della Bibbia) è presente questa duplice valenza (o ambiguità) del potere politico: da una parte Nabucodonosor è chiamato “servo del Signore” (lo stesso appellativo che poi Isaia userà per Ciro, il re dei persiani, che ha distrutto Babilonia), esecutore dei suoi ordini, e dall’altra si annuncia la fine del suo regno e la condanna di ciò che ha costruito con tanta fatica e tanto sangue innocente. Gesù stesso confermerà a Pilato che il suo potere viene da Dio (anche se lo sta usando per ucciderlo), e ai capi ebrei dirà di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, sottolineando (in modo un po’ enigmatico) l’ambiguità e la doppia valenza di ogni potere umano.

Il rapporto con il potere politico è stato variamente interpretato durante la storia del Cristianesimo: è stato vissuto come conquista o come tentazione; come fusione dei due poteri o come separazione; come messianismo religioso che porta al fanatismo o come laicità che esclude ogni riferimento religioso; come “braccio secolare” o come persecutore dei credenti; come ostacolo alla coerenza col vangelo o come servizio alla costruzione della civiltà dell’amore.

Al di là della difficile soluzione di questo rapporto tra fede e politica, tra regni della terra e regno dei cieli, tra spada e croce, resta il messaggio scritto nel rotolo della Bibbia e affidato dai profeti alle acque tumultuose ed infide della storia umana: Babele non vincerà!

http://www.laparolanellavita.com

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 04/08/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 481 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com
agosto: 2018
L M M G V S D
« Lug    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

  • 207.037 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: