COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sul mondo e sulla Chiesa — MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the world and the Church

Lectio sul Profeta EZECHIELE (1)

XIX-XX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Libro del Profeta Ezechiele

Il profeta “Ezechiele” – in ebraico Jechezqe’l, “Dio dà forza” – svolge la sua attività al tempo dell’esilio tra i deportati di Giuda-Gerusalemme. La visione-investitura profetica di Ezechiele – Ez 1,2 – è posta in relazione con l’anno di deportazione del re di Giuda, Ioiachin, nel 598 a.C., che corrisponde al 593 a.C., e la sua attività si prolunga fino al 573 a.C., con visione del nuovo tempio (Ez 40-48).

1. Il libro di Ezechiele

Profeta EzechieleIl libro di Ezechiele è una grande narrazione autobiografica, composta di sezioni in prosa e in poesia, nata dalla comunicazione orale. Il profeta dell’esilio ricorre a diverse forme narrative, dal racconto di visioni alle dispute, dalle personificazioni alle lamentazioni, dalle parabole alle azioni simboliche o drammatizzazioni. L’attuale raccolta di oracoli del Libro di Ezechiele – 48 capitoli per un totale di 1273 versetti – è opera redazionale dei suoi discepoli, che hanno conservata la tradizione del profeta del sesto secolo.

L’opera attuale può essere suddivisa in tre parti:
I. Oracoli di giudizio su Giuda e Gerusalemme, Ez. 1-24;
II. Oracoli di giudizio sulle nazioni, Ez 25-32;
III. Oracoli di salvezza per Israele, Ez 33-48.

Nella prima parte del libro si tenta di spiegare perché si è verificata la catastrofe della caduta di Gerusalemme e dell’esilio, mentre nella terza si prospettano la fine dell’esilio e il ritorno alla propria terra, dove si celebra il giubileo della liberazione. Mentre la prima parte è caratterizzata da un tono di dura e aperta denuncia dell’infedeltà di Israele – regno di Giuda – culminante con la caduta di Gerusalemme – 586 a.C. – la seconda e la terza parte si aprono ad una prospettiva di speranza.
I sette oracoli di giudizio contro le nazioni straniere, sono il risvolto negativo dell’annuncio di salvezza riservato ai figli di Israele. La parte centrale – gli oracoli contro le nazioni – fa da transizione tra l’annuncio di giudizio e quello di salvezza.
La terza parte ha il suo apice nell’annuncio della ricostruzione del santuario, dove ritorna per sempre la “gloria del Signore” – simbolo della sua presenza – con la dichiarazione finale: Jhwh shammâ, “il Signore è là” (Ez 48,45). Dunque la visione del nuovo tempio apre a un nuovo futuro di libertà implicito nell’istituzione dell’anno giubilare (Ez 40,1-4).

2. Ezechiele, sacerdote e profeta

Ezechiele appartiene a una famiglia dove il sacerdozio è ereditario (cf. 1Cr 24,16). Se al momento della sua investitura profetica aveva circa 30 anni, poteva essere nato all’epoca della riforma religiosa del re Giosia. Deportato a Babilonia dopo la prima conquista babilonese di Gerusalemme del 598 a.C., o immediatamente dopo, dimora presso l’insediamento giudaico di Tel-abib (til-abubi), sul canale d’irrigazione Chebar, nei pressi di Nippur (Ez 1,1; 3,15). Era sposato e sua moglie, “delizia dei suoi occhi”, morì nel 588 a.C., all’inizio dell’assedio di Gerusalemme (Ez 24,15-18). Svolge la sua attività profetica per circa vent’anni, dal 593 al 573 a.C. (…)
Ezechiele s’inserisce nell’alveo della tradizione profetica, presentandosi come l’inviato del Signore che proclama con forza e autorità la sua parola. Consapevole della sua precarietà davanti a Dio, il santo – trascendenza di Dio – Ezechiele si designa “figlio dell’uomo”.(…) Ezechiele parla spesso dello spirito del Signore – “la mano del Signore fu sopra di me” – come forza che trasforma la sua persona e guida la sua azione profetica.

3. Profeta per un tempo di crisi

Il profeta Ezechiele vive e opera in una situazione di crisi. Il regno di Giuda è una pedina nella contesa tra le grandi potenze per il controllo del corridoio siro-palestinese. La morte di Assurbanipal, segna l’inizio di un rapido declino della superpotenza assira e dà avvio ai movimenti di emancipazione nazionale degli Stati vassalli, incluso quello di Giuda. Il re Giosia nel 622 a.C. aveva avviato una riforma religiosa, accompagnata da un tentativo di indipendenza, iniziato con l’ascesa al trono di un nuovo re assiro (2Cr 34,3). Dopo la caduta di Ninive – 612 a.C. – sia l’Egitto sia il regno babilonese, appena costituito, tentano di colmare il vuoto di potere nel Vicino Oriente. Il re Giosia muore nel tentativo di opporsi al passaggio degli egiziani lungo la via costiera (2Re 23,29-30; 2Cr 35,20-24). Suo figlio Ioacaz viene deposto dagli egiziani, dopo un regno di soli tre mesi. Un altro figlio di Giosia, Eliachim, rinominato Ioiachim, governa, come re fantoccio, finché la battaglia di Carchemis, sull’alto Eufrate (605 a.C.), porta l’intera area sotto il controllo babilonese.
Nei vent’anni successivi il regno di Giuda va incontro alla rovina. Il partito della guerra, sostenuto dai proprietari terrieri tradizionalisti e nazionalisti, non si rende conto di trovarsi in una nuova situazione politica. Geremia tenta di contrastare la loro influenza su Ioiachim e su Sedecia. Ezechiele viene deportato, insieme a migliaia di altre persone, poco dopo la prima caduta di Gerusalemme, nel 598 a.C., per opera dei Babilonesi (2Re 24,12-16). Sedecia, istigato dal partito della guerra e incoraggiato dal nuovo sovrano egiziano Psammetico II, si ribella ai Babilonesi. La fine prevedibile è l’assedio e la distruzione di Gerusalemme, seguita da ulteriori deportazioni che mettono fine al regno di Giuda.
Il profeta Ezechiele vive e opera in mezzo ai deportati nella crisi successiva alla catastrofe di Gerusalemme. La mancanza di un luogo di culto – il tempio – accentua il senso di fallimento della fede nel Dio dei padri e la perdita dell’identità religiosa. Si può ancora credere nella potenza e nella giustizia del Dio che non ha saputo difendere il luogo della sua dimora a Gerusalemme? Come si può venerare Dio in terra straniera? Esiste ancora un futuro per il popolo dell’alleanza? Il profeta Ezechiele tenta di rispondere a questa crisi di fede e di speranza.

Rinaldo Fabris
http://dimensionesperanza.it


Spunti per la lettura quotidiana 

Ezechiele 1-24
Oracoli di giudizio su Giuda e Gerusalemme

Ezechiele 1

Ezechiele è un sacerdote israelita che scrive nel momento più drammatico della storia d’Israele: tra la conquista di Gerusalemme (597 a.C.) e la sua distruzione (587). Partecipa al dramma del suo popolo, in quanto anch’egli si trova in esilio. L’incontro di Ezechiele col Signore, che gli appare nella sua gloria, avviene nel 593 a.C. a Babilonia. E’ segnato dalla parola (3), dalla forza (mano) di Dio e dall’invio in missione.
La modalità del presentarsi di Dio deve “stupire” il lettore, per creargli l’idea della trascendenza, della forza, della inafferrabilità, del movimento, dello spirito, della onniscienza, della capacità di trasformare (fuoco), della parola … di un Dio che si vuole ancora rivelare! La “visione” ha come denominatore narrativo espressioni quali “somiglianza, figura, come ….”. Vale a dire che non dobbiamo affaticarci nel ricreare fotograficamente la visione, ma cogliere, a un tempo, sia la trascendenza di Dio che la sua vicinanza alla nostra storia. Quello che Ezechiele riesce a presentare è soltanto … “l’apparenza della somiglianza della gloria di Dio”!
Come il profeta, cadiamo a terra e “ascoltiamo la voce che parla” (28). E’ sempre di fronte alla “parola” che noi dobbiamo stare. E quello che più sorprende è che questa parola, Dio la dona anche, anzi proprio in esilio!

Ezechiele 2-3

Seguiamo la parola e non più la visione. Il Signore parla a Ezechiele.
Il primo atto è quello di donargli uno “spirito” che lo renda capace di “stare in piedi”, ascoltare e trasmettere poi la parola. Duro sarà il suo servizio! Israele infatti è sempre stato testardo: non ha voluto ascoltare “fino ad oggi” (2,3). Ma il profeta non deve temere. Dovrà trasmettere la parola di Dio con la speranza che Israele l’accolga. “Se ascoltassero e smettessero di essere ribelli!” [E’ questo il senso dell’espressione un po’ sbrigativa “ascoltino o non ascoltino” (2,5.7)].
Per donare la parola il profeta deve prima nutrirsene. Per questo “mangia un rotolo” (3,3) accogliendo la parola nel cuore (3,10). Ora è un profeta o una sentinella. Deve illuminare e ammonire il popolo dalla testa dura!
Con e su Ezechiele è la gloria di Dio e la forza della sua mano (3,22-27). Ma la prima testimonianza non è fatta di parole … perché “tu resterai muto” (3,26).

Ezechiele 4-5

Il profeta, “muto” quanto a parola, compie alcuni gesti che “parlano” da se stessi.
Il primo gesto indica che Gerusalemme sarà assediata (4,1-3). Il secondo, che i peccati dovranno essere scontati per il tempo dovuto (4,4-8). Il profeta stesso li porterà su di sé, stando immobile su un fianco! Il terzo indica che ci saranno carestia e fame in Gerusalemme (4,9-17).
Infine Gerusalemme sarà “rasa”, come viene “rasato” il profeta (5,1ss). E come i peli dei capelli sono preda del vento, così gli Israeliti saranno sparsi per il mondo. Non hanno voluto ascoltare la parola del Signore; ebbene dovranno sopportare il tempo della sua “gelosia” (5,13). Ma un “resto” sarà salvato, in quanto “legato al lembo del mantello del profeta” (5,3).

Ezechiele 6-7

“Sapranno che io sono il Signore” è il ritornello di questi due capitoli (6,7.10.13.14; 7,4.9.27).
Cosa vuol dire? Non è la conversione piena, ma soltanto il primo passo verso la salvezza. Israele, “disperso in mezzo ai popoli” (6,8s) a motivo della gelosia di Dio, saprà e riconoscerà che, nelle sue tragiche vicende, è all’opera Dio stesso.
Egli ha eseguito un “giudizio” forte sulla vita d’Israele, trovandovi solo ribellione e idolatria. Tutto dunque sarà distrutto. Storicamente la distruzione avvenne ad opera dei nemici di Israele … ma è Dio che si muove all’interno di queste vicende. “Sapere” è riconoscere finalmente che Dio c’entra con noi e che non si può impunemente deriderlo coi nostri peccati. Intanto, cominciamo a vergognarsi! (7,18).

Ezechiele 8-9

Ezechiele viene trasportato in spirito a Gerusalemme: “là” c’è la gloria del Signore (8,4), ma sta per andarsene! Infatti Gerusalemme è piena di peccati. Al centro del tempio c’è la “statua della gelosia”, cioè la statua che provoca la gelosia di Dio (4,5). Ci sono gli anziani (i capi) che si prostrano davanti agli idoli. Hanno detto: Dio ci ha abbandonato, non è più con noi; e allora noi facciamo quello che ci pare! Idolatria sfrenata nel culto (4,5-16) e violenza di oppressione nel paese (4,17).
Il profeta assiste attonito alla punizione di Gerusalemme, punizione raffigurata in una strage che coinvolge tutti (9,6). C’è un “resto” che sarà salvato! Sono quelli segnati col Tau (ultima lettera dell’alfabeto ebraico). E’ una specie di croce che indica un’appartenenza, come un sigillo: sono quelli che non si sono abbandonati all’idolatria, ma stanno facendo penitenza “piangendo per tutti gli abomini che si commettono” (9,4).

Ezechiele 10-11

Ezechiele finisce di raccontare agli anziani in esilio la sua visione (8,1 e 11,24).
L’uomo vestito di lino, per comando di Dio (10,2), sparge fuoco su Gerusalemme. La distrugge a motivo dei suoi molti peccati. A questo punto la storia è a una grande svolta: la gloria di Dio (la sua presenza) “esce” dal tempio (10,18). Quelli che restano in Gerusalemme manifestano orgoglio e sicurezza, dicendo: “Qui siamo al sicuro … le nostre case resisteranno!” (11,3). Non sarà così, dice il Signore. “Io vi scaccerò (11,7) e non avrete alcun possesso della terra (11,13). Sarò invece coi deportati: “Sarò per loro un santuario …li radunerò, darò loro un cuore nuovo … saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio (11,16ss). Dunque, Dio condanna la falsa sicurezza della città, abbandona Gerusalemme e va verso i deportati … per fare di loro, pazientemente e nuovamente, “il suo popolo”.

Ezechiele 12

Ezechiele è costituito da Dio come “simbolo” per il popolo.
In questo capitolo, come simbolo negativo o come provocazione al ripensamento dei progetti (conversione). Egli si dovrà “mettere nei panni” del migrante frettoloso: preparare di giorno le cose e poi scappare di notte, coprendosi il volto per la vergogna.
Sarà sufficiente questo segno perché Israele si converta? Pare di no. Anzi, quelli rimasti a Gerusalemme deridono le “trovate” di Ezechiele, dicendo: “Passano i giorni, ma quello che tu dici non si avvera” (22). No, “ai vostri giorni”, dice il Signore, io realizzerò la mia parola (25). Così “saprete che io sono Dio” (15.20), quando sarete dispersi in mezzo ai popoli.
Provvidenzialmente, questo farà conoscere ai popoli stessi che io sono il Signore (16). C’è una misteriosa regia di Dio perché tutti, perché lo conoscano e lo amino!

Ezechiele 13

In mezzo ai deportati in Babilonia ci sono falsi profeti (1).
I “guai” nei loro confronti sono motivati dal fatto che parlano “secondo il proprio cuore (2) e non secondo la volontà di Dio. Parlano senza aver “visto/udito” il Signore, e così dicono esattamente quello che la gente vuole sentirsi dire. Sono vittime del consenso. La gente vuole pace, ed essi annunciano pace! Ma da dove viene la pace? Dal giusto rapporto con Dio. Essi invece immaginano il rapporto con Dio non come la “costruzione di un muro”, bensì come una semplice intonacatura, un intervento di facciata! (10ss).
Così pure fanno le donne (indovine?), che con riti magici “catturano” le persone come fossero uccelli (20). Lo fanno per denaro e tornaconto (19).
Dio interverrà per liberare il suo popolo, e lo farà attraverso il suo profeta. Egli indicherà il “vero” cammino, che è la conversione dalla vita malvagia (22). Solo così ci sarà la pace!

Ezechiele 14-15

E’ impossibile “vedere il volto di Dio”, incontrarlo … se nel cuore ci sono gli idoli e nella pratica c’è l’infedeltà! La parola, sempre ripetuta dal profeta, è questa: “Convertitevi, abbandonate i vostri idoli, smettete di fare il male” (14,6). E’ la via della conversione che va percorsa! Senza di essa, nulla varrebbe l’intercessione di santi come Noè, Daniele, Giobbe (14,14). Se Israele pecca (14,12) il Signore volgerà altrove il suo volto (15,7) e le conseguenze (peste, guerra, fame …) saranno inevitabili. Gerusalemme sarà distrutta.
Un gruppo di “scampati” si ritroverà a Babilonia. Ma questi non sono meno cattivi di quanti sono stati uccisi nella città! La cattiva condotta di questo gruppo “consolerà” i deportati, perché farà capire che è stato “giusto” il Signore a fare quello che ha fatto con loro (14,21-23).

Ezechiele 16

Ezechiele, guidato dalla parola di Dio, deve “far conoscere a Gerusalemme le sue abominazioni” (1). Lo fa raccontando con immagini la storia di questa città. L’origine di Gerusalemme non ha niente di mitico o divino. Anzi, proviene da Canaan, che fu maledetto da Dio (Gen 9,25). Ma il Signore ha voluto tessere con lei un’alleanza d’amore. “Passi accanto a te … giurai alleanza e divenisti mia” (6-8). Così Gerusalemme diventa la sposa del Signore, bella e gloriosa.
Ma si inorgoglisce, si allontana da lui con molti peccati (più di tutti gli altri popoli del mondo!). Si lega a culti e pratiche idolatre. E’ come una prostituta. Di più, è come un’adultera. Lei stessa paga le prestazioni agli amanti (33ss). A questo punto, la gelosia dello sposo è grande. Gerusalemme sarà abbandonata. E proprio i suoi amanti la deprederanno, la spoglieranno, la schiavizzeranno (esilio). E in esilio non resterà che vergognarsi (61.63).
La storia non finisce qui. “Io stesso (non tu!), dice il Signore, mi ricorderò dell’alleanza con te … Io stesso (e non tu!) rinnoverò il patto. E tu saprai che io sono il Signore, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto” (60-63). E’ il racconto di un amore che perdona e quindi rinnova. Questo è il nostro Dio!

Ezechiele 17

La parola di Dio giunge al popolo nella forma di un indovinello, che poi si trasforma in un “detto” (1-10) del quale si capisce molto bene la portata. (11-18). La “aquila grande” è Nabucodonosor, re di Babilonia. Il “ramo alto” è Ioiachin, re di Giuda, deportato a Babilonia. Il “virgulto nostrano” è Sedecia, re di Giuda dopo Ioiachin, che malauguratamente si alleò con un’altra aquila grande, l’Egitto.
Cosa succederà? Certamente il virgulto nostrano si seccherà (10), perché ha infranto il patto iniziale (16). Sedecia infatti sarà umiliato e deportato a Babilonia (19-21). Ma Dio opererà una grande inversione. Lui stesso prenderà “la cima di un ramoscello” (una cosa piccolissima!) e la pianterà sul monte di Gerusalemme. La piccola cima diventerà un cedro sul quale verrà e si poserà “ogni tipo di uccelli”. E’ l’annuncio di un regno “piccolo”, ma proprio per questo fecondo … al punto che accoglierà tutti i popoli! E’ l’annuncio, ancora velato, di Cristo che, dando la sua vita, ha redento il mondo intero.

Ezechiele 18

Israele in esilio rischia di vivere in modo deresponsabilizzato il suo rapporto col Signore, come fosse la vittima che paga per altri (1-4). Non è così, dice il Signore. Ognuno deve a se stesso la sua salvezza, come deve a se stesso la sua rovina. Si pongono alcuni “casi” per esplicitare il concetto. Uno è giusto, ebbene egli vivrà per la sua giustizia (5-9). Un giusto ha un figlio che non osserva i comandi del Signore, ebbene questo figlio deve a se stesso la sua rovina (10-13). Un figlio vede i peccati del padre e non li fa, ebbene egli vivrà (14-18).
Anche all’interno della vita di ogni uomo (non solo tra generazioni) può esserci un cambiamento. Il malvagio può cambiare vita e il giusto purtroppo può orientarsi al male. Ebbene, ognuno avrà la “sentenza” che l’evoluzione della sua vita merita (20-24). La conclusione della casistica è tipica di ogni profezia: Non rimandate ad altri le vostre responsabilità. Piuttosto convertitevi, liberatevi dall’iniquità, formatevi un cuore nuovo. Convertitevi e allora vivrete (30-32).

Ezechiele 19

Giuda in esilio deve recitare un “lamento” che ricordi i suoi superbi e scriteriati progetti (14). Giuda (chiamata “madre”) e i suoi re erano dotati di grandi doni: le immagini del leoncello che divora (3) e della vite che cresce rigogliosa (10) ne descrivono il forte stato di salute. Ma Giuda e i suoi re subirono le seduzioni dei grandi popoli. Così idearono una politica di potenza (6) e di conquista (11). In realtà, andò tutto male! Schiavo in Egitto il re Ioacaz (4), e schiavo in Babilonia il re Ioachin (9).
Ora la vite è trapiantata nel deserto (esilio) in una situazione di profonda umiliazione: non ha più lo “scettro per il dominio” (14). E’ caduta dunque la promessa di Dio? Attraverso questo “lamento” Giuda riconosce il proprio peccato e attende la novità di un Dio che non si rassegna alla morte del suo popolo.

Ezechiele 20

Il popolo ha sempre agito contro Dio, disprezzando la sua parola e commettendo ogni genere di abomini (1-7). Il Signore, invece, ha sempre agito “a riguardo del suo Nome”. Si intende dire che ha agito autonomamente, da se stesso, spinto unicamente dal suo amore. Tutta la storia di Israele lo manifesta. E’ successo così in Egitto (8-12); poi nel lungo periodo del deserto (13-26); poi ancora nella “terra più bella” (27-29).
L’idolatria di Israele è arrivata a tal punto che l’assimilazione agli altri popoli è vista come una conquista: “Voi dite: saremo come gli altri!” (32). No, dice il Signore. Sono io che regnerò su di voi. Prima manifesterò la mia ira (esilio); poi vi giudicherò (separazione dei ribelli); infine mi servirete sul monte santo (39-42). Tutto questo lo farò “io”, e non voi! Così saprete che “Io sono il Signore” e che “agisco per l’onore del mio Nome e non secondo la vostra malvagia condotta” (44). E voi, cosa farete? Proverete disgusto di voi stessi (43) …. Questo soltanto può fare l’uomo!

Ezechiele 21

Ezechiele, dall’esilio, volge la faccia verso Gerusalemme in segno di “giudizio” contro di essa (1). La città sarà attaccata e vinta da Nabucodonosor (è questo il senso della prolungata immagine della “spada”). Ma Gerusalemme non vuol cedere, non vuol credere all’evidenza del disastro imminente. Ha violato il patto con Nabucodonosor e pensa di starsene sicura. Tanto, dice, Dio è dalla mia parte! Ma i tanti peccati commessi fanno sì che Dio abbia dato ordine al re di Babilonia di distruggerla. Al profeta è chiesta una “significativa” partecipazione a questa immane tragedia. “Tu, piangi davanti a loro con il cuore affranto” (11). “Grida e lamentati … è il tempo della prova/castigo” (18).
In un senso molto concreto, il profeta anticipa nella propria vita tutta la tragedia di Gerusalemme. Così ne diventa anche un “segno” che richiama alla conversione.

Ezechiele 22

Ezechiele ha il compito di mostrare a Gerusalemme i suoi peccati. Lo fa con crudezza e verità, “contestando” punto per punto ogni violazione della parola di Dio. I peccati sono commessi “dentro Gerusalemme”, cioè dalla città stessa: è “in lei” che viene sparso il sangue (1-16).
L’orizzonte del peccato non può essere che la rovina, bene espressa dall’immagine della “fusione” dei materiali grezzi in un forno (17-22). Storicamente si deve pensare all’esilio. Questo porterà Gerusalemme alla confusione salutare e alla umiliazione cosciente. Così almeno saprà, dice il Signore, che “Io ci sono e sono Io il Signore” (16.22).
Peccatori sono proprio tutti: i principi, i sacerdoti, i profeti, gli abitanti della campagna (25-29). Cosa bisognerebbe fare allora? Basterebbe che ci fosse un profeta vero, uno che volesse “costruire un muro”: azione forte e radicale d’annuncio della parola e denuncia dei peccati. Ma questo profeta non c’è (30). Ci sono tanti, invece, che “danno una mano di calce”. Non gridano, cioè, i delitti di Gerusalemme, anzi dicono che tutto va bene!

Ezechiele 23

Ancora un racconto per denunziare le colpe del popolo di Israele. Ci sono due sorelle, figlie della stessa madre (1). Una si chiama Oolà (la sua tenda) e l’altra Oolibà (la mia tenda è in lei). Oolà rappresenta Samaria e Oolibà Gerusalemme. Tutte e due sono prostitute per professione! Prima si sono esercitate in Egitto e poi nella “terra bella” che un grande uomo (il Signore) aveva dato loro come regalo di nozze.
La prostituzione è figura di una condotta idolatrica: chi abbandona la parola di Dio per comportarsi come tutti gli altri è un idolatra. Samaria pagherà per prima il suo peccato (5-10). Gerusalemme pecca ancor di più! Pertanto anch’essa sconterà i suoi peccati in esilio (11-27).
Il peccato è equiparato ad un vero e proprio “tradimento matrimoniale” (30), cosicché l’intervento di Dio è il “lasciar sfogo alla gelosia” (25). Nella tristezza dell’esilio, nell’umiliazione dell’identità, nella vergogna di quello che ha fatto, Gerusalemme capirà il “cuore” della sua colpa. E’ abbandono di chi l’ama. E’ il primo passo per riconoscere che “il Signore sono io (49).

Ezechiele 24

Il giorno in cui Gerusalemme viene assediata e attaccata, proprio in quel giorno Ezechiele, che si trova in Babilonia, “scrive la data”. A indicare che la parola del Signore si è realizzata, come era stato annunciato (1-2).
Dunque, Gerusalemme viene distrutta! Ma due immagini dicono che la “fatica” di Dio è stata inutile (12). La carne dentro la pentola (significa Gerusalemme) non è buona da mangiare, perché ridotta a poltiglia (10), e la ruggine della pentola (significa i peccati di Gerusalemme) non si stacca, nonostante il grande fuoco (11s). Solo l’esilio purificherà il popolo. In tutto questo si deve vedere all’opera la “gelosia/fuoco” di Dio.
Oltre alle due immagini, Dio pone un segno drammatico: la morte improvvisa della moglie di Ezechiele. Essa morirà, ma il profeta non potrà fare il lutto che, in qualche modo, “consola” l’uomo. Come Ezechiele non può essere consolato, così Giuda non verrà “consolato” (cioè salvato) dalla distruzione di Gerusalemme. Ci vorrà ben di più! Ci vorrà l’esilio perché Giuda “conosca che Io sono il Signore”. Eppure, che splendore era Gerusalemme col suo tempio! Era “ciò di cui andavate fieri, ciò che desideravate, ciò che amavate” (21). Era “delizia degli occhi”, come una sposa!

http://www.parrocchiadibazzano.it

 

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Questa voce è stata pubblicata il 12/08/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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