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Rossi de Gasperis: La Messa sul mondo – La Liturgia

Eucaristia

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La Messa sul mondo – La Liturgia
Francesco Rossi de Gasperis sj

La Liturgia, come dice il termine, è un servizio sociale, un servizio all’umanità che si rifà nella Bibbia alla scelta che il Signore fa di Israele.

Davanti a tutta l’umanità, Io sono il Signore di tutto, dice in Esodo 19, voi siete il mio popolo, la mia proprietà, il popolo di acquisto, il segullà, termine che in ebraico viene dal vocabolario dei popoli razziatori. Ci sono popoli, ancora oggi in Uganda, che vivono di razzie, che non producono, non sono abituati a lavorare la terra e vivono di cose razziate dai villaggi vicini. Quando poi si è fatta una preda, una razzia, si dividono le cose razziate e c’è una parte che il capo banda riserva per sé. Ecco, Segullà è la parte del capo banda, che non si divide, che non si offre ad altri.

Allora il Signore dice: voi siete il popolo di acquisto mio perché mia è tutta la terra. Potrebbe sembrare una contraddizione: se tua è tutta la terra perché Israele è il tuo popolo. Appunto perché questa è la parte riservata a Dio, è il popolo riservato a Dio, è la parte destinata a Dio, è il popolo di Dio, il popolo sacerdotale: Voi siete un popolo sacerdotale, una nazione santa, dedicata al mio nome, voi siete per testimoniare la santità del mio nome a tutti gli altri popoli.

Questo è il discorso della liturgia: cioè è il Servizio personale di Dio per tutti gli altri, è il servizio di Dio e di tutta l’umanità.

Questo in Israele non è stato possibile metterlo in esecuzione perché ad un certo punto bisogna tener conto che se tutte le 12 tribù sono dedicate al servizio di Dio nessuno lavora nel Paese.

Allora bisogna prendere una tribù e dire che a voi non appartiene nessuna parte del Paese e siete ospiti delle altre tribù, siete dedicati a questo servizio a Dio.

Nelle altre tribù i primogeniti sono offerti a Dio ma sono riscattati (come nella purificazione di Maria il 2 febbraio c’è il riscatto del bambino Gesù perché non apparteneva alla tribù di Levi), sono riscattati pagando un tributo.

Tutto questo però è finito con la distruzione del tempio. Il tempio è il luogo della liturgia. il luogo in cui si celebra questo fatto che Israele è tutto un popolo sacerdotale attraverso il culto di Dio. Ma la distruzione del tempio con l’esilio babilonese ha portato alla fine di questo sistema cultuale nel tempio.

In un certo senso la fine della “cultualità“ nel tempio è stata una liberazione per il popolo: non c’è più il tempio, finiscono i sacrifici, i pellegrinaggi, le processioni, le grandi celebrazioni, le grandi liturgie.

E allora come possiamo dare culto a Dio? Come adempiamo questa destinazione del nostro popolo ad essere popolo del Signore? Noi, con la nostra vita ; ci siamo noi; non c’è più il tempio, ma ci siamo noi. Dunque i sacrifici, i pellegrinaggi le preghiere siamo noi. L’esistenza del popolo diventa liturgia.

Così è chiaro che anche l’evangelizzazione è liturgia, è servizio della Parola di Dio per tutta l’umanità. Non ci sono più luoghi sacri, templi: l’esistenza dell’uomo è il tempio. Il tempio diventa ogni persona umana, ogni persona di Israele per testimoniare questo davanti a tutte le nazioni

Il fine di tutto è rendere l’esistenza umana un tempio di Dio, un culto di Dio.

Questo è il piano di Dio. Ma la cosa diventa molto complicata, perché? Credo che per capire bene questo occorre capire la parola di Gesù quando dice: “chi vede me, vede il Padre”-“chi ha visto me,ha visto il Padre” e soprattutto rileggere l’Eucarestia nel Vangelo di Giovanni dove non si parla di Eucarestia.

Nel Vangelo di Giovanni Gesù parla di Eucarestia in occasione del suo discorso nella sinagoga di Cafarnao al capitolo 61, ma nel momento della cena, nel momento dell’Eucarestia, quando gli altri evangelisti parlano della cosiddetta istituzione dell’Eucarestia, Giovanni non parla che della lavanda dei piedi. E prima della lavanda dei piedi Gesù dice:” chi vede me, vede il Padre”. E dopo la lavanda dei piedi dice a Filippo “chi ha visto me,ha visto il Padre”. E’ la rivelazione di un Dio che ci lava i piedi.

E’ un Dio che è servo e che è Lui il primo che fa questo servizio liturgico di cui parlavo: e questo piano di Dio che vuol realizzare passa attraverso il dono che Dio fa di sé. E’ il Padre che si offre, è il Padre che dice questo è il mio vestito, io me lo tolgo per mettermi a servizio. E’ una teofania del Dio servo. Questa è una cosa molto grossa.

Questo vuol dire che noi siamo vivi dalla morte di Dio. Il nostro Dio è un Dio che si dà ed entra così nel mondo finale della Risurrezione e ci apre il cammino per farci entrare anche noi. Il fine di tutto non è il nostro punto di partenza, ma il punto di arrivo.

C’è un equivoco molto grosso nel nostro modo di concepire anche la fede: che noi dobbiamo costruire il Regno di Dio qui sulla terra. Ed allora l’impegno politico, l’impegno sociale, cosa debbono fare i cristiani per edificare la città dell’uomo. Noi non dobbiamo edificare nessuna città dell’uomo. La città dell’uomo l’ha edificata il Signore risuscitando il Figlio; la situazione finale dell’umanità è quella del Cristo Risorto, non è la nostra; quella nostra è in partenza noi non siamo il punto di arrivo, siamo il punto di partenza.

Ed allora cosa è l’Eucarestia sul mondo: ci sono due termini in questa espressione“Eucarestia” e “mondo”. C’è il mondo, (nel senso di Teilhard de Chardin ) l’universo, tutto il creato, e su questo viene applicato quello che Cristo ha fatto di sé, cioè il dono di sé che è la consumazione dell’amore (avendo amato i suoi che erano in questo mondo, li amò fino alla fine). Si potrebbe dire che l’unico vero modo di amare che Dio conosce è quello di donarsi.

Come si celebra allora la Messa sul mondo? Proprio come Israele dopo l’esilio di Babilonia: non c’è più il tempio, ci sono io, e quindi dico a Dio: questo è il mio corpo e questo è il mio sangue.

Andare a Messa non significa quasi niente. Per celebrare la Messa non devo andare, piuttosto devo uscire da me stesso per andare in Cristo che fa questo gesto:”fate questo in memoria di me” fate quello che ho fatto io, ma fatelo voi.

Ho letto ultimamente un bel libro di don Damiano Modena2 “Il silenzio della parola”, dove ho ritrovato una frase del card. Martini che avevo già letto: Martini ha sentito molto la morte vivendo quasi drammaticamente il fatto di morire e si è fatto un sacco di domande, una domanda era questa:“Ma se Cristo è morto per me, perché io debbo morire? Perché noi dobbiamo morire se Cristo è morto per noi?

Ma Gesù non dice, tu stai tranquillo perché quello che devi fare tu lo faccio io, quindi io muoio per te e tu stai bene: No, questa non è la cena del Signore.

La cena del Signore è: quello che ho fatto io in prima persona ora fatelo anche voi nella vostra prima persona. Io vi ho reso possibile di fare quello che fatto io. Questa è l’istituzione dell’Eucarestia;non ha istituito nulla se non facendo Lui quello che poi siamo capaci di fare anche noi. Però questo rito lo fa in un contesto di cena, perché la cena è il segno della comunione.

Mi meraviglio ancora che tanti cristiani più conservatori non amano parlare di cena, parlano dell’ Eucarestia; questo nonostante che nei misteri luminosi del rosario istituiti da Giovanni Paolo II dove al 5°mistero luminoso proponeva di contemplare la cena del Signore. Ora anche la radio vaticana dice che nel 5° mistero si contempla l’Eucarestia. No, si contempla la cena. Sembra che si contempla l’ostia consacrata messa sull’altare. No, l’Eucarestia non è l’ostia consacrata, l’Eucarestia è la cena, la carità.

Lo dico a volte scherzando: quando a Madrid nella giornata mondiale della gioventù si sono bagnate per la pioggia tutte le ostie preparate per il giorno dopo (18 tende piene di ostie da consacrare), tutte le ostie si sono rovinate per cui non hanno potuto consacrare niente: il Signore ha voluto dire che l’Eucarestia era lo stare lì di due milioni di giovani in preghiera, sotto la pioggia.

E’ venuto fuori di nuovo l’interrogativo se i divorziati risposati possano o meno fare la comunione. Ora la comunione è il segno della cena, se sono fuori della cena non vi possono partecipare; l’importante non è fare la comunione ma è l’amore. Si può essere in contatto con Dio a prescindere dalla comunione. Non si deve materializzare tutto nell’ostia consacrata. Il fine della vita non è fare la comunione, ma è l’amore.

L’eucarestia è la cena consumata assieme ai fratelli e alle sorelle intorno alla parola del Signore, con il Signore.

L’eucarestia è una cena che è un sacrificio. E’ un sacrificio che si fa durante la cena. E’ la nostra vita che viene offerta: questo è importante; cioè consumarsi nell’amore.

Allora questa mi pare sia la liturgia. Ognuno dovrà trovare nella sua vita i luoghi, i tempi e i modi di consumarsi nell’amore, ma questa è l’unica cosa per cui siamo scelti per essere il popolo sacerdotale di Dio per tutti gli uomini, per tutto il mondo.

Dovremmo apparire, anche agli occhi degli altri uomini in mezzo a cui viviamo, come della gente guardando la quale si capisce qualcosa di chi è Dio. Non so poi se siamo veramente tali.

Con Papa Francesco sta succedendo proprio questo qui a Roma: attira le persone per quello che fa, per quello che è, per quello che dice, aumentano le persone che lo seguono, rende simpatico il nome di Dio. E’ un uomo cui si guarda, cui ci si accosta, cui si vuole bene perché si capisce un po’ di più chi è Dio. Questo è molto importante. Questa è la liturgia.

Ma non riduciamo i sacramenti a cose da fare. Se il pane è azzimo o non azzimo. Quando si riduce tutto a questo si perde completamente l’interesse per Dio. Dio non si interessa a queste cose.

Allora Paolo dice giustamente: io che mi consumo nell’apostolato, nel servizio della parola di Dio, questa è la mia liturgia, io sono il “liturgo” del Signore. Ma il primo che ha fatto questo, cioè si è consumato nell’amore è Dio stesso, nel Figlio. Ciò ci insegna che il piano di Dio è qualcosa di meraviglioso, qualcosa per cui aspettiamo, verso cui andiamo, non è quello che siamo oggi, che stiamo facendo o facciamo oggi nella situazione odierna.

Certo, qualche anno fa c’era la guerra del Golfo, oggi c’è la guerra in Siria: noi cosa possiamo fare per questo: consumarci nell’amore, cioè prendere questa grande visione della liturgia del mondo e applicarlo a queste situazioni storiche che stiamo vivendo. Le generazioni seguenti faranno lo stesso per le proprie situazioni storiche che vivranno. Far combaciare il piano di Dio che è valido sempre, per tutti, con quelle che sono le situazioni particolari, storiche, che viviamo nella nostra carne di tutti i tempi; questo è il modo di consumarsi nell’amore.

Riflessioni/domande sulla relazione di Padre Rossi

Questa visione che lei ci ha dato come si concilia con quanto si legge in San Paolo “chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore”?

Rossi de Gasperis: Questo lo dice Paolo nella 1° lettera ai Corinzi al capitolo 113. Ma proprio lì parla “se quando voi celebrate la cena del Signore(cena che si celebrava fin dall’inizio all’interno del pasto normale e all’interno di questa cena si faceva l’Eucarestia) ognuno si porta il mangiare solo per sé e non per gli altri, che celebrate? “ Poi si dice, adesso diciamo la Messa! No, questo presuppone che anche tutto il mangiare è in comune. Invece se uno porta la cena per sé e chi non ce l’ha non può portare niente, resta senza mangiare, la cena che mangi tu è la tua condanna. Tu ti mangi la condanna non ti mangi la comunione.

Oggi che abbiamo separato la cena dalla Messa questo non si vede bene, ma vale lo stesso: perché se vai a Messa e poi vai a casa tua ed hai da mangiare e sai che l’altro non ha niente, tu mangi la tua condanna, perché non prendi la tua cena come segno della comunione, non ti consumi nell’amore, ma in questo modo ti consumi nell’egoismo. Questo conferma quello che dicevo e cioè che l’Eucarestia è la partecipazione alla stessa azione che è una azione conviviale, perché quella è il segno della comunione.

Avevo inteso fino ad oggi la liturgia come una serie di regole comportamentali: un codice di comportamento nel rendere il culto, quindi l’osservanza di certe regole nella preghiera comunitaria, in modo molto formale ed esterno…

Rossi de Gasperis: Le regole di comportamento sono necessarie per una buona educazione. Per esempio: Se parla uno gli altri stanno zitti, se ci si comporta in modo decente, bene educati, questo è bene.

Le rubriche liturgiche sono proprio quelle regole di comportamento di buona educazione. Ma se prendiamo le cose dalla fine, se capovolgiamo tutto, allora c’è qualcosa che non va. E’ quello che dice Papa, il quale non vuole abolire tutto, vuole solo ripartire da quello che è fondamentale. E’ chiaro che alla cena bisogna essere puntuali, ma questa però non è Liturgia ma una regola di buona educazione da mettere in pratica in ogni circostanza, ma non Liturgia.

E’ vero che ci siamo degradati al punto da ridurre l’Eucarestia a formalità (non si può fare la comunione se si è mangiato da meno di un certo tempo, non si può mangiare la carne): ma questa è una miseria in queste condizioni sarebbe meglio non celebrarla l’Eucarestia.

Quello che sta succedendo con il Papa è che lui non scarta la buona educazione, ma non comincia di là. Lui si rifà al momento fondamentale che è l’innamoramento della fede. Quello è importante. Poi da lì si traggono le regole di comportamento che possono essere più adatte ad ogni realtà.

Ma non riduciamo l’Eucarestia, la fede, a delle cose da fare; la fede è un modo di essere. Poi converrà tenere conto delle regole di comportamento, secondo l’educazione di ogni popolo e di ogni cultura, o contesto in cui si vive.

Lei ha parlato di Liturgia come servizio sociale all’umanità, Liturgia come occasione di far capire, far vedere, agli altri chi è Dio. Come fare tutto questo come aiutare i parroci in tutto questo?

Rossi de Gasperis: Se si capisce questo potremmo essere sulla buona strada. Ogni Parrocchia dovrebbe essere una scuola del consumarsi nell’amore. Si, anche la preparazione alla Messa domenicale, certamente, ma tutta la settimana dovrebbe essere una pratica del consumarsi nell’amore, nella carità in tutti gli ambiti: nella famiglia, nella scuola, nella professione, per la strada. (…)

Il discorso del sacerdozio femminile è vinto in partenza perché il Signore ci ha fatto tutti sacerdoti. Ci ha ordinato lui, uomini e donne sono tutti popolo sacerdotale del Signore. Papa Ratzinger lo ha detto ai Vescovi: dovete aiutare i cristiani a vivere il loro sacerdozio. Questo è il compito dell’episcopato, del presbiterato. Oggi tutti siamo sacerdoti. Quelli che sono ordinati ad un sacerdozio presbiterale debbono aiutare gli altri a vivere il loro sacerdozio. Cioè a consumarsi nell’amore. Nel nuovo testamento tutti siamo sacerdoti. La Messa domenicale è il segno di questo consumarsi nell’amore. Ma è il segno della settimana, non è tutto lì. (…)

Mi permetta una annotazione ripresa da Giuseppe Ruggeri: ”…Tra i compiti conciliari sostanzialmente inevasi resta quello della attuazione della riforma liturgica, non in senso rituale, ma in senso profondo”. Come vede Lei questa annotazione?

Rossi de Gasperis: Il rito ha preso la prevalenza su tutto: quello che dirige, guida l’Eucarestia diventa l’unico attore, l’unico responsabile; noi andiamo ad assistere alla Messa ma non a significare quello che abbiamo fatto noi della nostra vita nel corso nella settimana. C’è stato un processo di ritualizzazione progressiva nei secoli per cui siamo arrivati a semplificazioni che i lefevriani hanno rifiutato perché danno importanza a questi riti.

Questa è la miseria umana: ci attacchiamo più a quello che si vede che non a quello che è; (…) più preoccupati dell’apparire che dell’essere; poi nel mondo della televisione ancora di più. Siamo diventati di fatto un popolo di spettatori. (…)

Questo andare al cuore della liturgia come consumarsi nell’amore mi ha letteralmente commosso. Pur essendo semplice, la difficoltà è enorme…

Rossi de Gasperis: Proprio perché è difficile Gesù lo ha fatto per primo e ci ha detto come l’ho fatto io fatelo anche voi. Ci rende capaci di farlo con i tempi che sono i nostri. Però andiamo verso un mondo che sarà reso capace di fare pienamente questo ; questo è il mondo della Risurrezione, non è il nostro mondo ancora. Siamo lanciati nella storia ed al di là della storia per fare anche noi quello che Gesù ha fatto della sua vita.

Per questo la tomba di Gesù è vuota, come è vuota la tomba di Maria perché è stata la prima che ha consumato tutta la sua vita nell’amore. L’assunzione di Maria significa che tutta la sua vita è passata nella gloria senza corrompersi nella morte perché la consumazione è già avvenuta nell’amore. Come il Figlio è risorto così è risorta Lei. E questa è la strada anche per ciascuno di noi. Un bellissimo articolo che Giorgio La Pira ha scritto proprio per l’Assunzione di Maria (dice): l’assunzione è il destino di ogni uomo e di ogni donna; consumarsi nell’amore per partecipare alla glorificazione perché Dio ci alza fino a sé. Questo è il dramma e la storia dell’uomo, ed è la bellezza del piano di Dio che abbiamo letto nella lettera agli Efesini “a lode della sua gloria”. (…)

Ho dato un corso di esercizi al clero in una diocesi del nord Italia dove un prete mi diceva: sto in una Parrocchia con tanti malati da assistere, tanti vecchi, tante persone da ascoltare, per cui non ce la faccio a dire la Messa tutti i giorni, la dico solo la domenica. Se consumi la tua vita nella carità, fa’ quello che puoi fare, di’ pure la Messa solo la domenica: questa è stata la mia risposta. Vedo una moltiplicazione di sacramenti, di segni, che non sono adeguati al significato che portano.

Riflessione conclusiva di Padre Rossi de Gasperis

Mi pare che si vuol capire qualcosa di più sul consumarsi nell’amore e sul partecipare alla cena, oltre che alla preghiera e al silenzio.

La preghiera e il silenzio: una vita interiore ricca è necessaria per consumarsi nell’amore. L’amore non consiste nel cogliere le cose in superficie. L’amore sia di Dio, sia di sé, sia degli altri, presuppone capire chi è Dio, chi sono io, chi sono gli altri. Questo si fa maturando nel silenzio, non con le chiacchiere e neanche assieme agli altri; ci vuole anche una attività insieme agli altri, ma poi bisogna essere nel silenzio, bisogna essere con Dio. Purtroppo questa è cosa poco praticata nel nostro mondo e anche nella Chiesa. Purtroppo perdiamo sempre di più il senso dell’interiorità.

E’ vero però che la lavanda dei piedi si fa durante la cena. Dal punta di vista esegetico ci si chiede: ma Giovanni parla dell’Eucarestia o no? No, non ne parla, ne parla al capitolo 6; ma nel capitolo 13 si legge: “mentre cenavano”. Siamo nel corso della cena, e Gesù fa una cosa straordinaria perché il racconto del capitolo 13 è preceduto da un prologo che è il più grande prologo a mio avviso del Vangelo di Giovanni, ancora di più del primo capitolo. Gesù, sapendo che il Padre gli ha dato tutto nelle mani, e che lascia il mondo per andare al Padre, si alza da tavola, depone le vesti, e si mette a lavare i piedi4.

Fa questo sapendo che ha il potere del Padre nelle mani. Pensate se uno di noi avesse il potere di Dio. Questo vuol dire che è quello che fa il Padre al posto mio: il Padre è nel Figlio che lava i piedi. Questo è il modo di consumarsi nell’amore: stando a tavola, liberandosi di tutto quello che è per sé. Stando a tavola si partecipa, ci si dona; ci si dona soprattutto se si sta insieme nell’amore. Per questo dicevo che a Madrid 2 milioni di giovani sono rimaste assieme per 20 minuti sotto la pioggia. Chi teneva insieme tutte quelle persone? Che cosa ha dato un senso a questo loro stare insieme? C’è un dono di sé che l’essere insieme domanda.

Il convito è un modo per consumarsi nell’amore. Ma questo deve essere preceduto da una convinzione personale profonda. Non si sta insieme perché ci si è incontrati per caso. Si è andati a partecipare a qualche cosa. C’è una pienezza di senso in questo essere insieme.

Lavare i piedi vuol dire dare la vita: nessuno ha un amore più grande di quello che dà la vita per i propri amici. Dovremmo essere così chiari nel nostro amore reciproco da essere in grado di dare la vita per gli altri, per l’altro.

Questo vuol dire andare a Messa. Se la vita è Messa vuol dire che ogni Messa è l’ultima perché dopo io non ci sono più, mi sono donato. Questo fa della nostra morte la Messa vera. Nella morte non ci si dona per poi tornare a casa, ci si dona per non esserci più. Ed allora non c’è amore più grande di chi muore per i propri amici.

Questo vuol dire togliere alla morte ogni significato egoistico, ogni significato di disperazione: è l’unico atto d’amore che ci vien chiesto senza ritorno. Finalmente ci viene chiesto di donarci veramente. E’ l’atto d’amore più grande, è il capolavoro della nostra vita la nostra morte, se diventa davvero dono di sé. Prepararsi in tutta la vita alla morte, prepararsi ad amare, ad amare fino alla fine per essere alleggeriti da ogni ripiegamento su di sé.

Trovo tutto questo espresso molto bene nella Risurrezione di Gesù.

Gesù è morto persino senza sentire più che il Padre era con lui. “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato”. Ti chiamo Dio, ma non ti vedo più.

Ma tornando a quello che dicevo: perché è necessario che addirittura Dio muoia per entrare nella gloria. Questo ci dovrebbe far meditare lungamente sul processo di crescita di noi nell’amore. Si cresce nell’amore morendo. Anche meditare sul peccato, sul male, sulla redenzione. Cos’è l’ostacolo che bisogna vincere? Io credo che l’ostacolo vero è proprio la voglia di potere.

Sapendo che Dio gli ha dato tutto nelle mani si alza e lava i piedi, non si alza per conquistare niente, per costruire lui qualcosa, si alza per servire. Questo vuol dire che c’è un ostacolo da superare che è quello di costruire qualcosa, di affermarsi, di farsi un nome. La costruzione della Torre di Babele è farsi un nome, quando solo Dio può dare il nome all’uomo. (…)

L’Eucarestia dovrebbe essere il momento celebrativo di questo, se abbiamo capito questo e lo celebriamo insieme, e stiamo insieme come popolo di Dio, vuol dire che accettiamo la politica di Dio senza fare la nostra. Ci consegniamo al Padre che sa cosa farne della nostra vita. Ci consegniamo al Padre che sa dove ci porta, sa che la nostra vita non finirà. Una volta che ci siamo non finiamo più, ma che cosa diventeremo lo sappiamo molto poco. Sappiamo che c’è la salvezza, sappiamo che c’è il fratello maggiore che passa davanti a noi e che dice: “seguimi”. Ma non possiamo immaginare dove andiamo. Non è un mondo da immaginare.

26.10.2013
http://www.incontripioparisi.it


1 Gv. 6, 52-58: “Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro:-Come può costui darci la sua carne da mangiare?- Gesù disse: – In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.-”

2 Don Damiano Modena ha assistito il card. Martini fino alla fine della sua vita terrena

3 1 Corinzi, 11, 17-33: “Mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi perché vi riunite insieme non per meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni fra voi, e in parte lo credo. E’ necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siede a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi?Lodarvi? In questo non vi lodo!

Io infatti ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: -Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me- Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: -Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me.- Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il copro e il sangue del Signore. Ciascuno dunque esamini se stesso e poi mangi del pane e beva del calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che fra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo.
Perciò, fratelli miei quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.”

4 Gv. 13, 1-5: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

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Questa voce è stata pubblicata il 12/08/2018 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO, Sacramenti con tag , , .

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