COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XX Domenica del Tempo Ordinario (B) Lectio

XX Domenica del Tempo Ordinario (B)
Giovanni 6, 51-58


moltiplicazione dei pani e dei pesci8


In seguito all’affermazione Io sono il pane vivo disceso dal cielo ci attendiamo di comprendere in che modo Gesù diviene alimento per la vita. È quanto pensiamo di approfondire nel Vangelo di questa domenica.

51b «e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Si passa dalla figura della manna a quella dell’agnello, senza uscire dalla simbologia dell’esodo (Pasqua). Entrambi i termini appartengono al campo semantico dell’alimento. In risposta ai giudei Gesù dice che il suo dono è la sua carne; vale a dire che lo Spirito non si dà al di fuori della sua realtà umana: la sua carne lo manifesta e lo comunica. È nella carne che il dono di Dio si rende concreto, storico, diventa realtà per l’uomo. Pertanto la carne di Gesù non è solo il luogo in cui Dio si rende presente (1,14), ma si trasforma nel dono di Gesù al mondo, dono dell’amore del Padre (3,16). Dio instaura una comunione con l’uomo sul piano umano, in Gesù e per mezzo suo. Dio non è nell’aldilà: si è reso presente in Gesù. I giudei, che pensano al Dio dell’aldilà, sono scandalizzati dalla carne. Non credono che Dio possa essere visto e toccato. Dio, tuttavia, vuole entrare nel campo dell’esperienza umana. Gesù dona la sua carne perché il mondo viva; questo dono della vita si offre a tutti, e si comunica nel dono della carne, la sua realtà umana.

52 Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

Le parole di Gesù provocano adesso una lite fra gli stessi Giudei: non comprendono il suo linguaggio; la menzione della sua carne li ha disorientati. Finché Gesù parlava di pane loro credevano di comprendere: pensavano che si trattasse di una metafora per presentare Gesù come maestro di sapienza (pane) inviato da Dio. Ma Gesù precisa che il pane è la sua stessa realtà umana, non una dottrina. A questo punto i giudei non comprendono più cosa possa significare mangiare la sua carne. Ma, i lettori di Giovanni l’evangelista, possono capire perché nella prospettiva della propria comunità hanno presente la celebrazione e il significato dell’eucaristia.

53 Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Adesso Gesù aggiunge a carne l’elemento sangue per rispondere alla domanda: come può costui darci da mangiare la sua carne ? La separazione della carne dal sangue esprime la morte; Gesù darà la sua carne morendo. Lui vittima dell’odio risponderà con un amore sovrabbondante che come acqua di vita scorrerà per ridare vita a tutti. Ma non è solo alimento temporaneo che libera momentaneamente dalla morte, ma, dà vita definitiva. L’uomo assimilando l’amore di Gesù si trasforma con lui e come lui in pane di vita dei risorti alla vita definitiva.

55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Il contesto eucaristico in cui si muove l’evangelista Giovanni adesso viene formulato con maggior chiarezza: da parte di Gesù ci vien dato un dono che comunica il suo amore e la sua vita (lo Spirito); da parte del discepolo si richiede l’accettazione del dono. Il dono ricevuto porta al dono di sé: è l’amore che risponde al suo amore (1,16).

56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

L’adesione a Gesù non si ferma all’esterno. Egli non è un modello esteriore da imitare, ma una realtà interiorizzata. Questa comunione intima cambia la realtà interiore del discepolo. Produce la sintonia con Gesù, e fa vivere identificati con lui.

57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

La vita che Gesù possiede (che possiedono anche tutti gli uomini) procede dal Padre (1,32), ed egli vive per il Padre, vale a dire in totale dedizione al disegno di Dio (4,34), che è dare vita al mondo (6,39-40.51). Anche i suoi discepoli che ricevono la comunicazione di vita devono sentire il bisogno di dedicarsi al medesimo disegno. Lo stesso vincolo di vita che esiste fra Gesù e il Padre (vita ricevuta – vita dedicata) esiste fra i discepoli e Gesù.

58 Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Si chiude il tema della manna, cominciato nella pericope precedente (XVIII dom. T.O. 6,31) e ripreso in 6,41.49.51: l’esodo di Gesù giunge al suo fine: chi mangia questo pane vivrà per sempre. Gesù si riferisce ora a se stesso. Come datore dello Spirito (cfr. 6,33.34), a disposizione dell’uomo. Tutti gli uomini che si ispirano al modello Gesù fanno propria la responsabilità di Gesù e sentono come lui l’urgenza di creare la società che Dio vuole per l’uomo, l’unica che permette una vita pienamente umana e compiere così il progetto di Dio sulla creazione: l’amore di tutti e di ciascuno per tutti e così si vivrà per sempre.

Riflessioni…

 Ed ora il dialogo del Maestro continua anche con la folla: da Io sono il pane della vita a Io sono il pane vivo. Parole definitive, divine, che hanno tutto il peso di un valore fondante, di un progetto di vita: sono parole declaratorie, rivelatrici del Dio vivente: Io sono.

 Pane donato dal cielo destinato alla terra, efficace, come la Parola che feconda e dà vita, finalizzato all’uomo, che viene sollecitato a mangiare. Con un invito personale, condizione per accedere alla vita, perché di esso l’uomo si alimenta e vive.

 Non è granuloso, come rugiada nel deserto, non l’agnello della festa, non puro simbolo, non è solo finalizzato alla vita, ma è la vita stessa, è tutta la carne, la persona del Figlio di Dio che si dona per essere mangiato, nell’intimità e nella fusione di pensiero, di intenti e di esistenza. E sostiene ogni uomo in cammino, gli dà senso e lo costituisce divino, figlio della stessa carne, dello stesso sangue.

 È la novità che non è un annuncio che svanisce nel deserto, che esalta emozioni e accompagna divini fenomeni che moltiplicano pani e pesci all’infinito, che trasformano acqua in vino, che procurano acqua dissetante in tempi e spazi senza confini, ma è soprattutto un dono vero, autentico, reale che trasforma i cuori degli uomini, designa nuovi destini, fonda le novità di figliolanze divine.

 È il desiderio di Dio, che si fa carne, debole carne, per essere agevolmente assimilata ed assunta. È il progetto del Figlio dell’uomo che grazie a questo dono di sé garantisce piena umanità e libertà e prospetta anche per tutti gli uomini, folla anonima, un divenire di distinte ed autentiche persone. È il dono perenne, che è parte dell’uomo, della sua esistenza, che lo qualifica persona libera, in relazione con il creato, con Dio e con simili altri viandanti della storia.

 Ognuno che assume la carne e il sangue, il cibo e la bevanda divina, ritrova la propria identità, vive per gli altri e per Dio, in relazione, consapevolmente accanto, dilatando lo sguardo verso chi questo dono ancora non conosce e vivendo l’esperienza del dono totale di sé, disposto a darsi e a condividere progetti di vita, attese, sconfitte, disagi ed amori, sogni e speranze, in un flusso perenne di amore donante.

 E chi vive di questo pane e di esso si nutre, entra in un senso nuovo di vita, ne assapora tutti i frammenti, scopre esperienze irripetibili di comunione piena e vitale con Dio, vive già forme di vita che non periscono, avverte risurrezioni costanti, grazie a quella carne risorta di Cristo ed animata dallo Spirito. Assapora la vita perenne ed impara a donarla nel realismo dell’amore: nel dono e nel perdono, nella gioia condivisa e nel dolore. Commensale di un’intera umanità, realizza il proprio e comune esodo verso una vita senza tramonto.

Associazione “il filo – gruppo laico di ispirazione cristiana” – Napoli http://www.ilfilo.org


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Questa voce è stata pubblicata il 16/08/2018 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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