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Meditazioni sul Vangelo di MATTEO – Fausti (1)

VANGELO DI MATTEO
Meditazioni
Silvano Fausti


discorso-della-montagna

DISCORSO EVANGELICO
Matteo 5-7


Testo word FAUSTI – Matteo 1
Testo  PDF FAUSTI – Matteo 1


 

Premessa

Il Vangelo di Matteo è stato scritto, probabilmente, intorno all’anno ottanta, in greco, per una comunità cristiana proveniente dal giudaismo. Si tratta di una comunità che faceva spesso riferimento alla sinagoga, una comunità ricca di canti, di entusiasmo, di liturgia, ma che, in ogni modo, mancava di un elemento fondamentale: il Vangelo. Non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre mio! Infatti, Matteo era molto attento al problema del fare, senza però essere moralistico. Ma fare cosa? Fare ciò che sei! Sei figlio di Dio? Allora vivi da figlio! Nella Chiesa, il Vangelo di Mt è letto molto volentieri, proprio per la sua insistenza sul fare, fare che, però, non va inteso come nuova legge, in quanto se così fosse, sarebbe una legge peggiore dell’antica.1 Il Vangelo, quindi, non è da ritenere come legge, ma come buona notizia di un dono. Anche noi preti dobbiamo fare molta attenzione a non ridurre il Vangelo a precetti, a esigenze.

Matteo si differenzia da Marco e Luca – ovviamente anche da Giovanni, ma in modo particolare dagli altri due sinottici – per caratteristiche particolari. La prima è che Marco si rivolge ai non credenti, ai catecumeni che vengono dal paganesimo per portarli a scoprire un Dio strano, impensato, che è l’uomo Gesù, il quale è il compimento della promessa antica (anche se della promessa antica parla poco poiché è loro sconosciuta). Luca, invece, si rivolge ai cristiani della terza generazione, per renderli responsabili della missione nel mondo, ed è articolatissimo, sfumatissimo riguardo la responsabilità del cristiano nella storia. Matteo, rivolgendosi ad una comunità di giudei-cristiani, almeno di origine, ha la preoccupazione di mostrare come Gesù sia il compimento di tutta la promessa di Israele. È un Vangelo utile, anche per noi, perché permette di scoprire quelle che sono le radici della fede cristiana cioè Israele.

Come si può notare i tre vangeli sono complementari, ma la differenza è che se il Vangelo di Marco non parla alla comunità, ma porta alla comunità, se quello di Luca parte dalla comunità per la missione, quello di Matteo, invece, è centrato sulla comunità, è il Vangelo della comunità.

Matteo, poi, lavora un po’ come i teologi, nel senso che si fa fatica ad entrare nel testo; infatti, rispetto a Marco che è più vivo e a Luca che è, certamente, più sfumato, lui associa insieme tutte le parti sparse negli altri vangeli. Da questa associazione, comunque, nasce un racconto ben strutturato diviso in cinque discorsi. I primi due capitoli sono introduttivi e rappresentano un po’ tutto il senso del Vangelo; il terzo, è il passaggio dal Battista al Battesimo di Gesù; il quarto riguarda le tentazioni, mentre in quelli successivi, comincia il vero e proprio Vangelo, quindi la predicazione del Regno.

Come appena detto, Matteo centra tutto il Vangelo su cinque discorsi, seguiti da cinque parti narrative le quali, non sono altro che la realizzazione del discorso. Questo non perché Gesù dice delle cose e, poi, fa vedere che le compie, ma per un motivo assai più profondo: ciò che si adempie è il frutto di quella parola. La parola è un seme che porta frutto e, nel lettore, quella parola, porta quel frutto.

È anche importante sottolineare come Matteo utilizzi, come criterio generale di lettura, un metodo diverso dal metodo storico-critico.2

  1. (discorso evangelico; cap.5-7) Viene descritta la vita del Figlio, è un autobiografia di Gesù. Ad esso segue la parte narrativa (cap. 8-9), cioè come Gesù realizza il suo essere Figlio. L’essere figlio è la vocazione di ogni uomo. Gesù è il vero Adamo che vive da figlio e da fratello. Si tratta della catechesi battesimale della seconda parte delle lettere di Pietro, riscontrabile anche, più sinteticamente, nel Vangelo di Luca.

  2. (discorso apostolico; cap 10) L’identità di figlio, la vocazione, diventa missione verso tutti i fratelli. Ad esso segue il racconto (cap. 11-12) di come avviene la missione, di come essa sia luogo di decisione, di scelte, di incomprensioni, di persecuzione, di divisione ma, nello stesso tempo, di unione.

  3. (discorso parabolico; cap 13) L’impatto della missione con il mondo e, come quest’ultimo, impatta con la Chiesa in missione. È il capitolo delle parabole, che permette di vedere come, nella storia, si realizza la nostra identità, la nostra vocazione e la nostra missione. La sezione narrativa (cap. 14-17) che segue a questo discorso, può essere definita come la “parabola del mondo”: cosa c’è sotto la storia d’Israele e sotto la nostra storia.

  4. (discorso ecclesiale; cap 18) Come si realizza questa parabola all’interno della comunità cristiana, è il Vangelo della comunità.

  5. (discorso escatologico; cap 24-25) In esso viene mostrato come la parola del Figlio, che si diffonde nel mondo e che si realizza nella comunità, è parola definitiva che giudica la storia.

Il centro di tutto il Vangelo è, dunque, Gesù che vive da Figlio e fratello, come questa figliolanza e fratellanza si comunica ad altri e, come questa comunicazione, diventa criterio definitivo di giudizio sulla storia. A tutto ciò, segue il racconto della Passione, racconto in cui si realizza il giudizio di Dio sulla storia, ossia come il Figlio stesso ha vissuto tale giudizio: attraverso la croce.

Percorrendo sinteticamente il Vangelo di Matteo, ci soffermeremo su ognuno dei cinque discorsi in modo da avere l’intelaiatura fondamentale di questo evangelista. Dato che i testi sono davvero numerosi e ricchi, dovremo necessariamente operare delle scelte, per cui parlerò in modo totale dei testi più brevi, come quelli riguardanti la missione e la comunità, mentre dovrò apporre dei tagli – scegliendo solo due testi – al discorso delle Beatitudini, delle parabole e di quello escatologico (in modo che non si abbia a meditare su molte cose, cioè su nulla).


 

Le Beatitudini

In merito alle beatitudini, faccio una breve annotazione prima di entrare nel testo. In Matteo 4,23, si dice che Gesù insegna nelle sinagoghe, predica la buona novella del regno e cura ogni malattia e infermità del popolo; nel capitolo nono – dopo aver fatto i tre capitoli di discorsi e quelli narrativi, in cui Gesù realizza i discorsi stessi – si ripetono le stesse parole: Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. (Gv 9,35) Queste parole, fanno da cornice a tutta la sezione del Figlio: ciò che Gesù fa, è un insegnamento e, l’annuncio del regno, ci cura dai nostri mali e dalle nostre infermità. Il nostro male e la nostra infermità fondamentali, risiedono nella nostra mente: è la menzogna originaria che non ci fa riconoscere di essere figli. L’uomo non ha buona opinione di sé e di Dio, allora il discorso evangelico torna a donarci la nostra identità di figli.

Il discorso di Matteo è molto simile a quello di Luca, anche se Matteo opera lunghissimi ampliamenti di cose che, invece, Luca non mette o mette altrove. Ecco perché ho pensato di fare una sintesi, in due parti, di ciò che Matteo amplia, prendendo in riferimento Lc 6, poiché Luca presenta in modo molto breve le beatitudini e il discorso sul rapporto con gli altri.

Piccole annotazioni:

  • Luca pone il “discorso sulla Montagna”, in pianura (la condiscendenza).

  • Le beatitudini sono precedute dall’elezione dei dodici. Si tratta della fondazione della Chiesa che è depositaria del discorso delle beatitudini, nel senso che la Chiesa, è colei che ascolta questa parola, è fatta da questa parola, vive questa parola e l’annuncia: al di fuori di essa non c’è Chiesa. L’accostamento tra il discorso e la fondazione della Chiesa, non è casuale: è la parola del Figlio che ci rende figli.

Luca pone varie azioni potenti di Gesù (ne pone sei), la settima è la fondazione della Chiesa, che è il compimento della sua predicazione. Infatti, il compimento dell’opera di Dio, è fare l’uomo (sesto giorno), perché ascolti Dio e diventi l’uomo del settimo, in comunione con Dio. Dunque, capiamo bene come è questa Parola che ci mette in comunione con Dio, per farci raggiungere il fine per cui siamo stati creati: la comunione con il Padre. Ma come? Vivendo da figli!

E avvenne in quei giorni che lui uscì sul monte a pregare e stava trascorrendo la notte nella preghiera con Dio. Quando fu giorno, chiamò i suoi discepoli e ne scelse da loro dodici che chiamò anche apostoli: Simone, che anche chiamò Pietro, e Andrea, fratello suo, e Giacomo e Giovanni e Filippo e Bartolomeo e Matteo e Tommaso e Giacomo d’Alfeo e Simone, chiamato Zelota, e Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che poi tradì.

Sceso con loro in un luogo piano, una gran folla dei suoi discepoli e una moltitudine grande di popolo da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e Sidone, i quali erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie e i tormentati dagli spiriti immondi erano curati. Tutto il popolo cercava di toccarlo poiché da lui usciva una forza che guariva tutti. Elevati gli occhi verso i suoi discepoli Gesù diceva:

Beati i poveri, poiché vostro è il regno di Dio.
Beati gli affamati ora, poiché sarete saziati.
Beati i piangenti ora, poiché riderete.
Beati quando vi odieranno gli uomini, quando vi escluderanno, vi bandiranno e scacceranno i vostri nomi come cattivi a causa del Figlio dell’uomo. Gioite in quell’ora e saltate di gioia, ecco, infatti, la vostra ricompensa grande è nel cielo. Così, infatti, facevano ai profeti i padri loro.

Ma ahimè3 per voi, ricchi, poiché già avete avuto la vostra consolazione.
Ahimè per voi, che siete pieni ora, poiché avrete fame.

Ahimè per voi, che ridete ora, poiché sarete afflitti e piangerete.
Ahimè per voi, quando diranno bene di voi tutti gli uomini, così infatti facevano ai falsi profeti i padri loro.
(Lc 6,12-26)

La Chiesa dove nasce? Dalla notte di preghiera di Gesù, dalla sua comunione con il Padre.

Quando fu giorno, chiamò i suoi discepoli e scelse da loro dodici. I nomi dei dodici sono messi, non come nella versione italiana, con le virgole, ma viene ripetuto l’uso della congiunzione per ben undici volte: Simone, che anche chiamò Pietro, e Andrea, fratello suo, e Giacomo e Giovanni e Filippo e Bartolomeo e Matteo e Tommaso e Giacomo d’Alfeo e Simone, chiamato Zelota, e Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota. Questo perché nessuno è secondario all’altro; gli apostoli non sono separati dalle virgole ma sono una comunità, sono un insieme, rappresentano le dodici tribù di Israele, sono le dodici colonne portanti dell’edificio. Non si sa che cosa queste persone possano avere in comune, perché al contrario, sono così diverse che niente potrebbe accomunarle. I quattro pescatori di Cafàrnao cosa hanno a che fare con Levi? Questi, infatti, è un collaborazionista dei Romani e, in più, è a lui che devono pagare le tasse! Oppure pensiamo a Simone lo Zelota: è un guerrigliero! È una squadra impossibile! Gente ignorante, gente qualunque! Pensiamo a Pietro, è l’apostolo più tratteggiato, il più generoso, ma che infallibilmente non ne indovina una buona o, quando indovina, sbaglia subito dopo: atteggiamento tipico di ognuno di noi, di ogni uomo!

È molto bello pensare che la Chiesa sia fatta così: non si tratta di una setta di puri, di farisei, ma di uomini concreti, uomini pescatori e peccatori, incompatibili tra loro. Cosa può metterli insieme? Solo il Cristo! È impensabile una Chiesa senza diversità, e se non l’accettiamo, commettiamo un grande peccato: la diversità è principio di vita! Se il piede non si distinguesse dalla testa, saremmo tutti dei mostri, un disastro! La distinzione, contro l’omologazione tipica della nostra civiltà, è propria della Chiesa e, ad essa, si accompagna la povertà: gente povera, amata e chiamata. Nella diversità cos’è che ci accomuna? Il peccato. Pensiamo agli apostoli: nel corso della loro vita, sbagliano, rinnegano, tradiscono, dubitano e fuggono. Tuttavia, oltre al peccato sperimentano il perdono ed è proprio questo che fonda la fraternità e la comunione. Tutti siamo peccatori perdonati!

Tutto il popolo cercava di toccarlo; tutta l’umanità deve toccare il Signore il quale, è circondato dai dodici e dai discepoli, cioè dalla Chiesa. Come lo tocca? Il tema fondamentale è proprio questo: chi lo tocca è guarito! Toccare il Signore è sinonimo di fede e lo tocchiamo nella Parola. Ancora oggi, noi tocchiamo il Signore nella Chiesa, la quale vive e annuncia questa Parola. La Chiesa è il luogo in cui si tocca e si è toccati da Dio. Il toccare è l’unica azione reciproca: se tu tocchi, anche Lui ti tocca. Diventa comunione! La Parola di Gesù è il mezzo attraverso il quale il Signore vuole toccarci, vuole trasformarci in figli, perché possiamo entrare in comunione con Lui. Ma qual è questa parola? “Beati!”. Dire beati è come dire mi congratulo”, sono felicitazioni. Ahimè!”, invece, vuol dire l’esatto contrario, sono delle condoglianze, è come dire “mi dispiace per voi!”.

Gesù fa una cosa strana: si congratula con i poveri. Noi facciamo di tutto: preghiamo per i poveri, agiamo per essi, perché la povertà è una maledizione. Gesù, invece, si congratula con loro. Chi è che sbaglia? Forse Gesù? Forse noi? Ciò che Gesù dice è qualcosa di meraviglioso, infatti si congratula con i poveri poiché loro hanno l’elemento fondamentale che li congiunge a Dio: la povertà. Dobbiamo essere tutti poveri, poiché la povertà è la condizione del figlio. Perché c’è fame ed ingiustizia nel mondo? Perché non ci si considera figli e fratelli di nessuno! Si vuol possedere tutto, vogliamo essere Dio. Le beatitudini, allora, capovolgono i criteri fondamentali della vita del mondo e sono la salvezza dell’uomo, il quale può essere salvo solo quando porrà come valore la povertà e non l’avere ricchezze.

Il possedere, l’avere, non sono valori ma piuttosto disvalori. Dio non possiede nulla, anzi dona tutto! Il possedere diventa, così, l’anti-Dio. La parola povero, in greco, vuol dire pitocco, vale a dire uno che si nasconde, che non ha volto: è nulla di sé, è ciò che riceve. Ognuno di noi è ciò che riceve; la vita, il DNA, le qualità, l’educazione, l’affetto, il cibo, tutto ciò lo riceve in dono. Se voglio possedere tutto questo per me, vivo male, in separazione dagli altri, anzi cercherò di possedere anche loro usando, a volte, violenza. Se, invece, mi ricevo come dono, ringrazio il Padre, i miei genitori, tutti, vivo l’Eucarestia e metto in comune con loro ciò che sono, le mie capacità, le mie attività, divento figlio e fratello. Questa è la salvezza del mondo!

Il criterio di omologazione del mondo, quello del possedere, sarà ciò che lo porterà a distruzione. È necessario cambiare criterio, passare al beati i poveri, al non possesso, altrimenti cadremo sotto la maledizione della morte e della distruzione. La storia è davvero rivelazione, la storia concreta, poiché rivela l’errore di fondo dell’uomo che, da Adamo in poi, vuole rapire ciò che, invece, gli è donato: vuole essere come Dio. La Chiesa testimonia la bellezza dell’essere figlio: l’uomo deve essere se stesso in quanto amato e donato. È pietoso vedere come l’uomo riduce la sua gloria ad infinite stupidaggini, come ad esempio avere un po’ più di potere. Ma l’uomo è molto più di questo! È figlio di Dio! È fratello di tutti! Questa è la dignità che renderà salvo ogni uomo. Gesù è il primo uomo che ha vissuto da figlio ed è venuto ad abbattere il criterio padronale che, da Adamo in poi, consiste nel possedere tutto, nel dominare ogni cosa, nella brama di avere, di potere e di apparire.

Un autore di un piccolo libro spirituale racconta delle parabole tra cui una intitolata I due vessilli, o Le due bandiere, o Le due squadre. C’è la squadra di Gesù e la squadra di Satana. Tu, in che squadra giochi? Satana chiama tutti i diavoletti, si siede su una cattedra e dice loro: “In tutto il mondo, a tutte le categorie di persone (ovviamente si riferisce ai cristiani, ai preti e prelati) gettate le reti e catene per indurli ad avere ricchezze, a cercare onore. Dopo di che non fate nient’altro, poiché avrete già in mano il mondo!”. L’uomo che cerca la brama di avere, il potere sugli altri e la vanagloria, è un uomo finito. Questo è il gioco del mondo in senso negativo. Dall’altra parte c’è Gesù, in un luogo piano, umile che dice ai suoi discepoli: “Andate in tutto il mondo ad annunciare la Sacra Dottrina!”. “Sacra Dottrina”, nel linguaggio medioevale sta a rappresentare l’essenza del cristianesimo, che consiste nell’insegnare ad ogni uomo ad amare la povertà, il servizio per l’altro e l’umiltà.

Così le beatitudini sono proprio riconducibili alle due strategie di cui parlavano poc’anzi: la strategia del mondo (ahimè), del vecchio Adamo, che non si riconosce figlio e cerca di avere, godere, cerca onore, non sapendo di avere molto più di ciò che potrebbe possedere; dall’altra c’è la strategia di Gesù (beati) che si identifica nel povero, nel nuovo Adamo che, al contrario del vecchio, si riconosce figlio e vive come tale.

Beati i poveri, poiché vostro è il regno di Dio. Come si può notare in questo caso il verbo è al presente mentre, negli altri, c’è una contrapposizione tra presente – “voi che avete fame” – e futuro – “sarete saziati”- poiché c’è sempre una tensione verso un futuro diverso dal presente. Non si tratta della santificazione del presente, o dell’ingiustizia (basti pensare a ciò che accaduto in America Latina: hanno strumentalizzato il beati i poveri, per operare ingiustizia). Non c’è da scandalizzarsi poiché spesso il Vangelo è usato in questo modo! Spesso il ricco dice “beato te povero!” per giustificarsi e tenere a bada l’altro. Il senso del beati i poveri è tutt’altro: essendo povero l’uomo comprende il valore dell’essere figlio e dell’essere fratello. Purtroppo stentiamo a capire il senso di questa beatitudine perché ci conviene e perché, in fin dei conti, cerchiamo altro. Ognuno di noi ha dentro di sé le tre concupiscenze che ci impediscono di vivere da figli e da fratelli. …tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. (1 Gv 3,16)

Ahimè per voi. Non vuol dire Guai, in senso di minaccia, ma è piuttosto una lamentazione; come dire: “Non vi accorgete di sbagliare vita?”, “Siete ricchi ma lascerete tutto! Non fate altro che fare ingiustizia agli altri, dividendovi dai fratelli, dal Padre! Non vi accorgete che state distruggendo voi stessi? Ahimè per voi! Siete proprio falliti!”.

Poiché avrete fame. Una vita spesa senza capire che c’è un piacere più profondo dell’avere, che è quello della fraternità della giustizia, è una vita senza senso, è una non vita.

Il consiglio che do, è quello di leggere le beatitudini con varie chiavi di lettura. La prima è cristologica. Essa consiste nel vedere in che modo Gesù ha vissuto le beatitudini, che altro non sono che il suo ritratto, in quanto vive la condizione filiale. La seconda è un tipo di lettura teologica: Gesù che rivela il Padre ed i suoi criteri. La terza è antropologica, ossia consiste nel domandarsi cosa comportano le beatitudini nell’uomo (comportano un raddrizzamento dei valori distorti nei quali esso vive). C’è una quarta chiave di lettura, quella ecclesialogica: la Chiesa cos’è se non sale della terra e luce del mondo? Tutto il mondo, in essa vede e tocca la Parola del Signore e, se non siamo suoi testimoni, siamo sale scipito. Poi, segue una lettura soteriologica che consiste nel capire come queste beatitudini siano la salvezza dell’umanità, di ogni uomo. Infatti, questa non è una parola per “bravi” credenti ma è per tutti; ogni uomo è salvo se ha questi criteri, perché il cristianesimo non propone una religione per credenti più bravi, più impegnati, come per altre religioni, ma rappresenta la salvezza dell’uomo in quanto uomo. Infine c’è la chiave escatologica: come questo criterio rappresenti il giudizio di Dio.

È importante leggere le beatitudini non come norme o doveri, è importante chiedere al Signore di comprendere, di gustare, la bellezza di queste parole, la bellezza del volto del Figlio che si riflette nel volto di in un fratello, in una comunità.

Le beatitudini sono la Magna Carta del cristianesimo, sono i lineamenti profondi del Figlio, rappresentano un mondo fatto di nuovi valori, non sono delle leggi, ma dono di Dio per l’uomo. Ciò che Gesù dice, non sono altro che constatazioni: “Mi congratulo con voi!” oppure “mi dispiace per voi!”. È il giudizio di Dio sul mondo, è il giudizio di salvezza che ridà al mondo la sua autenticità.

Al discorso delle beatitudini, seguono tre capitoli in cui Matteo descrive, in maniera molto dettagliata, quelli che sono i lineamenti del Figlio; al contrario, l’evangelista Luca risulta essere molto più sintetico poiché, per lui, l’intero Vangelo racchiude le caratteristiche del Figlio.

Tornando a Luca (6,27-38), egli tematizza il rapporto con gli altri, con gli estranei, i lontani ed i rapporti della Chiesa con essi.

Ma a voi che ascoltate dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate attorno a quelli che vi calunniano. A chi ti colpisce sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti toglie il mantello, non negare anche la tunica; a chi ti chiede, dà e a chi ti ruba, non richiedere. E come volete che facciano a voi gli uomini, fate loro similmente e se amate soltanto quelli che vi amano, qual è la vostra grazia4? Infatti, anche i peccatori amano quelli che li amano. Se fate del bene a quelli che vi fanno del bene, qual è la vostra grazia? Anche i peccatori fanno lo stesso. Se date a coloro dai quali sperate di prendere, qual è la vostra grazia? Anche i peccatori danno per ricevere le stesse cose. Invece, amate i vostri nemici, fate del bene e date, nulla sperando di ritorno e sarà, la mercede vostra, molta e sarete figli dell’Altissimo che è usabile per i disgraziati e i cattivi. Diventate misericordiosi, siccome il Padre vostro è misericordioso e non giudicate5 e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; slegate e sarete slegati; date e sarà dato a voi; una misura pigiata, scossa e traboccante daranno nel vostro grembo, infatti, con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi. (Lc 6,27-38)

L’intento di questo testo è la catechesi battesimale: Luca rivolge il suo Vangelo a Teofilo perché non si dimentichi del suo Battesimo. L’evangelista è cosciente del pericolo fondamentale del cristiano: con il passare del tempo, si dimentica del proprio battesimo, nel senso che fa un ritorno alla legge, è come se pensasse di potersi salvare attraverso le opere che compie e non per grazia, esce dalla grazia! È per questo motivo che, soprattutto noi preti, dovremmo leggere almeno una volta alla settimana, la lettera ai Galati, proprio perché è facile far risiedere le nostre sicurezze nelle azioni che compiamo, dimenticando, così, l’atteggiamento filiale secondo cui la sicurezza risiede nella fiducia in Dio. È la legge interiore dello spirito che, poi, non è più legge ma spirito. Allora, bisogna stare attenti a non regredire dallo spirito, che dà la vita, alla legge che uccide. Pensare di salvarsi, attraverso le opere che si compiono, riduce la Chiesa ad una setta di farisei.

Luca, dunque, concentra la catechesi battesimale, tematizzando la figliolanza, l’essere figlio nel farsi fratello dei lontani, in modo che la Chiesa non sia una setta di giusti, giudaica, ma piuttosto cattolica, aperta a tutti, cominciando dagli ultimi, dai più lontani, dal maledetto che è Cristo, il quale, si è fatto maledizione e peccato per me.

Ma a voi che ascoltate dico. Gesù parla a noi, non ad altri; è l’etica cristiana di chi ha capito le beatitudini, di chi ha accolto il dono del Figlio, dello Spirito del Figlio.

Nel testo ci sono quattro imperativi, il primo è: Amate i vostri nemici. Non si può imporre a nessuno di amare, l’amore non è oggetto di comando, ma Gesù, addirittura, dice di amare il nemico. È assurdo! Come mai, allora, questo comando? Questo imperativo è il fondamento del cristianesimo; questo imperativo nasce da un indicativo: Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto: forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se, infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati; a maggior ragione ora, dopo essere stati riconciliati con lui, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione. (Rm 5,6-11) L’amore per il nemico scaturisce dall’esperienza battesimale: Sono nemico di Dio poiché ho altri valori, non vivo da figlio e da fratello! Dio risulta essere il mio antagonista, il quale cerco di ingraziarmi quando faccio il bene, o al quale mi ribello quando faccio il male, lo tengo buono con la religione e, quando voglio respirare un po’ d’aria, mi ribello (anche se, alla fine, devo tornare a Lui, altrimenti le cose vanno male). Mentre lo consideravamo nemico (da Adamo in poi), Lui ha dato la vita per noi che gliela togliamo. Si tratta di fare esperienza di un amore che non si lascia condizionare da ciò che sono in realtà con tutti i miei idoli, i miei peccati, i miei fallimenti; solo in questo modo, posso amare: nella misura in cui mi sento amato da Dio, nonostante i miei peccati, posso amare i miei nemici. Gesù presuppone l’inimicizia, non un mondo bello, fatto di brave e composte persone che si vogliono bene, al contrario parla di un mondo pieno di conflittualità, di peccato, di male e l’unica arma vincente, in questo mondo, è l’amore che si fa carico della stessa inimicizia, è l’amore del Cristo sulla croce. Se non si ha l’amore al nemico non si è capita l’essenza del cristianesimo: Dio non ha nemici, ha solo figli! Se non amiamo il nostro nemico, non abbiamo lo Spirito di Cristo. In fondo, perché l’altro è mio nemico? Perché è mio concorrente: vuole il male come me. Solo quando sarò veramente libero dal male, non avrò più nemici! L’amore che ho per il nemico è indice della mia libertà dal peccato, indica lo spirito di Dio che è in me, non avrò più violenza nell’avere e nel dominare ma piuttosto dono, per-dono e servizio.

Come si ama il nemico? Facendogli del bene! Esiste l’amore a mani, a bocca (benedite) e a cuore (pregate): Fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate attorno a quelli che vi calunniano. Nella Bibbia è sempre presente la benedizione per Dio, Gesù, ora, esorta a benedire anche i nemici. Cristo sa bene cosa sia l’amore per il nemico. Infatti, se osserviamo bene il Vangelo, tutti sono nemici di Cristo, persino i discepoli stessi, compreso Pietro che Gesù chiama Satana, compreso chi lo abbandona, compresi Giacomo e Giovanni che aspirano ai primi posti, tutti nemici! Ebbene Gesù ha amore per ognuno di loro. Gli unici, dei quali Gesù denuncia con chiarezza il peccato, sono i giusti, o meglio, quelli che si ritengono giusti, poiché essi velano la loro inimicizia con Dio.

Amate! Fate del bene! Benedite! Slegate! Questi sono i quattro imperativi che indicano i quattro indicativi di ciò che Cristo ha fatto per me. Solo in questo modo il male non aumenta, anzi finisce ogni qualvolta si ha la capacità di restituirlo. Tutti accumuliamo violenza su violenza, e questa non fa altro che aumentare il tasso di male, solo l’Agnello immolato può salvarci, poiché è su di esso che saranno scaricati tutti nostri mali. Si vince il male con il bene. Non c’è altra via poiché, se al male rispondi con altro male non fai altro che raddoppiarlo. Per cui: A chi ti colpisce sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti toglie il mantello, non negare anche la tunica; a chi ti chiede, dà e a chi ti ruba, non richiedere. Questo ha fatto il Signore con me: gli ho tolto la vita e Lui me l’ha data. L’etica cristiana è davvero seria, riguarda l’identità dell’uomo davanti alla violenza, al male, al mondo, ci insegna a vivere da figli in questo mondo pieno di contraddizioni, altrimenti siamo semplici concorrenti degli altri.

Il versetto 31 è la regola generale: Come volete che facciano a voi gli uomini, fate loro similmente! Cosa voglio dagli altri? Che mi amino, che mi facciano del bene, che parlino bene di me, che preghino per me, se li percuoto, che non mi restituiscano, se li derubo, che mi congedino. Questo è ciò che voglio e questo è ciò che devo fare all’altro! Si tratta del capovolgimento dei diritti in doveri. Noi tutti reclamiamo diritti sugli altri e, addirittura, litighiamo affinché ci sia riconosciuta la loro validità, ma Gesù dice di trasformarli in doveri.

Se non amiamo a questo livello, vuol dire che amiamo unicamente per interesse: amo in quanto ricevo amore. È un tornaconto! L’amore o è gratuito, o non è amore: Anche i peccatori fanno lo stesso! È un amore peccaminoso, è l’amare l’altro perché ci ama, è un ricatto, è egoismo. Amo il piacere che ho e che mi viene dall’altro. È importantissimo che nell’amore ci sia completa gratuità. Se do a colui dal quale spero di ricevere, magari con interesse, non manifesto amore ma, piuttosto, usura. Questo, poi, vale non solo in riferimento al denaro ma anche agli affetti. Nel nostro ministero, istintivamente, accade proprio questo; cerchiamo sempre riconoscimento, ma è proprio la mancanza di questo riconoscimento che prova la gratuità dell’amore: Amate i vostri nemici, fate del bene e date, nulla sperando di ritorno e sarà, la mercede vostra, molta. La ricompensa c’è: amando in tal misura, infatti, divento figlio. Dio ama in questo modo: …sarete figli dall’Altissimo che è usabile per i disgraziati e i cattivi. Questa è la prima definizione di Dio, ma ce n’è una seconda: Diventate misericordiosi, siccome il Padre vostro è misericordioso.

Il male del mondo, allora, mi è utilissimo, mi rende figlio di Dio, mi rende misericordioso, capace di amare gratuitamente. Qualora non riesco a vivere questa misericordia (e capita spesso), mi fa capire che Gesù mi ama per ciò che sono, per cui divento oggetto di questa grazia e, nella misura in cui sono oggetto di amore, posso diventare soggetto. Come dire: diventate materni, uterini, come il Padre vostro è materno. Infatti, la qualità di Dio Padre è che è madre, cioè che accoglie incondizionatamente. Qualunque cosa io faccia, comunque sono Figlio di Dio, sono amato senza limiti o condizioni. Chi è amato, poi, chiaramente vive di questa grazia. Nel Vangelo si dice Diventate misericordiosi, non siate; io non sono ma divento! C’è la purificazione dai miei egoismi, le mie stesse cadute, diventano luogo di purificazione, in cui sperimento la grazia ricevuta. Il male che mi fanno gli altri, diventa purificazione, in quanto accordo grazia e, dove non riesco, la ricevo.

A questo punto vengono fuori quelli che sono i quattro pilastri della vita comunitaria, i quattro imperativi del testo: Non giudicate! Non condannate! Slegate! Date!

Non giudicate, ossia “ smettetela di giudicare!”: imperativo presente negativo. La prima azione, in assoluto, che facciamo sempre è quella di giudicare. Giudicando, rubiamo il mestiere a Dio, il quale è unico giudice. Chi giudica, commette il più grande peccato, poiché usurpa il posto di Dio. Se vedo uno che uccide e lo giudico (posso giudicare il fatto, ma non la persona) faccio un peccato più grave di chi ha commesso il crimine, in quanto uccido in lui il figlio di Dio. Inoltre, non posso giudicare perché Dio ha un giudizio che è l’esatto contrario del mio. Il giudizio di Dio è la croce. La croce manifesta un Dio che, piuttosto che giudicare, si lascia giudicare, condannare ed uccidere. Il peccatore per il Signore, vale più di se stesso, questo è il giudizio di Dio. D’altronde, l’uomo vive ad umore dello sguardo altrui, del giudizio altrui, proprio perché è relazione: se accetto una persona, essa può esistere, se la giudico, la decentro, la faccio a mia immagine, ne faccio ciò che voglio, la domino. La prima regola comunitaria dunque si basa sul non giudizio, su quello che è il giudizio di Dio, sulla stima reciproca.

Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. (Fil 2,3)

Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. (Rm 13,10)

Ci vuole davvero pochissimo per giudicare; amare, invece, vedere il bene, questo è difficilissimo, ci vuole l’occhio di Dio, la sapienza di Dio. Vedere nell’altro il bene, è l’unico modo per stare insieme. Si tratta di un bene che esiste ed è grande;, infatti, l’altro è amato da Dio, è battezzato, Dio lo considera figlio ed egli stesso si considera figlio e fratello, queste sono cose enormi. Se l’altro fa qualcosa di diverso da ciò che invece io vorrei, probabilmente avrà le sue ragioni; non è detto che le mie opinioni siano assolute. L’altro ha un modo di fare diverso dal mio? Benissimo! Quando Dio creò l’uomo, vide che era cosa molto buona e, tuttora, Dio ci considera cosa buona, non si è mai pentito, mai ricreduto, nonostante ciò che gli abbiamo fatto. Questo giudizio divino, questo amore gratuito, porta con sé un dono meraviglioso che è quello della pace.

Non condannate, “non continuate a condannare!”. Oltre al giudizio, spesso condanniamo, cioè diamo esecuzione al giudizio interiore. Abbiamo infiniti modi con i quali condanniamo gli altri, con cui li escludiamo. Con il giudizio, uccido interiormente una persona, con la condanna seppellisco il cadavere.

Slegate, cioè “sciogliete”. Attraverso il nostro giudizio o le nostre condanne, possiamo spesso legare l’altro. Noi tutti abbiamo il potere di legare o slegare l’altro attraverso un rapporto di giudizio o di non giudizio, di condanna o non condanna, di perdono o non perdono. Gesù ha slegato ognuno di noi, non imputandoci alcuna colpa: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno.

Il quarto pilastro della vita comunitaria è Date!. Mentre la società umana lotta al fine di appropriarsi delle cose, il cristiano vive di dono, per cui: Date! È un assoluto che richiama al “Corpo” dato per noi. Tutto ciò che ho, mi è dato, è oggetto di consegna. Ogni volta che do, ricevo, come ricompensa, la mia identità, una misura pigiata, scossa e traboccante. Perché? Perché con la misura con la quale misuro, sarò misurato. Nella misura in cui do, ricevo la mia identità di figlio del Padre.

Potete meditare su questo testo, immaginando Gesù che sta in un luogo piano con i discepoli, che alza gli occhi e dice : A voi dico che mi ascoltate!

È, inoltre, importante vedere come Cristo stesso ha vissuto queste parole, le quali, prima di essere imperativi, sono indicativi. Sono le rivelazioni del Figlio nei confronti dei fratelli, del Figlio misericordioso come il Padre, nel rapporto con me, suo nemico, di conseguenza, lo ringrazio e contemplo ciò che Lui ha fatto per me.

Il dono da chiedere è quello di diventare misericordiosi come il Padre e chiedere al Signore di capire come questo sia il centro dell’intera rivelazione cristiana. Quel Dio che è Santo, che nessuno ha mai visto, quel Dio che è perfetto, che è la pienezza di tutto, è colui che è misericordioso, che non giudica, che non condanna, che slega perché dà. Gesù è venuto a rivelare questa alterità di Dio e noi siamo chiamati a riconoscere questo tipo di verità, innanzi tutto come nostra verità per poi, presentarla anche agli altri.

1 La legge antica, si accontentava di proibire alcune cose, secondo cui bastava rispettare una serie di non, e si era apposto. Ora, se il Vangelo fosse stata una legge, secondo la quale bisognava amare il prossimo, addirittura i nemici, chi si sarebbe salvato?

2 Il metodo storico-critico, considera un testo come una finestra che si affaccia sul cortile del passato: guardando in essa si può vedere, più o meno con precisione, cosa è accaduto allora, in modo da riuscire a capire il contesto, l’epoca, per poi, stabilire le cose credibili, da quelle incredibili, ecc. Questo metodo (per non essere acritici) può avere anche una certa utilità, ma è, comunque, sbagliato poiché un testo, non è mai una finestra ma piuttosto un quadro che raffigura esattamente ciò che c’è, la realtà è proprio quella impressa in esso. Infatti, un testo non mi fa vedere ciò che è avvenuto duemila anni fa ma, al contrario, è da specchio, oggi, alla mia vita. È come quando si vede un film, o si legge un romanzo: partecipo e, idealmente, accade in me ciò che sto leggendo. La parola è davvero efficace sull’uomo. L’uomo diventa parola che ascolta, infatti, essa può essere vera o menzognera, utile o futile. La parola di Dio rivela la mia verità ed io, interagisco con essa.

3 Come si può vedere, la particolarità di Luca è quella di far seguire alla serie di “beati”, una serie di “ahimè”.

4 In italiano è tradotto “qual è il vostro merito?”; la differenza tra grazia e merito, è notevole poiché la grazia è gratuita, il merito è meritato. Purtroppo, accade spesso, che la traduzione non sia molto fedele al testo originario, per cui finisce anche, con l’affermarne il contrario.

5 È un imperativo, come dire “smettila di giudicare!”.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/08/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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