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Meditazioni sul Vangelo di MATTEO – Fausti (2)

VANGELO DI MATTEO
Meditazioni
Silvano Fausti


Matteo 10

DISCORSO APOSTOLICO
Matteo 10


Testo word FAUSTI – Matteo 2 (Discorso apostolico)
Testo  PDF FAUSTI – Matteo 2 (Discorso apostolico)


Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattia e infermità nel popolo (Mt 4,23). Il versetto 23, fa da cappello al “discorso sul monte” e sarà ripreso alla fine di tutta la sezione evangelica, come introduzione al discorso sulla missione. Questo perché c’è una connessione tra vocazione, identità, rilevanza e rivelazione. In fondo, la missione non è altro che la rilevanza di ciò che sono: se sono figlio, se sono il sapore delle beatitudini, divento luce, la mia identità diventa rilevanza.

Matteo al discorso sulla missione, antepone una serie di dieci miracoli che rappresentano la realizzazione del Regno. Questi miracoli hanno, ovviamente, un valore simbolico, cioè vanno intesi come segni. Tuttavia bisogna fare attenzione ad interpretare i segni come segni, altrimenti si corre il rischio di diventare come dei polli, cui interessano solo il becchime e nulla importa loro della massaia. In altre parole, non dobbiamo essere idolatri di segni, non dobbiamo andare alla ricerca di segni anziché di fede. I segni non sono altro che mezzi che conducono alla fede, alla fiducia in Dio, segni che poi scompaiono poiché il vero miracolo è la fiducia in Dio Padre, è l’essere figli. Il miracolo vero e proprio, non è l’essere guariti dalla lebbra, infatti la carne si disferà ugualmente tra cento anni; il miracolo non è il riacquistare la vista, prima o poi, li perderemo comunque. Il segno scompare, il significato è eterno.

Il primo miracolo che Gesù fa, è quello del lebbroso: la parola evangelica ci guarisce dalla lebbra. La nostra vita è infetta di morte, poiché non ci riconosciamo figli e riconduciamo la nostra esistenza, la nostra gloria, la nostra identità, alla vanagloria, cioè all’avere, al potere, all’onore. Questo è il principio di tutti i mali e, la Parola, viene a guarirci da questa lebbra, ci fa diventare (non essere) ciò che sono.

Segue il miracolo del centurione, in cui si sottolinea come questa guarigione avvenga a distanza mediante la fede. Il Signore, infatti, è distante da noi duemila anni ma, mediante la fede nella Parola, egli è accessibile a tutti, anche ai più lontani.

Il miracolo della guarigione della suocera di Pietro, simboleggia come la guarigione chiami al servizio, cioè a diventare come Cristo-servo. È necessario guarire dallo spirito padronale, per diventare figli e servi dei fratelli.

Ancora, il miracolo della tempesta sedata, tempesta che è simbolo dell’abisso della morte che vuole inghiottirci. La Parola può sedare la tempesta, ci permette di superare il male, ci fa compiere l’Esodo, ci rende capaci di vincere la morte. È un passaggio battesimale: dalla morte alla vita.

Anche i miracoli successivi, sono battesimali e riguardano gli indemoniati. Perché gli indemoniati sono due? Il secondo chi è? È colui che legge. Questo, infatti, è un espediente tipico di Matteo, cioè quello di duplicare i personaggi nei punti chiave, uno dei quali, appunto, è il lettore. Tutto il Vangelo è un esorcismo, ci libera dal male, ci toglie dal sepolcro per farci stare con il Signore. Questa è la vittoria sul male.

Il sesto miracolo, riguarda la guarigione del paralitico. Infatti, in esso Gesù rivela lo scopo di tutti i miracoli: perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati (Mt. 9,6). Il potere di Dio, in cielo, è dato, sulla terra, al Figlio dell’uomo il quale, a sua volta, lo trasmette ad ogni uomo.

A questi miracoli, seguono varie azioni chiamate “dei peccatori”; poi, c’è la guarigione dell’emorroissa e della figlia di Giairo. Ambedue rappresentano segni battesimali ben precisi: si smette di perdere la vita e si risorge a vita nuova.

La guarigione dei due ciechi, sta a rappresentare il ritorno alla luce. È Dio che viene ad illuminare la nostra vita. Infine, Gesù opera una guarigione di uno spirito muto. Ognuno di noi ha uno spirito muto il quale ci impedisce di comunicare, di essere in relazione, di vivere come figli e fratelli.

A questo punto, comincia il discorso sulla missione. È interessante: Gesù prima ci guarisce dalle nostre infermità, cecità, dopo di che opera un ultimo miracolo attraverso il quale siamo illuminati, veniamo alla luce, donandoci la capacità di annunciare il Vangelo.

La Chiesa è apostolica non perché ci sono i missionari, non solo perché c’è la successione apostolica, ma per qualcosa di più profondo: il Figlio è il primo apostolo, è l’inviato, proprio perché figlio. Quando Cristo compie la guarigione dei dieci lebbrosi, a colui che, solo, torna indietro benedicendo il nome di Dio, Gesù pone questa domanda: “ E gli altri nove dove sono?”. Allo stesso modo, il cristiano che fa l’Eucarestia, che ha scoperto la signoria di Cristo nella sua vita, sente la stessa domanda: “E gli altri dove sono? Non sono forse tuoi fratelli?”. La preoccupazione per gli altri, è la preoccupazione del Figlio nei nostri confronti. La missione appartiene a tutti. Se la mia vocazione, la mia identità, è essere figlio, conseguentemente, divento fratello. La missione, allora, è il luogo in cui realizzo la mia vocazione e, la mia identità, si realizza nella relazione con i fratelli.

Oggi si parla moltissimo di Nuova Evangelizzazione ed è davvero una cairos (grazia), è un momento opportuno per la Chiesa perché si comprenda che la missione appartiene a tutti! Grazie a Dio, non c’è mai stato, in tutta la storia della Chiesa, un così grande laicato come, invece, c’è oggi; un laicato senza precedenti, così responsabile, così capace, così formato, così zelante. Inoltre, l’evangelizzazione avviene attraverso i cristiani, proprio sul posto di lavoro. Noi preti, vediamo sempre le persone che, più o meno, frequentano la Chiesa, mentre l’accostamento ai lontani, la vera evangelizzazione, è fatta dai laici, non da noi. Noi, siamo a servizio di questo ministero, siamo ministri che aiutano i laici nel loro apostolato, nel loro cammino di fede. Questa articolazione, questa collaborazione, è davvero frutto dello Spirito ed è davvero qualcosa di meraviglioso.

E andava Gesù per tutte le città e tutti i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe e annunciando il vangelo del Regno e curando ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle ebbe compassione su di loro, poiché erano stanche e oppresse, schiacciate, come pecore senza pastore. Allora dice ai suoi discepoli: “La messe è molta, gli operai pochi! Pregate, dunque il Signore della messe che getti fuori operai per la sua messe!”. E chiamati innanzi i dodici discepoli suoi, diede loro potere sugli spiriti immondi, perché li scacciassero e perché curassero ogni malattia e ogni infermità. Il nome dei dodici apostoli sono questi: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, fratello suo, Giacomo di Zebedèo e Giovanni, fratello suo, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo, il pubblicano, Giacomo di Alfeo e1 Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che lo tradì.

Questi dodici mandò Gesù, ordinando loro dicendo:
“Non prendete la via dei pagani e non entrate nella città della Samaria
2, piuttosto andate verso le pecore sperdute d’Israele e, camminando, annunciate dicendo che vicino è il Regno di Dio. Prendete cura dei deboli, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi, scacciate i demoni, in dono riceveste, in dono date. Non procuratevi né oro, né argento, né bronzo nelle vostre cinture, non bisaccia per il viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastoni, degno, infatti è l’operaio del suo cibo. Nella città o nel villaggio nel quale entrate, cercate se c’è lì uno degno e lì dimorate fin quando uscirete. Ed entrando nella casa, salutatelo. E se è quella casa degna, cada la vostra pace su di lei; se invece non è degna, la vostra pace torni a voi. Se qualcuno non vi accoglierà, né darà ascolto alle vostre parole, uscendo fuori dalla casa, da quella città, scuotete la polvere dai vostri piedi. Amen vi dico, sarà più accettabile per Sòdoma e Gomorra, il giorno del giudizio, che per quella città. Ecco vi mando come agnelli in mezzo ai lupi.
(Mt 9,35-10,15)

Il capitolo decimo, è incentrato totalmente su quelle che sono le qualità del discepolo. Spesso, il cristiano è portato a domandarsi qual è il modo migliore per evangelizzare, ma il problema vero e proprio, non è come evangelizzare, ma piuttosto come egli vive il Vangelo, come deve essere, lui per primo, evangelizzato. Nella misura in cui sono evangelizzato, testimonio il Vangelo, innanzitutto con le azioni, poi con le parole.

Andava Gesù per tutte le città e tutti i villaggi, insegnando. L’apostolo è colui che cammina e con la sua stessa vita, con la sua parola si prende cura degli uomini.

Annunciando il Vangelo del Regno. Non si tratta di una dottrina ma è l’annuncio di una buona notizia. Non ci sono grandi dottrine da spiegare, da dire: la fede, non è una dottrina, bensì l’annuncio di un dono. La buona notizia è che Dio, in croce, ha dato la vita per me e per ogni uomo. Non annunciamo chissà quali principi della fede, bensì Cristo e questi crocifisso. Attraverso questo annuncio l’apostolo si prende cura dei malati: si tratta di una terapia. Per l’uomo, la malattia è luogo di separazione, così come la debolezza, la fragilità, diventano luogo di dominio dell’altro. Per Dio, per il cristiano, tutto ciò è luogo di cura. L’infermità o la debolezza, non sono un qualcosa di cui approfittare, al contrario, sono luogo di venerazione e di stima dell’altro.

Vedendo le folle ebbe compassione. Qual è l’origine della vita apostolica? La compassione. Il Figlio conosce bene l’amore che il Padre ha per gli uomini, per questo va verso tutti i fratelli: poiché l’amore di Cristo ci spinge, al pensiero… (2 Cor 5,14). È lo stesso amore che deve spingere anche me. Avere compassione vuol dire sentire il male come mio. Non siamo dei semplici “funzionari” del sacro, siamo persone chiamate a portare un peso, a partecipare al mistero della croce. Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie. (Mt 8,17)

Come pecore senza pastore. La gente era stanca ed oppressa, sotto il giogo della legge. Gesù, allora, è il pastore che viene a dare la vita per le pecore, che le libera dal pesante gioco cui erano soggette: venite a me, voi che siete stanchi e affaticati, il mio giogo è soave…

La messe è molta, gli operai pochi! La messe, la mietitura è segno del giudizio di Dio. A volte, siamo portati a vedere tale giudizio come un qualcosa di tragico; nel Vangelo, invece, è paragonato alla messe, cioè a un qualcosa di meraviglioso. Si tratta, infatti, della raccolta dei frutti, è la gioia per tutto il lavoro che giunge a compimento. L’umanità è matura, può finalmente ricevere l’annuncio di essere figlia e può cominciare a vivere come tale. Il problema, invece, è dato dalla scarsità di operai, dalla difficoltà di trovare persone capaci di vivere la condizione filiale. Cosa bisogna fare allora? Pregate, dunque il signore della messe che getti fuori operai per la sua messe! È necessario pregare Dio, affinché ci tiri fuori dalle nostre sicurezze, dai nostri perbenismi, dalle nostre convenienze, dai nostri egoismi e che ci doni il suo Spirito in modo da stanarci e portarci verso i fratelli.

Tutto ciò, rappresenta il preambolo al discorso apostolico, ma prima ancora di esso, Gesù opera la scelta dei dodici. Che funzione hanno queste persone? Quella di avere il potere di scacciare gli spiriti immondi. Il potere apostolico, è quello di vincere lo spirito del male, che è lo spirito di diffidenza, di ignoranza della propria condizione filiale, in modo da fare spazio all’annuncio: “Sei figlio di Dio!”. Come la verità scaccia la menzogna, la nostra testimonianza filiale è l’esorcismo che libera il mondo dal male. La nostra lotta non è contro le persone, ma contro gli spiriti del male che abitano anche in noi.

Matteo, elenca gli apostoli due a due. Il numero due, infatti, è il principio della comunità. Luca sottolinea la collegialità, mettendoli tutti insieme, Matteo invece fa notare come possa nascere l’unione nonostante le diversità.

Le prime parole che Gesù rivolge ai discepoli, nel discorso sulla missione, sono un ordine: ordinando loro. Generalmente, si ordina una cosa quando si fa l’esatto contrario.

Sono spesso ripetute le parole entrare e camminare. Questo perché la caratteristica fondamentale dell’apostolo, è data dal cammino che compie e dal suo saper entrare. Camminare vuol dire non avere alcuna stabilità, ed entrare vuol dire sapere essere accolto come ospite, infatti è accolto come fratello perché si è fatto figlio e fratello. Non si tratta di essere bravi nel parlare, nell’avere l’arte di incastrare le persone; piuttosto si tratta di saper entrare con discrezione. È come quando si cerca di accostare un animale selvatico, il quale è spaventato, si cerca di farlo con molta cautela. Allo stesso modo, l’uomo è spaventato nella relazione con l’altro: la desidera ma, nello stesso tempo, si difende.

Non prendete la via dei pagani e non entrate nella città della Samaria. Gesù dice questo perché la missione verso la Samaria partirà subito dopo la Pasqua, dopo la risurrezione. È bello vedere come Gesù stesso, ponga limiti al suo ministero. Noi, invece, ci crediamo onnipotenti e, in pochi anni di ministero, abbiamo sicuramente fatto molto più rispetto a quello che ha fatto Cristo. Il problema non è il fare, non è tanto l’ampliare, ma quanto il mirare, consci anche dei limiti. La missione di Dio è rivolta alle pecore perdute d’Israele. È interessante: ovunque sono, devo rivolgermi a ciò che è perduto (generalmente cerco di rivolgermi ai migliori, laddove la missione è più facile).

Camminando, annunciate dicendo che vicino è il Regno di Dio. La missione è sempre un cammino ed è molto più che un semplice annuncio. Si tratta di “bandire”, è un pubblico annuncio di qualcosa di molto importante. L’apostolo è chiamato ad essere banditore del Regno di Dio: “Il regno di Dio è qui!”.

Dov’è il regno di Dio? Come è possibile vederlo? Nel versetto ottavo, Gesù dice che il Regno di Dio si realizza nella cura dei deboli, nella risurrezione dei morti, nel mondare i lebbrosi e nello scacciare i demoni. L’inviato è colui che ha cura dei deboli. Questo è il Regno di Dio: la debolezza, la malattia, la sofferenza, i limiti degli altri, sono luogo di comunione. Ogni miseria è luogo di misericordia (ebbe compassione). Noi, come figli, siamo morti perché privi di misericordia, spietati, e attraverso un gesto di cura e di compassione, possiamo risorgere a figli. È nella missione che divento figlio, facendomi fratello. Risuscito me stesso, ma anche l’altro, comunicando appunto la vita filiale e fraterna. La vita che viviamo non è più soggetta ad ipoteca della morte e della paura, ma la viviamo nella condizione filiale. È in questo modo che abbiamo il potere di scacciare i demoni.

In dono riceveste, in dono date. Ricevere e dare: questa è la vita del Figlio, il quale riceve tutto dal Padre e dà la vita in dono. Le condizioni da rispettare affinché l’apostolo sia capace di ricevere e dare, sono racchiuse nel versetto nono e decimo, attraverso sette negazioni. Per saper ricevere in dono e dare in dono, basta rispettare sette no, cioè tutto ciò che non ha il sapore di dono ma di morte (che poi sono quelle cose che noi cerchiamo come mezzi apostolici). Né oro, né argento, né bronzo nelle vostre cinture, non bisaccia per il viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastoni.

Né oro, né argento, né bronzo. Pensiamo a Paolo che durante la sua missione aveva certamente bisogno di denaro e, infatti, se lo procurava lavorando; solo da quelli di Filippi egli riceveva denaro, ma per il fatto che era una comunità cristiana in cui esisteva un rapporto di amore, di dono reciproco, non ambiguo. Proprio per questo egli non ha mai accettato niente dagli altri. Questa precarietà era mezzo affinché Paolo, gratuitamente, potesse vivere e annunciare il Vangelo.

Anche Pietro, quando incontra uno storpio dinanzi al tempio che stava facendo elemosina, gli dice: “Non possiedo né argento, né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!”. È questa la buona notizia! L’avere è l’esatto contrario del dare e del ricevere. Nulla abbiamo, nulla possediamo, tutto riceviamo, tutto diamo. Dio non ha nulla, neanche se stesso perché è tutto dono. Il Padre è dono al Figlio, il Figlio è dono al Padre, lo Spirito Santo è dono al Padre e al Figlio. La missione, quindi, è partecipare alla vita trinitaria, cioè alla pienezza di vita, al settimo giorno.

Non bisaccia. L’apostolo, non solo non deve avere oro, argento e bronzo, ma neanche la bisaccia. Essa, infatti, è la sicurezza del povero, è lo zaino in cui mette tutte le cose che gli occorrono lungo il cammino.

Né due tuniche. Perché non due? Questa condizione potrebbe essere capita con più facilità in Africa. Se portassi due tuniche, una me la chiederebbero, per cui diventerei distributore di tuniche e non evangelizzatore. L’evangelizzatore è colui che ha già dato tutto, che non ha più nulla da dare se non se stesso.

Né sandali. Marco e Luca, dicono di portare sandali poiché servono per il cammino; Matteo, invece, dice di non portarli. Questo perché siamo schiavi del Vangelo, debitori del Vangelo a tutti.

Né bastoni. Il bastone è il mezzo primordiale, attraverso il quale raggiungi tutto; è il principio della tecnica e della tecnologia, è il prolungamento della mano dell’uomo. Sta a rappresentare il potere, infatti ogni re ha il suo bastone, il suo scettro. Il nostro potenziamento, la nostra mano, il nostro unico bastone è la croce. È la nudità di un Dio che dona tutto ed è lì, su quel bastone, che lui acquista regalità, diviene re. L’apostolo è chiamato ad essere come il suo Signore, a vivere lo Spirito del Figlio, quello delle beatitudini.

Degno, infatti è l’operaio del suo cibo. Se vivo di dono, instauro la mentalità di dono, di solidarietà, di amore. Vivendo in questo modo, in maniera povera, sprovveduta, accade che l’altro non si difende e mi ospita; ospitandomi, poi, mi accoglie come fratello, per cui diventa figlio. Se vado all’altro, con pienezza di idee, con l’intenzione di insegnare chissà cosa, questi, con ogni probabilità, mi caccerà, mi perseguiterà. Se invece, mi accosto nella relazione con l’altro, a mani vuote, completamente disarmato, questi mi accoglie, poiché stimolo ciò che di divino c’è in lui, ossia la fraternità, la solidarietà; è in quel momento che io gli annuncio la paternità di Dio. L’evangelizzazione si basa sulla debolezza: quando sono debole è allora che sono forte.

In fondo, cosa ha fatto Cristo per noi? Conoscete infatti la grazia del Signore Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.

Mt 10,16 – 40

Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, diventate dunque sapienti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, vi consegneranno ai sinedri, alle loro sinagoghe, vi flagelleranno e sarete condotti da capi e da re a causa mia, in testimonianza per loro e per i gentili. E quando vi consegneranno non preoccupatevi di come e cosa direte, vi sarà dato infatti, in quell’ora, cosa dire: non siete voi infatti a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro parlerà per voi.

Il fratello consegnerà a morte il fratello e il padre il figlio e insorgeranno figli contro genitori e li uccideranno. E sarete odiati tutti a causa mia; colui che persevererà fino alla fine sarà salvato. E quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra. Amen vi dico, non finirete le città d’Israele, finché non sia giunto il Figlio dell’uomo.

Non c’è discepolo sopra il maestro, né schiavo sopra il suo signore; è sufficiente per il discepolo, diventare come il suo maestro e per lo schiavo come il suo signore. Se il padrone di casa fu chiamato Beelzebùl, molto di più i suoi domestici! Non temeteli, non c’è nulla di nascosto che non venga manifestato e nulla di segreto che non venga reso noto. E ciò che vi dico nella tenebra, ditelo nella luce e, ciò che avete ascoltato all’orecchio, annunciatelo sui tetti. E non temete da coloro che possono uccidere il corpo, ma non sono capaci di uccidere la vita; temete piuttosto colui che può, vita e corpo, perdere nella Geenna. Forse che due passeri non si vendono per un soldo? Eppure neanche uno di loro cade a terra senza il volere del Padre vostro.

I capelli del vostro capo, tutti sono contati. Non temete: differite molto voi dai passeri! Chiunque mi confesserà davanti agli uomini, lo confesserò anch’io davanti al Padre mio che è nei cieli.

Non crediate che sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma la spada. Sono infatti venuto a separare il figlio da suo padre, la figlia dalla madre e la sposa dalla suocera sua e, i nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua.

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi trova la propria vita, la perde; chi perde la propria vita a causa mia, la trova.

Chi accoglie voi, accoglie me e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, riceverà la ricompensa del profeta, e chi accoglie il giusto nel nome di giusto, riceverà la ricompensa del giusto. Chi darà ad uno di questi piccoli anche un solo bicchiere d’acqua fresca nel mio nome, Amen vi dico, non perderà la sua ricompensa.

Essendo il brano molto lungo, focalizzerò solo alcuni punti.

Come pecore in mezzo ai lupi. È la missione dell’Agnello. L’essere inviato, vuol dire partecipare alla vittoria dell’Agnello, cioè alla croce. Questa è la sua vittoria! L’apostolo è colui che porta su di sé le contraddizioni, il male, il peccato. È associato alla croce, ecco perché porta con sé il crocifisso (non certo per ornamento). L’Agnello, finché vive, dà cibo e vestito e, quando muore, si fa cibo e vestito. È la vittoria dell’Agnello che, nella sua vita, ha dato amore e, nell’uccisione, si fa amore assoluto, senza condizioni e si rivela per ciò che è: datore di vita. Questo dobbiamo vivere e questo dobbiamo annunciare.

Qual è il nostro destino? È quello del Maestro. Non ci è capitato di morire in croce, poiché siamo sufficientemente cattivi, a tal punto che siamo noi a crocifiggere gli altri. Il mistero dell’apostolo è il mistero della consegna; questa consegna diventa martirio, testimonianza. Nella persecuzione, la Chiesa esce vittoriosa, anche se, spesso, si auspica una Chiesa maggioritaria, che vinca le leggi, i finanziamenti, i partiti, che gestisca il potere. Questo rappresenta l’anticristo: parliamo come agnelli ma, in realtà, siamo lupi. Il problema è essere veri agnelli, avere le caratteristiche del Figlio, avere la mitezza. La Chiesa nasce sempre dal martirio. Oggi, purtroppo, esiste un martirio molto più difficile, poiché nessuno ci toglie la vita, ma ci invitano a sporcarci le mani, a diventare “collaboratori”, ad essere potenti: è un martirio interiore.

Per essere agnelli, tuttavia è necessario essere sapienti come i serpenti. È importante non essere sciocchi ma, nello stesso tempo semplici come le colombe. Sembrano elementi contrastanti ma che, in realtà, si accompagnano: sapienza evangelica ed onestà.

Di fronte alla persecuzione Gesù dice: “Non preoccupatevi di come e cosa direte”. Lo Spirito Santo parla nell’apostolo, da fratello, in modo da avere la parola giusta, filiale e fraterna. Il martire cristiano, a differenza dei martiri di tanti altri ideali, non impreca contro il nemico, non grida giustizia e vendetta, piuttosto prega e dà la vita per il suo uccisore. Nell’amore al nemico si compie ogni giustizia superiore, divina.

La lacerazione divide anche gli affetti più intimi, lacerando anche i vincoli parentali.

Colui che persevererà fino alla fine sarà salvato. L’apostolo è chiamato ad una testimonianza a tutti i livelli, fino al livello estremo, quello dell’odio, della divisione. Da ciò non siamo affatto lontani; ciò che Gesù dice era vero duemila anni fa, ma è vero oggi e lo sarà anche domani.

E quando vi perseguiteranno …fuggite. La vera persecuzione è quella che non ci procuriamo. Capita infatti, a volte, che ci creiamo persecuzioni per un desiderio nascosto di potere o per masochismo. La vera persecuzione è quello che non vuoi, che non provochi. Per cui quando si presenta, fuggi! D’altronde anche Gesù, nell’orto, chiede che passi da lui, quella persecuzione. Pensiamo anche alle fughe degli Atti degli Apostoli, fughe che permettono, però, la diffusione del cristianesimo: perseguitati in una città vanno in un’altra.

Non finirete le città d’Israele, finché non sia giunto il Figlio dell’uomo. Questo sta a significare che già nella generazione di Gesù, è avvenuto il giudizio. Per meglio dire, nella generazione di Gesù, il giudizio è la croce. Molto probabilmente si allude anche a Gerusalemme distrutta ed è interessante come la croce di Gerusalemme, sia la stessa del suo Messia: popolo e Messia hanno la stessa croce.

Non temete da coloro che possono uccidere. Quando ci viene detto di non aver paura, lo si dice proprio perché noi abbiamo effettivamente paura. Anche Gesù ha avuto paura, però un conto è avere paura e “tenerla”, un altro è avere paura ed “esserne schiavi”. Gesù non chiede di non avere paura, ma chiede di non farci possedere da essa, di non esserne guidati e dominati nelle azioni. L’antidoto alla paura è la coscienza di ciò che siamo: figli di Dio. Abbiamo un valore infinito, la nostra vita è nelle mani di Dio e nessuno ci può torcere neanche un capello. Il male non può nuocerci; potremmo perdere la vita, ma questa la perderemo in ogni caso.

A questo punto viene fuori la fisionomia definitiva dell’apostolo, il quale deve riconoscere, confessare, professare Cristo, innanzi agli uomini. Se riconosciamo lui come Figlio, noi stessi diventiamo figli. Il nostro giudizio futuro non è fatto da Dio ma da noi, nella vita presente; la nostra salvezza dipende dal riconoscimento che noi facciamo del Signore e dal nostro essere con lui.

Non sono venuto a portare la pace ma la spada. Purtroppo nel mondo, c’è una pace perniciosa, una pace del “tutto va bene”. Si fa ingiustizia? Tutto va bene! Si fa violenza? Tutto va bene! Ognuno pensa al proprio interesse, ognuno cerca di mettere i piedi in faccia all’altro. Questa non è pace! Allora, tutto va male! Cristo è venuto a portare la spada, cioè a portare una pace che non è quella che il mondo propone, ma è la pace del discernimento; è una spada che viene a operare un taglio netto al male, che viene a separare il male dal bene.

La radice di questo discernimento è l’amore per il Signore, amore più grande di quello per la madre, il figlio o la figlia.

Questo è il cuore dell’apostolo. L’amore trasforma ad immagine dell’amato. Colui che amo diventa mia forma vitale. L’amore per il Figlio, mi rende figlio. Infatti Gesù dice: Chi accoglie voi, accoglie me e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato.

Il testo è davvero ricchissimo, non potendo approfondirlo, consiglio di meditare sui seguenti punti:

  1. v.16: vi mando come pecore in mezzo ai lupi. È importante chiedersi quale è la vittoria dell’Agnello nella nostra vita.

  2. v.18: vi consegneranno ai sinedri, alle loro sinagoghe, vi flagelleranno e sarete condotti da capi e da re a causa mia. La persecuzione diventa martirio, testimonianza. Non si tratta di un fallimento ma di un punto di arrivo della missione.

  3. v.26: Non temeteli! È chiaro che nascano sentimenti di paura, ma l’importante è non esserne posseduti e guidati.

  4. v.34: non sono venuto a portare la pace ma la spada. È una pace che viene a dividere, a distinguere il bene dal male.

  5. v.37: questo versetto è l’anima del discorso apostolico. È necessario amare Dio, più del padre, della madre, più del figlio e della figlia; è necessario riconoscerlo come unico Signore della nostra vita. Da qui parte la missione.

1 Notiamo come, a differenza di Luca, Mt elenchi i nomi dei dodici, due a due: Pietro e Andrea, … Filippo e Bartolomeo

2 La prima regola che Gesù dà, è quella di dire dove non andare.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/08/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

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