COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XX Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

XX Domenica Tempo ordinario (B)
Giovanni 6, 51-58

Caravaggio, Cena in Emmaus (particolare), 1606, Pinacoteca di Brera, Milano

Chi «mangia e beve Cristo» ha già ora la vita eterna
Commento di Ermes Ronchi

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Un Vangelo di soli otto versetti, nei quali Gesù per otto volte ribadisce il tema di fondo: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno. Il brano può, ad un primo ascolto, risultare ripetitivo e monotono, ma è come una divina monotonia pacificante e vitale, nello stile tipico di Giovanni: egli formula un contenuto forte, in termini concisi, poi nei versetti successivi lo riprende, allargandolo a cerchi concentrici, come quando si getta un sasso nell’acqua ferma.

Al tema portante del brano, «mangiare la mia carne, bere il mio sangue» Gesù connette, per otto volte, lo scopo del gesto: «perché viviate», semplicemente per vivere, per non morire. È l’incalzante certezza da parte di Gesù di possedere qualcosa che capovolge l’esistenza, quella che a noi pare scivolare inesorabilmente verso la morte e che invece scorre verso l’alto, a dilatarsi in Dio, a vivere di Dio.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. “Ha” la vita eterna, adesso, non “avrà”, un giorno. La vita eterna non è una specie di Tfr, Trattamento di fine rapporto, la liquidazione finale che accumulo con il mio buon comportamento. La vita eterna è già cominciata, è una vita diversa, vera, giusta, piena di cose che meritano di non morire. Una vita come quella di Gesù, buona bella e beata. Il cui nome è libertà, gioia e pienezza.

Il salmo tra le letture ci sorprende, nella Liturgia di domenica, con una domanda: Vi è qualcuno che desidera la vita, che vuole gustare la vita? Sì, io voglio vivere! Voglio gustare la vita. C’è qualcuno che vuole lunghi giorni felici? Sì, io voglio lunghi giorni e che siano felici. Li voglio per me e per i miei fratelli, anche i più disperati; li voglio per tutti i naufraghi della vita.

La risposta a questo potente desiderio Gesù la fornisce offrendo la sua carne e sangue, che indicano e contengono la sua vita intera, la sua vicenda umana, le sue mani di carpentiere, la sua compassione, i capelli intrisi di nardo, il foro dei chiodi, le cose che amava e quelle per cui tremava. Gesù non fornisce regole e divieti da osservare, ma il segreto, la chiave per far fiorire la vita in tutte le sue forme, e gustarla appieno: vivere come lui ha vissuto.

È questa la sorpresa! Gesù non dice: bevete la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me. Ma: prendete la mia umanità, come lievito della vostra; prendete i miei occhi, e guardate ogni cosa con la mia combattiva tenerezza; prendete le mie mani e imparate a rialzare e accarezzare.

Allora mangiare e bere Cristo è un gesto che non si esaurisce nella Messa, ma inizia con il primo respiro del giorno, continua con il Vangelo che mi abita pensieri e parole e che mi rende spazioso il cuore.

Mangiare la carne e bere il sangue di Cristo
Commento di Enzo Bianchi

Introduzione al capitolo 6 di Giovanni

L’ordo delle letture bibliche dell’annata liturgica B ha previsto che, giunti nella lettura cursiva di Marco all’evento della moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,35-44), si interrompa la lettura del vangelo più antico e la si sostituisca con la lettura dello stesso episodio narrato nel quarto vangelo. Per cinque domeniche si legge dunque il capitolo 6 di Giovanni, un testo che richiede una breve introduzione generale.

In verità questo capitolo, tutto incentrato sul tema del “pane di vita”, che mai appare altrove, appare piuttosto isolato nello svolgimento del racconto giovanneo. Con buona probabilità, si tratta di un brano aggiunto più tardi per dare alla chiesa giovannea una catechesi sull’eucaristia, il cui racconto è mancante nel quarto vangelo, sostituito da quello della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17). Se questa ipotesi fosse vera, questo capitolo diventerebbe ancora più importante, perché proprio trattando il tema dell’eucaristia si conclude con la confessione dell’identità di Gesù: per i giudei è il figlio di Giuseppe, semplicemente un uomo della Galilea (cf. Gv 6,42), mentre Gesù dichiara di essere il Figlio di Dio, colui che è suo Padre (cf. Gv 6,40); e ciò è confermato da Pietro e dagli altri discepoli, che riconoscono in lui “il Santo di Dio” (Gv 6,69).

Questa pagina del vangelo secondo Giovanni è tra le più scandalose di tutti i vangeli, può addirittura risultare ripugnante a chi non sta nello spazio “dentro” (éso), lo spazio dell’intimità con il Signore. Chi l’ha scritta ha faticato per far comprendere ciò che doveva affermare, di fronte a una fede gnostica che non accettava l’umanità, la carne umana nella sua debolezza quale luogo in cui incontrare Dio. Eppure, secondo il quarto vangelo, Dio ha scelto che la sua manifestazione definitiva, la sua rivelazione decisiva fosse l’umanità come carne debole di Gesù (cf. Gv 1,14.18), un galileo che andava verso la morte. Tentiamo dunque con molta umiltà di leggere questa pagina.

Gesù aveva detto: “Io sono il pane vivente, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Questo annuncio appariva una pretesa intollerabile, un’affermazione irricevibile e, come tale, aveva suscitato mormorazione e discussione (cf. Gv 6,41-42). Qui nasce un’aspra discussione, una vera e propria battaglia verbale tra gli ascoltatori di Gesù: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ed egli risponde loro con espressioni ancora più scandalose, rendendo il suo annuncio più duro e urtante, in modo da togliere ogni possibilità di comprendere le sue parole in modo semplicemente parabolico, in modo intellettuale, raffinato ma gnostico: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita eterna”.

Era già uno scandalo pensare di poter mangiare la carne del Figlio dell’uomo, ma bere il sangue è un’azione gravemente peccaminosa, vietata dalla Legge e dunque ripugnante per i credenti nell’alleanza sancita da Mosè. Su questo non c’erano dubbi. Nella Torah, infatti, sta scritto: “Ogni uomo, figlio di Israele o straniero, che mangi qualsiasi tipo di sangue, contro di lui, che ha mangiato il sangue, io volgerò il mio volto e lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita (nephesh) della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11). L’ebreo sapeva che l’umanità fino ai giorni di Noè non si era nutrita della carne di animali ma unicamente di vegetali e che solo nell’economia dopo il diluvio Dio aveva permesso e tollerato le carni animali come nutrimento, ma a una precisa condizione: “Soltanto non mangerete la carne con la sua vita (nephesh), cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). Questo comando, che indica un rispetto della vita, rappresentata dal sangue, era talmente importante che gli apostoli lo manterranno anche per i cristiani provenienti dalle genti (cf. At 15,20.29; 21,25).

Eppure Gesù annuncia che per avere parte alla vita eterna, alla vita di Dio, per conoscere la salvezza, è necessario mangiare – o meglio “masticare”, stando al verbo greco utilizzato (trógo) – la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue? Perché questo realismo nelle parole di Gesù secondo il quarto vangelo, parole che non risuonano né negli altri vangeli né nel resto del Nuovo Testamento? Perché questo linguaggio proprio nel vangelo che non ricorda l’istituzione eucaristica, ma la sostituisce con il racconto della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17)? Certamente l’autore di questo racconto si serve di un linguaggio che vuole affermare come la partecipazione al pane e al calice di Gesù Cristo sia partecipazione al suo corpo e al suo sangue. Ma a mio avviso vuole andare più in profondità nella comprensione dell’eucaristia.

Ciò che vuole farci comprendere è che l’incarnazione, cioè l’umanizzazione di Dio, va accolta seriamente, senza riserve e senza pensieri che rispondono più al bisogno religioso dell’umanità che all’azione di Dio. La verità è che Dio si è fatto uomo in Gesù affinché lo cercassimo e lo trovassimo, per quanto ci è possibile, nella condizione umana. Dio ha voluto condividere con noi proprio la nostra umanità, la nostra stessa carne, perché noi potessimo realmente conoscere il suo amore, non come qualcosa da credere, ma come qualcosa che comprendiamo e sperimentiamo attraverso e nella nostra carne. Gesù è questa carne che possiamo incontrare nella nostra carne, è questo corpo che possiamo incontrare solo nella nostra corporeità. Perché noi potessimo partecipare alla vita di Dio – “diventare Dio”, come si esprimevano gli antichi padri della chiesa d’oriente – era necessario che Dio diventasse uomo e che carne e carne, corpo e corpo si incontrassero realmente. L’amore espresso solo a parole, anche nella rivelazione non era sufficiente: occorreva una carne umana che raccontasse (exeghésato: Gv 1,18) Dio, una carne umana che, amando la nostra umanità, ci narrasse l’amore di Dio, o meglio il “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16). Questa nostra carne, che ci dice la nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra morte, questa carne che a volte pensiamo di negare o dimenticare in favore di una “vita spirituale”, per poter incontrare Dio, proprio questa carne è stata assunta da Dio e non è un ostacolo alla comunione con lui, ma anzi è il luogo ordinario dell’incontro con Dio.

Le parole eucaristiche di Gesù, in questo sesto capitolo di Giovanni, in profondità ci dicono che incarnazione di Dio, resurrezione della carne ed eucaristia esprimono insieme il mistero della nostra salvezza. Nella nostra povera carne, nel “corpo di miseria” (Fil 3,21) che noi siamo, proprio lì noi incontriamo Dio, perché in Gesù “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Carne da masticare e sangue da bere sono la condizione in cui Gesù si consegna a noi, in cui Dio si dà a noi, raggiungendoci là dove siamo e non chiedendo a noi di salire alla sua condizione divina, azione per noi impossibile e solo frutti di un orgoglio religioso malato. Entrando in noi, la carne e il sangue di Cristo ci trasformano, per partecipazione in carne e sangue di Cristo, producendo ciò che a noi è impossibile: diventare il Figlio di Dio in Cristo stesso, l’Unigenito amato dall’amante, il Padre, con un amore infinito, lo Spirito santo. Chi mangia la carne e beve il sangue di Cristo conoscerà la resurrezione, vivrà per sempre, in una salda comunione con Cristo per la quale rimane, dimora (verbo méno) in Cristo, così come Cristo rimane, dimora in lui: corpo nel Corpo e Corpo nel corpo!

Lo stesso Giovanni nel prologo della sua Prima lettera, parlando dell’esperienza di Gesù da lui fatta, scrive: “Ciò che noi abbiamo ascoltato, visto e toccato del Verbo della vita…” (cf. 1Gv 1,1), cioè di Gesù. E in questa pagina del vangelo è come se arrivasse a dire: “Ciò che abbiamo mangiato, gustato di Gesù”, attraverso l’eucaristia, è la nostra vita!

Eucarestia esistenziale
Commento di Don Antonio Savone

Aveva offerto un pane grazie  quale tutti avrebbero avuto modo di saziarsi, visto che ne era avanzato ed era stato raccolto anche per chi non c’era. Avrebbero dovuto capire che nel pane di cui si erano saziati in abbondanza, c’era rimando ad altro. Almeno così sperava Gesù. E invece si assiste ancora una volta ad un crescendo di incomprensione e fraintendimento che si consumerà con l’abbandono persino da parte di alcuni discepoli.

Incapaci di leggere il reale così come accade sotto i loro occhi, diventano figura di chi è privo di sapienza: non sono in grado di leggere “il senso che abita le cose e la vita” (Casati). E loro non si riconoscono certo inesperti. Anzi: tutt’altro. Loro sanno: conosciamo…, avevano affermato. Ma non sono in grado di riconoscere che la Sapienza abbia potuto mettere la sua casa tra le case degli uomini e inviti dai crocicchi delle strade.

E così si ritrovano a discutere aspramente fra di loro non solo perché Gesù ha la pretesa di essere il pane vivo disceso dal cielo (pane vivo era la Legge data da Dio a Mosè, norma e fondamento della fede di Israele) ma addirittura di voler dare la sua carne da mangiare per la vita del mondo. Li spaventa la sproporzione: lui, uomo circoscritto, pane per la vita di un popolo. L’umile ordinarietà della sua persona di fronte alle grandi attese della storia: sproporzionato… non può reggere agli occhi dell’umana sapienza di chi tutto misura secondo le leggi ferree del calcolo, dei canoni di potenza e di efficienza.

Passi che Dio possa essersi incarnato ma che venga vita da ciò che per eccellenza ha a che fare con il limite – il corpo, appunto – questo proprio no. Ci si scandalizza di un Dio così che ha la pretesa di soddisfare la nostra fame di senso, di vita mediante un uomo che condivide la mia stessa povertà e la mia caducità. E così fa capolino la pretesa di segni altri che accompagnerà non solo la vicenda di Gesù ma ogni generazione di credenti.

La manna, tutto sommato, aveva ancora del prodigioso perché non era riconducibile a qualcosa di risaputo – tanto è vero che essa restava un punto di domanda: man hu, “che cos’è?” – e perciò poteva essere letta come un segno affidabile di un Dio che si prendeva cura del suo popolo nel deserto. Ma quell’uomo che avevano dinanzi cos’aveva di tanto diverso? Sapevano persino da dove veniva, chi erano i suoi: il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia (Gv 7,27).

Eppure, stando alle parole di Gesù, pare proprio non ci sia alternativa: Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Non basta condividere il suo pensiero: è necessario condividere il suo destino. E qui non possiamo non confessare la nostra insipienza mentre ci illudiamo di essere esperti nel mestiere di vivere. Non abbiamo il codice per comprendere che la vita si guadagna donandola, si ottiene spendendola, si conquista affidandola.

La sfida è radicale: stare nel mondo perseguendo la logica di quelle religioni – sacre o civili, poco importa – che si presentano come unica alternativa, proponendo una fuga da questo mondo verso un paradiso altro o accettando questa storia riconosciuta e assunta come luogo nel quale esprimere un diverso modo di essere e di stare?

Mangiare la carne del Figlio dell’uomo: entrare in sintonia e in comunione con la stessa esistenza del Figlio Gesù fino a diventare una cosa sola con lui. Il mangiare, infatti, dice il fondersi di due realtà che finiscono per diventare una sola. Il senso della vita – vita eterna – è dischiuso già qui, già ora per chi accetta di stare nella vita facendosi pane spezzato per altri.

Bere il sangue: diventare capaci di entrare in un atteggiamento di dono di sé anche a prezzo della vita. La prospettiva non è quella di una morte cruenta ma dell’umile testimonianza di chi mette a disposizione tutto di sé nei confronti di chi ha bisogno di essere amato.

Entrare in comunione con il Signore Gesù significa smettere di rimanere in un uso egocentrico dell’esistenza fino a proiettare la persona fuori di sé. Che cos’hai di tuo che non hai ricevuto? dirà Paolo. La vita: un continuo restituire quanto per grazia ci è stato partecipato.

Stare nella storia come il figlio, tutti accogliendo e custodendo, nessuno ricacciando. Consapevoli che il frammento della mia umana avventura, la cifra della mia umana avventura, può riscattare la fame di tanti.

Sappiamo, tuttavia, come nel corso della storia abbiamo finito per sminuire il senso delle parole di Gesù le quali non si fermano al piano rituale: esse invitano a fare eucaristia nel quotidiano con l’atteggiamento benevolo, il gesto gentile, il sorriso incoraggiante, la mano tesa.

Quando alla vigilia della passione ripeterà: fate questo in memoria di me, il questo non era riferito ad un gesto formale, ma: fate anche voi quello che ho fatto io. Ciascuno doni se stesso per la vita degli altri, come può, seconda la propria misura.

Rito sterile quello che stiamo celebrando se non ha il suo sbocco naturale in una eucaristia esistenziale.


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Un commento su “XX Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

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Questa voce è stata pubblicata il 16/08/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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