COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sul Profeta EZECHIELE (2)

XIX-XX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Spunti per la lettura quotidiana 

II parte – Ezechiele 25-32
Oracoli di giudizio sulle nazioni

Ezechiele 25

cb_ezechiele_profetaAl profeta Ezechiele è chiesto di “volgere la faccia contro i popoli e profetizzare” (2). Nella sua “gelosia” il Signore aveva introdotto i popoli pagani nel suo disegno di “vendetta” a riguardo della sposa colta in flagrante. Con la stessa gelosia ora agisce contro di loro, eliminandoli come popoli.
Perché questo? Perché si sono sentiti “attori” del disegno e non invece strumenti di esso, in mano al Signore. Hanno disprezzato Giuda, lo hanno equiparato a tutti gli altri popoli (8), hanno gioito della sua tragica sorte (6). Questo loro peccato si chiama orgoglio o autoesaltazione.
Gli oracoli terminano con la nota espressione: “Sapranno che io sono il Signore” (11.17). Vi si può vedere l’allusione ad una conversione “forzata”. Ma sempre di conversione si tratta! In definitiva i popoli, prendendo atto della loro pochezza, riconoscono che non sono essi i signori del mondo, ma solo Lui, il Signore, il Dio d’Israele.

Ezechiele 26

La parola contro Tiro è particolarmente dura e insistita (cc. 26-28). Tiro era una città “regina del commercio” nel grande spazio del Mediterraneo. Tra l’altro, la parola Tiro fa assonanza con “roccia”. La città infatti era posta su un’isola, luogo imprendibile! In realtà anch’essa fu conquistata dal re di Babilonia e poi ridotta al nulla da Alessandro Magno. Quali che siano le ragioni storiche della sua scomparsa, la parola di Dio suggerisce il vero motivo della sua caduta. Tiro ha “giudicato” Gerusalemme e l’ha assorbita nella sua vita. In questo modo l’ha annientata (2).
Ma anche Tiro sarà annientata. E con lei tutti i popoli (“isole”) che hanno goduto della sua fortuna commerciale. Il mondo del commercio e della fortuna che gli gira attorno, non è eterno. Poiché tende a espandersi e a ingoiare tutto, un giorno (ecco la parola di Dio!) “scenderà nella fossa” (20). Chi ha goduto di questa fortuna e si è esaltato con essa, non potrà che elevare un grande “lamento” (17).

Ezechiele 27-28

E’ il profeta stesso che deve intonare un “lamento” su Tiro (27,1). Il lamento è la forma estrema dell’appello profetico. La “perfezione” di Tiro era la sintesi degli apporti dei popoli vicini: tutti avevano contribuito (sottomettendosi) a creare ricchezza, a “rendere perfetta la tua bellezza” (27,11). E così, il commercio del Mediterraneo era “nelle tue mani” (27,15). Tutto questo ti ha reso “gloriosa”. Ma, paradossalmente, ti ha anche “appesantita”. Per questo sei “piombata nel fondo dei mari” (27,27).
Anche per il principe di Tiro c’è un lamento, un disperato richiamo alla conversione (28,1). Il principe, “perfetto in bellezza” (28,12) e posto in Eden (giardino di Dio), raffigura chiunque è ricco di doni, ma si inorgoglisce per la sua bellezza (28,17), e si fa … dio (28,1.9). L’esito non può che essere la riduzione in polvere (28,18), come già annunciato ad Adamo. La caduta di Tiro diventa, poi, motivo di speranza per Israele, che potrà ritornare nella sua terra e abitarvi tranquillo (28,24-26).

Ezechiele 29-30

Ben quattro capitoli sono dedicati all’Egitto, potenza su cui Israele si era appoggiato nella lotta di resistenza contro il re di Babilonia. Vana fiducia, perché l’Egitto sarà distrutto e gli Egiziani saranno dispersi: sarà “il giorno dell’Egitto” (30,11).
Quale il peccato di questo popolo? E’ sempre l’orgoglio, cioè l’idolatria che porta a esaltare la propria forza e a fare di se stessi un “dio”. Aveva detto l’Egitto: “A me il mio fiume” (29,3.11). Il fiume Nilo è vita per l’Egitto. Come dire, dunque, “a me debbo la mia vita, la mia prosperità, la mia fortuna”. Per questo aggiunge subito: “Io mi sono fatto da me stesso”: sono il creatore di me stesso e per questo mi do le regole che voglio! Tutte le sventure che capiteranno all’Egitto dimostreranno proprio il contrario. “Si saprà che il Signore sono io!” (30,26). Anche l’Egitto dovrà riconoscere, sebbene forzatamente, che il Signore, Dio d’Israele, è il re della storia.

Ezechiele 31-32

Come per Tiro, anche per l’Egitto quattro sono i capitoli che ne descrivono la fine (cc. 29-32).
Questo significa che la loro “caduta” assume un valore universale: segno della caduta di chiunque “si leva in alto”.
Il faraone è come un cedro del Libano, un albero grandissimo nel giardino di Dio: più alto e più bello di tutti (31,3-9). “Alla sua ombra sedettero tutte le nazioni” (31,6). Ma, a motivo della sua superbia, sarà abbattuto. E con lui tutto il mondo che gli sta attorno (31,10-18). La sua “caduta” fa pensare a un disastro “cosmico”: sole e luna, stelle e astri si trasformeranno in tenebre (32,1-8), come già avvenne al tempo di Mosè (cfr Es 9-10).
Lamento anche su tutti gli abitanti dell’Egitto (32,18). Questi ultimi e il faraone scenderanno nella fossa. Là incontreranno tutti quelli che hanno creato “terrore sulla terra” (32,23.25.27.30); tutti quelli che, con compiaciuto orgoglio, si sono messi al posto di Dio. Il giudizio di Dio sui popoli fa presagire il nuovo atto liberatore di Dio nei confronti del suo popolo umiliato.

III parte – Ezechiele 33-48
Oracoli di salvezza per Israele

Ezechiele 33

Ezechiele1Chi è il profeta? E’ come una sentinella. Ascolta una parola da parte di Dio e la trasmette. Se uno ascolta la parola e si converte, bene. Se non si converte, la responsabilità è tutta sua e non del profeta. Il vero compito del profeta, quindi, è ascoltare la parola e proclamarla (1-9).
Per il popolo che ascolta il profeta, due sono i rischi da evitare. Primo, la depressione e lo scoraggiamento (10-11). Secondo, la ricerca di colpa negli altri (i padri, la storia, la società …), e non in se stessi (12-20).
Ezechiele aveva annunziato che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, e così avvenne. L’orgoglio di questa città era troppo grande (21-29). Ma come reagisce il popolo? In modo ipocrita e superficiale. Vanno dal profeta, si deliziano delle sue parole come di un canto d’amore, canterellano il motivo …., ma non fanno quello che il profeta dice (30-33).

Ezechiele 34

Il disastro dell’esilio è responsabilità di ognuno, ma vi ha contribuito in modo decisivo la cattiva condotta dei “pastori”. Chi sono i pastori? Sono i re, i giudici, i profeti, i sacerdoti e le guide in generale. Essi non hanno capito la cosa fondamentale, che il gregge cioè non era loro proprietà, ma di Dio! Non potevano fare quello che volevano, soddisfacendo i propri interessi. Per questo motivo saranno tolti dall’incarico (1-16). All’interno del popolo, poi, ci sono i furbi. Anch’essi saranno giudicati (17-22).
Chi guiderà allora il popolo? “Io stesso”, dice il Signore. In che modo? Mandando un pastore: “Davide, mio servo” (23). Dunque, Dio sarà il Dio di questo popolo tramite la guida sapiente di un pastore nuovo. Sarà stabilita un’alleanza di pace (25), alleanza che romperà il giogo della schiavitù. E’ così che “voi, mie pecore siete il gregge del mio e io sono il vostro Dio” (31).

Ezechiele 35-36

La parola contro il monte Seir, cioè il popolo di Edom (cap 35) prepara la solenne parola a favore dei “monti d’Israele”, cioè Gerusalemme e tutto Israele (cap 36). Guai a chi si è schierato contro Israele, lo ha deriso e ne ha voluto fare un possesso da sfruttare (36,1-7). La “gelosia” di Dio si volge contro chi ha umiliato Israele, mentre opera una grande purificazione della sposa, suo popolo.
Il popolo era caduto nell’idolatria, e per questo ha “pagato” con l’esilio. Là è stato deriso. Non solo Israele, ma lo stesso Dio … incapace, secondo i popoli, di salvare ciò che è “suo”! “Annunzia alla casa d’Israele” che non sarà più così. Non tendendo conto dei vostri meriti (che non ci sono!) Io agirò per amore di me stesso. Farò per amore quello che non potrei fare se agissi con giustizia. “Santificherò il mio Nome”, cioè farò vedere chi sono Io! Come? Purificandovi nel cuore, anzi donandovi un cuore nuovo, mandando il mio spirito perché possiate mettere in pratica le mie parole e così possiate entrare nella terra che vi dò (36,23-28). Ma sappiate bene che sono Io a fare tutto ciò. Voi sareste perennemente idolatri, se Io non agissi unicamente per amore!

Ezechiele 37

Il profeta investito dalla forza (mano) di Dio e guidato dal suo Spirito, viene posto in una valle grandissima, coperta di ossa (1-2). Solo il Signore può dare loro la vita. E lo farà, ma come? Attraverso la profezia, la parola che viene da Dio (4).Infatti la parola crea un primo “movimento”: accostamento delle ossa le une alle altre, comparsa dei nervi, della carne e della pelle (7-9).
La stessa parola crea poi un secondo “movimento”. Sui corpi ancora senza vita viene lo Spirito, sicché quei corpi “vivono e stanno vivi” (10). Le ossa sono la gente d’Israele. Per la potenza della parola di Dio (parola evidentemente accolta) il popolo, già inaridito e morto per i peccati, “nasce alla vita”. Infatti esce dai sepolcri dell’esilio e sale a Gerusalemme (11-14).
Là i due popoli (Giuda e Israele perennemente in lotta) vivranno uniti: saranno “una cosa sola nella mia mano” (19). “Farò con loro un’alleanza di pace, dice il Signore, e abiterò in mezzo a loro per sempre. Davide mio servo (il Cristo) sarà loro principe per sempre” (25-28).

Ezechiele 38-39

In un certo senso il libro di Ezechiele si chiude coi capitoli 38-39. In essi viene ripercorsa ancora una volta la storia d’Israele. E’ storia di ribellione alla volontà di Dio. E’ storia di un Dio “geloso” che abbandona il suo popolo; di consegna ai popoli nella dura vicenda dell’esilio; di ritorno alla terra d’Israele per mano del Dio geloso (“non ho lasciato fuori nessuno”); di vergogna per i peccati commessi; di svelamento del volto di Dio nel dono dello Spirito alla casa d’Israele (39,21-29).
Tutta quest’opera viene resa possibile dall’umiliazione e dall’annullamento definitivo (escatologico) delle potenze mondane, rappresentate da Gog e Magog (38,1-39,20). Ci sarà un universale “sterminio” dell’idolatra, e dell’orgoglio che sempre l’accompagna. Il popolo redento abiterà nella terra donata da Dio: “ombelico/centro della terra” (38,12). Sarà segno di speranza (non di condanna) per tutti i popoli!

Ezechiele 40

La volontà di Dio, rivelata al profeta, non comanda che sia costruito il tempio e organizzato il territorio (40-48), cosa che fu chiesta un tempo a Mosè e a Giosuè. Dio invece chiede al profeta di “osservare, poi di mostrare e scrivere” (4). Ciò significa che “questo” tempio non sarà mai realizzato. Anzi, paradossalmente, richiama … la fine del tempio e del tempo (cfr Ap 21,2.22). La comprensione allora deve volgersi al significato simbolico. Deve cogliere, cioè, la maestà e la trascendenza di Dio, nonché le sue implicazioni pratiche per tutto il popolo, vale a dire la conversione/vita.
Nel 573 a. C. la potenza del Signore (“mano”) porta il profeta “là”, cioè a Gerusalemme (1). Egli vede un uomo che “misura” cose e spazi (3ss). La misurazione è già un’esecuzione: il nuovo tempio c’è ed è così, anche se “così” nessun uomo lo costruirà. [Il nuovo tempio infatti è Cristo e la chiesa con lui]. “Ascoltare” la parola detta e “seguire” l’uomo che misura tutto, è già un cammino che introduce il popolo nella santità di Dio. Cammino che va dall’esterno, dal recinto che gira attorno al tempio (5), all’interno (47). Questo cammino, come ogni cammino, è segnato da … gradini (6.49).

Ezechiele 41-42

Il cammino di osservazione e misurazione, cioè il cammino di vita, va dall’esterno all’interno.
Siamo ora nel Santuario. E’ una grande sala alla quale si accede per una porta (41,1-2), sala ricca di decorazioni: palme e cherubini (41,16ss).
Un’altra porta dà accesso al “Santo dei Santi” (41,4), la stanza più preziosa di tutto il tempio. In questo luogo santissimo entra soltanto l’uomo che misura (41,3) e non il profeta.
Attorno al luogo santissimo sono collocate le stanze dei sacerdoti (41,5ss) nelle quali essi “mangeranno le cose santissime” (42,13), vale a dire la parte dei sacrifici spettante loro.
Il complesso del tempio, nel suo spazio “interno” (41,13s) come pure in quello “esterno” (42,15ss), ha l’aspetto di un quadrato. In questo modo è richiamata l’idea di perfezione, ma anche di separazione. Occorre, cioè, individuare bene il luogo sacro e separarlo da quello profano, per evitare contaminazioni (42,20).

Ezechiele 43

Il tempio fin qui descritto è molto bello, armonico, proporzionato, pieno di messaggi …., ma è niente se non vi abita il Signore! Allora il profeta viene condotto alla porta che guarda a oriente. E’ da lì che il Signore (la sua gloria) si era allontanato (cfr 11,22-23). Il profeta vede la gloria del Signore “venire da oriente” (2), entrare nel tempio (4) e prenderne il possesso (5).
Dio stesso gli parla (6). Chiede di “descrivere” il nuovo tempio. Da questa descrizione nasce “la legge del tempio” (12). Se Israele la rispetterà, avrà vita. Si tratta infatti di una nuova alleanza: Dio abita in mezzo al suo popolo (7) e il popolo accoglie la sua legge.
Questa legge riguarda due cose: la “forma” del tempio e il modo concreto di celebrare il culto. Nell’obbedienza alla “legge del tempio”, Israele dimostrerà di obbedire a Dio, di stargli vicino. Dimostrerà soprattutto di aver abbandonato gli idoli adorati nel passato. La descrizione comincia dall’altare dei sacrifici: luogo dal quale e per il quale “Dio si mostra propizio” (13-27).

Ezechiele 44

C’è un’indicazione misteriosa: “La porta esterna del tempio, porta che guarda a oriente, resterà chiusa, perché di lì è passato il Signore” (1-3). Si attende dunque un nuovo passaggio del Signore che vada dall’interno … all’esterno! Allora la totalità del popolo d’Israele e i popoli tutti avranno accesso al tempio, cioè alla salvezza.
Al momento, Ezechiele deve indicare la vita “all’interno” di Israele e in particolare la vita “all’interno” del tempio. Il principe (non più il re) avrà un posto riservato per mangiare la carne dei sacrifici (4-9). I leviti saranno semplici impiegati nel tempio: manovalanza e custodia (10-14). I sacerdoti, leviti discendenti dal sacerdote Zadok, avranno il compito più importante: offrire sacrifici, insegnare ciò che è sacro e ciò che è profano, giudicare le cause del popolo. In una parola, aiuteranno a vivere “alla presenza di Dio”.

Ezechiele 45-46

Con la presenza del Signore e con l’altare dei sacrifici, il tempio ha un nuovo inizio. E’ in questo contesto sacro che si realizza la parola di Dio: “Io vi sarò propizio” (43,27). Nuovo inizio ha anche tutta la Terra (di Giuda) eredità del Signore per il suo popolo. Essa viene data “in sorte” nel modo seguente.
La parte centrale è sacra per il Signore, cioè per il tempio. Attorno stanno i sacerdoti, poi i leviti e poi ancora la città. Viene poi la “sorte” del principe e di tutte le tribù. Al principe non è lecito appropriarsi dell’eredità del Signore.
La “vita” all’interno dell’eredità del Signore è scandita dalla festa (sabato e feste varie). Nella festa viene “aperta” la porta orientale che normalmente resta chiusa. Questo significa che il Signore, attraverso il culto festivo, “passa” e fa doni al suo popolo. Ogni giorno poi si offrirà “il sacrificio perpetuo”: agnello di un anno (46,14s).

Ezechiele 47

Il profeta vede dell’acqua uscire dal tempio. Mano a mano quest’acqua crea prima un rigagnolo, poi un torrente, poi un fiume che non si può attraversare a piedi. Scende verso oriente e si getta nel Mar Morto (mare privo di vita). Tutta la regione (deserto di Giuda) viene trasformata da quest’acqua: dove c’era aridità ora c’è fertilità, dove c’era morte ora c’è vita, dove c’era miseria ora c’è abbondanza fuori misura. Il messaggio che viene dalla “visione” è evidente. E’ dal tempio, cioè da Dio che lo abita, che viene la vita per Israele.
Il popolo, poi, deve nuovamente posizionarsi sui confini stabiliti da Dio. Sono confini molto chiari e ampi. La novità è che dentro questi confini c’è una “eredità” anche per gli stranieri. La salvezza dunque si dilata al mondo intero!

Ezechiele 48

Il nuovo assetto topografico della Terra rivela la centralità del santuario/tempio: “Il Signore è là”, vale a dire: “Il Signore c’è”.
La Terra è divisa “a strisce” (da est a ovest) fra tutte le tribù, in mezzo alle quali stanno anche gli stranieri. Queste costituiscono come un cuscinetto, il cui centro è il tempio. A nord stanno sette tribù. Quella più vicino al centro è la tribù di Giuda. Troviamo poi la striscia comprendente tutta la città. E così arriviamo alla “zona sacra”, appartenente al Signore. Ci vivono i leviti e i sacerdoti. Infine “in mezzo c’è il santuario/tempio” (8).
Scendendo a sud del tempio, troviamo la striscia delle altre cinque tribù. Quella di Beniamino è la più vicina al tempio. Il principe avrà in sorte una zona attorno alla città, non a stretto contatto col santuario.
Terra, Città e Tempio sono concepite come “descrizione” e non come “attuazione”. A Ezechiele è chiesto soltanto di “osservare e descrivere”. Al termine della descrizione, che è “contemplazione”, il profeta esclama “Il Signore è là”, vale a dire “Il Signore c’è”, o meglio, “Il Signore c’è per noi”. Questo è il nome “nuovo” di Gerusalemme. Nome che fa eco ad un altro ben noto; “Emmanuele/Dio con noi”. A quando il compimento di questa profetica visione?

http://www.parrocchiadibazzano.it

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Questa voce è stata pubblicata il 19/08/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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