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L’inedito. Tonini, il «diario dell’anima» di un cardinale giornalista

Andrea Galli
Avvenire lunedì 20 agosto 2018

Meditazioni spirituali e riflessioni su piccoli e grandi avvenimenti raccolte in 180 quaderni, a partire dagli anni ’50, una fonte preziosa per capirne la figura.

tonini


Il cardinale Ersilio Tonini (Ansa)


Sono passati cinque anni dalla morte del cardinale Ersilio Tonini, scomparso il 28 luglio 2013 alla veneranda età di 99 anni, ma il suo ricordo è ancora vivo fra la gente, per la sua amabilità, la parola schietta, il profilo allampanato da “prete di una volta”. Ricordo vivo nelle diocesi che servì come pastore – Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia e soprattutto Ravenna-Cervia, dove rimase dal 1975 al 1990 – ma anche fra i tantissimi italiani, credenti e no, che familiarizzarono con lui quando lo videro in televisione negli anni ’90, soprattutto nel programma I dieci comandamenti all’italiana condotto sulla Rai da Enzo Biagi

Pochi però sono a conoscenza di un particolare lascito di Tonini, quello dei suoi diari, ben 180 quaderni scritti a mano lungo decenni…
Di seguito una pagina tratta dai diari di Tonini datata 4 luglio 1998.

«Ho compreso presto la differenza tra l’ammirazione della gente e la compiacenza di Dio»

Logico in questo contesto il ricomparire affollato dei ricordi di mia madre e del clima di fede che accanto a lei ho respirato. Ho scritto «clima», ma avrei dovuto dire «paesaggio», voci, colori, gesti, sentimenti, in una parola l’intera realtà di cui ho vissuto: quel dispiegare di corpo ed anima nella più felice delle libertà; quella del pesce nel suo mare o dell’occhio entro la luce o ancor più dei polmoni nell’ampia pianura dei miei campi di Quattro Cascine.

1.1 Ed è di qui che da questo stato d’animo ha fatto irruzione nella mente un’ondata di pensieri inconsueti; e registrarli mi giova, per quanto ne rimane di traccia. Lì, in quella casa, entro quel paesaggio – me ne accorgo oggi – le cose esistevano per davvero «solo come viste da te, Signore».
E l’animo mio le ha viste e gustate così; e capisco ora che fu grazia squisitissima.
Fu lì che le tante cose – campi, prati, alberi, stagioni – si offersero alla mente mia, felici di consegnarsi dopo lunga attesa; consegnarsi al loro destinatario e lì riposare.

1.2 Più che tutto, è me che ho imparato a vedermi come visto dal Signore: vedermi esistente dentro gli occhi di Lui, come gli occhi della mia Sorgente: così perché insegnamenti di mia madre. E non solo per gli insegnamenti, ma anche e più ancora per quel suo modo di guardarmi e di seguirmi che si capiva bene, sapevano anch’essi dell’estimazione della Sorgente.
E furono gli stessi occhi, segnati dallo stupore della nascita, mirarmi a lungo per ore, prima di chiudersi per sempre, là nell’Ospedale di Fiorenzuola, dopo avermi affidati i suoi figli.
È poi accaduto che in quella casa – povera ma serena – anche gli avvenimenti e le azioni, le fortune, i beni e i mali si valutavano sempre come «esistono davanti a Dio»: anzitutto lo svegliarsi del mattino, visto come un accogliere la vita direttamente dalle mani del Signore, a mo’ di nascita e la preghiera a mo’ di primizia che rinnovava l’atto di accoglienza e di stupore della madre; la preghiera della sera in famiglia intesa come riconsegna del dono ricevuto al mattino.

1.3 E che cos’erano poi le grandi norme sapienziali attorno ai veri beni della coscienza se non un valutare ogni scelta non dalle apparenze, non dai comportamenti degli altri, ma soltanto «come bene o male dentro lo sguardo di Dio?» Che fortuna, o mio Signore, aver scoperto, già dai primi anni, la differenza enorme – anzi il contrasto radicale – tra i beni veri e quelli appariscenti, o beni duraturi e quelli provvisori, tra la voce degli istinti e quella della coscienza, tra l’ammirazione della gente e la compiacenza di Dio.
E che grazia aver trovato in mio padre l’uomo sereno, quasi orgoglioso di una povertà onesta, arricchita dalla benevolenza verso tutti e – quel che più gli importava – dalla coscienza netta. «Tenetelo bene in mente, ragazzi: un pezzo di pane, volersi bene e la coscienza netta».

1.4 Ci ha poi pensato il Seminario ad approfondire, sviluppare e fortificare la vita interiore nello scambio del tu per tu con il Maestro intimo, nostro Signore Gesù Cristo e nel contempo dilatare i desideri, anzi l’appassionarsi per la «salvezza delle anime», come s’usava dire allora. E anche questo – me ne rendo conto ora – era un «guardare gli uomini come esistono davanti a Dio».
Perché è soprattutto degli uomini che si può dire «che essi esistono soltanto come visti da Te, solo come visti da te noi uomini esistiamo, Signore».

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Questa voce è stata pubblicata il 21/08/2018 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO.

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