COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXI Domenica del Tempo Ordinario (B) Lectio

XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

XXI-B

Giovanni 6, 60-69
Silvano Fausti

1. Messaggio nel contesto

“Questo vi scandalizza?”, chiede Gesù ai suoi discepoli di allora e di sempre, che all’improvviso subentrano ai “giudei” che prima “mormoravano” e poi “litigavano” (vv. 41.45). Gesù ha parlato di sé come del pane sceso dal cielo (vv. 32-47): mangiare la sua carne e bere il suo sangue ci fa vivere del suo amore verso il Padre e i fratelli (vv. 48-58). Ora che si è pienamente rivelato, chiede adesione a sé. Trova però il muro dell’incredulità non solo presso i giudei, ma anche presso i discepoli. Sono colti da una crisi che porta molti ad allontanarsi da lui.

Dono di Dio e incredulità dell’uomo hanno una storia antica che tende a ripetersi, soprattutto davanti a quel dono supremo che è il dono di sé. Già la caduta di Adamo nel giardino e di Israele nella terra promessa è l’incredulità davanti al dono. Questo comunque è originario e irrevocabile, come l’amore da cui scaturisce.

Gesù, dopo l’entusiasmo suscitato, ha deluso le loro attese messianiche. Oltre che un fatto storico, è un ammonimento alla comunità cristiana. Si può essere affascinati dalle sue opere, ma non accogliere la sua persona ed essere apostati, lontani da lui. Addirittura tra i dodici serpeggia il tradimento (vv. 64b.71). Giuda rappresenta per la comunità il risvolto ultimo, oscuro e minaccioso, dell’incredulità.

È un dialogo serrato tra Gesù e i suoi, messi in crisi dal fatto che il pane di cui si vive è la sua “carne data per la vita del mondo” (v. 51). La salvezza dell’uomo passa attraverso la croce del figlio dell’uomo! Neppure Pietro l’ha accettata (cf. Mc 8,31-33; Mt 16,21-23) e nessuno dei discepoli l’ha capita (cf. Lc 9,44s; Lc 18,31-34). Lo scandalo, che toccò ai discepoli davanti alle predizioni della passione, colpisce anche noi davanti all’eucaristia. Infatti mangiare la sua carne e bere il suo sangue ci assimila a lui. Lo scandalo è duplice: da una parte Gesù non realizza, ma capovolge i nostri sogni messianici, dall’altra noi siamo chiamati ad essere come lui.

Sia per i giudei che per noi, sia per i discepoli che per i Dodici, la croce è il fallimento estremo. Invece del Messia glorioso, che ha in mano tutto e tutti, Gesù si mette nelle mani di tutti, come il pane. Invece di dominare si pone a servire e la sua realizzazione è la sua uccisione, in cui offre la sua vita per amore.

Sono in gioco due concezioni opposte di Dio e di uomo. Noi, come Adamo, vogliamo essere come quel dio sul quale proiettiamo il nostro egoismo, con la brama di avere, di potere e di apparire. Lui invece ha il volto dell’amore: è condivisione, servizio e umiltà. Noi vorremmo un dio a immagine e somiglianza della nostra carne, insufficienza in cerca di autosufficienza; siamo invece salvati se la nostra carne diventa immagine e somiglianza della sua, che è dono di sé fino alla morte.

La carne del figlio dell’uomo, che tanto ci scandalizza, lungi dal contraddire la sua origine divina, la rivela totalmente nel suo farsi dono d’amore, a salvezza di ogni carne. Veramente la sua “carne è il cardine della salvezza”. Chi l’accetta conosce chi è il Signore e ritrova la propria verità; chi non l’accetta, si allontana dalla vita e si pone nell’inautenticità.

Noi oggi possiamo non percepire lo scandalo della sua carne: possiamo celebrare l’eucaristia come un bel rito, senza riconoscere in essa il corpo del Signore e senza assimilarci a lui. Allora mangiamo e beviamo la nostra condanna, come quelli di Corinto (cf. 1Cor 11,29). Se non accettiamo di vivere della sua carne data per noi, non abbiamo il suo spirito nella nostra carne; siamo ancora nella morte, come quei discepoli che si allontanano dal pastore della vita, come Giuda che lo tradisce.

Ma questo è il grande mistero: chi lo rifiuta (e chi lo accetta davvero?) confeziona il “suo” pane. Infatti lo uccide. Ma lui dona la sua vita a chi gliela toglie e si fa pane per tutti. Innalzato sulla croce, manifesta la sua gloria e si rivela “Io-Sono” (8,28), perché chiunque lo vede e crede in lui, abbia la vita eterna (3,14s). Guardando a colui che abbiamo trafitto (19,37), vediamo quanto Dio ama il mondo, fino a dare il suo proprio Figlio unigenito per salvarlo dalla morte (3,16).

Nei vv. 60-63 Gesù conferma, senza mezzi termini, lo scandalo della croce. Nei vv. 64-66 denuncia l’incredulità di alcuni discepoli, che poi diventano “molti” (vv. 64a.66); nei vv. 67-69 provoca i Dodici a riconoscerlo, insieme con Pietro, come il Santo di Dio, che ha parole di vita eterna. Eppure, anche tra loro, Gesù sa che c’è un traditore (v. 70s).

Gesù è il Figlio dell’uomo che dà la sua carne per la vita degli uomini. Lo scandalo della croce è giudizio e salvezza del mondo: ne svela la menzogna e lo salva, rivelandogli un Dio che ama sino a dare la propria vita per chi lo uccide.

La Chiesa patisce questo scandalo come tutti. Davanti all’eucaristia è chiamata a vivere della sua carne, che mangia. Anche se lo riconosce, è sempre esposta al rinnegamento e al tradimento, come Pietro e come Giuda.

2. Lettura del testo

6,60: Allora molti dei suoi discepoli. Prima erano i giudei, ora sono i suoi discepoli, distinti dai Dodici, a non accogliere la Parola; alla fine sarà anche “uno dei Dodici”. La resistenza dei discepoli è la stessa del lettore davanti a quanto Gesù ha appena detto, la stessa che prova davanti all’eucaristia chiunque comprenda ciò che celebra.

dura è questa parola, ecc. La durezza sta nella sua parola o nel nostro cuore che non la accoglie? La sua parola di amore si scontra inevitabilmente con il nostro egoismo; esso ci acceca talmente che il bene ci sembra male e il male bene. Per questo dice il Signore: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri e le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8).

6,61: Gesù, conosciuto in se stesso, ecc. Gesù conosce la nostra reazione in se stesso, ancora prima che dalla nostra parola: “La mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta” (Sal 139,4). Il figlio conosce l’incredulità dei fratelli davanti all’amore del Padre: è il male dal quale è venuto a guarirli, a costo della sua vita.

questo vi scandalizza? La parola “scandalizza” esce in Giovanni solo qui e in 16,1. Oggetto dello scandalo è che il pane di vita sia la sua carne data per la vita del mondo. È lo scandalo della croce. Essa, per i discepoli come per il mondo, è debolezza e stoltezza estrema, naufragio di ogni speranza; ma per Dio è la forza e la sapienza estrema dell’amore. Accettare la carne di Gesù data per noi è la nostra salvezza. È però importante avvertire lo scandalo, per superarlo. Chi non lo avverte, neppure si accorge della novità assoluta che ha davanti e la ridurrà sempre a qualcosa di ovvio. L’ovvietà religiosa è il primo nemico di Dio, che di sua natura è altro – è l’Altro! Lo riduce infatti a semplice proiezione dei deliri dell’uomo.

6,62: se vedeste il Figlio dell’uomo salire dove era prima? Prima il figlio dell’uomo era in cielo, da dove è sceso (cf. vv. 33.38.41.42.50.51.58). La sua discesa è la sua venuta tra noi, il suo farsi carne. La sua salita è il suo ritorno, la sua glorificazione, che per Giovanni è la croce, dove il figlio dell’uomo si fa pane di vita. Lo scandalo, che i discepoli subiscono nella sinagoga di Cafarnao, anticipa quello che subiranno il venerdì santo, quando lo vedranno innalzato.

6,63: lo Spirito è colui che dà vita; la carne non giova a nulla. Il senso immediato è evidente: la vita viene dallo Spirito, non dalla carne, che è viva solo per lo Spirito. Ma l’affermazione si riferisce a Gesù o ai discepoli? Dovrebbe essere una spiegazione del versetto precedente, che parla del figlio dell’uomo che sale dove era prima e da dove manderà lo Spirito. La sua carne terrena non può darci lo Spirito prima di “salire”, prima di dare la vita per noi. Il chicco di frumento, se non muore, non porta frutto (cf. 12,24). Potrebbe però riguardare anche i discepoli. Essi, per superare lo scandalo, devono prima vederlo innalzato sulla croce; solo dopo possono gustare la sua carne e bere il suo sangue, ricevere il suo Spirito e vivere di lui.

le parole che ho detto a voi sono Spirito e sono vita. Ci sono parole che tolgono il respiro, chiudono il cuore e uccidono; le sue parole, che noi consideriamo dure e inaccettabili, ci danno in realtà il respiro di Dio e ci aprono alla sua vita: sono parole di vita eterna, come dirà Simon Pietro (v. 68). Chi supera lo scandalo e accoglie la sua parola di figlio, ha il dono dello Spirito e della vita di Dio.

6,64: ci sono tra voi alcuni che non credono. Al suo amore si oppone il nostro egoismo: uno capisce solo il proprio linguaggio, presta fiducia a ciò che conferma quanto già pensa. I motivi della fede e dell’incredulità non stanno nella testa ma nel cuore, non nella ragione ma nella situazione concreta che si vive. Solo chi è sufficientemente libero dall’egoismo e dalle paure, è capace di aprirsi a parole di amore e fiducia.

Gesù infatti conosceva dall’inizio, ecc. Si sottolinea, come spesso in Giovanni, la conoscenza divina di Gesù. Egli conosce il nostro male, che è l’incredulità. Il Maestro sta parlando ai discepoli; non si tratta quindi dell’incredulità del mondo, ma della chiesa stessa. Si può infatti celebrare l’eucaristia e non riconoscere il corpo di Cristo, perché il nostro agire è opposto al suo (cf. 1Cor 11,20-22). Si può essere discepoli a parole, senza credere alla Parola, alla Parola della croce che ci salva. Si può addirittura stare alla sua mensa e tradirlo (cf. 13,2.11.18.21-30). Eppure il Signore ci ha chiamati e amati, sapendo in anticipo chi siamo. Non i sani, ma i malati hanno bisogno del medico (cf. Mc 2,17p).

6,65: nessuno può venire a me se non gli è dato dal Padre. (cf. v. 44). Gesù ribadisce che credere al Figlio è dono del Padre. Questo dono è offerto a tutti i suoi figli. Se così non fosse, Dio non sarebbe il Padre di tutti e Gesù non sarebbe il Figlio, per il quale tutto è stato creato (cf. 1,3). L’incredulità è il grande mistero della libertà dell’uomo, che, schiavo dell’ignoranza e del vizio che ne consegue, è incapace di rispondere all’amore con l’amore. La “colpa” dell’incredulità, sia qui che al v. 44, sembra addossata al Padre più che ai suoi figli. È un paradosso attribuire a Dio la responsabilità ultima del nostro male; ma è anche l’unica possibilità di risolverlo. Se infatti a lui spetta l’ultima parola, è chiaro che non sarà cattiva come la nostra. Per questo il Figlio, che conosce il Padre, si addosserà sulla croce il male del mondo. Se è Dio che dà la fede, tanti si chiederanno: “Perché a me non la dà?”. Se però fanno questa domanda, significa che già hanno il desiderio della fede. Si tratta di un seme, innato nel cuore di ogni uomo, che presto o tardi germinerà. Meglio presto che tardi.

6,66: da questo momento molti dei suoi discepoli. Molti suoi discepoli, non solo “alcuni” (v. 64), non credono, perché trovano dura e scandalosa la Parola.

si tirarono indietro, ecc. Invece di andare dietro a Gesù, si tirano indietro da lui. Invertono la direzione della loro vita e non camminano più “con lui”: si allontanano dalla compagnia del Figlio, abbandonano la propria verità e tornano nelle tenebre. Questa crisi colse molti di quelli che all’inizio lo seguirono con entusiasmo, fino a quando videro che non realizzava le loro attese. La stessa crisi, anche inavvertitamente, prende ogni discepolo che non vive ciò che celebra nell’eucaristia. L’eucaristia infatti può essere un puro far memoria del Signore senza fare ciò che lui ha fatto. Per questo nell’ultima cena Giovanni non racconterà l’istituzione dell’eucaristia, bensì la lavanda dei piedi (13,1ss), per mostrare cosa essa comporta per la vita di ogni giorno. Questi discepoli, pur avendo finora seguito il Signore, non hanno ancora il cuore convertito. Pensano e agiscono come gli altri: sono ancora “dal mondo”. È lento il cammino verso la libertà, con molte soste e cadute.

6,67: Gesù disse ai Dodici: Non vorrete andarvene anche voi? I Dodici sono distinti dagli altri discepoli. Gesù chiede se lo vogliono abbandonare anche loro. Non è che voglia provocare una crisi: li provoca invece a riconoscerla, per risolverla. I più grandi tradimenti si consumano nell’incoscienza: il male è il frutto amaro del dolce sopore dell’oblio.

6,68: rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. La risposta di Pietro, a nome dei Dodici, è un’adesione di fede, parallela a quella che Marco e Matteo pongono alla fine della sezione dei pani (cf. Mc 8,27-29; Mt 16,13-16), e Luca immediatamente dopo il fatto dei pani (cf. Lc 9,18-20). Pietro aderisce a lui e alla sua promessa di vita, anche se non ne capisce e condivide il modo (cf. Mc 8,31-33; Mt 16,21-23). Ama veramente Gesù e le sue parole, anche se non le comprende. Il suo è un inizio di fede, che si completerà nell’esperienza successiva, attraverso fughe e rinnegamenti. Solo dopo capirà chi è Gesù e cosa significano le sue parole.

6,69: noi abbiamo creduto e conosciuto. Credere è qui esplicitato come conoscere, altrove come vedere. La fede è conoscenza e visione, non irrazionalità e oscurità. Chi non ha fiducia nel Figlio e nel Padre, non conosce la realtà: non vede sé come figlio, né gli altri come fratelli, né il creato come dono del Padre. Conosce e vede solo i propri deliri e le proprie paure, che proietta su tutto e su tutti.

il santo di Dio. L’espressione indica la massima vicinanza a Dio e corrisponde a “Figlio di Dio” (cf. Mt 16,16: “tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”). “Santo di Dio” e “Figlio di Dio” in Mc si trovano sulla bocca dei demoni, che conoscono l’identità di Gesù (cf. Mc 1,24; 3,11; 5,7). Il nostro modo di concepire Dio è sempre diabolicamente ambiguo: sarà sdemonizzato solo dalla croce, dove conosceremo “Io-Sono” (8,28). La fede di Pietro, pur nella sua ambiguità, è valida; rappresenta quell’attaccamento alla persona di Gesù e alle sue parole che, dopo la croce e il dono dello Spirito, potrà decantarsi dalle sue impurità e fiorire nella sua verità.

3. Pregare il testo

  • Entro in preghiera come al solito.
  • Mi raccolgo immaginando di essere nella sinagoga di Cafarnao.
  • Chiedo ciò che voglio: riconoscere lo scandalo della croce.
  • Medito e contemplo ogni parola che Gesù dice.
  • Testi utili: Sal 23; Gdc 7,1-8; Is 55,1-11; Mc 8,27-33; Mt 16,13-23; 1Cor 11,17-34.

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 23/08/2018 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B) con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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