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Meditazioni sul Vangelo di MATTEO – Fausti (5)

Meditazioni sul Vangelo di Matteo
Silvano Fausti


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Testo word Fausti – Matteo 5 (Discorso escatologico)
Testo  PDF  Fausti – Matteo 5 (Discorso escatologico)

DISCORSO ESCATOLOGICO
Matteo 24-25

In Matteo 24,3 i discepoli chiedono a Gesù quando e quale sarà il segno della sua venuta e della fine del mondo. È bene chiarire che la Parusia sarà il compimento del tempo, non la sua fine; non è che il mondo finirà o verrà distrutto, piuttosto si compirà. Il problema allora, è quando e quale sarà il segno. Gesù prima dice il quando, un quando che ha molti “quando” e alla fine del discorso dice: Non sapete né il giorno né l’ora. Questo perché ogni momento è il quando della venuta del Signore; ogni nostro istante ha valore escatologico definitivo, è come ogni passo che ci avvicina alla meta.

A tale domanda dei discepoli Gesù risponde: Guardate che nessuno vi inganni. Purtroppo sul quando esistono tantissimi inganni: basta vedere quante rivelazioni oggi ci sono in merito alla fine del mondo. L’uomo è facilmente ingannabile sulla fine della vita poiché vive in ansia a causa del suo non sentirsi figlio, per cui teme la sua morte come la fine di tutto e cerca di evitarla a tutti i costi. Se uno venisse a me e mi dicesse di avere il potere di allungarmi la vita, o mi dicesse quando avverrà la mia morte, o quanto ancora vivrò, la sua proposta certamente farebbe presa su di me. Infatti, la miglior presa è quella che dice: “Ti do la salvezza!”. Il Vangelo, invece, non vuole donarci la salvezza, piuttosto ci vuole far vivere da salvati, da figli oggi; dopo si raccoglierà ciò che si è seminato. Matteo sottolinea proprio questo aspetto e, infatti, dopo il capitolo della vigilanza (Mt 24), pone il capitolo che mostra concretamente come vigilare (Mt 25), attraverso la parabola delle dieci vergini e quella dei talenti. Questo perché dobbiamo, già nel presente, vivere la venuta dello sposo, il presente è il luogo della testimonianza; se la partita dura novanta minuti, non si può aspettare di giocarla dopo il novantesimo minuto.

Molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo…In quante salvezze confidiamo? In un numero infinito! Pensiamo al nostro secolo: quante salvezze abbiamo sperimentato! La scienza che ci salva; i partiti che ci salvano; il comunismo che ci salva; il fascismo che ci salva; la Chiesa che ci salva. Tutto questo non è il Cristo! Nemmeno la Chiesa è Cristo. Scambiare Cristo con la Chiesa vuol dire essere idolatri, poiché la Chiesa non è Cristo ma è il mezzo che ci media Dio; la Chiesa non è il Regno di Dio, piuttosto è il suo strumento, strumento aperto a tutti. Matteo inoltre, sottolinea il fatto che non solo perché apparteniamo fisicamente alla Chiesa, siamo salvi, per esserlo dobbiamo vivere da figli e da fratelli.

Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; bisogna che tutto questo avvenga…La parola “bisogna”, è riferita alla croce di Cristo. Il male c’è, ed è necessario che esca, che si spurghi. La storia, infatti, è lo spurgarsi della violenza dell’uomo, e sulla croce è già uscito il massimo male, perché uccidere Dio; l’autore della vita, è il massimo male. Tuttavia, questo avvenimento si è trasformato nel massimo bene: la vita donata per tutti. La storia, allora, è il ripetersi della croce, della storia dell’agnello e del lupo.

Ma non è ancora la fine. La fine, non è il male, poiché esso rappresenta il principio di doglie. Tutto questo male non è prerogativa della morte ma sono doglie di parto che conducono alla nascita della creazione nuova. La creazione nuova è l’uomo che vive da figlio e fratello, che testi-monia il Vangelo, nonostante la presenza del male. Il male, dunque, è ciò che ti genera come figlio, come agnello. Infatti, nel versetto nono si parla di ciò che avverrà al discepolo. Questi sperimenterà le stesse cose del suo Signore: sarà consegnato, tormentato, ucciso, odiato a causa di Cristo.

All’interno della Chiesa poi, sorgeranno falsi profeti, i quali diranno che il male non deve esistere, che bisogna fare di tutto per eliminarlo, che bisogna strappare le zizzanie. Gesù, aggiunge che si raffredderà l’amore di molti a causa della crescente anomia1, nel senso che la crescita della perversità delle persone, piano piano diventa un’aria che si respira, per cui con l’andare del tempo, anche noi ci adeguiamo ad essere senza speranza, senza amore, come tutti. Il vero pericolo è quello di raffreddarsi nel proprio amore, poiché ci adattiamo al modo di vivere degli altri.

Tuttavia, questa storia impregnata di male, di inganni profondi, è una storia finalizzata all’annuncio. Bisogna testimoniare in tutto il mondo il Vangelo, ed il Vangelo è che siamo figli; nel male devo testimoniare la presenza del Figlio che si fa fratello. …e allora verrà la fine. Meglio ancora sarebbe dire che verrà il fine, ed il fine del creato è rivelare la gloria dei figli di Dio, proprio attraverso i discepoli che sono luce per tutti. Il male che c’è nella storia del mondo e nella nostra storia personale, non deve né turbarci, né spaventarci, tantomeno scandalizzarci, poiché esso è il luogo della rivelazione dei figli di Dio, è il luogo della testimonianza.

Questa, dunque, è la prima parte del discorso, cui seguono una seconda ed un terza. La seconda parte è decisiva: Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, predetto da Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda – allora chi è in Giudea fugga verso il monte, chi è sul tetto non scenda in casa a prendere niente … Cosa vuol dire tutto questo? Gesù si riferisce alla storia di Daniele, cioè a quando Antioco Epifane aveva fatto erigere nel tempio di Gerusalemme la statua di Giove; si riferisce anche alla distruzione prossima di Gerusalemme, o appena avvenuta per i lettori di Matteo.

Chi legge comprenda. Al posto di Dio, del tempio, c’è l’abominio della desolazione, ed è lì che dobbiamo stare attenti e dobbiamo fuggire. C’è, infatti, qualcosa che tiene il posto di Dio: quello è il momento della fuga e del martirio. Mentre tutte le altre contrarietà sono luogo di sofferenza, luogo delle doglie del parto, l’abominio della desolazione, invece, è sintomo che c’è qualcosa che si pone come assoluto, come Dio, come legge nella storia: allora è il momento della testimonianza decisa. Non bisogna stare a questo gioco! Allora la terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia… (Ap 13). Capita in ogni epoca, anche nella nostra vita personale, che c’è qualcosa di assoluto a cui subordiniamo tutto. Quello è il nostro dio. Quella, allora, è la fine del mondo in senso negativo. Accade ciò tutte le volte che poniamo l’idolo al posto di Dio, fosse anche il mio ministero, anche questo idolo mi conduce alla fine del mondo. Lì non dobbiamo starci, per cui dobbiamo fuggire. Ognuno di noi ha il suo dio privato al quale sacrifica anche la propria vita. La fine del mondo, allora, è tutto questo, è il sacrificare la vita a queste cose. Siamo chiamati al discernimento per cui, tutto ciò che occupa il posto di Dio (l’abominio della desolazione) ci uccide. Chi legga comprenda! Tra l’altro, questa fine avviene sulla croce, accade in un qualche modo l’assurdo: Dio si mette nel posto del male.

Allora se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui,” o: “È là,” non ci credete. Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l’ho predetto. Cosa ci ha predetto Cristo? Come vivere da figli e fratelli in questa vita. L’unica cosa a cui dobbiamo credere è alla sua Parola, tutto il resto è menzogna, non dobbiamo crederci! S. Paolo dice che anche se dovesse venire a noi un angelo e ci dicesse il contrario, non dobbiamo credergli. La morte del Signore, alla luce della risurrezione, è la predizione di tutto! È l’ultima profezia, non ce ne sono altre. Questo discorso escatologico vuole disinnescare la potenza di alienazione, di allarmismo, di paura diabolica che esso contiene. È in questo allarmismo, infatti, che si scatena la paura, la menzogna, il male.

Come la folgore viene da oriente e brilla fino ad occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Il Signore sarà ben visibile come un lampo che illumina tutto. Dove avverrà? Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi. È un’immagine strana, probabilmente Gesù allude alla sua morte.

Dopo queste tribolazioni... La fine del mondo, infatti, avviene dopo tutto questo, ed indica un atto che viene da Dio, che non è prodotto dall’uomo, dal male, dalle guerre. La fine del mondo è l’apparire del Figlio dell’uomo. Con tale venuta il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e saranno sconvolte le potenze dei cieli. Tutto ciò è esattamente ciò che avviene con la crocifissione di Gesù, crocifissione che è l’anticipo della fine del mondo.

Allora comparirà il segno nel cielo il segno del Figlio dell’uomo. Questo segno è il segno di Giona, il segno della morte del Cristo, della sua vita data per noi che è salvezza per tutti. Tutti si batteranno il petto, così come davanti alla croce, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con potenza e gloria grande. Sulla croce quest’uomo viene davvero riconosciuto come Figlio di Dio.

Il finale sarà che Egli invierà i suoi angeli “apostelli”, coloro che annunciano, con la tromba, per riunire gli eletti. La fine del mondo, quindi, sarà la riunione di tutti noi, in quanto figli, attorno alla croce che è il segno dell’amore di Dio per l’umanità. Solo allora, saremo sempre con Lui. La croce, infatti, rappresenta le braccia aperte di Dio che abbracciano il mondo; è il ritorno alla casa del Padre da parte di tutti gli uomini, nel Figlio che si è posto nell’abisso del nostro male.

Il fine della nostra vita è proprio quello di scoprire la gloria della croce, la regalità di Cristo (“Kyrios”), la passione di Dio per noi, è il riunire tutti gli uomini attorno all’amore del Padre, è il vivere da figli. È proprio vivendo così, che esce quel male (che deve uscire), male portato da noi nelle nostre croci quotidiane e dalla nostra capacità di seguire l’agnello.

Matteo nei versetti che vanno dal 34 al 41, insiste nel dire di stare molto attenti a non cercare quando sarà il tempo, perché nessuno può saperlo. Ogni ora è da vivere, per cui: Vegliamo! Ogni momento è da vivere nell’attesa: ciò che devo volere in ogni istante è l’incontro con il Signore, attraverso lo spessore della storia di male che c’è in me e fuori di me.

Come testimoniare il Signore in questa situazione, cioè nelle guerre, nell’odio, nella menzogna, negli inganni profondi, fra tanti falsi profeti, nell’abominio della desolazione, è lasciato al nostro discernimento e al dono dello Spirito che abbiamo. Il male non ci impedisce di vivere da figli, anzi è il luogo che ci chiama proprio a questo.

Davvero interessanti sono le parabole della vigilanza. La prima è quella del fico che è un richiamo all’albero della croce. Quando avverranno tutte queste cose sappiate che è vicina la stagione dei frutti. Tutte queste predizioni vengono paragonate al germogliare del ramo del fico, fico che è il primo frutto, che indica la vita, che viene dopo l’inverno. Dobbiamo saper leggere queste cose in modo diverso, non come un incombente catastrofe, ma come l’arrivo della primavera, con gioia; allo stesso modo, dobbiamo saper leggere la morte non come la fine di tutto, ma come incontro con il Signore.

Amen vi dico, non passerà questa generazione prima che tutto questo accada. L’evangelista avrebbe potuto cancellare questa frase se il Signore avesse sbagliato (come dicono, invece, molti esegeti nazionalisti tedeschi), eppure non l’ha omessa: vuol dire che sapeva bene cosa scriveva. Infatti Cristo non si sbagliava, e dopo due giorni è avvenuta la sua morte: il fico secco ha donato il frutto pieno dell’amore di Dio per l’uomo; c’è stata la riedificazione del tempio dopo tre giorni; la fine del mondo vecchio e l’inizio del nuovo. Tutto questo, poi, è capitato a Cristo, ma anche alla sua generazione con la fine di Gerusalemme, e capita ad ogni generazione. Il discorso escatologico non serve per dire “Stai attento a ciò che ti capiterà!”, ma per dirci qual è il cammino da percorrere, per dirci qual è il nostro punto di arrivo: è normativo per la vita presente. Tutto questo è ancora più chiaro con l’esempio che Gesù dà, dicendo che ai tempi di Noè mangiavano, dormivano, prendevano moglie e marito e che per questo ci fu il diluvio, ed è per questo che, invece, Noè si salvò. Cosa facciamo noi oggi? Vendiamo, compriamo, mangiamo, beviamo, ci sposiamo, non ci sposiamo: viviamo, cioè, la vita normale. È in questa vita normale che uno si costruisce il diluvio e l’altro l’arca della salvezza; dipende da come viviamo la quotidianità. Per questo: Vegliate! Perché la venuta del Signore non sia come quella del ladro il quale ci toglie tutto. Se faccio consistere la mia vita nelle mie azioni e nelle cose che ho, è chiaro che la venuta del Signore è come un ladro, il ladro della mia esistenza. Se, invece, il mio tesoro è l’incontro con Dio, la sua venuta è l’incontro con lo sposo.

Seguono le parabole duali, del duplice atteggiamento. La prima è quella del maggiordomo, del servo incaricato degli altri. Ognuno di noi è incaricato degli altri ed è responsabile del fratello. La seconda è la parabola delle dieci vergini, ossia l’incontro delle nozze. L’ordine non è casuale, poiché prima deve esserci la responsabilità verso gli altri, e solo dopo può avvenire l’incontro nuziale, la Parusia, il fine della vita. Tutta la mia vita è una preparazione alle nozze, all’unione con Dio. La terza parabola è quella dei talenti. Cosa devo fare mentre aspetto l’incontro con il Signore? Devo duplicare i doni. Dio, infatti, mi ha fatto un dono, quello di essere suo figlio. Tuttavia io faccio una cosa che Lui non può fare: vivere da fratello. È in questo modo che riduplico il dono. Il mio essere fratello, dipende da me, è lasciato alla mia libertà. Del talento che Dio mi ha dato (essere figlio), posso farne ciò che voglio, posso rendergli altrettanto, oppure il doppio. Alla fine, però, ci sarà il quadro definitivo dell’averlo riconosciuto o meno, nei fratelli.

Come abbiamo visto, le parabole del discorso escatologico non è che rivelano con terrore ciò che accadrà, piuttosto dicono cosa sta capitando adesso: il mio giudizio lo scrivo ora, con le mie azioni. E come sto agendo ora? Come il servo stolto, o come il servo fedele e saggio? Come la vergine stolta o come la vergine saggia? Come chi seppellisce il talento, o come chi lo fa fruttare? Come chi accoglie il Signore nel fratello povero, o come chi lo rifiuta? Come vediamo, l’escatologia, rimanda tremendamente al presente, cioè facendoci vivere il presente con intensità.

Parabola delle dieci vergini

Sarà somigliante il regno dei cieli a dieci vergini le quali, avendo preso le lampade loro, uscirono per l’incontro dello sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; quelle stolte presero le loro lampade ma non presero con sé l’olio nei vasetti assieme alle loro lampade. E temporeggiando, lo sposo2, cominciarono ad assonnarsi3 e dormirono4. Nel mezzo della notte si levò un grido: Ecco lo sposo, uscite all’incontro con lui! E risuscitarono tutte quelle vergini e resero belle le loro lampade. Ora le stolte dissero alle sagge: Date a noi dell’olio vostro, poiché le nostre lampade si spengono. Risposero le sagge dicendo: No, che non basti né per voi, né per noi; andate piuttosto dai rivenditori e compratevelo.5 E se ne andarono per comprare e venne lo sposo e le pronte entrarono con lui alle nozze e fu chiusa la porta. Alla fine giungono anche le altre vergini dicendo: Signore, Signore6, aprici! Ora rispondendo disse: Amen vi dico, non conosco voi. Vegliate dunque, poiché non sapete il giorno e l’ora.

Questa è la più bella immagine del nostro rapporto con Dio, è la nostra altra parte, è ciò che di bello c’è nella nostra vita, la gioia, l’amore, la tenerezza, la fedeltà, l’affidabilità, è lo sposo: noi siamo fatti per tutto questo. L’uomo è mancante, nel senso che la sua altra parte è Dio. Ciò che è capace di Dio non può essere riempito da nient’altro di meno di Dio. Per quanto ci affanniamo di comprendere la nostra mancanza, ci resta comunque un vuoto infinito, vuoto che un animale, ad esempio, non ha. L’uomo, avesse tutto a disposizione, ha comunque una parte mancante e più ha, e più è insoddisfatto, poiché è creato per l’infinito.

Sarà somigliante il regno dei cieli a dieci vergini. Il numero dieci delle vergini, indica la totalità, come ad esempio le dieci dita delle mani, la comunità che ha un minimo di dieci.

Avendo preso le lampade loro. La lampada di per sé non fa luce, piuttosto il coccio e lo stoppino, cioè sono le piccole cose insignificanti che sono chiamate a fare luce. Noi siamo argilla, Adam, chiamati a fare luce, luce che è il simbolo di Dio. Però, per fare luce, ovviamente, ci vuole l’olio.

Uscirono per l’incontro dello sposo. È molto bello vedere come il senso della nostra vita è uscire per andare a nozze, incontro allo sposo. La nostra prima uscita è quella dal grembo della madre e l’intera nostra vita è un costante uscire per andare altrove, finché non entreremo nella madre terra e dà lì, usciremo definitivamente per l’incontro con il Signore. Chi non vuole uscire, non può nascere. Il punto d’arrivo della nostra nascita è l’incontro con lo sposo. Questa prospettiva della vita è bellissima, poiché sarebbe alienante vivere con la prospettiva che più si andrà avanti e più sarà peggio. Sarebbe come andare a fare una bella scalata in montagna, quindi vedere bei panorami, bei fiori, ma, nello stesso tempo, sapere che in cima ad essa c’è qualcuno pronto a tagliarmi la testa. Certamente non salirei volentieri e non mi importerebbe nulla del panorama o dei fiori che ci sono. Allora, come possiamo vivere contenti se abbiamo questa cattiva ipotesi sull’esistenza? Ed è assolutamente inutile negare che in fondo, in fondo, tutti abbiamo questa immagine satanica di Dio, con cui talvolta neghiamo che Egli sia amore e che la nostra vita sia l’incontro con Lui. Eppure questo incontro lo desideriamo! Lo desideriamo e nello stesso tempo, ce lo vietiamo. La Scrittura dà nome a questo profondo desiderio, questo nome lo dà il Signore stesso con una promessa ed una realtà visibile nel segno definitivo della croce: il suo immenso amore.

La differenza tra le vergini sagge e quelle stolte, sta nell’aver preso l’olio prima di addormentarsi. Alla fine, infatti, tutti ci addormentiamo, sia che siamo saggi, sia che siamo stolti; il problema, allora, è prendere l’olio nel periodo in cui viviamo. Le vergini sagge, infatti, avevano preso l’olio nei vasetti. Il tempo intermedio – temporeggiando – è come un vasetto dove puoi mettere tutto o niente. Ogni secondo è un vasetto, anzi gli antichi dicevano che un sessantesimo di secondo è il tempo utile per compiere un atto di intelligenza e di volontà. Ogni sessantesimo di secondo è un vasetto che può essere pieno di “vuoto” (vanità, empietà, vanagloria, ecc..), per cui si è stolti, o pieno di “olio” (fare, cioè la volontà del Padre ed essa è che viviamo da figli e fratelli), quindi siamo saggi.

Con il tardare dello sposo – temporeggiando – tutte le vergini si addormentano. Anche se dormono, però, non è indifferente ciò che hanno fatto durante il giorno.

Nel mezzo della notte si levò un grido: Ecco lo sposo, uscite all’incontro con lui! La nostra vita è un giorno, il più bello avviene in fondo alla notte, è il mistero della morte (il grido: Ecco lo sposo!). la nostra morte, il nostro limite assoluto, non è la negazione di noi, piuttosto la comunione con Lui. Questo è il grido, questa è la sorpresa! Se durante il giorno ho vissuto accumulando olio, davvero entro alle nozze con la mia lampada accesa. Se, invece, nella mia giornata, ho investito tutto altrove, la mia giornata è vuota. L’inferno è proprio questo: la vuotezza della mia vita che verrà bruciata. S. Paolo dice: Lui si salverà attraverso il fuoco… (1Cor 3,9). In me c’è qualcosa che si salva, il figlio di Dio, ma di tutto quel che ho fatto nulla si salverà se non è sensato. Ed è brutto che si bruci tutta la mia vita, che mi vergogni di tutta la mia esistenza, che sia nato per il nulla. La vita mi è data perché io la viva in pienezza. La prima uscita, allora, è la nascita, al mattino; la penultima è data dall’assenso, dal dormire; l’ultima, invece avviene nella notte. Tutti usciamo, tutti risorgiamo (infatti non a caso c’è la parola risuscitarono), risorgiamo con il corpo, cioè con la lampada, con il vaso, tuttavia rimane il problema dell’olio. Se nella nostra lampada c’è olio, essa ha luce, e questo olio lo procuro vivendo in modo filiale e fraterno nella quotidianità. Se non ho preso prima l’olio, dopo non avrò più modo per farlo, poiché la mia vita ha un termine. La vita mi è data perché io compri olio. Le vergini, tornate indietro, trovano la porta chiusa, questo vuol dire che con la morte, la vita si chiude. Non possiamo dire che c’è tempo, poiché il tempo è già questo, non ce n’è un altro. L’uomo è convinto di avere sempre tempo, almeno fino a quando non vede chiudersi la porta.

La saggezza, nel Vangelo di Matteo, non è dire “Signore, Signore!” ma è fare la volontà del Padre e, cioè, amare i fratelli. Questo olio, questa saggezza è il dono dello Spirito che fa sì che la mia lampada arda della luce divina (Voi siete luce del mondo). Quello Spirito che rende sempre più luminosa la mia vita, che mi trasforma nel Figlio, durante tutta la mia esistenza, durerà in eterno. La morte non è altro che l’uscita all’incontro definitivo, in cui porterò con me quanto ho fatto: l’olio che ho comprato.

Signore, Signore, aprici! Il tempo che stiamo vivendo è preziosissimo, per cui: Vegliate, poiché non sapete il giorno e l’ora. Ora, invece, sappiamo il giorno e l’ora. Il giorno è questo! L’esistenza è un solo giorno. L’ora è questo istante! Ogni istante è il momento per comprare questo olio, cioè è tempo di vivere da figli e fratelli.

È chiaro ormai, come il discorso escatologico riconduca al presente: qui e ora. Questo è il momento in cui mi procuro le dimore eterne.

Alla luce di questa parabola è necessario vedere concretamente come stiamo vivendo questo tempo, cioè se stiamo dicendo Signore, Signore, oppure se stiamo effettivamente acquistando olio.

1 Anomia: insieme di situazioni derivanti da una carenza di norme sociali.

2 Il problema è proprio il temporeggiare: la Parusia ritarda! Questo è il grosso problema della Chiesa, di Pietro che si domanda perché il Signore ritarda. È molto bella la risposta che dà: una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. (2Pt 3,9) Dio ritarda la sua venuta perché è paziente con noi e vuole che tutti ci convertiamo, si aspetta che facciamo giudizio. Sono certo che, presto o dardi, tutti adempiremo a ciò. Nel punto di morte, infatti, l’uomo adempie pienamente al Vangelo, poiché lascia tutto e si trova innanzi a Dio. Allora, capisce tutte quelle cose che non aveva compreso prima. Dio vuole che viviamo ora da figli, per questo ci dona l’opportunità di questa vita; il momento che stiamo vivendo è gravido di eternità, è il momento in cui viviamo da figli, è un momento in cui gestiamo in noi il Figlio di Dio, e tutto ciò è lasciato alla nostra libertà.

3 È il tipico assenso alla vita che tutti abbiamo.

4 Stolti o saggi, tutti ci addormentiamo.

5 Questo è l’ammonimento della parabola, ci esorta ad andare ora che c’è tempo e non dopo, quando sarà troppo tardi.

6 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli… (Mt 7,21)

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Questa voce è stata pubblicata il 27/08/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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