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Lectio sulla Prima Lettera ai CORINZI – Carrarini (1)


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Testo word Lectio sulla Prima Lettera ai Corinzi – Carrariri (1)
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LA PRIMA LETTERA AI CORINZI (1)
Una chiesa si interroga sulla sua fede

LETTURA BIBLICA E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

INTRODUZIONE GENERALE

(…) L’accoglienza della fede da parte dei pagani e la formazione di comunità miste (ebrei e pagani) ha comportato ben presto il problema di tradurre le esigenze della fede nella cultura e nelle tradizioni di vita dei vari popoli, superando le forme religiose dell’ebraismo nel quale era nata. Questo lavoro di inculturazione della fede nel mondo pagano, iniziato da Barnaba e Paolo, con un’intuizione missionaria fortemente voluta dallo Spirito Santo, ha suscitato molte difficoltà con i credenti di origine ebraica, ma anche molti problemi all’interno della cultura e del modo di vivere pagano. Questo lavoro sarà proseguito dalla terza e quarta generazione cristiana e poi dai Padri della Chiesa e dai grandi Vescovi d’Oriente e d’Occidente.

La Prima Lettera ai Corinzi è uno specchio ed un esempio concreto (anche se limitato e parziale) di questo impegno di Paolo per tradurre le esigenze della fede nella cultura greca, o almeno nei problemi posti dalla vivacissima e un po’ sgangherata comunità cristiana di Corinto. Attraverso la lettura di questa Lettera potremo cogliere il grande sforzo fatto dai primi missionari del Vangelo per renderlo un messaggio comprensibile dai loro ascoltatori e capace di trasformare la mentalità e cambiare la loro vita.

Cercheremo di attualizzare la lettura di questa Lettera in rapporto alla situazione delle nostre Chiese, chiamate, all’inizio del terzo millennio, a rievangelizzare la nostra società occidentale sempre più secolarizzata. Siamo chiamati ad annunciare il Vangelo, e a concretizzarne le scelte conseguenti, in un contesto sociale in rapida evoluzione e caratterizzato dalla presenza di più culture che si sovrappongono e si contrastano tra di loro. Su tutte, comunque, si sta imponendo una cultura tecnico-scientifica e mercantile, che sembra prevalere e scardinare tutte le altre in un fenomeno di globalizzazione che coinvolge tutte le tradizioni, le culture, gli stili di vita, le identità dei popoli e delle religioni.

(…) Leggendo la Prima Lettera ai Corinzi non cercheremo la soluzione ai nostri problemi, delle ricette già pronte nella parola di Dio, ma cercheremo di cogliere uno stile di Chiesa nell’affrontare i problemi ed i valori di fondo ai quali ispirare le soluzioni concrete che lo Spirito Santo ispirerà anche alla nostra Chiesa perché risponda alla missione che le ha affidato.

L’APOSTOLO PAOLO E LA COMUNITA’ DI CORINTO

Prima di entrare nel vivo della Lettera ai Corinzi, ci ricolleghiamo al racconto degli Atti degli Apostoli e alla nascita di questa comunità, durante il secondo viaggio missionario di Paolo.

La nascita della comunità di Corinto (Atti 18,1-18)

Siamo negli anni 49-50 d.C., durante il secondo viaggio missionario, quello che ha portato Paolo e Luca a sbarcare in Europa. Dopo la fondazione delle Chiese della Macedonia e l’insuccesso di Atene (con il discorso nell’Areopago e gli scherni dei saccenti Ateniesi), Paolo arriva a Corinto, cosmopolita città di mare, dove si ferma un anno e mezzo. E’ ospite di una coppia di artigiani (piccoli industriali come si direbbe oggi) e lavora a fabbricare tende e coperte per l’esercito romano.

Corinto era un’antichissima città-stato greca, situata sull’istmo che separa il mare Egeo dal mar Ionio, ed era formata da due porti (Cencre e Lecheo), collegati tra loro da una via lastricata, lungo la quale venivano trascinate le merci per ricaricarle poi nell’altro porto su altre navi. La sua posizione geografica la rendeva una città di commerci, ricca e cosmopolita, malfamata e gaudente. Quella in cui arriva Paolo nel 50 d.C. è la “Nuova Corinto”, rifondata da Giulio Cesare nel 44 a.C. La vecchia Corinto era stata distrutta dai romani nel 146 a.C. perché aveva capeggiato la rivolta contro di loro. Nuova Corinto è la capitale della provincia romana dell’Acaia; è diventata la città più importante e ricca della Grecia con più di 500.000 abitanti. Sede dell’amministrazione romana e di fiorenti commerci, attirava immigrati da ogni regione dell’Asia. In essa dominava un’élite di dignitari e commercianti ricchissimi, sostenuta da una fiorente classe artigianale, commerciale e religiosa. La grande maggioranza della popolazione, però, era formata da operai portuali, lavoratori avventizi e schiavi. Era presente anche una nutrita comunità ebraica. Corinto era uno dei grandi crocevia europei non solo delle merci e del potere, ma anche delle culture, delle religioni, delle razze, delle mode, delle nuove elaborazioni e proposte. Diventa ben presto la fucina di un cristianesimo di matrice greco-romana. Qui Paolo viene continuamente sollecitato a compiere il suo grande sforzo di traduzione del Vangelo nelle categorie intellettuali e nei costumi di vita dell’Occidente romanizzato.

La missione di Paolo, nell’anno e mezzo della sua permanenza a Corinto, si svolge in due tappe:

in un primo tempo lavora manualmente durante la settimana con Aquila e Priscilla e predica il Vangelo al sabato nella sinagoga. Nascono dei conflitti con gli ebrei, fino alla rottura definitiva e alla formazione di un primo nucleo della Chiesa di Corinto, con Crespo e altri ebrei.

dopo l’arrivo di aiuti dalla Macedonia, si dedica a tempo pieno alla predicazione ai pagani con l’apertura di una “scuola” nella casa di Tizio Giusto, un italiano benestante che ospita l’apostolo e la comunità nella sua casa. Nascono gruppi di credenti nei due centri portuali, formati in gran parte da timorati di Dio provenienti dal paganesimo.

Questo impegno missionario di Paolo in terra greca deve aver incontrato molte resistenze, difficoltà, ostacoli, problemi, se Luca inserisce negli Atti una nuova apparizione che sostiene Paolo e lo incoraggia a non abbandonare la missione. Nelle parole messe in bocca al Signore si leggono non solo le lotte con gli ebrei (fino alla denuncia presso il Procuratore romano Gallione), ma anche le resistenze del mondo greco ed i problemi che incominciavano a sorgere.

La comunità di Corinto sarà la più amata da Paolo, ma anche quella che l’ha fatto più soffrire; gli ha dato più problemi ma, insieme, l’ha stimolato a spogliarsi della sua cultura ebraica e a ripensare la fede nelle categorie della cultura allora dominante. Per questa comunità ha speso molte energie, con ripetute visite ed inviandole varie Lettere (da 4 a 7), alcune andate perdute.

Lo stile “Lettera Pastorale” (1,1-9)

Nell’antichità era molto in uso (compatibilmente con i mezzi del tempo) scrivere “Lettere”, da mandare attraverso dei messaggeri, alle persone con le quali si voleva comunicare. La maggior parte di esse erano dei semplici “biglietti” con notizie personali, familiari, commerciali, di salute, di auguri, di ordini, di debiti o crediti, di fatti particolari. Venivano dettate a degli scrivani e stese su fogli di papiro. Alcune Lettere, invece, erano dei veri e propri trattati filosofici, storici, morali, di galateo… scritti sotto forma di lettera e indirizzati ad un discepolo, ma in realtà rivolti a tutti. Queste venivano scritte sulla costosissima ma molto più durevole pergamena.

Le Lettere presenti nel Nuovo Testamento sono un genere particolare di lettera – detto Pastorale – perché non sono dei veri e propri trattati teologici o morali (eccetto forse la lettera agli Ebrei), ma non sono neppure dei semplici biglietti personali (eccetto la lettera a Filemone). Nascono dall’esigenza di rispondere a dei problemi presenti nelle comunità e sostituiscono la viva voce dell’apostolo, impossibilitato ad essere presente di persona. Prendendo spunto da esigenze pastorali immediate, allargano la visuale al contenuto fondamentale del Vangelo e diventano così dei messaggi di approfondimento validi per tutte le Chiese. A partire dalla vita concreta delle comunità tracciano dei percorsi di fede, e di traduzione del Vangelo nella vita, che sono validi per ogni Chiesa in ogni tempo.

La Prima Corinzi è una lettera dettata da Paolo (e autenticata alla fine con la sua firma e una breve frase di saluto) durante la sua permanenza ad Efeso negli anni 54-55 d.C. E’ stata inviata a Corinto attraverso Timoteo. Non è la prima che manda (vedi 5,9-11: vi ho già scritto…) e si decide a dettarla dopo aver ricevuto notizie orali sulla comunità da parte di operai (o parenti) della famiglia di Cloe e dopo che gli è pervenuta una lettera degli stessi Corinzi, portata a Paolo da Stefana, Fortunato e Acaio. Si erano accumulate una serie di notizie e di problemi che Paolo non poteva rimandare alla sua visita, programmata per l’estate dell’anno seguente.

Pur essendo passati solo pochi anni dalla sua fondazione, la comunità di Corinto si era dimostrata molto vivace ma, insieme, anche molto problematica. Dopo il primo nucleo di ebrei convertiti (riuniti attorno a Crispo e Stefana) si formano altri gruppi di credenti, provenienti dal paganesimo, che si riuniscono nelle “domus” di alcuni convertiti benestanti. Questi mettono a disposizione la loro casa per le riunioni comunitarie e diventano così – secondo il costume sociale in uso nel mondo romano – i “patroni” di quella comunità. Nella consolidata tradizione romana del “patronato”, ogni “casa” rispecchiava un gruppo sociale, una “clientela” che conglobava familiari, parenti, amici, protetti, dipendenti, servi, schiavi, liberti di quel “patronus”. A Corinto sono citati Aquila e Priscilla, Erasto, Febe, Cloe, Stefana (come Lidia, Filemone, Andronico, Aristobulo e tanti altri citati nelle altre Lettere). Si può così arguire che la comunità di Corinto era formata da alcuni personaggi importanti, ricchi e ben inseriti nel contesto sociale e politico della città, e da un certo numero di persone più povere, lavoratori e schiavi, legate alla loro famiglia. La comunità cristiana era un po’ uno specchio della società del tempo.

Il concetto del patronato è importante per capire i problemi vissuti dai Corinzi e trattati da Paolo in questa Lettera. Bisogna notare subito che Paolo non ha mai voluto legarsi ad un patrono, facendosi mantenere da lui o facendo il “cappellano di corte”. Questo sarà un suo vanto in terra greca e il suo punto di forza per annunciare il Vangelo con libertà a tutti, senza compromessi o silenzi di comodo, con la parresia evangelica che permette di lodare o rimproverare, secondo le circostanze.

Le notizie più personali (16,1-24)

Le Lettere normalmente hanno questa struttura:

introduzione: presenta il mittente e i destinatari, i saluti, gli auguri, una preghiera;

corpo della Lettera: sviluppa gli argomenti che sono lo scopo dello scritto (a volte contiene delle brusche interruzioni, dei salti di tema, delle riprese, delle incongruenze… perché le Lettere venivano dettate in tempi diversi, in periodi lunghi, inserendo qualche altro scritto…);

conclusione: riporta notizie pratiche, progetti per il futuro, i saluti, le ultime raccomandazioni e l’autentica da parte del mittente.

Leggendo l’introduzione e la conclusione della Prima Corinzi possiamo già cogliere lo spirito e gli atteggiamenti con i quali Paolo apre il dialogo con la comunità, cercando di stabilire un rapporto costruttivo con quei credenti tanto amati e contestati, cercati e temuti, lodati e rimproverati.

L’INTRODUZIONE.

Segue lo schema normale delle Lettere, con la presentazione del mittente e dei destinatari, seguita da una preghiera di ringraziamento. Ruota attorno ad alcune espressioni chiave: Uniti a Gesù Cristo siete diventati il popolo di Dio… Dio stesso vi ha chiamati a partecipare alla vita di Gesù Cristo, suo Figlio e nostro Signore.

I Corinzi sono invitati a ricordare il fondamento della loro fede: la chiamata di Dio; il fine a cui essa tende: vivere come Dio vuole; la strada per raggiungerlo: imitare Gesù Cristo. Ringrazio sempre il mio Dio per voi, perché è stato molto generoso verso di voi. Vi ha arricchito con tutti i suoi doni per mezzo di Cristo Gesù. Il riconoscimento dei molti doni fatti da Dio alla Chiesa di Corinto porta Paolo ad unirsi a loro nel ringraziamento e nell’impegno di perseveranza. Sottolinea il positivo presente nella comunità, la ricchezza di fede che vive. Il fondamento della Chiesa è sempre nella fedeltà di Dio ad essa.

LA CONCLUSIONE.

Segue pure lo stile delle Lettere del tempo, con una serie di notizie di carattere pratico (la raccolta di fondi per la Chiesa di Gerusalemme; i progetti di viaggio di Paolo e la sua visita a Corinto; la composizione della delegazione incaricata di portare la Lettera, con la raccomandazione per Timoteo e la giustificazione per Apollo).

Prima di firmarsi, Paolo aggiunge un’ultima esortazione che richiama due atteggiamenti che possono tenere unita la comunità: Siate attenti, siate saldi nella fede, coraggiosi, forti. Fate ogni cosa con amore.

Riprende l’elogio dell’amore del capitolo 13, sottolineandone il primato nei rapporti comunitari; la forza della fede si vive nell’amore fraterno. Stefana e la sua famiglia si sono messi al servizio dei credenti. Ebbene, io vi raccomando, fratelli, di lasciarvi guidare da quelle persone e da tutti quelli che lavorano e faticano insieme con loro. L’atteggiamento di servizio nella comunità fonda l’autorevolezza dei ministeri e rinsalda la comunione fra le persone ed i gruppi.

I saluti finali – con una frase autografa di Paolo ad autenticare la Lettera – sono un’invocazione a Gesù Cristo. L’importanza fondamentale della comunione con lui è sottolineata anche dalla formula imprecatoria di scomunica verso chi non lo ama e dall’invocazione fiduciosa del suo ritorno. Gesù è il Signore della Chiesa; la grazia di Dio ne è la forza; l’amore di servizio la caratteristica e lo stile.

Già l’introduzione e la conclusione della Lettera offrono molti spunti di riflessione per le nostre comunità: come pensiamo noi la Chiesa? Come la sentiamo e la viviamo nei nostri gruppi e nelle più ampie comunità parrocchiali? Chi è al centro della Chiesa? Come viviamo la “comunicazione”, il dialogo in essa? Quali “canali” di scambio fra comunità, fra pastori e laici, fra gruppi? Come pensiamo un Sinodo? Nel nostro modo di incontrarci partiamo dal positivo, dai doni presenti nella comunità e nelle persone, o sottolineiamo sempre il negativo, i problemi, i limiti, le infedeltà?

LE DIVISIONI NELLA COMUNITA’

Dopo l’introduzione classica della Lettera, Paolo entra subito nel vivo del discorso annunciando il primo tema: Non vi siano contrasti e divisioni tra voi, ma siate uniti. Paolo affronta il problema con decisione e chiarezza, spinto dalla gravità della situazione. Le informazioni ricevute gli fanno mettere questo aspetto della vita della comunità al primo posto: c’è il rischio di frantumazione della Chiesa e di perdita della fede da parte dei più deboli. Lo stesso annuncio del Vangelo può essere vanificato, sia tra i credenti che verso i lontani.

I gruppi a Corinto (1,10-12)

I servi della famiglia di Cloe (forse operai specializzati che giravano per lavori o mercanti che avevano magazzini nelle varie città) riferiscono a Paolo di litigi fra vari gruppi presenti nella comunità di Corinto: “Mi spiego: uno di voi dice: io sono di Paolo; un altro: io di Apollo; un terzo sostiene: io sono di Pietro; e un quarto afferma: io sono di Cristo.”. Non si tratta di comunità distinte, ma di gruppi o gruppuscoli, presenti nell’unica comunità, che si rifanno a dei leader carismatici e, forse, anche a modi diversi di capire e vivere la fede. Se sono facilmente individuabili i credenti che si rifanno a Paolo (fondatore della comunità) e ad Apollo (retore alessandrino di grande cultura ed eloquenza, che era stato a Corinto dopo la partenza di Paolo), nulla si sa del gruppo che si richiama a Pietro (era stato a Corinto o sono solo dei giudeo cristiani tradizionalisti legati a Crispo?) e, tanto meno, di chi si richiama a Cristo (per delle visioni private o dei carismi?).

Anche se non conosciamo con precisione i contenuti delle scelte di ogni gruppo ed i motivi delle lotte fra loro, possiamo capire bene le radici da cui nascevano, rifacendoci al contesto culturale della società greca del tempo. Ricordiamo, in particolare, due aspetti:

Le scuole filosofiche. Era molto diffuso in Grecia il legame (se non l’appartenenza diretta) degli uomini liberi (in particolare dei benestanti) a scuole di pensiero che, ispirandosi ad un maestro famoso, guidavano le persone nella ricerca della verità, della sapienza, della conoscenza profonda dei misteri della natura, della psiche, della divinità, del futuro… Erano molto stimati e seguiti anche i “retori”, cioè i maestri della parola, quelle persone che avevano la capacità di comunicare la sapienza a tutti e convincere gli ascoltatori. Erano, per usare un linguaggio moderno, “i grandi comunicatori” dell’antica Grecia (al tempo di Paolo molto ascoltati e ricercati in tutto l’impero), che aggregavano attorno a sé gruppi di seguaci nelle principali città e avevano un grande peso nella vita sociale, politica e nella formazione della mentalità e dello stile di vita.

Il patronato. Abbiamo già visto questa forma organizzativa tipica della società romana, esportata poi in tutto l’impero, almeno tra le classi dirigenti e ricche. Le famiglie benestanti (o emergenti) ospitavano nella loro casa gruppi di discussione, salotti di cultura, conferenze di retori di passaggio, piccole scuole filosofiche alle quali partecipavano i familiari, i protetti del padrone, gli amici, i clienti, gli elettori… Venivano invitati e mantenuti nella casa anche degli artisti e degli studiosi promettenti e squattrinati (un po’ come facevano i mecenati del Rinascimento). Questa cultura e questo comportamento sociale hanno favorito la formazione di gruppi anche nella giovane e vivace comunità di Corinto, legati forse alle varie “domus” dove si riunivano.

Dopo duemila anni di cristianesimo dobbiamo constatare con amarezza che il fenomeno si è ingigantito sia sul piano istituzionale (con molte divisioni fra le Chiese cristiane e delle lotte ancora in atto), sia sul piano carismatico (con una miriade di fondazioni, istituti, associazioni, movimenti, gruppi e gruppetti che si rifanno a carismi, intuizioni, visioni, rivelazioni, fondatori o santi particolari). Spesso più che la ricchezza delle diversità, si constata la divisione, il giudizio, la difficoltà di dialogo e comprensione reciproca. Il primato dell’uno o dell’altro, l’ortodossia o il riconoscimento ufficiale, il proselitismo aggressivo o la segretezza del lavoro, il carisma di fondazione o lo stile del gruppo, le rivelazioni private o la salvaguardia delle tradizioni, il leader carismatico o le doti delle persone, le scelte politiche o il peso economico… diventano prioritarie rispetto al Vangelo, alla sequela di Gesù Cristo e alla costruzione della fraternità ecclesiale. La micro realtà dei gruppuscoli di Corinto è specchio della macro realtà della Chiesa d’oggi, come la reazione di Paolo è una precisa pista di riflessione e verifica anche per le nostre comunità.

Cristo è l’unico fondamento della Chiesa (1,13-16)

Paolo richiama subito i Corinzi all’unico fondamento sul quale poggia la loro fede e il loro essere Chiesa: Gesù Cristo morto e risorto, accolto come salvatore attraverso il segno del battesimo. L’unico salvatore è Gesù Cristo, non gli uomini; nel suo nome si è battezzati e si crede sulla sua parola. Gli uomini sono solo strumenti, non sono importanti per la salvezza. In modo un po’ drastico, Paolo elimina ogni mediazione umana per richiamare l’assoluto di Cristo e il suo primato nella Chiesa. Arriva a dire di essere contento di aver battezzato poche persone, perché i credenti non accentuino il rapporto con lui. Rifiuta così il gruppo che si richiama a lui e, nello stesso tempo, rifiuta perfino il gruppo di chi si richiama a Cristo, perchè Cristo è salvatore di tutti e nessuno può vantarne l’esclusiva. Cristo unifica, non divide; porta amore, misericordia, riconciliazione, salvezza, non giudizi, divisioni, condanne.

Anche le nostre Chiese sono invitate a mettere Gesù Cristo come unico fondamento della loro fede e delle loro scelte. Questo richiamo ritorna spesso anche nei documenti e nei discorsi ufficiali perché il rischio di mettere al primo posto le mediazioni umane, le persone carismatiche, le scelte ideologiche o politiche, i metodi pastorali o le tradizioni ecclesiastiche, è sempre in agguato.

La pazzia della croce (1,17-25)

Messo in chiaro il fondamento su cui poggia l’unità della Chiesa, Paolo tocca l’aspetto culturale, cioè la mentalità greca che favoriva quelle divisioni: la ricerca della sapienza e il culto dei maestri. Prima di tutto contesta radicalmente (come farà poi, in modo più ampio e sistematico, nei primi capitoli della Lettera ai Romani) i tentativi umani di giungere alla sapienza e le vie storiche prese dalle religioni per portare gli uomini alla salvezza. L’uomo non è arrivato a conoscere Dio né attraverso i segni positivi della natura e delle religioni umane che li interpretavano, né attraverso la rivelazione biblica e l’Alleanza sinaitica che la incarnava.

Con grande forza dialettica (e con sorprendente attualità) sottolinea questo fallimento umano che ha portato gli ebrei (= le persone religiose) a cercare il Dio dell’onnipotenza, della forza, dell’orgoglio di essere popolo eletto, della legge e dei miracoli, della potenza e del giudizio. La sapienza umana ha portato i pagani (= le persone laiche) a fidarsi solo della ragione, della cultura, della scienza, delle ideologie costruite dall’uomo, rendendo così inutile Dio, fino a proclamarne la morte in un delirio di orgogliosa e autodistruttiva onnipotenza. Ancora oggi queste due mentalità dominano nel mondo e nelle Chiese provocando divisioni, giudizi, fondamentalismi fanatici e quella grande indifferenza che sta contagiando la società occidentale e le nuove generazioni (come un tempo aveva contagiato i sacerdoti ebrei, i saccenti greci e i pragmatici romani).

A questa visione Paolo contrappone la via storica della salvezza, quella che Dio ha scelto di fronte al fallimento delle religioni: la morte di Cristo in croce, pazzia per la mentalità laica e scandalo per la mentalità religiosa, ma vera potenza e sapienza di Dio per chi accoglie l’annuncio dei missionari.

Paolo accentua il tema della croce (e sottace la risurrezione) per contrasto con la ricerca della sapienza e della potenza da parte dei Corinzi e per mettere in risalto il fondamento vero della fede in Gesù: l’amore gratuito di Dio verso gli uomini. Non è tanto l’esaltazione della croce come sofferenza o come sacrificio espiatorio per i peccati, ma croce come debolezza umana, come amore verso i fratelli, come totale fiducia in Dio e abbandono nelle sue mani. Non è l’uomo che si salva, neppure il più santo; non sono le opere di giustizia che egli compie, neppure le più disinteressate; è Dio l’unica fonte della salvezza e lui si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà, nella scelta dell’ultimo posto. Così lui ha deciso e ci ha mostrato nel suo Figlio Gesù.

Questo messaggio evangelico (ormai accettato e proclamato a parole e con i simboli in ogni parte del mondo, ma spesso banalizzato e ridotto a talismano contro il male e la malasorte) diventa ancora più “pazzia” nell’era della ragione, della scienza, dell’efficienza, del tecnicismo e del mercato globalizzato. E’ ancora “scandalo” per la nostra tiepida fede di cristiani imborghesiti e desiderosi di non essere scomodati da un Dio troppo esigente e da un Vangelo preso troppo alla lettera.

Il piccolo gregge (1,26 – 2,5)

Una controprova di questo rovesciamento delle vie storiche della salvezza, operato da Dio in Cristo, Paolo lo vede nella comunità stessa e nella sua esperienza personale di apostolo. La maggioranza dei cristiani che formano la comunità di Corinto sono persone semplici, umili, senza cultura e potere umano. Sono quelle che sanno fidarsi di Dio più che di se stesse, del missionario più che dei grandi maestri umani. Ritornano alla mente le parole sul piccolo gregge (Lc.12,32), dette da Gesù mentre contemplava lo squinternato gruppo dei suoi discepoli; o quella preghiera di lode al Padre per aver tenuto nascosto il suo modo di agire ai sapienti e averlo rivelato ai semplici (Mt.11,25).

Come sono le nostre comunità? C’è spazio e considerazione per i più umili, per le persone semplici, di poca cultura e iniziativa, o prevale sempre la logica dell’essere sapienti, potenti, capaci, dinamici, moderni, obbedienti? Il fatto che stiamo diventando minoranza, piccolo gregge di praticanti in un mare di “cristiani della soglia” (o del consumismo religioso) ci induce solo alla paura e alla lamentazione, o ci apre anche alla fiducia e alla lode?

Paolo invita i Corinzi a ricordarsi di quell’anno e mezzo della sua permanenza a Corinto, segnato dalla debolezza (forse da una malattia o da una forte depressione dopo lo smacco di Atene). Certamente i primi cristiani di Corinto hanno accolto l’annuncio del Vangelo non per l’attrattiva che suscitava Paolo, ma per la forza dello Spirito che agiva nei loro cuori.

Quello della debolezza, della “piccolezza”, della povertà, è un tema che ritorna spesso nel Nuovo Testamento: non sono i grandi mezzi, le personalità forti, i grandi miracoli o i grandi discorsi che convertono le persone, che le aprono a Dio e le rendono disponibili al cambiamento, ma è lo Spirito. E’ un aspetto della missione da meditare bene anche oggi, perché la tentazione di porre la fiducia nei mezzi umani, nelle opere, nei grandi segni e nella loro risonanza mediatica, nei mezzi tecnici e negli appoggi finanziari è sempre attuale.

La logica dell’agire di Dio rovescia sempre le logiche umane, anche quella (ritornata in auge recentemente) di esaltare i santi, i fondatori, le persone carismatiche e di farne degli eroi, dei supermen da fumetto sacro, togliendoli così dal contesto – spesso segnato dalla fragilità, dalla semplicità, dalla debolezza, dalla condivisione con gli ultimi, dall’insicurezza e dalle persecuzioni anche religiose – in cui erano vissuti e avevano intrapreso la loro opera. Alla fede, all’amore di condivisione, alla sofferenza per il Vangelo (che erano la loro vera forza e caratteristica) si sostituiscono le opere, l’eroismo, gli onori e i battimani, le preghiere e gli elogi sulle tombe, molto più tranquillizzanti dell’impegno a rivitalizzarne il carisma nella realtà d’oggi.

La logica della piccolezza è quella di essere una minoranza che diventa lievito e sale, luce e calore che illumina e riscalda il cuore delle persone e le apre alla fede. Non la Chiesa del potere, delle masse plaudenti, dei concordati e delle mediazioni politiche, ma la Chiesa dei poveri e degli ultimi, delle persone semplici e di chi è capace di condivisione, della fede e dell’amore, del perdono e della solidarietà, della nonviolenza e della pace.

La sapienza della fede (2,6-16)

Continuando la sua polemica contro i gruppi, e la mentalità greca che li ha fatti nascere e crescere, Paolo riprende l’aspetto della sapienza, della conoscenza dei misteri di Dio, così cara agli gnostici, che si ritenevano degli eletti, dei privilegiati, delle persone che potevano capire tutto, giudicare tutto e tutti e non essere giudicati da nessuno. La fede in Gesù Cristo morto e risorto ha dovuto confrontarsi con la cultura greca, fondata sul culto della sapienza e della ricerca misterica della “gnosi”, come nell’era moderna la stessa fede sta confrontandosi con la cultura scientifica e con il culto della ragione e dell’efficienza.

Dopo aver contrapposto alla sapienza umana la stoltezza della croce e la debolezza dell’amore (per affermare il primato dell’azione di Dio e la gratuità della salvezza), Paolo va incontro alla cultura greca e parla di una sapienza riservata ai “cristiani maturi”, a chi vuole progredire nella fede. Usa gli stessi termini degli gnostici (gli iniziati, i segreti misteri, il progetto nascosto, le cose spirituali, giudicare e non essere giudicati) per parlare del dono dello Spirito Santo e dei carismi che lo accompagnano. Traduce nel linguaggio familiare ai greci il lavoro dello Spirito nelle persone e la catechesi di approfondimento della fede fatta dai missionari e dai maestri itineranti.

Pur nello sforzo di inculturazione della fede, Paolo sottolinea con grande lucidità alcune caratteristiche di fondo della sapienza cristiana che la differenziano da quella umana:

non è una sapienza intellettuale, frutto di ragionamenti, di ricerche filosofiche o teologiche, di tradizioni o rivelazioni particolari, ma è un dono dello Spirito;

non riguarda speculazioni astratte su Dio, sugli angeli, sul cosmo, sul futuro… ma riguarda il progetto di Dio per salvare gli uomini, la sua volontà universale di salvezza, il suo amore misericordioso rivelato in Gesù di Nazaret. La sapienza dello Spirito sono i pensieri di Cristo, sono il suo Vangelo, quello che lui ha detto e fatto, ma capito meglio, meditato nei suoi significati profondi e nelle sue conseguenze per la vita. La sapienza cristiana non è tanto la teologia astratta o i dogmi da credere, ma è una mentalità di fede legata alla vita, alle scelte da fare, alla Parola da approfondire e attualizzare.

non crea caste di puri, di iniziati che si ritengono superiori agli altri, che si sganciano dalla comunità e dalla sua vita, maestri intoccabili e giudici severi delle persone, ma fa crescere dei gruppi spirituali, cioè delle persone e delle comunità guidate dallo Spirito Santo, capaci di leggere la vita e i fatti con gli occhi di Dio, di fare la sua volontà nel mutare della storia. Sono persone (e comunità) sapienti e autorevoli non per il posto che occupano o il riconoscimento istituzionale, per gli studi fatti o il quoziente di intelligenza, per il successo ottenuto o il potere esercitato, ma per la docilità allo Spirito Santo, nella capacità di cogliere i segni dei tempi e il suo lavoro nel cuore delle persone.

Su questo terreno della “sapienza della fede” si apre tutto il discorso sul ruolo della teologia e dei teologi oggi nella Chiesa. Molta parte dei testi del Concilio e del post-Concilio sono il frutto di un lungo, sofferto, nascosto e spesso contrastato lavoro dei teologi. Molti contributi positivi e innovativi sono venuti soprattutto da quelli che vivevano e vivono a contatto con le persone, specialmente i più poveri e le Chiese più in ricerca. Ora la teologia ed i teologi sembrano tornati a rintanarsi nelle Università, negli Studentati e nelle biblioteche, lasciando spazio alle paure e alle censure. Speriamo che la teologia ed i teologi possano tornare a seguire l’afflato dello Spirito, perché dove c’è lo Spirito lì c’è libertà (2 Cor.3,17) e non censure e scomuniche.

Sul terreno dei “maestri spirituali” e dei “cristiani spiritualmente adulti” si aprirebbe il discorso sulla “direzione spirituale”, così raccomandata un tempo e ora praticamente sparita con il tramonto della confessione, alla quale era stata legata nelle nostre Chiese d’Occidente. Spesso era interpretata dai direttori spirituali (e vissuta dai fedeli) in modo individualistico e di dipendenza. Bisogna però riconoscere che ha contribuito a forgiare grandi personalità di fede e che è stata interpretata magistralmente da grandi figure di uomini e donne di Chiesa veramente spirituali e libere. Il suo tempo è definitivamente tramontato (con la perdita del ruolo del padre nella nostra società) o siamo chiamati ad inventare forme nuove di sostegno nella fede e di guida spirituale, più libere, comunitarie e sganciate dal sacramento della Riconciliazione?

Sul terreno del “discernimento dello Spirito”… (…), prima delle scelte, delle decisioni, degli orientamenti pratici, una comunità cristiana e i suoi responsabili sono chiamati a fare un lungo e paziente lavoro di ascolto e discernimento di ciò che lo Spirito dice alle Chiese. La tentazione dell’efficienza, delle “cose pratiche”, dei risultati immediati e computerizzabili, spesso impediscono di ascoltare lo Spirito e mettersi in atteggiamento di conversione profonda della propria mentalità.

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 30/08/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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