COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Prima Lettera ai CORINZI – Carrarini (2)

LA PRIMA LETTERA AI CORINZI (2)
Una chiesa si interroga sulla sua fede

LETTURA BIBLICA E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

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I MINISTERI NELLA COMUNITA’

Il secondo tema che Paolo affronta è strettamente legato ad un aspetto delle divisioni presenti a Corinto: la sopravvalutazione dei missionari e la non retta comprensione del ruolo dei responsabili nella comunità. Il discorso di Paolo non è una trattazione teorica sui ministeri, ma una reazione alle critiche e al culto della personalità presenti in alcuni gruppi. Diventa anche una riflessione sulla sua vita di apostolo e sulle sue scelte personali, così contrastate e non capite da molti. Usa, perciò, molte immagini e citazioni bibliche (a volte in modo improprio e con interpretazioni stiracchiate) per dare valore e peso ad alcune scelte di fondo che porta avanti nelle Chiese dei pagani. Leggendo i capitoli 3, 4 e 9 possiamo cogliere le tre principali sottolineature di Paolo.

IL RUOLO DEI RESPONSABILI NELLA COMUNITÀ (3,1-23)

Tutto il capitolo 3 ha come tema il ruolo dei missionari nella comunità. Paolo usa come esempio concreto il suo stile e quello di Apollo, così diversi per eloquenza, cultura, caratteristiche, impatto sulla mentalità greca, rapporto con il “patronato”… Anche se si capisce che c’erano delle difficoltà tra i due, Paolo non le accentua, anzi si mette sullo stesso piano (pur rivendicando poi, nei confronti dei Corinzi, una paternità nella fondazione della Chiesa che rende il suo rapporto unico e irripetibile) e sottolinea gli atteggiamenti comuni e fondamentali per ogni servizio nella comunità.

Siete ancora troppo legati ai valori d questo mondo, e nella fede in Cristo ancora troppo bambini.

Le gelosie tra persone e gruppi, il culto della personalità, il carrierismo e il voler dominare sugli altri, sono il segno di una immaturità nella fede e di una mentalità mondana della comunità.

Anche nella Chiesa d’oggi il fatto di essere troppo legati e dipendenti dai preti, dalle persone carismatiche, dai fondatori, dai vari santi o leader dei gruppi è segno che non si cresce, che non si diventa mai adulti nella fede. Lo stesso vale per i responsabili che tengono legate a sé le persone e non stimolano la loro autonomia e libertà. Vale anche per i genitori, gli educatori, gli insegnanti, i manager: un vero responsabile è chiamato a favorire la libertà, l’autonomia, la creatività delle persone e dei gruppi.

Ma chi è poi Apollo? e chi è Paolo? Semplici servitori per mezzo dei quali voi siete giunti alla fede.

Paolo riafferma una scelta che è stata quella di Cristo e quella che lui ha indicato ai suoi discepoli: essere servi, servire il lavoro di Dio nel mondo, la costruzione del suo Regno. Il corpo è quello di Cristo, la casa è quella di Dio. L’unico fondamento è Gesù Cristo, il suo Vangelo, l’amore misericordioso del Padre, non le persone che lo annunciano, non il loro carisma e le doti personali, non i messaggi o le rivelazioni private.

La caratteristica dell’autorità, della responsabilità nella Chiesa non è il potere, il prestigio, il farsi obbedire, ma il servizio, il dono della propria vita e delle proprie capacità per far crescere la comunità nella fede, nell’amore verso Dio e verso i fratelli. E’ una verifica costante da fare nella Chiesa perché non prevalga la logica mondana dell’ordine, della prudenza, della legge, delle garanzie e sicurezze, ma quella evangelica del servizio e della comunione.

A ciascuno di noi Dio ha affidato un compito.

Il servizio nella comunità si esplica in forme, modi, stili, competenze… diversi e tutti complementari allo stesso fine da raggiungere: la crescita della comunità. In ogni comunità lo Spirito suscita un pluralismo di doni che concorrono al bene comune. Le diversità devono diventare una ricchezza per la comunità, non un motivo di sospetto, lotte e divisioni.

Questo tema del pluralismo delle scelte e dei modi di vivere la missione (così marcato nella Chiesa delle origini e nell’esperienza apostolica di Paolo) è ancora di attualità, vista la persistente tendenza all’uniformità, alla diffidenza verso ciò che è nuovo o non facilmente inquadrabile negli schemi tradizionali. (…).

Ognuno di loro riceverà la ricompensa per il lavoro svolto… nel giorno del giudizio Dio rivelerà quel che vale l’opera di ciascuno. Essa verrà sottoposta alla prova del fuoco.

La responsabilità, i doni, i ministeri vengono da Dio e ognuno dovrà rendere conto a Dio di come li ha vissuti, delle sue scelte. Ognuno di noi risponderà a Dio, prima e oltre i superiori umani, prima e oltre il consenso o le critiche della comunità, prima e oltre aver fatto come fanno tutti… Paolo parla di una verifica che avverrà attraverso il fuoco (l’immagine richiama sia gli incendi delle città conquistate, sia il fuoco del fonditore che purifica i metalli). Il riferimento non è al successo umano, ai risultati ottenuti, a satana che precipita dal cielo o al numero delle persone convertite, ai miracoli o alle opere realizzate, alle Messe celebrate o ai soldi donati in beneficenza; il riferimento è a Dio, al suo Spirito presente in noi (lo Spirito è rappresentato anche con l’immagine del fuoco), al suo amore misericordioso.

La verifica sarà su quanto amore di Dio, quanta obbedienza allo Spirito, quanta fedeltà al Vangelo ci sono state nella nostra vita, nel nostro servizio alla comunità. Tutto il resto è paglia, fieno, legno, pietre preziose, argento, oro, opere dell’uomo che con il tempo si logorano e sono destinate a finire. Ciò che veramente vale (al di là dei grandi progetti pastorali e delle cerimonie ben curate, degli studi approfonditi e dell’organizzazione efficiente, pur necessari) è vivere e annunciare l’amore di Dio per gli uomini, la sua infinita misericordia verso i peccatori e la sua pazienza verso i giusti, la riconciliazione e la fraternità fra gli uomini.

Ben cosciente, però, della fragilità delle persone e della fatica di essere coerenti col Vangelo nelle sue esigenze di radicalità, Paolo introduce un elemento di misericordia e di fiducia per tutti noi responsabili di comunità: egli personalmente sarà tuttavia salvo, come uno che passa attraverso un incendio.

Dio è più grande e più misericordioso anche dei nostri limiti e delle nostre miserie di piccoli uomini, attaccati al successo, agli onori, al consenso, alla carriera, alle gelosie, alle invidie, alle paure e meschinità umane. Dio ci ama e ci ha scelti come siamo, con le nostre debolezze e povertà; e ci dona una ricompensa per il lavoro fatto (anche se a volte poco evangelico), ma solo dopo averci spogliato di tutte le sicurezze umane, di tutte le glorie e gli onori, dopo averci resi nudi sulla nuda terra, come Francesco d’Assisi. Salvati e santi non per le opere fatte, ma per la misericordia di Dio!

Se qualcuno pensa di essere sapiente in questo mondo, diventi pazzo, e allora sarà sapiente davvero.

Al termine di questa lunga riflessione sul ruolo dei responsabili, Paolo ritorna al tema della croce di Cristo, della sapienza della fede, e lo applica alla responsabilità, riprendendo l’esempio e le parole di Gesù ai suoi discepoli: chi tra voi è il più importante diventi come il più piccolo (Lc.22,26). Ritorna il rovesciamento totale della logica umana che loda il successo, il potere, gli onori, i soldi, la prudenza, il consenso, più che il servizio e il dono della propria vita per il bene degli altri.

Questo richiamo vale non solo per chi esercita l’autorità o ha posti di responsabilità nella Chiesa, ma vale anche per le comunità stesse che a volte tendono a considerare i responsabili come dei capi o dei padroni, delegando ad essi tutto e conservando per sè la critica. Spesso sono prigionieri della logica umana non solo i responsabili delle comunità, ma i fedeli stessi, quelli che collaborano o consigliano: pretendono atteggiamenti e scelte nella logica del potere, degli appoggi politici, delle opere, del lasciare tutto tranquillo, dell’ossequio all’autorità. E’ l’altra faccia del problema che Paolo affronta nel capitolo 4.

IL RAPPORTO DELLA COMUNITÀ CON I SUOI RESPONSABILI (4,1-21)

Nel capitolo 4 Paolo continua la riflessione sulla responsabilità, ma guardandola dalla parte della comunità, dei credenti. Quali atteggiamenti devono avere verso i loro responsabili? Come devono considerarli? Cogliamo quattro aspetti principali.

Dovete quindi considerarci come servi di Cristo e amministratori dei segreti di Dio. Ebbene, ad un amministratore si chiede di essere fedele.

Paolo ribadisce con chiarezza che i responsabili non sono dei padroni, dei capi, delle autorità da onorare, riverire e temere. Sono servitori del Regno, messaggeri di Cristo e amministratori della grazia che viene dalla sua morte e risurrezione. Quello che le persone devono chiedere al loro responsabile è che sia fedele al suo compito, che faccia quello per cui è stato scelto.

Qui si apre un vasto campo di verifica su ciò che la gente oggi chiede al prete e al Vescovo. Spesso si chiede che sia un manager, un organizzatore, un costruttore, un educatore dei bambini o dei giovani, uno che sa fare tutto e si interessa di tutto, un animatore di paese o un assistente sociale, un confidente delle famiglie o un moderno stregone che distribuisce benedizioni e sacramenti su richiesta e senza condizioni. A volte i preti stessi si propongono così! In realtà, però, le persone sanno riconoscere e apprezzare chi fa il suo servizio alla comunità (parola e segni) con competenza e passione, stimolando e incoraggiando la responsabilità di altre persone nei vari servizi, favorendo l’unità e la concordia della comunità.

Non state dunque a fare giudizi prima del tempo… non entusiasmatevi di una persona per disprezzarne un’altra.

L’invito a superare le critiche, i giudizi, i pettegolezzi, i personalismi è sempre di attualità, visto che la pianta della critica è sempre rigogliosa e ben innaffiata in ogni epoca storica. Il richiamo al detto evangelico Non giudicate… è evidente e chiaro. Paolo dice addirittura di non giudicare neppure se stessi, per non cadere in sterili moralismi e sensi di colpa che bloccano ogni impegno e tolgono la gioia di vivere e di annunciare il Vangelo.

Sentiamoci uniti a costruire la comunità, ognuno con un suo dono e un suo posto (grande o piccolo che sia). Cerchiamo di costruire e rinsaldare i rapporti, più che demolire; apprezziamo i doni delle persone, più che sottolinearne i difetti; creiamo unità nel rispetto delle diversità, più che confronti e forzati unanimismi.

Penso che Dio abbia messo invece noi apostoli all’ultimo posto.

Paolo invita la comunità ad imitare le scelte dei suoi responsabili, come loro cercano di imitare quelle di Cristo, che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la vita (Mc.10,45). Questa esortazione di Paolo (con l’elenco concreto di atteggiamenti che l’accompagna) impegna in prima persona i responsabili a vivere con radicalità e coraggio la fede che annunciano, ad essere segno credibile con la vita, oltre che con la parola. Non funzionari ma testimoni, non mercenari ma pastori, non padroni ma padri.

Siete per me come figli che amo. Potreste avere infatti anche diecimila maestri nella fede, ma non molti padri. Ebbene, io sono diventato vostro padre nella fede in Cristo Gesù, quando vi ho annunziato la sua parola.

Questa dimensione della “paternità spirituale”, rivendicata da Paolo per se stesso nei confronti dei Corinzi (e molto usata anche oggi in riferimento ai Vescovi, ai preti, ai religiosi, ai superiori…) non deve essere assolutizzata e attribuita a tutti i responsabili. Nasce da un ruolo di fondazione della comunità o di conversione di una persona, non tanto dalla funzione che si esercita. Gesù ha raccomandato ai suoi discepoli di non chiamare nessuno “Padre” o “Maestro” nella Chiesa, perché siamo tutti fratelli nella fede e viviamo dei ministeri di servizio che non fondano privilegi o legami particolari.

C’è una prassi ecclesiale da rivedere e una mentalità da cambiare nella Chiesa: non basta l’imposizione delle mani o la nomina giuridica per fondare dei legami di “paternità spirituale”, che hanno altre e ben più profonde radici umane, spirituali, di crescita e cammino insieme.

LO STILE PERSONALE DI PAOLO (9,1-27)

Molte volte nelle Lettere Paolo parla della sua vita di apostolo, del suo stile e delle sue scelte, della sua diversità rispetto agli altri apostoli e del suo sforzo di fedeltà a Cristo e alle persone che incontrava nel suo viaggiare per tutto il mondo allora conosciuto. Difende con forza le sue scelte in nome di questa doppia fedeltà: a Cristo e al suo Vangelo; alle persone e alla loro cultura. La stessa fedeltà chiede ad ogni missionario e ad ogni responsabile nella Chiesa. Uno di questi brani è proprio nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 9. Attraverso un’autodifesa dalle critiche che gli vengono mosse, Paolo presenta il suo stile personale di apostolo.

Non sono forse apostolo? (vv.1-3).

Paolo rivendica con forza di essere un vero apostolo come i dodici (pur non essendo stato discepolo del Gesù storico), perché ha incontrato il Cristo risorto e quindi può esserne vero testimone. E’ inoltre un fondatore di Chiese, in particolare nel mondo pagano. Il fondamento del ministero è il rapporto con Cristo e il rapporto con la comunità di cui si è a servizio, e non solo il fatto giuridico, il mandato. Si possono avere tutti i mandati e non essere pastori e responsabili.

Ma noi non facciamo uso di questo diritto, anzi sopportiamo ogni specie di difficoltà, per eliminare qualsiasi ostacolo all’annunzio di Cristo (vv.4-18).

Paolo sottolinea il suo stile particolare adottato nella missione verso i pagani: mantenersi col proprio lavoro, vivere come tutti, essere slegati da ogni “patrono”, annunciare gratuitamente il Vangelo. Il motivo di questa scelta sta nella mentalità dei greci e dei romani, convinti (come noi oggi) che nessuno fa niente per niente, che la gratuità non esiste, che tutti hanno un interesse personale in ciò che fanno. Nel mondo che crede solo al denaro e al tornaconto personale bisogna dare dei chiari segni di gratuità. Gesù, comunque l’aveva raccomandato ai suoi discepoli come caratteristica essenziale ad ogni missione che vuole annunciare la buona notizia dell’amore di Dio e la pace tra gli uomini (vedi Mt.10,7-15).

La gratuità del ministero è un tema spesso dibattuto anche nelle nostre Chiese, ma mai affrontato seriamente e mai risolto evangelicamente. Ci sono stati dei segni da parte di vari santi e fondatori nel secolo scorso, come da parte dei preti-operai o di chi vive con un lavoro (insegnamento, cultura, giornalismo, cooperative, associazioni…) nel nostro secolo. Nella stessa linea è la libertà di offerta per la celebrazione di Messe e Sacramenti, che si sta introducendo in molte comunità. Chi ha avuto il coraggio e la lungimiranza di fare queste scelte, cioè di sganciare il ministero e la fede dalle tariffe e dal commercio, potrà capire e condividere con Paolo “la soddisfazione di annunciare Cristo gratuitamente, senza usare quei diritti che la predicazione del Vangelo mi darebbe”.

Mi sono fatto schiavo di tutti per portare a Cristo il più gran numero possibile di persone (19-23).

La scelta di Paolo non è solo quella di rinunciare a dei privilegi per condividere la vita di tutti nel lavoro, nella casa, nelle insicurezze dell’esistenza. E’ una scelta di vicinanza anche nella mentalità, nella cultura, nel modo di vivere e concepire la vita. E’ lo sforzo di incarnare il Vangelo in quella cultura, in quell’ambiente, in quello stile di vita. Parla di “ebreo con gli ebrei”, “pagano con i pagani”, “debole nella fede con i deboli nella fede”.

Dalla comprensione di queste scelte passa un vero cammino di inculturazione della fede anche nel nostro tempo. Cosa vuol dire oggi per la missione vivere da “africano con gli africani”, “orientale con gli orientali”? C’è un grande dibattito oggi nel mondo missionario su questo aspetto ed anche delle scelte di vita, in verità molto contrastate. I Sinodi dei vari continenti (e di alcune Chiese locali) iniziano timidamente a porre questi interrogativi.

Cosa vuol dire nel nostro contesto di società secolarizzata, ma ancora impregnata di cristianesimo, essere “praticante con i praticanti”, “lontano con i lontani”, “senza legge con chi è senza legge”, pur vivendo noi personalmente una fedeltà a Cristo e alle esigenze della fede? Anche nel nostro contesto ci sono in atto varie esperienze e tentativi di missione con stili e sottolineature adatte ai vari contesti.

Mi sottopongo a dura disciplina e cerco di dominarmi per non essere squalificato proprio io che ho predicato agli altri (24-27).

Paolo ritorna sempre sulla coerenza fra la vita dell’apostolo e ciò che annuncia. Ogni missionario è chiamato a vivere per primo ciò che predica, ad essere discepolo prima che maestro. Per questo parla di una disciplina di vita, di un autocontrollo, della capacità di fare delle scelte di rinuncia, anche a cose lecite e possibili, per una maggiore efficacia e credibilità dell’annuncio. Nella nostra società consumista e debosciata, cultrice dell’esteriorità e dell’effimero, del “tutto, subito e senza sforzo”, c’è la forte tentazione di lasciarsi trascinare da questa mentalità e di correre molto a vuoto, inseguendo effimeri successi umani. Disciplina di vita e rinuncia sono termini ormai in disuso, ma sono ancora necessari per non essere sterili e insignificanti nel regno di Dio.

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 04/09/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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