COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)
Marco 7,31-37

Giotto, Resurrezione di Lazzaro (particolare), 1304-06, Cappella degli Scrovegni, Padova

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
(Letture: Isaia 35,4-7; Salmo 145; Giacomo 2,1-5; Marco 7,31-37)

La guarigione del sordomuto e la nostra liberazione
Ermes Ronchi

Il percorso tracciato da Marco è molto significativo: con una lunga deviazione Gesù sceglie un itinerario che congiunge città e territori estranei alla tradizione religiosa di Israele; percorre le frontiere della Galilea, alla ricerca di quella parte comune ad ogni uomo che viene prima di ogni frontiera, di ogni divisione politica, culturale, religiosa, razziale. Scrivo queste parole dalla Mongolia, da una piccola, giovanissima chiesa ad Arvaheer, dove risuonano vere; dove, nella fede sorgiva delle origini, senti che Gesù è davvero l’uomo senza confini, che lui è il volto alto e puro dell’uomo, e che per il cristiano ogni terra straniera è patria.

Gli portarono un sordomuto. Un uomo imprigionato nel silenzio, vita a metà, ma “portato” da una piccola comunità di persone che gli vogliono bene da colui che è Parola e liberazione, che parla come nessuno mai, che è l’uomo più libero passato sulla terra.
E lo pregarono di imporgli la mano. Ma Gesù fa molto di più di ciò che gli è chiesto, non gli basta imporre le mani in un gesto ieratico, vuole mostrare la umanità e l’eccedenza, la sovrabbondanza della risposta di Dio.

Allora Gesù lo prese in disparte, lontano dalla folla. In disparte, perché ora conta solo quell’uomo colpito dalla vita. Immagino Gesù e il sordomuto occhi negli occhi, che iniziano a comunicare così.
E seguono dei gesti molto corporei e insieme molto delicati: Gesù pose le dita sugli orecchi del sordo. Secondo momento della comunicazione, il tocco delle dita, le mani parlano senza parole.
Poi con la saliva toccò la sua lingua. Gesto intimo, coinvolgente: ti dò qualcosa di mio, qualcosa che sta nella bocca dell’uomo insieme al respiro e alla parola, simboli dello Spirito.

Vangelo di contatti, di odori, di sapori. Il contatto fisico non dispiaceva a Gesù, anzi. E i corpi diventano luogo santo di incontro con il Signore.

Gesù guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: Effatà, cioè: Apriti! In aramaico, nel dialetto di casa, nella lingua del cuore, quasi soffiando l’alito della creazione: Apriti, come si apre una porta all’ospite, una finestra al sole.
Apriti dalle tue chiusure, libera la bellezza e le potenzialità che sono in te.
Apriti agli altri e a Dio, anche con le tue ferite.
E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. Prima gli orecchi. Ed è un simbolo eloquente. Sa parlare solo chi sa ascoltare. Gli altri innalzano barriere quando parlano, e non incontrano nessuno.
Gesù non guarisce i malati perché diventino credenti o si mettano al suo seguito, ma per creare uomini liberi, guariti, pieni. «Gloria di Dio è l’uomo vivente» (sant’Ireneo), l’uomo tornato a pienezza di vita.

Effatà, apriti!
Enzo Bianchi

Gesù lascia la regione di Tiro e, passando attraverso il territorio di Sidone, va oltre il lago di Tiberiade, nel territorio della Decapoli. Il suo viaggiare fuori della Galilea, della terra santa, in regioni abitate da pagani, ha un preciso significato: Gesù non fa il missionario in mezzo ai pagani, perché secondo la volontà del Padre la sua missione è rivolta al popolo di Israele, il popolo delle alleanze e delle benedizioni; ma con questo lambire o attraversare velocemente terre impure, vuole quasi profetizzare ciò che avverrà dopo la sua morte, quando i suoi discepoli si rivolgeranno alle genti.

Attorniato da dodici uomini e da alcune donne, Gesù fa strada insegnando ai discepoli e vivendo un essere in disparte rispetto alle folle della Galilea, il che permette a lui e al suo gruppo una certa vita raccolta, intima, più adatta alla formazione e a una più efficace trasmissione della parola di Dio. In questa terra pagana Gesù aveva già guarito la figlia di una donna siro-fenicia, cioè realmente e pienamente pagana, dopo aver opposto un iniziale rifiuto che però non aveva placato l’insistenza della donna: sua figlia era stata liberata dal male che la attanagliava, dietro al quale stava una forza demoniaca (cf. Mc 7,24-30). Ora gli viene presentato un sordo balbuziente, con la preghiera che egli compia il gesto che comunica la benedizione, le energie salutari di Dio: l’imposizione delle mani. Quest’uomo sperimenta una menomazione fisica che è anche simbolica, vera immagine della condizione dei pagani: è sordo alla parola di Dio, che non può ascoltare perché a lui non è rivolta, ed è balbuziente perché tenta di lodare, di confessare Dio, ma non ci riesce pienamente. Ma è soprattutto un uomo menomato nelle facoltà della comunicazione: non può parlare chiaramente a un altro né può ascoltarlo.

Gesù incontra dunque anche quest’uomo. Volendo liberarlo dal male, lo porta in disparte, lontano dalla folla, e con le sue mani agisce su quel corpo altro dal suo, il corpo di un uomo malato. Gli pone le dita negli orecchi, quasi per aprirli, per circonciderli e renderli capaci di ascolto, sicché quest’uomo è reso come il servo del Signore descritto da Isaia: un uomo al quale Dio apre gli orecchi ogni mattina, in modo che possa ascoltare senza ostacoli la sua parola (cf. Is 50,4-5). Poi Gesù prende con le dita un po’ della propria saliva e gli tocca la lingua: è un gesto audace, equivalente a un bacio, dove la saliva dell’uno si mescola con quella dell’altro. C’è qualcosa di straordinario in questo “fare di Gesù”: Gesù tocca gli orecchi e apre la bocca dell’altro per mettervi la sua saliva, compie gesti di grande confidenza, quasi per forzare il sordo balbuziente a sentire le sue mani, il suo lavoro, carne contro carne, corpo a corpo…

L’azione di Gesù è accompagnata da un’invocazione rivolta a Dio: egli guarda verso il cielo ed emette un sospiro, che indica contemporaneamente il suo sdegno per la malattia, l’invocazione della salvezza, la fatica nel guarire. Gesù sta gemendo insieme e tutta la creazione, a tutte le creature imbrigliate nella sofferenza, nella malattia, nella morte (cf. Rm 8,22-23). Qui viene mostrata la capacità di solidarietà di Gesù, che con-soffre con il sofferente, entra in empatia con chi è malato e si pone dalla sua parte per invocare la liberazione. Tutto ciò è accompagnato da una parola emessa da Gesù con forza: “Effatà, apriti!”, che è molto di più di un comando agli orecchi e alla lingua, ma è rivolto a tutta la persona. Aprirsi all’altro, agli altri, a Dio, non è un’operazione che va da sé, occorre impararla, occorre esercitarsi in essa, e solo così si percorrono vie umane terapeutiche, che sono sempre anche vie di salvezza spirituale. Gesù ci insegna che tutta la nostra persona, il nostro corpo deve essere impegnato nel servizio dell’altro: non bastano sublimi pensieri spirituali, non bastano parole, fossero pure le più sante; occorre l’incontro delle carni, dei corpi, degli organi malati, per poter intravedere la guarigione che va sempre oltre quella meramente fisica. Ed ecco che quel sordo balbuziente è guarito, parla correttamente e ascolta senza ostacoli! Gesù però lo rimanda a casa e gli chiede di tacere, così come comanda a quanti avevano visto di non divulgare l’accaduto. Ma i pagani, che non sono giudei e non attendono né il Messia né il profeta escatologico, sono costretti ad ammettere: “Tutto ciò che Gesù fa è ammirabile: fa ascoltare i sordi e fa parlare i muti!”.

Oggi questo compito spetterebbe ai cristiani, alla chiesa: non tanto guarire i malati nell’udito o nella mente, dove stanno gli impedimenti alla parola… Ma cosa sarebbe una chiesa che sa dare l’ascolto a quelli che ne sono privi, che sa parlare a coloro ai quali nessuno parla? Cosa sarebbe una chiesa che sa dare la parola, che autorizza a prendere la parola il semplice fedele, a volte non istruito e incapace di prendere la parola in assemblea? Perché noi cristiani noi diventiamo capaci di “logoterapia”, della quale vi è tanto bisogno nelle nostre comunità sovente mute, incapaci di esprimere un’opinione pubblica e, ancor più, incapaci di dare eloquenza alla loro fede, di annunciare la buona notizia che è nel cuore dei credenti? Sono troppi oggi i sordi balbuzienti che non sanno ascoltare gli altri e parlare loro, comunicando e instaurando una relazione. Nella comunità cristiana occorrerebbe pensare a questo elementare servizio di carità, prima di inventarsene altri (e sono molti nella chiesa!) che Gesù non si è mai sognato di comandarci…

E tu, lettore, esercitati a dire con il tuo cuore: “Effatà, apriti!”, a esprimerlo con il tuo atteggiamento, con il tuo volto capace di dare fiducia all’altro. Ripeti con convinzione: “Effatà, apriti!”, non restare chiuso, entra nella vita, entra nella danza, apriti a ciò che ogni giorno come novità spunta e fiorisce!

Discepolo 
Clarisse Sant’ Agata

Gesù oggi indugia in terra straniera.

Il vangelo di questa domenica ci colloca nel cuore della “sezione dei pani” dell’evangelista Marco e prepara la seconda moltiplicazione dei pani che Gesù compirà per i quattromila pagani poco più tardi.

Si tratta di un episodio che solo Marco racconta e che possiamo pensare paradigmatico per la sua comunità proveniente dal mondo pagano. Marco ci ha condotto per mano fuori da Israele e ora si “permette di sprecare” un versetto intero per descrivere gli spostamenti di Gesù in questa terra: “Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli”. Itinerario curioso che, per scendere a sud-est “verso il mare” di Galilea, si sposta a nord di Tiro verso Sidone e percorre il territorio esterno a Israele “in piena ragione della Decapoli”.

Si tratta di un lungo viaggio ingiustificabile dal punto di vista geografico! E’ come se per andare da Modena a Bologna uno si dirigesse verso Verona e scendesse a Bologna passando per Ravenna e Rimini! Non si fa!

Gesù non sceglie la via più breve per arrivare al lago di Galilea, ma percorre la via ampia che abbraccia quel mondo che era la Decapoli, la terra pagana delle dieci città a est del lago. Un itinerario di oltre cento chilometri che Gesù deve aver compiuto in diverse settimane, prendendosi tutto il tempo necessario per incontrare chi viveva in quelle terre.

Il vangelo di oggi descrive il modo in cui Gesù si coinvolge con il “non-Israelita”, il pagano, lo straniero che ancora non ha incontrato Lui, Parola che salva. Anche oggi il Signore raggiunge ogni uomo, senza distinzioni, inoltrandosi alla ricerca di chi non lo ha mai ascoltato… E al tempo stesso raggiunge la terra “straniera” che abita dentro ciascuno di noi, le zone della nostra vita ancora non evangelizzate, che ancora non si sono aperte a Lui e alla logica del suo vangelo…

Qui “gli portano” un uomo che, a causa della sua sordità, parla con difficoltà, è balbuziente (questo significa letteralmente il termine usato da Marco). Questo uomo quindi ha una doppia menomazione, la seconda non totale e sicuramente conseguenza della prima. Infatti chi non sente non può sviluppare il linguaggio. Si tratta di una impossibilità di comunicare che ha la sua radice nell’incapacità di ascoltare. L’ascolto permetterebbe alla parola di fluire correttamente, ma gli orecchi di questo uomo sono chiusi! Irrimediabilmente chiusi?

La sordità di questo personaggio del vangelo è paradigmatica di ogni chiusura alla Parola che Dio rivolge all’uomo: dalla chiamata dei patriarchi, fino ai re e ai profeti, Dio si presenta al suo popolo mendicante del suo ascolto: “Ascolta Israele” (cfr. Dt 5,1; 6,4). Principio di ogni possibilità di relazione fra Dio e l’uomo è l’ascolto. Ma il problema radicale di Israele e dell’uomo di ogni tempo è la chiusura a Dio che parla, tanto che il profeta Isaia arriverà a dire: “Sordi, ascoltate, ciechi, volgete lo sguardo per vedere. Chi è cieco, se non il mio servo? Chi è sordo come il messaggero che io invio? Chi è cieco come il mio privilegiato? Chi è cieco come il servo del Signore? Hai visto molte cose, ma senza farvi attenzione, hai aperto gli orecchi, ma senza sentire” (Is 42,18-20).

Ed eppure la sordità dell’uomo non è un ostacolo reale per Dio! Infatti Dio continua a rivolgergli “ostinatamente” la Sua Parola fino a “sfondare” la sordità dell’uomo: “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro” (Is 50,4b-5). Colui che è guarito dalla sua sordità e a cui viene “liberata” la lingua è il discepolo (“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola…”, Is 50,4a).

Quindi tutti i gesti compiuti da Gesù su quest’uomo fanno di lui un discepolo, lo “ri-creano” uomo-discepolo (sono infatti gli stessi gesti che Dio compie nella creazione dell’uomo in Gen 2).

Ora i suoi orecchi sono aperti in modo permanente all’ascolto e le sue labbra sono “liberate” per proclamare “correttamente” la Parola! Sono gesti di grande coinvolgimento personale che superano la richiesta iniziale fatta a Gesù di “imporgli la mano”. Gesù fa molto di più: lo “prende in disparte”, distinguendolo dalla folla anonima per cercare un’intimità con lui (“la condurrò nel deserto…” Os 2,16) e qui tocca le parti del corpo dell’uomo che lo chiudono alla relazione: gli orecchi e la lingua (“parlerò al suo cuore… Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza…”, cfr. Os 2,16-17).

Gesti di grande tenerezza che pongono il corpo di Gesù in relazione al corpo dell’uomo in un “travaso” di vita.

Dalla bocca di Gesù all’orecchio dell’uomo, dalla bocca di Gesù alla lingua dell’uomo: parola/acqua che purifica e risana.

Ma è interessante la parola che Gesù pronuncia per accompagnare i suoi gesti: “apriti!”. Non è parola rivolta agli orecchi e neppure alla lingua, ma è parola potente rivolta alla totalità dell’uomo. E’ lui che è chiamato ad aprirsi e allora il suo orecchio udrà (“si schiuderanno gli orecchi dei sordi”, Is 35,5), la sua lingua parlerà (“griderà di gioia la lingua del muto” Is 35,5).

L’uomo “si apre” così come avverrà quando il Risorto incontrerà i due discepoli sulla via di Emmaus: là “si apriranno i loro orecchi” (cfr. Lc 24,31) e Gesù stesso aprirà le Scritture” (cfr. Lc 24,32) perché possano entrare nel mistero della Sua Pasqua; un’apertura della mente che solo il Risorto può operare per comprendere le Scritture e riconoscere che “bisognava che il Cristo passasse per la sofferenza della morte per entrare nella sua gloria” (cfr. Lc 24,45).

Gesù è l’unico che apre l’uomo all’ascolto della Parola della Croce (cfr. 1Cor 1,18), il solo Vangelo per l’uomo: la vita è “bellezza” che scaturisce là dove si accoglie quel paradosso misterioso per cui consegnare la vita come Lui ha fatto significa vivere veramente.

L’imperativo di Gesù è tale che “subito” gli orecchi dell’uomo si schiudono e la sua lingua parla correttamente. L’uomo è restituito alla sua bellezza originaria così come era uscito dalle mani del Creatore: “vide che era cosa molto buona” (cfr. Gn 1). Sì, Gesù “ha fatto bella (buona) ogni cosa”! Questa è la bellezza che Gesù crea anche qui, in terra pagana: all’uomo è data la possibilità di essere discepolo, è liberata in lui la capacità di ascoltare la Parola che lo fa vivere e di proclamare ciò che quella Parola ha fatto di lui!

Ma i discepoli che accompagnano Gesù hanno un lungo cammino da fare per accogliere la logica travolgente dell’apertura di Gesù ad ogni uomo. I discepoli hanno ancora un “cuore indurito” (Mc 8,17), “lontano da Dio” (Mc 7,6) e dalla logica senza confini del dono che Dio fa di sé a tutti (pagani compresi!); i discepoli “hanno orecchi e non odono”, “hanno occhi e non vedono” (cfr. Mc 8,18), ancora non comprendono che la vita di Gesù è un “pane” donato per tutti.

Occorrerà l’ultima guarigione del cieco di Betsaida (anche questo episodio è raccontato solo da Marco) perché i discepoli inizino ad aprirsi alla comprensione dell’identità di Gesù.

Chi è Gesù? Il discepolo cosa conosce di Lui? Di quale apertura di orecchi ed occhi ha bisogno il discepolo per arrivare ad intuirne l’identità?

E noi, suoi discepoli, teniamo aperto il cuore, gli orecchi e gli occhi per riconoscere chi è Lui per noi?

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Un commento su “XXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

  1. ¿Cómo podemos estar satisfechos, mientras hoy aquí y en el mundo entero hay tantos hermanos nuestros que se les impedimos poder escuchar la PALABRA?

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Questa voce è stata pubblicata il 06/09/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

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