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La fragile pace in Sud Sudan, i vescovi: “Abbiamo bisogno di un aiuto internazionale”

Dopo vari colpi di scena, è stato finalmente siglato un accordo a Khartoum. L’appello di monsignor Hiiboro Kussala, presidente della Conferenza episcopale.

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Pubblicato il 05/09/2018
LUCA ATTANASIO
ROMA
http://www.lastampa.it/2018/09/05/vaticaninsider/

«La Commissione per gli affari della sicurezza ha raggiunto il suo obiettivo e firmato l’accordo. Quello ottenuto è un risultato storico». Con queste parole, Michael Makuei Kueth, il ministro dell’informazione del Sud Sudan, ha annunciato alla stampa domenica 2 settembre, la sigla apposta sul documento per la sicurezza dalle maggiori forze coinvolte nella feroce guerra che si combatte dal 2013. Le firme più pesanti sono quelle del governo, dell’ex vice presidente Riek Machar e la sua Splm-iO, e della South Sudan Opposition Alliance. Ma, elemento decisivo, hanno preso parte ai colloqui e siglato l’accordo, praticamente tutte le tante formazioni militari minori. A creare l’ennesima suspense ha provveduto proprio Riek Machar, che, lo scorso 29 agosto, quando tutti davano per certo l’accordo, ha annunciato il suo rifiuto a firmare. Ci sono voluti l’intervento del ministro degli esteri sudanese e responsabile per i negoziati El-Dirdeiry Ahmed, e trattative dell’ultimo minuto, per scongiurare il fallimento.

L’ennesimo accordo di pace, quindi, è appena nato ma già mostra le sue fragilità. Reggerà questa volta? Lo abbiamo chiesto a monsignor Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura-Yambio e presidente della Conferenza episcopale di Sudan e Sud Sudan, a Roma per una visita “ad limina”. Eccellenza, si può essere fiduciosi? 

«L’accordo è stato firmato, ma il processo non si è ancora concluso. Ora ci sarà il lavoro delle varie commissioni. Si può dire senza dubbio che non è perfetto, ma è certamente buono, è sufficientemente in grado di fermare la guerra e di rilanciare la speranza che la pace resista, non duri solo per settimane o qualche mese. Tutto ciò che va nella direzione della pace e della riconciliazione è positivo e noi come Chiesa sosteniamo ogni iniziativa. Uno degli aspetti migliori di questo processo è la sua inclusività. Ha infatti coinvolto un gran numero di partiti di opposizione, mentre vari Paesi vicini quali Uganda, Kenya, Etiopia ed Egitto, unitamente all’Unione Africana, hanno mostrato tutto il proprio sostegno. Inoltre, va sottolineato che l’accordo è stato firmato a Khartoum e che il Sudan ha favorito il dialogo, si è posto come facilitatore e non ha creato ostacoli. Io credo che il ruolo del Sudan da una parte e dell’Uganda dall’altra, Paesi a vario titolo coinvolti nel conflitto, sia stato fondamentale, nell’accordo si sente molto la loro influenza. Certo, bisogna stare attenti ora che non ascrivano solo a sé i meriti dei negoziati rivendicando vantaggi e potere».

Quali sono a suo avviso i punti deboli? 

«Al fine di accontentare tutti i gruppi politici e convincerli ad abbandonare le armi, si è costituita una struttura governativa pachidermica. Un presidente, 5 vice, oltre 40 ministri che a loro volta hanno vice e sottosegretari: stiamo per sfornare l’esecutivo più grande al mondo. Senza parlare dei mini governi e parlamentini che nasceranno nelle 32 provincie. Oltre a rendere difficilissimo il lavoro di governo, questa struttura politica comporterà un enorme dispendio di soldi. Non abbiamo strade, acqua potabile, scuole o ospedali, come giustificheranno il fatto che molti dei soldi verranno utilizzati per finanziare la politica? Avremmo dovuto pensare a strutture molto più snelle. Noi, in sede di negoziati, lo abbiamo fatto presente per mezzo del rappresentante del Consiglio delle Chiese, un protestante. Ma non siamo stati ascoltati. Purtroppo i colloqui non vertevano tanto su politica, ideologie o visioni, quanto sulle strategie per mantenere gli equilibri e accontentare tutti. In questo senso, devo ammettere di essere preoccupato e penso che sia importante che la comunità internazionale vigili e intervenga a protezione dell’accordo. Per superare le criticità, è fondamentale che tutti, comprese l’UE, la Cina, la Russia, le Ong e la Santa Sede, seguano passo passo il processo. Un altro punto importante su cui insistere è la riconversione dei tanti gruppi armati: gira un numero incredibile di armi in Sud Sudan, sarà decisivo che vi sia un inserimento graduale degli effettivi all’interno di strutture per la sicurezza governative».

Il Papa ha spesso posto al centro dell’attenzione la situazione sud-sudanese, ha aiutato il processo di pace? 

«Il Santo Padre è stato fondamentale, non perde mai occasione per incoraggiarci. Oltre alle tante iniziative di preghiera o gli appelli, ha convocato mesi fa un incontro interreligioso a Roma per favorire la pace e si tiene in contatto costante e diretto. Ha espresso il desiderio di venire a trovarci e speriamo si realizzi. Oltre al papa, poi, va sottolineato il contributo della Santa Sede. Il Cardinal Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, è venuto a Juba e ha scritto una lettera ai politici, mentre la Segreteria di Stato è da sempre molto attiva nella regione e fa sentire la sua presenza. Ora che l’accordo è fatto, inoltre, la Santa Sede può essere decisiva nel sostegno. Vede, cinque anni di guerra ci hanno sfibrati. Hanno causato odio e sfiducia nel popolo e diviso il Paese in tribù, hanno creato enorme sofferenza all’economia che già era in ginocchio e costretto alla fuga centinaia di migliaia di persone. Solo nella mia diocesi ho 7 chiese che ospitano nei propri complessi decine di migliaia di sfollati interni. E poi ci sono i milioni di sud-sudanesi in Uganda, in Kenya, Sudan, Etiopia, addirittura qualche migliaia ha trovato rifugio in Paesi in guerra come Congo o Centrafrica. Sentire la vicinanza del Papa e della Chiesa universale è per noi vitale».

Come è andato l’incontro con il Papa? 

«Ieri (il 3 settembre) siamo stati ricevuti da Papa Francesco che per noi è divenuto a tutti gli effetti un vero padre. Ci ha detto di continuare ad avere fiducia e a incoraggiare gli altri: “la guerra – ha detto – non è l’ultima parola sul Sud Sudan” e noi sappiamo bene quanto le sue parole possano cambiare il verso degli eventi. Se il mondo si scorda del Sud Sudan, noi possiamo stare certi: Papa Francesco non si dimenticherà mai di noi».

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Questa voce è stata pubblicata il 06/09/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag .

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