COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Uganda, la missione dei comboniani nel più grande campo profughi al mondo

Bidi Bidi ospita un milione di rifugiati al proprio interno. L’esperienza di padre Pasolini, da cinquantadue anni attivo nel Paese africano


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Il campo profughi di Bidi Bidi, in Uganda


Pubblicato il 02/09/2018
LUCA ATTANASIO
ARUA
https://www.lastampa.it/2018/09/02/vaticaninsider


Con circa 1,5 milioni di rifugiati ospitati al proprio interno, l’Uganda ha guadagnato nel 2017 la seconda posizione – a pari merito con il Pakistan – nella classifica dei Paesi con maggior numero di profughi accolti. Meglio di loro, solo la Turchia (3,5 milioni). Dal 1° gennaio 2018 a oggi, negli stessi mesi in cui in Italia si paventavano fantomatiche invasioni (8.100 arrivi, l’81% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017) e ci si preparava a difendere l’intera Unione Europea da improbabili devastazioni (in tutto, compresa l’Italia, hanno toccato il suolo continentale 62 mila migranti, di cui 16 mila in Grecia e 28 mila in Spagna), sono entrati nei suoi confini centinaia di migliaia di disperati in gran parte in fuga da Sud Sudan, Congo e Burundi. Archiviata la lunga quanto sanguinosissima parentesi bellica, il Paese dell’Africa centro-orientale, 45 milioni di abitanti circa, vive una fase di relativa stabilità e si segnala tra gli Stati più pronti all’ accoglienza. Nell’estrema punta nord-ovest del Paese, distretto di Yumbe, sorge il campo profughi di Bidi Bidi, il più grande insediamento al mondo: 282 mila sfollati sistemati in alloggi di fortuna in un’area di 230 chilometri quadrati.  

Come vive così tanta gente? Quali sono i bisogni e le speranze? Lo abbiamo chiesto a padre Tonino Pasolini, comboniano della diocesi di Arua (l’area dove sorge il campo), direttore dell’emittente Radio Pacis, che da anni visita e conosce Bidi Bidi.  

«La mia diocesi è quella che ha accolto più rifugiati al mondo: nel giro di due anni e mezzo ne sono arrivati più di un milione e la popolazione, che fino al 2014 contava 1,4 milioni di abitanti, è quasi raddoppiata. All’interno del nostro territorio sorge Bidi Bidi che sembra una città. All’inizio, l’Unhcr, che non si aspettava esodi così massicci, assegnava a ogni famiglia cinquanta metri quadri. Poi, da quando si sono toccati picchi di ingressi di 6/7 mila persone al mese, gli spazi a famiglia si sono ridotti e il campo si è esteso in maniera esponenziale».

Padre, lei visita regolarmente il campo, quali sono le condizioni di vita?  

«Fortunatamente l’Unhcr sta facendo un buon lavoro e la situazione nel campo è gestita bene. Certo i bisogni sono tantissimi. Il più impellente è l’acqua perché ci troviamo in una zona secca e quindi bisogna trasportarla con le autobotti dopo averla prelevata dal Nilo. Ma la distribuzione per circa 300mila persone non è certo semplice. L’82% della popolazione nei campi è costituito da donne e bambini e, naturalmente, quello della scolarizzazione è uno dei maggiori problemi da affrontare. Il campo esiste da due anni e mezzo circa, all’inizio non c’era alcuna possibilità per i bambini. Negli ultimi tempi sono sorte le prime scuole all’interno del campo, speriamo che da ora in poi vada meglio. In ogni caso tutti vogliono tornare a casa. Sono esausti per anni di guerre e carestie che li costringono a spostarsi da un luogo all’altro pur avendo una casa».

Come ha reagito la popolazione autoctona a questo arrivo imponente di profughi?  

«Gli ugandesi stanno dimostrando una grande capacità di accoglienza. L’Uganda può davvero andare a testa alta, e io, che sono da oltre cinquant’anni in questo Paese e mi sento ugandese, vado fiero dei miei concittadini. Probabilmente qui tutti si ricordano dei terribili anni di guerra durante i quali erano gli ugandesi a fuggire e a chiedere ospitalità in Sudan o in Congo e quindi sanno cosa significhi sentirsi o non sentirsi accolti. In ogni caso, mi lasci dire una cosa: vedo tanta agitazione in Italia e in Europa per poche migliaia di persone che chiedono rifugio e penso che si dovrebbe prendere esempio dall’Uganda, un Paese che con tutti i suoi problemi, riesce a essere aperto e ospitale».

Come rispondete alle esigenze sociali e pastorali dei profughi?

«La stragrande maggioranza dei profughi di Bidi Bidi sono sud-sudanesi, quindi cristiani. Ma per noi religiosi, sacerdoti, è molto difficile raggiungere il campo, che è in un’area remota e piuttosto isolata. Il vescovo di Arua, Sabino Ocan Odoki, è molto sensibile ai problemi dei rifugiati e tutti noi, compresa una manciata di missionari che erano nel Sud Sudan e che ora si sono insediati nella diocesi, cerchiamo di fare il possibile per visitare il campo. Si riesce a dire Messa meno di una volta al mese. La cosa molto positiva è che i fedeli si stanno organizzando e hanno nominato una serie di catechisti che fungono da coordinatori pastorali nei campi. Noi però svolgiamo un altro tipo di pastorale altrettanto efficace…».

Quale?

«Io dirigo tre radio che si chiamano Radio Pacis che raggiungono 10 milioni di persone nel nord dell’Uganda e arrivano fino al Congo e al Sud Sudan (dove si parlano stessi dialetti o simili), e che sono molto ascoltate all’interno dei campi. Facciamo trasmissioni in cui intervengono rappresentanti dei profughi, dell’ufficio del primo ministro incaricato della situazione dei campi, dell’Unhcr e di Caritas o World Vision. Parliamo di problemi reali come acqua, sanità, semi per coltivare e diamo voce alle esigenze primarie cercando di favorire un clima di armonia e confronto costruttivo. Ogni tre ore, trasmettiamo programmi per parlare esclusivamente dei campi profughi e delle persone che ci vivono. In questo modo aiutiamo da una parte i rifugiati che possono parlare delle loro istanze, dall’altra i cittadini ugandesi a capire la sofferenza dei rifugiati e provare empatia. Ora sto cercando sponsor per lanciare una quarta stazione a 5 km di distanza dal Sud Sudan che si occupi in special modo della questione dei profughi e che, grazie a una penetrazione di circa 400 km all’interno del Sud-Sudan, funga da mezzo di comunicazione tra sud sudanesi da tutte e le due parti del confine. Non ci vogliono molti soldi, ma il risultato sarebbe molto importante perché può favorire riconciliazione, può far sentire al mondo la voce dei profughi. La radio, per noi, è un vero strumento di pace».

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Questa voce è stata pubblicata il 07/09/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO, Vocazione e Missione con tag , , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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