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Lectio sulla Prima Lettera ai CORINZI – Carrarini (3)

XXIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

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viaggi di Paolo

 

LA PRIMA LETTERA AI CORINZI (3)
Una chiesa si interroga sulla sua fede

LETTURA BIBLICA E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

DISORDINI MORALI NELLA COMUNITA’

Nei capitoli 5 e 6 Paolo reagisce su altri tre fatti che gli sono stati riferiti a voce da quelli di Cloe o dalla delegazione che gli ha portato la lettera dei Corinzi. Sono dei fatti che riguardano membri della comunità e mettono in luce i molti problemi suscitati dall’entrata dei pagani nella Chiesa, in particolare sul piano dei comportamenti morali e sociali. Lo sforzo di Paolo di farsi “pagano con i pagani” ha comportato anche un duro lavoro di correzione di mentalità e modi di vivere non coerenti con il Vangelo. I fatti concreti sono:

• la convivenza di un cristiano con la sua matrigna e l’accettazione tacita del fatto da parte della comunità;

• la denuncia da parte di un cristiano di un altro membro della comunità presso un tribunale civile;

• la pratica della prostituzione (in casa con le schiave o fuori casa, nei “pranzi di lavoro” e nelle feste) da parte di alcuni cristiani benestanti.

Pur essendo situazioni che riguardano singole persone, Paolo si rivolge a tutta la comunità perché sente che questi comportamenti sono lo specchio di una mentalità più generale, di un modo di pensare e di agire che riguarda tutti. Coinvolge perciò tutti in una riflessione sulle motivazioni di fondo delle scelte perché un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta. Sullo sfondo si intravede la preoccupazione di Paolo nei confronti della cultura permissiva del mondo greco-romano e della mentalità lassista di Corinto. Da buon fariseo, educato ad una rigida disciplina morale, Paolo reagisce con durezza e invita la comunità a fare altrettanto, sottolineando le conseguenze della scelta fatta con il Battesimo. Non propone leggi e divieti morali, ma scelte nate dalla fede, dalla sequela di Cristo che ci ha riscattati a caro prezzo. Essere cristiani vuol dire assumere uno stile di vita nuovo, secondo il progetto di Dio.

La mentalità dei pagani

A partire da quei fatti concreti (e da altri che si intravedono sullo sfondo come l’omosessualità, la prostituzione sacra, la pedofilia, le ingiustizie legalizzate da tribunali compiacenti, gli abusi dei padroni verso gli schiavi, gli operai, gli stranieri, le donne…) Paolo mette in luce due caratteristiche della cultura dominante nel mondo pagano:

• La PORNEIA.

L’immoralità, specialmente sul piano della sessualità, si esprime come mentalità nella frase citata da Paolo: Tutto è lecito! Come comportamenti concreti si traduce nei vizi che lui riporta in tre elenchi presenti in questi capitoli. Questi vizi sono sempre esistiti nella storia dell’umanità, ma noi possiamo capire bene la preoccupazione di Paolo di fronte alla mentalità del mondo benestante e intellettuale dell’impero romano che li giustificava, anzi li propagandava come segno di progresso e civiltà. E’ quello che sta avvenendo oggi nel nuovo impero d’Occidente e che i mezzi della comunicazione sociale stanno diffondendo in tutto il mondo.

Reagendo al moralismo ottuso del passato (che vedeva peccati in ogni manifestazione della sessualità, anche nel matrimonio) si è passati ad una cultura che non vede più nulla di male in nessuna scelta, che giustifica e permette tutto in nome dell’emancipazione, del progresso, della lotta all’oscurantismo, del fatto che “il sesso fa bene alla salute”, che “cambiare partner arricchisce la persona”, che “fare tutte le esperienze aiuta a conoscere se stessi”… Oggi ci sono delle frange più esasperate (come i libertari di Corinto) e delle legislazioni più permissive, unite però a frange integraliste e a legislazioni molto restrittive. Si sta consolidando, comunque, una cultura più generale che non riconosce alcune regole morali universali e fondanti dei comportamenti validi per tutti. E’ bene ciò che una persona o un gruppo ritiene bene, senza riferimento a principi etici generali.

Tutti percepiamo l’esigenza di superare il moralismo sessuofobico del passato, ma non abbiamo più chiari i punti di riferimento ed i valori sui quali fondare delle regole che siano accettate e proponibili a tutti (anche se poi sono spesso trasgredite). La mentalità dominante oggi è di tipo permissivista, vicina a quella incontrata da Paolo nei dominatori romani e nei gaudenti Corinzi.

L’ADIKIA.

L’ingiustizia, la sopraffazione, la corruzione nell’amministrazione della giustizia, la legge del più forte, del più furbo, del più ricco, del “padrone” (l’unica veramente in vigore nell’impero romano, come in ogni impero, religioso, politico o economico che sia). Sempre i tre elenchi di vizi ne sottolineano le molte manifestazioni concrete.

Oggi è la legge dominante nell’impero dei G8, del mercato globalizzato, dei paesi industrializzati che schiacciano e affamano i più deboli in modo “legale”, con l’avallo della giustizia e delle istituzioni da loro create e controllate. E’ la mentalità (statale ma anche individuale e famigliare) del non cedere, del far valere i propri diritti, dello sfruttare le debolezze degli altri, della libertà di iniziativa, che diventa la legge della giungla e della sopraffazione. L’interesse personale e di gruppo, il miglioramento senza limiti della propria condizione, il successo ad ogni costo, contano più delle persone, della solidarietà, della giustizia, del rispetto dell’ambiente. L’ingiustizia ha assunto oggi dimensioni planetarie: è globalizzata, come le reti informatiche, ma è anche ritenuta (almeno dall’Occidente) connaturale all’economia e giustificata dalla necessità di progredire, di migliorare e prolungare la vita degli uomini sulla terra.

Anche da molti cristiani non è sentita come “ingiustizia”, ma come “necessità”, valutando impossibile e utopico un altro modo di gestire l’economia ed i rapporti tra le persone, le famiglie, le comunità e i popoli. Spesso anche tra i praticanti, i religiosi e i laici impegnati nei servizi ecclesiali, si vive una netta divisione tra fede, preghiera, rapporto con Dio (dimensione verticale) e vita sociale, affari, lavoro, rapporti con gli altri (dimensione orizzontale). Così si possono capire tanti litigi, processi, sopraffazioni, insensibilità ai problemi sociali e alle ingiustizie, presenti nei credenti e nelle strutture ecclesiastiche.

Paolo esprime un giudizio di condanna verso questa mentalità e verso i fatti concreti nei quali si manifesta. Ci sono espressioni molto dure in questi capitoli:

Dovete abbandonare quel tale a Satana: cioè cacciarlo dalla comunità, scomunicarlo.
Togliete via quel vecchio lievito che vi corrompe,
cioè la mentalità mondana.
Non avere nulla a che fare con chi vive nell’immoralità… con simile gente non dovete neppure mangiare insieme
: la coerenza tra fede e vita; non farsi coinvolgere in scelte, “feste”, programmi e manifestazioni che promuovono un certo tipo di cultura e di comportamenti.
E’ un cattivo segno che ci siano processi tra voi: gli odi, i litigi, i processi tra cristiani sono una controtestimonianza al Vangelo e all’esempio dato da Cristo.
Non illudetevi: nel regno di Dio non entreranno gli immorali, gli adoratori di idoli, gli adulteri, i maniaci sessuali, i ladri, gli invidiosi, gli ubriaconi, i calunniatori, i delinquenti: ci sono dei comportamenti che sono in contrasto con le esigenze della fede e vanno combattuti.

L’annuncio è chiaro: questi comportamenti sono sbagliati, sono male, sono “peccato mortale”, cioè un male che porta alla morte, all’esclusione dalla comunità, dalla comunione con Gesù Cristo e con i fratelli nella fede. Paolo rimarca (in questi, come in altri elenchi di vizi presenti nelle Lettere) il suo giudizio negativo e la sua presa di distanza dalla mentalità permissiva greca e dalla cultura della forza del mondo romano. Riafferma i valori morali derivanti dai dieci comandamenti e dall’invito di Gesù: amatevi come io vi ho amati (Gv.13,34), che li interpreta e li attualizza.

Su questo terreno sono impegnate anche le nostre Chiese oggi, per riaffermare un giudizio morale sulla mentalità e sulle scelte che la cultura dominante sta imponendo nel mondo, sia sul piano dei comportamenti sessuali, sia su quello della giustizia, della violenza, del rispetto della vita, delle persone più deboli, dell’ambiente. Molte situazioni oggi interrogano i credenti e chiedono delle prese di posizione di denuncia e di proposte alternative. Come sempre nella storia, ci sono paure, prudenze, connivenze, silenzi, ma anche denunce forti, segni e coinvolgimenti profetici.

Rispetto al nostro concetto di “peccato mortale” (che condanna alla perdizione eterna) possiamo notare una frase un po’ sibillina di Paolo (riguardo alla scomunica dell’incestuoso) che apre uno spiraglio di fiducia rispetto alla misericordia infinita del Padre e alla salvezza finale delle persone: Egli ne soffrirà in questa vita terrena, ma sarà salvo nel giorno del Signore. Richiama quanto detto nel capitolo 3 per il missionario che vedrà bruciare il suo lavoro, ma lui si salverà come uno che passa attraverso un incendio. Cosa vuol dire?

La scomunica, il giudizio di condanna della comunità, il fallimento dei progetti umani, sono legati a questa vita e sono un aiuto alle persone per capire i loro sbagli, per ravvedersi e cambiare; ma la salvezza finale è nelle mani di Dio ed è affidata alla sua misericordia. Non sta a noi (o alla Chiesa) decidere chi “va all’inferno” e chi “va in paradiso”, chi è “dannato” e chi è “salvato”. Il giudizio finale spetta a Cristo e sarà al suo ritorno. Nel Nuovo Testamento ci sono parecchie espressioni che riguardano sia la condanna eterna di chi non crede, sia la salvezza eterna di tutti gli uomini. Anche Paolo sottolinea sia la condanna di chi commette il male, sia la fiducia nella misericordia di Dio che vince il peccato dell’uomo e lo avvolge nel suo amore. Lasciamo a Dio il ”come” unire le due cose e realizzare il suo progetto.

La mentalità del cristiano

Paolo non solo condanna il male e la mentalità mondana dei Corinzi, ma li invita anche ad approfondire la nuova mentalità del Vangelo. Per giustificare la sua presa di posizione e fondare le scelte morali che propone ai cristiani, sottolinea alcuni punti di riferimento nella fede per formarsi una mentalità ed uno stile di vita nuovi, come i pani non lievitati di Pasqua.

Appartenete a Cristo, siete uniti a Cristo, Dio vi ha fatti suoi riscattandovi a caro prezzo.

E’ questo il riferimento fondante la morale cristiana ed è il ritornello che ricorre costantemente in questi capitoli (e in tutte le Lettere). La nuova vita di credenti ha la sua fonte nel Battesimo, nell’accoglienza del dono di salvezza portato da Cristo con la sua morte e risurrezione. Questa è la radice dalla quale spunta la nuova mentalità cristiana e alla quale si alimentano le scelte morali. Non ”la legge per la legge”, le regole per conservare l’ordine e salvaguardare il principio d’autorità, ma una legge morale come coerenza al dono di Dio ricevuto attraverso Gesù Cristo. Il cristiano è servo di Gesù Cristo, riscattato dalla schiavitù del peccato, da comportamenti egoistici e violenti, per vivere come tempio dello Spirito Santo, nell’amore, nella giustizia, nell’onestà, nella purezza di cuore, nella mitezza, nel rispetto di se stesso, degli altri, del mondo in cui vive.

Questa è la scelta di fondo (= opzione fondamentale nel linguaggio della teologia morale) di ogni comportamento cristiano e da questa scelta è partito tutto il rinnovamento della teologia morale avvenuto negli anni del post-Concilio. E’ un lavoro di ripensamento ancora in atto, specialmente in rapporto ai molti problemi nuovi posti dalla nostra società e dal suo modo di interpretare il mondo e la vita delle persone.

Non lasciatevi dominare da qualsiasi desiderio, non abbiate nulla a che fare con chi vive nell’immoralità, nell’ingiustizia.

Paolo precisa subito che non si tratta di abbandonare la società e ritirarsi in un eremo; si tratta di una scelta di coerenza morale, di autodisciplina e di rispetto dei valori morali, di essere un segno con la parola e con la vita. Il cristiano è chiamato ad essere nel mondo, ma non del mondo; a vivere con tutti, ma non assecondando la mentalità di tutti. Il cristiano è chiamato ad essere lievito, sale, luce; a portare i pesi e le debolezze degli uomini, ma senza farsi fagocitare dai loro comportamenti.

Quello di Paolo non è un invito a formare un ghetto, una società cristiana o un gruppo di puri che si distacca dalla massa, ma ad essere dentro ogni realtà umana (economica, sociale, politica, educativa, sanitaria, del tempo libero, culturale, dell’informazione, dello sport…) con mentalità e comportamenti nuovi, che possono essere collaborativi, ma anche critici, fino all’obiezione di coscienza se necessario. Il fatto che la società si stia sempre più secolarizzando, laicizzando nelle sue leggi e nei suoi stili di vita, chiede ancora di più alla comunità cristiana il coraggio di queste scelte controcorrente, di una testimonianza di fede convinta e coerente. Già ci sono piccole minoranze che stanno tracciando un cammino, anche nella Chiesa italiana.

Perché non sopportate piuttosto qualche torto? Perché non siete disposti a rimetterci piuttosto qualche cosa?

Di fronte ai litigi e alle prepotenze di alcuni Corinzi, Paolo richiama la scelta evangelica della nonviolenza, di reagire al male con il bene, di convertire chi sbaglia con atteggiamenti di mitezza, rinuncia, perdono, amore. Tornano alla mente molti passi dei Vangeli su questo tema (specialmente il discorso della montagna, il discorso comunitario, i discorsi sulla ricchezza e sull’autorità, le parole di Gesù durante la passione…).

Risuona, ancora una volta, l’invito a ragionare come Dio e non come gli uomini, ad imitare l’esempio di Gesù e non la logica umana del potere, dell’orgoglio, dell’interesse. E’ una proposta quanto mai chiara e decisa, eppure ancora oggi così difficile da essere accettata e praticata dai cristiani. Quando queste scelte, umili e coraggiose, di nonviolenza e distacco dai beni diventeranno Vangelo? Quando questo lieto messaggio sarà vissuto come libertà da sterili lotte e angustie (che avvelenano la vita e i rapporti con le persone) e come segno per una società che crede solo nell’accumulare e nel dissipare?

Rendete gloria a Dio con il vostro stesso corpo.

E’ l’invito conclusivo del capitolo che riassume, in positivo, tutto il discorso sulla sessualità. Superando qualsiasi idea negativa sul corpo e sulla sessualità, e un moralismo ottuso e giansenista, Paolo invita i Corinzi a vivere con serenità, gioia e amore il rapporto con se stessi e con gli altri; a fare della propria vita, in tutte le sue manifestazioni, una lode a Dio, una preghiera incessante, un sacrificio vivente (Rom.12,1).

Tutto è puro per chi è puro (Rom.14,14), ma non tutto fa crescere; tutto è lecito, ma non tutto è utile, ripete Paolo. Ci sono atteggiamenti e scelte che uniscono le persone, le maturano, le fanno crescere nel rispetto, nell’amore; e ci sono scelte che distruggono i rapporti, che schiavizzano le persone, che le rendono oggetto e mezzo per raggiungere i propri fini.

L’invito è a vivere la sessualità come dono, come attenzione all’altro per costruire, consolidare e mantenere rapporti veri e duraturi. La sollecitazione è a vivere la sessualità come espressione di lode e culto a Dio che è amore. Questa dimensione positiva e relazionale della sessualità è continuamente da riscoprire e vivificare con scelte che la liberino da paure e moralismi angoscianti, ereditati dal passato, ma anche da quel relativismo e da quella mercificazione dominante nella cultura mediatica.

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 09/09/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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