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XXIV domenica del Tempo Ordinario (B) Lectio

XXIV domenica del tempo Ordinario (B)
Lectio divina sul vangelo di Marco 8,27-38

di Silvano Fausti

Testo word Lectio divina al vangelo di Marco 8,27-38
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vangelo di Marco 8,27-38

MA VOI, CHI DITE CHE IO SIA?
(8,27-30)

1. Messaggio nel contesto

“Ma voi, chi dite che io sia?”, chiede Gesù ai discepoli e a noi, che fin qui abbiamo camminato con lui. “Tu sei il Cristo”, risponde Pietro. Prima tutti si chiedevano: “Chi è costui?”. Ora lui stesso domanda: “Chi sono io per te?”.

Fino a quando ci poniamo questioni su di lui, non comprenderemo nulla! Si comincia a capire qualcosa quando ci lasciamo porre in questione. Non lui, bensì noi siamo chiamati a dichiararci. Finora ci ha fatto la sua proposta; ora chiede la nostra risposta: “Rispondimi, e ti risponderò”.

Il cristianesimo è la risposta a questa domanda che lui mi rivolge: “Chi sono io per te?”.

La sua provocazione è anche un esame della vista, per farci costatare che abbiamo bisogno di occhi ulteriormente nuovi. Finisce così la prima parte del vangelo.

Comincerà poi il cammino della seconda, che ci farà riconoscere il Figlio di Dio.

La confessione di Pietro è giustapposta all’autoconfessione di Gesù (v. 31), che dice la “Parola” (v. 32). Le due confessioni sono le due facce della pietra di volta di tutto il vangelo di Marco, e segnano il passaggio da una comprensione di Gesù come Cristo a una comprensione spirituale di lui come Signore. Si varca la soglia dei desideri dell’uomo, che resta confuso e sbigottito, per entrare nella promessa di Dio, più grande di ogni fama (Sal 138,2). Questo riconoscimento conclude la sezione dei pani, iniziata con l’invio dei Dodici (6,6b). Gesù infatti lo si riconosce nel pane, in cui attua la nostra salvezza.

La sua domanda è duplice, perché duplice è la risposta: quella della gente, secondo la carne, e quella del discepolo, secondo lo Spirito. Ma questa convive con quella, e, come vedremo, ha un continuo bisogno di confronto con la “Parola” per purificarsi.

Gesù è il Cristo. “Cristo” era diventato quasi il suo cognome. Marco lo nomina nel titolo e lo fa riconoscere ora. Ridà così a questa parola il suo significato originario. Esso è spiegato in otto lunghi capitoli attraverso ciò che Gesù ha fatto: ha mondato lebbrosi e fatto camminare zoppi, ha guarito mani per toccarlo e ricevere da lui la vita, ha risuscitato i morti e dato loro da mangiare il pane che sazia, ha guarito l’orecchio per ascoltare la Parola e la vista per contemplare la Gloria. È quindi il Cristo, l’atteso da Israele, il discendente di Davide (2Sam 7), il re di giustizia e di pace, liberatore e salvatore del suo popolo, anzi, di tutti i popoli. Anche se molto umana, questa fede è valida, come prima tappa.

Discepolo è colui che risponde alla domanda di Gesù: “Chi sono io per te?”. La fede non è delegabile. Ognuno è chiamato a dare la propria risposta, a conoscerlo, amarlo e seguirlo, anche se ancora imperfettamente. Gesù fin qui ha esaudito i nostri desideri, ma quasi solo per adescarci e disporci a ricevere un dono che sorpassa ogni nostra attesa. Ci ha avvinto a sé perché ci fidiamo di lui. D’ora in poi comincerà a non farci più doni. Il nostro occhio dovrà passare dalla sua mano vuota al suo volto, e penetrare nel suo cuore, sorgente di ogni dono. Dio infatti è amore, e null’altro ama che amare e dare se stesso all’amato. La seconda parte del vangelo ce lo presenterà così, e culminerà sulla croce, dove compirà pienamente la rivelazione di sé nel dono di sé.

Il rischio nostro è di restare chiusi nella prima parte, senza mai conoscere il Signore. Infatti non cerchiamo lui, ma i suoi doni, e lo identifichiamo con questi, riducendolo a un idolo, attaccapanni dei nostri desideri o fantasma delle nostre paure.

2. Lettura del testo

27 uscì Gesù e i suoi discepoli verso i villaggi di Cesarea di Filippo. È il punto più lontano che Gesù raggiunge nel suo cammino in regione pagana. Anche il suo riconoscimento pieno avverrà sulla croce, il punto più lontano da Dio, e per bocca di un pagano (15,39). Il Signore, nella sua trascendenza, è sempre lontano – e per questo vicino a ogni lontananza.

nel cammino. L’uomo ha il suo centro fuori di sé, che lo sbilancia sempre in avanti. Fatto per camminare, ovunque è straniero, fuggitivo o pellegrino secondo che s’allontana o s’avvicina alla sua casa. Comunque il suo è sempre un viaggio che va dalla morte alla vita (cf brano seguente). In questo cammino Gesù interpella chiunque è con lui e desidera andare oltre.

interrogava i suoi discepoli. La domanda contiene sempre la risposta. Fino a quando ci interroghiamo su Gesù, ci daremo le nostre risposte scontate. Per questo è importante non domandarci noi su di lui, ma ascoltare la sua domanda, che mette in questione noi.

Gli uomini chi dicono che io sia? Gesù pone prima questa domanda perché i discepoli sappiano riconoscere il pensiero dell’uomo. Egli riconduce tutto al già noto. al passato ormai morto, di cui, piacevole o fastidioso fantasma, conserva il ricordo. Questo costituisce l’ovvietà religiosa. Tentiamo sempre di adattare Dio al letto di Procuste del nostro cervello, riducendolo a ciò che già pensiamo e difendendoci dalla novità sconvolgente che vuol portarci.

28 Giovanni il Battista, altri Elia, ecc. È la risposta che troviamo all’inizio della sezione dei pani (6,14). È l’unica possibile all’uomo, per il quale non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole (Qo 1,9). Tutto è da sempre passato, e tutto sempre passerà, fagocitato dalla morte, senza mai novità alcuna. I profeti, che indicano il futuro di Dio, invece di ascoltarli, da sempre si preferisce prima ucciderli; solo dopo li si riconosce, quando non importunano più la nostra tranquillità. Anche Gesù, Parola di Dio viva e operante, è identificato con loro, catalogato con le etichette della nostra pigrizia mentale, relegato a fantasma del passato.

29 Ma voi. I discepoli sono un “voi”. Sta nascendo la comunità, formata da chi si lascia interpellare da lui. Da loro attende una risposta che sia un “ma” rispetto a quella scontata dalle persone religiose.

chi dite che io sia? È la domanda fondamentale del vangelo. Ora Gesù stesso la pone, chiedendo al discepolo di pronunciarsi nel suoi confronti. La vera questione è questa, che lui mi rivolge personalmente: “Chi sono io per te? Cosa significo per la tua vita? Sono il tuo Salvatore e il tuo Dio, il tuo desiderio e il tuo mistero assoluto? Ti lasci mettere in discussione da me, sei disposto ad amarmi e seguirmi, per stare sempre con me, così come sono, anche quando sarò con te là dove non pensavi, ti salverò come non credevi, e mi scoprirai come non mi conoscevi?”. La fede è la mia risposta a questa domanda, che resta sempre aperta, lasciando nella provvisorietà ogni mia risposta.

Tu sei il Cristo. Per i discepoli Gesù non è un fantasma del passato. In lui, unico e presente, si ravviva il loro cuore spento; con lui divampa tutto un passato di promesse e si apre un futuro di speranze. Chi può come lui dare e dire ciò di cui hanno un bisogno così sordo e cieco, una sete e una fame così profonda? Nella parola “Cristo” si cristallizza tutto quanto di bello e di buono l’uomo può attendere da Dio. Tutte le azioni e le parole raccontate fin qui danno il significato vero e pieno a questo termine, che significa messia (= unto, consacrato), re.

30 li sgridò, ecc. Gesù, invece di lodare Pietro, “sgrida” tutti, come i demoni, perché tacciano. Perché questa doccia fredda? Vuol spegnere il fuoco acceso? È giusto quanto Pietro ha detto; ma solo in parte. C’è un errore: Gesù non è “il” Cristo determinato dalle sue attese religiose, è invece “un” Cristo (cf 1,1) a lui ignoto, che realizza la promessa di Dio.

È necessaria la seconda parte del vangelo, la “Parola” che spiega il pane, prima che possiamo riconoscere in Gesù che chiede: “Chi sono io?” la gloria di colui che dice: “Io Sono”.

Il cieco fu guarito in due rate. Il discepolo vede il Cristo ancora in un’ottica molto umana. “Vedo gli uomini perché vedo come alberi che camminano”, diceva il cieco non totalmente guarito. Gesù ci farà prendere coscienza di questo, perché gli chiediamo di vedere chi veramente è. Seguirà un’altra guarigione. Allora lo vedremo sull’albero, verso il quale il Figlio dell’uomo ormai si va decisamente incamminando.

3. Esercizio

  1. Entro in preghiera, come al solito.
  2. Mi raccolgo immaginando il cammino, nella regione di Cesarea di Filippo, dove Gesù interroga i suoi discepoli.
  3. Chiedo ciò che voglio: conoscere chi è lui per me, che peso ha nella mia vita. È il mio Salvatore, la mia speranza, il mio desiderio?
  4. Traendone frutto, vedo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.
  5. Passi utili: 2Sam 7,8-16; Sal 2; 89; At 2,14-36; 3,12-26; 4,8-12.

IL FIGLIO DELL’UOMO DEVE MOLTO SOFFRIRE
(8,31-33)

1. Messaggio nel contesto

“Il Figlio dell’uomo deve molto soffrire”. Dopo aver esposto il suo insegnamento in parabole (c. 4), Gesù comincia ora con franchezza a dire la “Parola”. È la parola della croce – stupidità e debolezza per l’uomo, ma saggezza e forza di Dio (cf 1Cor 1,18-25).

Dopo aver avvinto a sé il discepolo, che lo riconosce come il Cristo salvatore, Gesù inizia a spiegargli cosa significa essere il Cristo e come viene la salvezza. Qui comincia la seconda parte del vangelo, che è tutta un’istruzione riservata ai suoi, scandita dalle tre predizioni della morte/risurrezione. È la sezione ecclesiale, in cui la comunità si confronta con il mistero del pane.

È qui che vediamo la differenza, anzi lo scontro tra il pensiero dell’uomo e il pensiero di Dio. Il primo, cercando di salvarsi, diventa egoista, vivendo la morte e uccidendo la vita. Il secondo sa perdersi per amore, fino a dare la vita.

La prima parte del vangelo culminò nel riconoscimento di Gesù come Cristo: la seconda terminerà nel riconoscimento di lui come Figlio di Dio ( 15,39).

Il v. 31 dice la “Parola” che chiarisce l’enigma di ogni parabola e svela il mistero di Gesù ucciso e risorto, già profetato nei canti del Servo, nei salmi e nella storia dei giusti. Tutto il vangelo è introduzione sapiente, spiegazione paziente, sviluppo coerente e confronto costante con questa Parola, che dà la chiave di lettura di tutta la storia.

La sapienza di Dio passa attraverso la povertà, l’umiliazione e l’umiltà; accetta le sofferenze, il ripudio e l’uccisione; e proprio così vince il male fatto dalla sapienza dell’uomo, che ricerca l’avere, il potere e l’apparire, provocando la morte propria e altrui.

Pietro, come tutti noi, resta chiuso nel pensiero dell’uomo. Il suo scontro con Gesù è violento. Si farà sempre più serrato, fino al confronto finale. La croce, fatta da noi e portata da lui, rimane l’unico luogo possibile d’incontro.

Il male non è esterno a noi. L’inferno non è l’altro. Il satana è presente nel cuore di Pietro e di ciascuno. La “Parola” lo fa uscire allo scoperto, con tutte le sue resistenze e convulsioni. L’esorcismo fondamentale di Cristo è la vittoria su questo male, causa di ogni altro, che viene appunto dal di dentro dell’uomo (7,20.23).

Il cammino è lento e difficile, ma sicuro e rispettoso. La “Parola”, denunciando sempre più chiaramente la nostra cecità, ci pone nella necessità di chiedere la luce. Questo è il nostro massimo gesto di libertà, con cui riconosciamo la verità e ci mettiamo “dietro” a Gesù, sempre tentati, con Pietro, di metterci davanti.

Gesù, appena riconosciuto come “Cristo”, rivela la sua identità di Figlio dell’uomo sofferente e quindi glorioso. Questa è la “Parola”, il suo mistero di morte e risurrezione (v. 31), al quale è legata la nostra salvezza (v. 38). Il Padre gli farà eco dal cielo e confermerà che proprio lui è il suo Figlio (9,8), perché segue il cammino del servo (cf 1,11; 15,39).

Il discepolo è chiamato a confrontarsi ora con la “Parola”. Deve prendere nella barca Gesù così com’è, che dorme e si risveglia (4,36). Dopo averlo riconosciuto messia, è chiamato con Pietro ad affrontarlo e a negargli la croce, in modo da permettergli di smentirlo e salvarlo. Nella seconda parte del vangelo la Parola deve compiere in lui le due opere più difficili: scacciare il demonio sordomuto (9,14-29) e illuminare il cieco di Gerico (10,45-52).

2. Lettura del testo

31 cominciò a insegnar loro. Qui c’è come un nuovo inizio. Comincia la faticosa lotta tra la “Parola” e la nostra sordità e cecità. In questo versetto Gesù dichiara l’identità propria e di Dio nella nostra storia.

Il Figlio dell’uomo. Gesù chiama se stesso con questo nome, che poi la Chiesa non userà più, perché difficilmente comprensibile al di fuori del giudaismo. In ebraico ha un gamma di significati, e richiama soprattutto Dn 7, dove il Figlio dell’uomo appartiene contemporaneamente al mondo di Dio, di cui ha tutta la dignità e il potere, e al mondo dell’uomo, con il quale è solidale fino in fondo. Gesù usò volentieri questo titolo, che, senza far violenza a nessuno, permetteva a ciascuno di capire ciò che era disposto a capire, lasciandogli la possibilità di una comprensione più profonda.

deve. Quanto segue è l’unico “dovere” di Gesù, che rivelerà Dio come amore. Chi ama infatti non può non condividere il male dell’amato. “Deve” (greco: deî) non indica un dovere morale, ma una necessità di tipo naturale, più profonda. Il Signore “deve” dare la vita per noi, come il fuoco deve scaldare, la pioggia bagnare e il sole illuminare. Non può essere diversamente. “Deve” inoltre richiama il compimento della promessa di Dio che non può non realizzarsi; ed è in connessione, soprattutto per Luca, con la passione di Gesù, in cui si realizza quanto la Scrittura dice a riguardo del Servo sofferente.

molto soffrire. Gesù combina la figura gloriosa del Figlio dell’uomo di Dn 7 con quella del Servo di JHWH (cf Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11; 52,13-53,12), la cui vita è lotta e sofferenza, per mantenere insieme la fedeltà a Dio e al popolo.

essere riprovato dagli anziani e dai sommi sacerdoti e dagli scribi. Gesù sarà esaminato attentamente e gettato via dai potenti. Anziani, sommi sacerdoti e scribi rappresentano rispettivamente la categoria dei possidenti, dei potenti e dei sapienti, coloro che hanno realizzato il desiderio di avere, potere e apparire. Sono le tre maschere dell’unico male, l’egoismo, che si annida nel cuore di ogni uomo e sta all’origine di tutti i mali. Corrispondono alle tre concupiscenza sulle quali si struttura il mondo e la sua storia (1Gv 2,16), e ai tre aspetti seducenti e illusori del frutto proibito, che già ad Eva parve buono, bello e desiderabile (Gn 3,9). La perversione dell’uomo sta innanzi tutto nel giudizio sbagliato: pensa che sia bene avere invece di donare, che sia bello dominare invece di servire, che sia desiderabile apparire invece di essere ciò che si è. Il Signore invece, che è amore, non può che presentarsi nella povertà di chi dona, nell’umiliazione di chi serve, nell’umiltà di chi è vero. Per questo verrà scartato. Ma proprio così, morendo in croce, sarà il Cristo, colui che ci libera dal nostro male tremendo e ci rivela Dio.

ed essere ucciso. Gesù non muore. È ucciso. La morte è ciò che capita a tutti e che tutti temiamo, perché ignoriamo di venire da Dio e di tornare a lui. Schiavi di questa paura, cerchiamo di salvarci cadendo sotto la mano di satana che con essa ci domina (cf Eb 2,14). Gesù ne è libero, perché sa di venire dal Padre e di tornare a lui; per questo sa amare fino al punto di dare la vita per noi che lo uccidiamo (Gv 13,1 ss). Ma la sua uccisione è “martirio”, ossia testimonianza di un amore più grande della vita e più forte della morte.

dopo tre giorni risuscitare. L’uomo cammina verso la morte. Anche se non lo vuole, questa è per lui la parola definitiva. Ma è un inganno. La parola definitiva spetta a Dio, che è amore e vita. La risurrezione non è semplice rianimazione di un cadavere che ritorna alla condizione mortale; è invece il passaggio, attraverso la morte, a una pienezza di vita che non conosce più morte e alla quale partecipa anche il corpo, trasfigurato. Solo la prospettiva della risurrezione permette di non impostare la vita sulla paura della morte. Per questo, se Cristo non è risorto, è vana la nostra fede, e noi restiamo ancora nel nostro male (1Cor 15,17).

32 con franchezza. La parola greca (parresía) significa: dire tutto con libertà, coraggio e chiarezza. Gesù prima parlava sotto il velo delle parabole (4,11.33 s), ora gioca a carte scoperte.

la Parola. “La Parola” è il termine tecnico per indicare il vangelo (cf 1,45; 2,2; 4,32). È la parola della croce, sapienza di Dio e sua rivelazione totale. Lo scriba Paolo, dopo la sua conversione, riassumerà tutta la sua scienza nuova dicendo: “Ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1Cor 2,2). Egli è la Parola: chiarisce l’enigma di tutta la Scrittura, della storia di Dio e della nostra.

Pietro, presolo con sé. Pietro prende con sé Gesù, in disparte dagli altri. È molto sicuro di sé, e non vuol fargli fare una brutta figura davanti a tutti.

cominciò a sgridarlo. “Sgridare” è la stessa parola usata quando Gesù zittisce i demoni. Pietro pensa che dietro “la Parola” si nasconda una tentazione dell’ingannatore: il Cristo non si accorge che così rovina il regno di Dio? Gli dice: “Dio te ne scampi, Signore, questo non ti accadrà mai” (Mt 16,22). Quanto Gesù ha appena detto è una minaccia che fa crollare tutte le certezze “religiose” di Pietro: la sua morte da fallito sarebbe la fine di ogni speranza umana e di ogni promessa divina. È molto importante riconoscere e manifestare la nostra opposizione, dettata da un amore sincero, ma ancora carnale.

33 egli, voltatosi e vedendo i suoi discepoli. Gesù si rivolge a Pietro e agli altri, dai quali Pietro si era staccato.

sgridò Pietro. Gesù ricambia a Pietro il rimprovero: satanico è lui, che vuol distoglierlo dalla croce.

dietro di me (cf v. 34). Il discepolo non deve mettersi davanti, ma dietro al suo maestro. Non lui deve seguire noi, bensì noi lui. Pietro vorrebbe tirare Cristo dalla propria parte, invece che passare lui dalla sua. È una operazione diabolica, che capovolge radicalmente la fede: invece di obbedire noi al Signore, dovrebbe lui obbedire a noi! Gesù propriamente non dice a Pietro: “Lungi da me!”, come traducono varie versioni. Non lo manda lontano. Lo richiama vicino, ma al suo posto: “Dietro di me”. Infatti si era messo davanti. Quest’espressione “dietro di me” è la qualifica fondamentale del disce­polo, ripresa al v. 34. Gliel’aveva già detta all’inizio (1,17). Gliela ripete ora che sa dietro a chi va.

satana. Come nel caso degli indemoniati, in quel momento non è Pietro, bensì satana che parla in lui, e cerca di identificarsi con il suo cliente. Ora il ladro della Parola (4,15) tenta il colpo che non gli era riuscito nel deserto: chi non ha ceduto alle seduzioni del nemico, forse cederà alle istanze del miglior amico! Ma Gesù resiste a viso aperto. Quanti pensieri e azioni sataniche, compiute con amore ma senza l’intelligenza di Cristo! A chi ha zelo, satana gliene aggiunge, fino al fanatismo, ma gli vela la “Parola” – la sapienza della croce. È da notare che Pietro è chiamato “satana” non perché dice o fa qualcosa di diabolico, ma semplicemente perché pensa “secondo gli uomini”. Il satanico è molto umano. Sembra invece disumano Dio! Questa è la percezione del nostro giudizio ingannato dal maligno, specialista nel fare apparire bene il male e male il bene.

perché non pensi le cose di Dio, ma quelle degli uomini. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8). Il discernimento è difficile. Gesù, con la “Parola”, ci dà il criterio oggettivo per illuminare l’intelligenza. La preghiera poi vincerà le resistenze della volontà. Il pensiero di Dio è amore che dona la vita e giunge alla risurrezione attraverso la povertà, l’umiliazione e l’umiltà, fino alla morte da reprobo. Il pensiero dell’uomo è egoismo che cerca di salvarsi e produce morte attraverso la ricerca di avere, di potere e di apparire. Tra le due vie non c’è nulla in comune, se non la nostra “buona volontà”, quando, “a fin di bene”, utilizza per il Regno ciò che Gesù ha scartato come tentazione. Allora nuociamo molto alla sua causa. Indossiamo la sua divisa, ma giochiamo per la squadra avversaria. È molto più facile fare goal. Da qui comincia la liberazione del discepolo, il vero esorcismo che la Parola continuamente opera in noi e nella Chiesa. Inizia la fatica di Cristo. D’ora in poi non farà più nessun prodigio. Solo guarirà il sordo muto e il cieco. E morirà in croce. Allora la nostra durezza di cuore si scioglierà e conosceremo il Signore, mentre realizza pienamente la “Parola”.

3. Esercizio

  1. Entro in preghiera, come al solito.
  2. Mi raccolgo, immaginando il luogo: nello stesso cammino dove Pietro dice chi è Gesù per lui, Gesù stesso dice chi è lui per noi.
  3. Chiedo ciò che voglio: Ti chiedo, Signore, per intercessione di Maria e di tutti i santi, di comprendere la “Parola”, che dice il mistero della tua croce, di mettermi dietro, non davanti a te; di non seguire il pensiero dell’uomo, ma quello di Dio.
  4. Traendone frutto, vedo, ascolto e osservo le persone: chi sono, che dicono e che fanno.
  5. Passi utili: Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11; 52,13-53,12; Sal 22; Is 55,8 s; 1Cor 1,18-31.

SE UNO VUOLE
(8,34-38)

1. Messaggio nel contesto

“Se uno vuole”. Dopo la propria (v. 31), Gesù dichiara l’identità del discepolo, e lo chiama definitivamente ad andare dietro di lui. Ci fu già una prima chiamata a seguirlo (1,16-20), una seconda a “essere con lui” (3,14) e una terza ad essere inviati (6,6b ss). Nella prima la fuga si fa sequela, nella seconda la sequela diventa comunione con lui, nella terza la comunione con lui è sorgente della missione ad annunciarlo. Ora, associato dal pane al suo stesso destino, la missione si fa croce e risurrezione, per la salvezza propria ed altrui. Così il discepolo incarna la stessa “Parola” dei suo Signore.

Il v. 34 definisce il cristiano. È colui che vuol seguire Gesù crocifisso, e quindi rinnega se stesso, prende la sua croce, e gli va dietro – dietro a quel Gesù povero, umile e umiliato come si è definito nel v. 31. Il v. 34, specchio del v. 31, è un trattato sull’”essenza del cristianesimo”. Invece che in quattrocento pagine è in quattro brevissime espressioni – in der Kúrze liegt die Würze! – che sono un compendio di antropologia filosofico-teologica dal punto di vista cristiano.

Il v. 35 mostra la molla segreta del pensiero dell’uomo: salvare la pelle, l’esistenza materiale, che sa di dover perdere. Questo tentativo, inutile e disperato, lo rende egoista, e gli fa distruggere sé e gli altri. Chi invece sa perdere la vita per amore di Gesù, la salva. Perché la vita vera, che non conosce tramonto, è amare con tutto il cuore colui che per primo ci ha amati.

Il v. 36 smaschera l’inganno di volersi salvare mediante la brama di possedere. È il pensiero dell’uomo (v. 33).

Il v. 37 mostra come l’uomo perda comunque l’esistenza, ponendogli il problema dei senso, ossia del fine. Questo permette all’uomo di essere uomo. Gli dà infatti la possibilità di un progresso e la libertà di realizzarsi.

Il v. 38 infine mostra il senso del tempo presente; è il momento in cui vivere l’obbedienza alla sua parola. Da questa dipende la nostra vita vera, che è eterna. La salvezza dalla morte consegue la nostra presa di posizione qui e ora nel confronti di Gesù e del vangelo. La sua storia ormai passata diventa criterio della nostra vita presente e garanzia di quella futura. Il nostro destino è connesso alla nostra fedeltà o meno alla sua parola.

Tutte queste affermazioni di Gesù saranno subito dopo confermate dalla voce del Padre, che dirà: “Ascoltate lui” (9,7).

Gesù è il pastore che, con la croce, suo bastone, ci guida alla vittoria sul male e sulla morte. Lo seguiamo come la Parola che indica il cammino della vita, la nube e la colonna di fuoco che conduce dalla schiavitù alla libertà. È il Signore presente in mezzo a noi. L’amore e l’obbedienza a lui è la nostra salvezza. Questa sarà piena nel futuro, ma è da vivere già nel presente, in fedeltà al suo passato.

Il discepolo trova in queste parole di Gesù la propria identità. Per un atto di libera decisione, ama e segue non il Cristo dei propri desideri, ma quello che, come Pietro, non conosce e non vuole accettare. La “Parola” del v. 31 toglie alla nostra sequela ogni ambiguità. Dimenticarla significa seguire, invece di lui, se stessi o le proprie fisime religiose.

2. Lettura del testo

34 chiamata innanzi la folla con i suoi discepoli. Dopo che Gesù si è rivelato apertamente, anche il discepolo si scopre tra la folla di chi pensa secondo gli uomini. Ma la sua chiamata è rivolta a tutti.

Se uno vuole. Aderire a lui non è un fatto anonimo di massa; è un atto supremo di libertà personale, decisione che ogni singolo prende quando è in grado. Ogni frutto cade dall’albero quando è maturo.

venire dietro di me. I discepoli non conoscevano bene chi seguivano. Ora che lo sanno, Gesù ripete l’invito già fatto (1,16-20; 2,14), dicendo a tutti ciò che ha appena detto a Pietro: “Dietro di me”. Si segue solo chi si ama. Per questo, Signore, attirami dietro di te (Ct 1,4)! La fede cristiana è l’amore personale per Gesù, che si esprime nel desiderio di essere con lui povero, umiliato e umile piuttosto che ricchi, potenti e soddisfatti senza di lui. Andare dietro a lui è l’essenza specifica del cristianesimo. Il pericolo per noi, come per Pietro, è andare dietro a una nostra immagine religiosa di lui, invece che dietro a lui così com’è. Per questo la “Parola” del v. 31 compie in noi un esorcismo costante, proponendoci la croce come distanza infinita tra lui e tutte le proiezioni su di lui.

rinneghi se stesso. Rinnegare se stesso è la piena realizzazione dell’uomo; significa vincere il falso io, l’egoismo, radice di tutti i mali. È il contrario dell’affermare se stesso, distruzione dell’uomo, che uccide l’io chiudendolo in una solitudine infernale. Narciso al fonte annega in se stesso. Affermare se stesso è rinnegare il Signore, perché è negazione di sé come sua immagine. L’uomo, sentendosi piccolo, insignificante e stupido, vuol affermarsi facendosi ricco, potente e orgoglioso. Ma è un inganno. Infatti si realizza solo quando, sentendosi amato e importante agli occhi di Dio, capisce che è bello amare, donare e servire in libertà e povertà.

prenda su la sua croce. È la prima volta che esce questa parola in Marco. Gesù non porterà la sua, ma la nostra, insieme con noi. Questa croce che Luca 9,23 chiama “quotidiana” – è la lotta continua contro la falsa autoaffermazione. E la fatica maggiore è accettare che il nostro male ci sia, fino alla fine, come luogo costante della sua grazia (Rm 7,14-25). Ognuno ha la “sua” croce, perché nessun altro al posto suo può vincere l’egoismo che è In lui.

e segua me. È possibile portare la nostra croce solo andando dietro a lui. Come una guida in montagna, nella foresta o nel deserto, come un esperto marinaio che naviga nella nostra stessa barca, così lui ci rende possibile l’impossibile. Il cristianesimo non propone un cammino solitario ed eroico verso una meta difficile. È consolazione di una compagnia, amore di una presenza, forza stessa della Presenza, che sta con noi che la seguiamo, come già Israele nell’esodo.

35 Chi infatti vuol salvare la sua vita. Salvare la vita è l’istinto di autoconservazione. Criterio di ogni azione animale, è insufficiente per l’uomo, che sa comunque di morire. Per lui ci vuole un fine positivo, che dia senso alla sua vita “mortale”. Chi scambia la salute per salvezza, si perde necessariamente.

la perderà. La vita finisce comunque. Chi cerca di salvarla, diventa egoista, e uccide la sua vera vita di figlio di Dio. Chi vuol solo inspirare e trattenere il soffio, scoppia. Non si può neanche respirare oggi l’aria di domani. Chi si dimena nell’acqua, si perde; chi fa il morto, si salva. La vita è un dono che costantemente si riceve e si mantiene nell’abbandono.

chi perderà la sua vita. Persa per persa, la vita animale si può spenderla nel vano tentativo di trattenerla, o darla spontaneamente per amore.

per me. “Per me infatti il vivere è Cristo” e “tutto ormai io reputo una perdita al fine di guadagnare Cristo”, dice Paolo (Fil 1,21; 3,8). “Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), con un amore più forte della morte (Ct 8,6).

e per il vangelo. Noi che non l’abbiamo conosciuto nella carne, attraverso la parola del vangelo conosciamo nello Spirito la sua carne – cardine della nostra salvezza.

la salverà. La vita vera dell’uomo infatti è rispondere all’amore di Dio in Cristo Gesù, vita di tutto ciò che esiste (cf Gv 1,3-4). In nessun altro nome c’è salvezza (At 4,12). In lui salviamo la nostra essenza, perché diventiamo ciò che siamo: figli.

36 Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero. Per salvarsi l’uomo instaura la strategia del possedere sempre di più, nel vano tentativo di garantirsi la vita. Ma non fa che rovinarla a sé e agli altri. L’avidità di ricchezza è la grossa illusione del mondo. Sembra assicurare ogni bene, e invece è causa di tutti i mali ( 1Tim 6, 10).

37 Che può dare l’uomo per riscattare la sua vita? La vita vale la vita. E questa è comunque mortale. L’uomo nasce e muore. “Nessuno può riscattare se stesso o dare a Dio il suo prezzo. Per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine, e non vedere la tomba” (Sal 49,8 s). La morte è comune a tutti, sapienti o stolti (Sal 49,11). L’uomo sapiente è chi lo sa e ne tira le conseguenze. “Insegnaci a contare i nostri giorni, e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sal 90,12).

38 chi si vergognerà di me e delle mie parole. La salvezza dipende dalla mia personale adesione a Gesù, dal riconoscerlo e testimoniarlo con azioni e parole in un mondo che va in direzione opposta. Il mio futuro dipende dalla mia presa di posizione presente nei confronti di lui e della sua parola. È la parola della croce, di un amore più grande della morte (v. 31).

questa generazione adultera e peccatrice. Ogni generazione è adultera, cioè non ama lo Sposo, l’unico da amare con tutto il cuore (12,29 s); per questo è peccatrice, cioè fallita, come un arco allentato che non raggiunge il bersaglio (Sal 78,57).

anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui. Il Figlio dell’uomo, umiliato sulla croce, è anche il giudice supremo della storia. Proprio in quanto crocifisso è risorto, Signore e criterio di salvezza.

quando verrà nella gloria del Padre suo. Il brano seguente lascerà intravedere questa gloria di Figlio unigenito del Padre, il quale ci ordina di ascoltarlo.

con gli angeli santi. Annunciatori della sua parola (= angeli) e partecipi della sua vita (= santi), costituiscono la famiglia di Dio.

3. Esercizio

  1. Entro in preghiera, come al solito.
  2. Mi raccolgo, immaginando il luogo dove Gesù dice queste parole. Siamo ancora in cammino, nel dintorni di Cesarea di Filippo.
  3. Chiedo ciò che voglio: di non essere sordo alla sua chiamata; di voler essere con lui così com’è e seguirlo nella lotta contro il male, per aver parte con lui alla sua gloria.
  4. Traendone frutto, vedo e ascolto Gesù che mi rivolge personalmente l’invito, sostando su ogni parola.
  5. Passi utili: Ger 20,7-18; Fil 3; Eb 12,1-4; 1Pt 4,12-19; At 5,41; Gal 2,19 s; Sal 49; 16; 23; Dn 7,13 s; 2Tm 2,11 s.

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Questa voce è stata pubblicata il 13/09/2018 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B) con tag .

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