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Lectio sulla Prima Lettera ai CORINZI – Carrarini (4)

XXIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Testo word Lectio sulla Prima Lettera ai Corinzi – Carrariri (4)
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Sito archeologico della Corinto antica.

LA PRIMA LETTERA AI CORINZI (4)
Una chiesa si interroga sulla sua fede

LETTURA BIBLICA E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

MATRIMONIO E CELIBATO

Col capitolo 7 inizia la risposta di Paolo alle domande poste dai Corinzi nella lettera inviatagli ad Efeso attraverso Stefana, Fortunato e Acaico: Rispondendo alla domanda che mi avete posto nella vostra lettera… Quasi tutti i temi trattati da ora in avanti sembrano riferirsi a domande precise dei Corinzi (eccetto, forse, gli abusi nella Cena, riferiti a voce, e la negazione della risurrezione).

Il tema di questo capitolo si aggancia a quello dei capitoli precedenti, ma lo affronta in modo più specifico: è bene vivere la sessualità o è meglio astenersi? E’ bene sposarsi o è meglio restare celibi? Quali regole di comportamento per chi è sposato, per i vedovi, per i fidanzati, per i matrimoni misti? In una parola, riprendendo la conclusione del capitolo 6, cosa vuol dire concretamente rendete gloria a Dio con il vostro stesso corpo?

La risposta di Paolo ai molti interrogativi dei Corinzi, contenuta nel capitolo 7, non è un trattato teologico sul valore cristiano della sessualità e sul modo di viverla, ma è la risposta di un responsabile ai problemi vissuti dalla sua comunità in quel preciso momento e in quel particolare contesto sociale, culturale e religioso. Paolo afferma chiaramente che lui parla da celibe, parla a nome di Cristo e cerca il bene di tutta la comunità. Compie quel lavoro che ogni Chiesa è chiamata a fare: tradurre le esigenze fondamentali del Vangelo nelle situazioni concrete e contingenti di ogni epoca e di ogni contesto sociale. Cerchiamo di cogliere i problemi vissuti a Corinto duemila anni fa e le soluzioni prospettate da Paolo, per confrontarli con i problemi che vivono le nostre Chiese e le proposte di soluzione che si stanno discutendo oggi.

La mentalità dei cristiani di Corinto

Riguardo al problema di come vivere la sessualità, nella comunità di Corinto si erano creati due gruppi contrapposti, in lotta tra loro, mentre la maggioranza dei credenti era incerta e frastornata. A grandi linee i due gruppi possono essere definiti in questo modo:

• I LIBERTARI.

Noi li chiameremmo libertini. Li abbiamo già conosciuti dai capitoli precedenti. Propugnavano l’assoluta libertà di vivere ogni manifestazione della sessualità (e i piaceri della vita in genere) senza remore morali o limitazioni esterne, in quanto si ritenevano liberati da Cristo dal peccato, superiori ormai ad ogni contaminazione della materialità. La piena conoscenza di Cristo e dei misteri di Dio li rendeva uomini spirituali, superiori all’influsso negativo del corpo e dei suoi istinti. Tutto ciò che è carnale lo ritenevano privo di ogni valore e di ogni influsso sulla loro realtà spirituale. La materialità non aveva più valore, era insignificante: Tutto è lecito! perché niente della materialità ha più valore e mi può toccare.

• Gli ENCRATISTI.

Noi li chiameremmo spiritualisti. Sono il gruppo che pone a Paolo le domande su questo argomento. Propugnavano l’astinenza assoluta da qualsiasi rapporto sessuale, sia nel matrimonio che fuori, fino ad arrivare a rompere il vincolo matrimoniale ed i fidanzamenti già in atto, ad invitare i giovani a non sposarsi ed i vedovi a non risposarsi. La sessualità (come le altre manifestazioni del piacere) era vissuta come contaminazione della purezza dello spirito, come realtà negativa che distoglieva lo spirito dalla fede e dal rapporto con Dio. Vivevano la fede come fuga dal mondo, come impegno ascetico di liberazione dalla materialità e dai desideri, secondo un modello di matrice pitagorica e neoplatonica, arrivato fino a noi in alcune forme più rigide del monachesimo e del giansenismo ottocentesco.

Il loro slogan è riportato da Paolo all’inizio del capitolo: E’ meglio per l’uomo che non tocchi donna!… E’ meglio per l’uomo non sposarsi. Paolo stesso sembra condividere questa affermazione, schierandosi così apertamente dalla loro parte, come essi sostenevano, richiamandosi ai suoi insegnamenti della prima predicazione. La realtà concreta degli anni seguenti aveva portato, però, molti problemi di attuazione di questa scelta radicale, con conseguenti confusioni e ripensamenti, crisi di coscienza e conflitti nelle famiglie.

E’ meglio non sposarsi

La lettera dei Corinzi aveva messo in luce i problemi creatisi e la necessità di fare un po’ di chiarezza. Essendo molte le situazioni sul tappeto, la risposta di Paolo è articolata su vari piani che si intersecano tra di loro ed è legata ad una casistica (= se uno…) spesso lontana dalla nostra sensibilità e dalle nostre problematiche. Risulta perciò di non facile comprensione per noi oggi. Per cogliere il messaggio globale di questo capitolo, bisogna tenere presenti due prospettive che inquadrano tutto il testo:

Uno schema generale.

Si ripete per ogni argomento trattato: prima Paolo annuncia il principio al quale ispirarsi (può venire da Gesù, dalla consuetudine delle Chiese cristiane o dall’apostolo come responsabile della comunità); poi adatta il principio (che ha un valore universale) alla realtà concreta di quella Chiesa (che è sempre complessa e mutevole) e di quelle persone (che sono spesso fragili e immature). I principi hanno valore assoluto, ma non vanno intesi in modo rigido, intransigente, massimalista perché il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc.2,27).

Riguardo alle scelte concrete poi, Paolo parla di ordini, di concessioni, di pareri, di inviti, di opportunità, di consigli, di suggerimenti, esprimendo così una gamma molto vasta di piani sui quali si possono collocare le scelte delle persone. C’è un continuo passaggio dal piano dei principi a quello delle scelte contingenti; dal piano degli obblighi morali a quello dei suggerimenti e delle valutazioni personali; dal piano dei valori da salvaguardare a quello della coscienza individuale e dei limiti delle persone. Paolo non è un rigido moralista o un intransigente difensore dei principi, ma un pastore che cerca di capire e aiutare la sua comunità a crescere nella fede e nella coerenza: dico questo per il vostro bene, non per costringervi… faccio una concessione… vi do un suggerimento… questo è il mio parere. La morale non è la rigida applicazione dei principi alla realtà, ma il cammino delle persone verso l’ideale che il Signore, e la tradizione vivente delle Chiese, ci indicano.

Una scelta di fondo.

Inquadra tutto il capitolo ed è alla base delle soluzioni prospettate: è meglio per l’uomo non sposarsi. Paolo non è neutrale, al di sopra delle parti, ma è schierato con il gruppo degli spiritualisti. Lui è celibe (forse era separato o vedovo) e propone a tutti di essere come lui: io vorrei che tutti fossero celibi come me, ripete più di una volta. Giustifica questa sua posizione con due motivazioni:

E’ poco il tempo che ci rimane… perché questo mondo, così com’è, non durerà più a lungo.

Paolo pensava (come testimoniano anche 15,51-52 e 1Tess.4,13-18) alla fine del mondo imminente, entro pochi anni, e riteneva quindi tutto relativo. L’unica cosa importante era annunciare il Vangelo a tutti gli uomini e prepararsi al ritorno del Signore. In questo senso svaluta le realtà terrene: quelli che sono sposati vivano come se non lo fossero, quelli che piangono come se non fossero tristi, quelli che sono allegri come se non fossero nella gioia, quelli che comprano come se non possedessero nulla…

Questo modo di pensare è lontano dalla nostra sensibilità, legata invece alla valorizzazione delle realtà umane e all’impegno di trasformare e migliorare il mondo. Paolo è vicino alla sensibilità dei gruppi millenaristi (forse a quella di Gesù stesso), mentre noi siamo vicini a quella presente nelle Lettere Pastorali e negli scritti più tardivi del Nuovo Testamento. Per loro (come per noi) è superata l’attesa della fine del mondo imminente e si prospetta invece l’impegno della Chiesa nella storia.

Vorrei sapervi liberi da preoccupazioni… completamente al servizio del Signore.

Paolo ritiene la vita celibataria più adatta ad una scelta di completo servizio a Dio e all’annuncio del Vangelo, mentre vede la vita matrimoniale più difficile e limitativa per avere il cuore totalmente rivolto a Dio e alla missione. E’ una valutazione legata all’urgenza della fine del mondo, ma forse anche alla sua esperienza (come sembra probabile) di separato o vedovo. Al di là della valutazione in sé sul matrimonio, sottolinea il problema dei possibili conflitti fra esigenze della famiglia ed esigenze della sequela di Cristo.

Pur partendo dall’affermazione di questo principio, Paolo riconosce che il celibato per il regno dei cieli è un carisma e non si può imporre a tutti, come pretendevano gli spiritualisti di Corinto: io vorrei che tutti fossero celibi, come me; ma Dio dà ad ognuno un dono particolare. Come persona Paolo ha la sua idea, ma come responsabile della comunità cerca delle soluzioni che tengano conto di tutti e di ciò che è possibile, secondo un altro principio di grande saggezza e libertà: Dio infatti vi ha chiamati a vivere in pace. La fede non è imposizione di leggi rigide, di scelte fuori dalla portata delle persone; non è la costrizione a vivere sempre nella colpa o prigionieri di norme e tradizioni fatte dagli uomini: non ritornate ad essere schiavi degli uomini. La fede è la chiamata ad accogliere un dono di Dio e a tendere all’ideale che lui ci ha proposto, vivendo nella serenità e nella gioia, secondo le forze, i mezzi, le possibilità e la maturità spirituale che ognuno ha raggiunto.

Alcune applicazioni alla nostra realtà

Più che illustrare le soluzioni ai casi concreti, propongo degli spunti per aiutare la nostra riflessione su alcuni problemi presenti e dibattuti oggi nella Chiesa.

Vorrei che tutti fossero celibi come me…per essere completamente al servizio del Signore.

Questa idea ha fondato nei secoli la scelta della Chiesa romana d’Occidente di vincolare il ministero ordinato alla scelta del celibato e ha portato anche all’idea che chi è sposato non possa dedicarsi completamente alla missione. Si è formata così un’élite di persone a tempo pieno che ha preso in mano la comunità e ha monopolizzato tutti i ministeri, i servizi ed il potere nella Chiesa. La storia ha messo in luce sia i valori di questa scelta che i limiti e le difficoltà.

Durante il Concilio, e nel travaglio del post-Concilio, varie Chiese locali hanno posto il problema di poter ordinare preti anche delle persone sposate, o di ricuperare ad alcune forme di ministero i preti che si erano sposati, ma ci sono sempre state resistenze e chiusure. Sta invece cambiando più rapidamente la mentalità circa l’impegno a pieno titolo delle famiglie nella missione, con scelte sia nei ministeri e servizi ecclesiali, sia in Istituti di vita consacrata e nelle Associazioni.

Il necessario ripensamento dei ministeri nella Chiesa e del modo di esercitarli nel nostro tempo, non potrà non tenere conto anche di questo problema e della nuova sensibilità che sta maturando nella comunità cristiana e nella cultura dei vari popoli e Continenti.

Non rifiutatevi l’un l’altro, a meno che non vi siate messi d’accordo di agire così per un tempo limitato, per dedicarvi alla preghiera.

Paolo sottolinea in modo chiaro il valore dei rapporti coniugali per la saldezza del matrimonio e la coesione della coppia. Non lega il valore tanto ai figli, alla procreazione, quando all’unione della coppia, ad impedire “tentazioni”, doppia vita o continue tensioni. Afferma anche la parità di diritti e doveri tra uomo e donna nel matrimonio. Pur essendo collocato in un contesto diverso dal nostro, questo invito di Paolo sottolinea un problema ancora aperto nella Chiesa (sia di mentalità che di scelte morali) e fonte di contrasti, sensi di colpa, freddezze e rifiuti, crisi matrimoniali e di partecipazione alla vita della comunità e ai Sacramenti.

Oggi il problema si va attenuando non perchè sia risolto, ma perché le persone frequentano meno la comunità e ascoltano meno i preti. I confessori stessi (in gran parte) sono meno rigidi e indagatori di un tempo e tendono a sorvolare sul fatto che la gran parte dei credenti non segue le direttive del Magistero in fatto di regolazione delle nascite e di rapporti prematrimoniali. I pastori d’anime (a contatto ogni giorno con la vita delle famiglie ed i problemi delle coppie) si stanno comportando come Paolo con i Corinzi: riaffermano il principio ideale al quale tendere (= la sessualità va vissuta nel matrimonio e deve essere aperta alla vita), poi fanno delle concessioni, delle distinzioni e dei rinvii alla coscienza delle persone, circa il modo concreto di camminare verso questo ideale. L’esigenza che si percepisce in tantissime persone (ed anche in molti preti e confessori) è quella di superare sia rigidi moralismi e sterili sensi di colpa (che bloccano le persone e allontanano dalla pratica religiosa senza aiutare un cammino di crescita), sia facili lassismi (che non stimolano a riflettere sul valore delle scelte) per adeguarsi alla mentalità generale o alle mode del momento. Potrebbe essere ormai maturo il tempo per una verifica dell’Humane vitae e della sua variegata e contrastata applicazione? Le persone sposate possono essere veramente coinvolte in questa ricerca di una nuova sintesi, o devono avere l’ultima parola sempre i celibi?

Se uno dei due non è credente e vuole separarsi, lo faccia pure. In tal caso il credente, sia esso marito o moglie, non è vincolato. Dio infatti vi ha chiamati a vivere in pace.

Questo versetto è chiamato il “privilegio paolino” (molto discusso e interpretato in vari modi durante i secoli) perché sembra introdurre un’eccezione al precetto di Cristo – espressamente richiamato – circa l’indissolubilità del matrimonio. Qui si tratta non del matrimonio di due credenti, ma del problema dei matrimoni misti. Si parla inoltre del non credente che prende l’iniziativa di separarsi. In questo caso Paolo suggerisce di non tenere in piedi un vincolo che diventerebbe una schiavitù e condizionerebbe tutta la vita di una persona.

Giustifica questa scelta (fatta da lui per le Chiese del mondo pagano) con il fatto che la legge è data non per schiavizzare le persone e renderle infelici, ma per aiutarle a vivere nell’amore, nella fedeltà e nella pace. Nessuno è chiamato a sostenere realtà e scelte, che diventano impossibili e assurde, nella speranza che un giorno possano cambiare (= conversione del coniuge, suo radicale cambiamento…). Paolo interpreta il principio dell’indissolubilità del matrimonio non in modo rigido, ma tenendo conto delle persone e di ciò che porta al loro bene.

Un credente deve fare di tutto per salvare il suo matrimonio e vivere nell’amore, ma ci possono essere delle situazioni particolari dove la legge diventa una schiavitù, la persona è condannata ad una vita tormentata e la sua fede messa in pericolo. Allora il credente deve scegliere in coscienza ciò che porta al bene e alla pace.

Questo modo di Paolo (e della Chiesa di Corinto) di affrontare i problemi posti alla fede dalla vita e dalla cultura del mondo pagano, interroga anche le nostre Chiese, in particolare su un problema della famiglia che si va estendendo anche nella nostra società italiana: l’aumento delle separazioni, con conseguente nuovo matrimonio civile o convivenza. Nel nostro contesto, segnato ancora da una radicata tradizione religiosa, il problema viene spesso riproposto sia in occasione dei Sacramenti dei figli, sia in occasione del matrimonio civile (con richiesta di presenza o di una preghiera), sia con la partecipazione regolare degli sposi stessi alla vita della comunità e con l’esplicita richiesta di accedere ai Sacramenti, ritenendo stabilizzata e duratura la nuova unione.

La Chiesa cattolica ha seguito (anche se non sempre in modo univoco e chiaro, specialmente nei primi secoli della sua storia) una prassi rigorista nell’applicazione del principio dell’indissolubilità, escludendo qualsiasi eccezione che non sia la dichiarazione di nullità da parte di un tribunale ecclesiastico. Sul versante dell’annullamento del matrimonio oggi la Chiesa italiana, e il tribunale della Sacra Rota, si mostrano più possibilisti di un tempo, cercando di rispondere alla crisi di molti matrimoni con un’interpretazione più larga degli impedimenti (specialmente quello dell’immaturità e dell’esclusione dei figli) e con un aiuto finanziario per chi intraprende la causa di annullamento. E’ un modo per riconoscere la gravità del problema e per temperare un po’ la prassi rigorista?

A livello pastorale si riscontrano le situazioni più diverse: dalle separazioni per crisi d’intesa più o meno prevedibili, alla nascita di nuove relazioni con altre persone, alla drammatica scoperta di un grave errore di conoscenza e valutazione, a situazioni di violenza, malattia mentale, abbandono, tossicodipendenza, problemi tenuti nascosti, situazioni di ingerenza dei familiari che rendono insostenibile la convivenza, drammatica la separazione e irrecuperabile la situazione.

Molto più spesso di quanto si creda, dietro al fallimento di un matrimonio ci sono molte sofferenze, tentativi di riconciliazione non andati a buon fine, durezze ed errori da una o da ambo le parti. A volte nella nuova unione che si forma le persone, ed anche i figli, ritrovano amore, serenità, equilibrio, vera fedeltà.

Alcune persone chiedono anche un segno ecclesiale che le aiuti a “vivere in pace” con Dio, con se stesse, con gli altri, con il loro passato di sofferenza e fallimento. Da parte dei pastori si riscontrano posizioni molto diverse: dall’intransigenza nell’affermare i principi (che porta all’esclusione dalla vita della comunità e, di fatto, anche dai rapporti per non creare equivoci), all’attenzione rispettosa e non giudicante, alla vicinanza che incoraggia e sostiene la nuova realtà, fino all’atteggiamento di chi consiglia (se la persona si sente in pace con la propria coscienza) di vivere pienamente la vita ecclesiale, accettando anche la disponibilità a dei servizi nella comunità.

A livello di riflessione teologica e magisteriale sembra non sia possibile una ricerca che esca da una interpretazione rigorista dell’indissolubilità, pur essendo altre scelte presenti nella storia della Chiesa dei primi secoli e nella prassi di altre Chiese cristiane. Forse i tempi non sono ancora maturi, nonostante il dramma interiore di molte persone, i rischi per la loro vita di fede e le difficoltà pastorali messe in evidenza da molti pastori.

Alcuni interrogativi finali nel non facile (e ancora lontano) cammino di discernimento ecclesiale:

• Gesù ha parlato di perdono, di misericordia, di possibilità di riscatto per chi sbaglia; ha invitato alla conversione e al cambiamento di vita. Questa possibilità è data anche ai preti e ai religiosi che si accorgono di aver sbagliato scelta o decidono di ritirarsi. Perché agli sposati non è concessa? Si può parlare di “riviviscenza” del Sacramento, dopo un tempo di abbandono, come per il Battesimo? Il “privilegio paolino” e l’eccezione prevista in Mt.19,9 (quell’epì porneia che ha avuto svariate interpretazioni) introducono un elemento di flessibilità nel rigorismo di una norma che sembra più presentare un ideale a cui tendere che un vincolo per tutti?

• Cosa vuol dire Dio vi ha chiamato a vivere in pace in certe situazioni di abbandono, violenza, malattia mentale, rottura inconciliabile? Una persona è condannata alla solitudine o all’illegalità per tutta la vita? Era questo che intendeva Gesù quando ha parlato del matrimonio ai saccenti e divorzisti Sadducei?

LIBERTA’ E AMORE

I capitoli 8 e 10 sono la risposta di Paolo ad un’altra serie di interrogativi posti dai Corinzi riguardo ad un problema molto sentito dai cristiani che vivevano nel mondo pagano: è lecito mangiare le carni sacrificate agli idoli e partecipare ai banchetti sacri quando si è invitati?

Nel mondo antico (sia giudaico che pagano) venivano offerti alla divinità molti sacrifici di animali, sia regolarmente ogni giorno come culto ufficiale nei templi, sia in occasione di particolari feste o anniversari delle persone, delle famiglie, delle corporazioni, delle città, dello Stato (un po’ come la celebrazione della S. Messa nella nostra società cristiana). Spesso l’offerta del sacrificio era accompagnata da un banchetto sacro (nel tempio stesso o sulla tomba del defunto o nella casa dell’offerente) al quale venivano invitate molte persone (della famiglia, della corporazione, della clientela) e autorità della città. La carne degli animali offerti in sacrificio veniva in parte bruciata, in parte consumata dagli offerenti e dai sacerdoti, in parte venduta al mercato.

Per i sacrifici offerti nel Tempio di Gerusalemme i cristiani non avevano problemi, in quanto erano offerti all’unico vero Dio; parteciparvi e mangiare le carni sacrificate significava partecipare ad un atto di culto e comunione con il vero Dio, adorato e amato da Gesù stesso. Il problema diventava serio per i sacrifici offerti alle divinità pagane: mangiare la carne delle vittime offerte in sacrificio e partecipare ai banchetti sacri non voleva dire essere in comunione con quelle divinità, partecipare in qualche modo al culto pagano? Era un problema che toccava la vita di ogni giorno nel fare la spesa al mercato, nei rapporti con i familiari e i parenti che rivolgevano inviti per varie ricorrenze, nella vita di lavoro e nella vita sociale per chi ricopriva delle cariche pubbliche. Come regolarsi? Gli ebrei della diaspora erano molto rigidi sulle regole di purità del cibo, sulla separazione dai pagani in tantissimi aspetti della vita; i cristiani dovevano fare lo stesso o era più giusto non dare importanza alla cosa, ritenerlo un falso problema?

Forti e deboli a Corinto (8,1-13)

Come su altri argomenti, anche su questo problema la comunità di Corinto era divisa in due gruppi (chiamati da Paolo i forti e i deboli nella fede), con la prevaricazione degli uni sugli altri. L’ironia, il disprezzo, l’arroganza dei primi scandalizzava i secondi e stava mettendo in pericolo la loro perseveranza nella fede e la loro partecipazione alla vita della comunità.

• I forti. Erano dei cristiani che si ritenevano “maturi” nella fede, possessori di una “conos­cenza” superiore su questo problema e sui misteri di Dio, sulla nullità degli idoli e del loro culto. Dicevano: è un falso problema! Si può mangiare di tutto e partecipare ai banchetti perché gli idoli non esistono, i sacrifici sono offerti al nulla e i banchetti sacri sono solo delle cerimonie del costume sociale. Anche su questo terreno dicevano: Tutto è lecito! Cristo ci ha liberato da tutte queste cose.

• I deboli. Erano dei cristiani che si sentivano ancora insicuri nella fede, ai primi passi dopo l’abbandono del paganesimo, nel quale erano sempre vissuti, o delle rigide osservanze ebraiche. Si facevano scrupolo di mangiare la carne sacrificata e partecipare ai banchetti sacri per non fare un atto di culto alle divinità pagane. Non credevano agli idoli, ma si sentivano fragili, avevano degli scrupoli di coscienza. C’era anche il problema dello scandalo: come potevano interpretare i pagani la loro presenza? Che significato le attribuivano, dopo le difficoltà ed i contrasti per la loro conversione al cristianesimo? Per questi cristiani il problema non era così semplice e scontato; molti preferivano risolverlo con un taglio netto, rifiutando di mangiare qualsiasi carne e di partecipare a qualsiasi festa o anniversario. Facevano obiezione di coscienza su tutto.

A noi oggi sembrano problemi lontani e non legati alla nostra realtà. In parte, però, li possiamo capire se rovesciamo la situazione: come vive chi non è credente la celebrazione di S. Messe o dei Sacramenti in tutte le ricorrenze della vita sociale, nel nostro contesto di società cristiana? Come lo vivono i divorziati o chi si trova in situazioni di irregolarità, chi è di un’altra religione? L’immigrazione di persone di altra religione porterà sempre più questi problemi anche per i cristiani quando saranno invitati a partecipare al loro culto. Così il problema dell’obiezione di coscienza al servizio militare (molto presente e sentito nella Chiesa delle origini), alla pratica dell’aborto per medici e infermieri, alla costruzione di armi per gli operai di certe fabbriche… Sono i tanti problemi che nascono dal rapporto fra fede e vita sociale, tra legge morale e leggi civili, tra libertà e coscienza.

La libertà cristiana (10,23-33)

Paolo allarga subito lo sguardo: si richiama ai grandi valori della fede e dell’esempio di Cristo per trovare una risposta ai problemi posti dalla vita. Non dà solo la soluzione ai problemi concreti (che è di quel momento e per quella Chiesa), ma richiama i valori di fondo che valgono per ogni tempo e per ogni Chiesa. Noi stessi siamo interrogati e coinvolti da questi valori per cercare le soluzioni ai problemi che la nostra società ci pone. Cogliamone alcuni.

Noi sappiamo che gli idoli di questo mondo non sono niente, e che vi è un solo Dio… mangiate pure qualsiasi carne venduta al mercato, senza tormentarvi per motivi di coscienza.

Paolo si schiera con i forti e dà loro ragione. Riprende così con chiarezza l’insegnamento di Cristo: Non è ciò che entra nella bocca dell’uomo che può farlo diventare impuro…(Mt.15,11) e la tradizione delle Chiese: Tutto è puro per chi è puro (Tito 1,15; Rom.14,14). Paolo condivide con i “forti” di Corinto questa libertà del cristiano: Voi dite: Tutto è lecito! D’accordo… Cristo è venuto a liberarci da tante paure e da tanti tabù, dalla separazione tra sacro e profano, tra puro e impuro. Tutto il bene è suscitato dallo Spirito di Dio, al di là delle etichette che gli uomini possono metterci sopra. E’ buono e santo non solo quello che è “benedetto” dalla Chiesa, fatto o approvato dal prete, ma tutto ciò che nasce dalla retta coscienza delle persone. Tutte le preghiere sono rivolte all’unico Dio, anche se non lo si conosce o lo si chiama in modo diverso; tutti gli atti d’amore Dio li ritiene rivolti a sé, anche se si pensa solo al fratello o all’impegno di migliorare il mondo (Mt.25,40). Paolo riafferma il grande dono della libertà cristiana portata da Cristo, la fine dei tabù religiosi e delle superstizioni umane, la demolizione di tutte le barriere e le divisioni tra gli uomini (Gal.3,28).

Voi dite: Tutto è lecito! D’accordo, ma è tutto utile? Certamente tutto è lecito, ma non tutto serve al bene della comunità. Nessuno pensi a se stesso, ma agli altri.

Paolo, nel momento stesso in cui riafferma il valore della libertà cristiana, sottolinea anche un rischio presente nei forti di Corinto e in tutte le persone che usano la libertà per se stesse, come segno di esaltazione personale, per sentirsi migliori degli altri o come motivo di giudizio e di disprezzo verso chi non ha raggiunto il loro livello. La conoscenza rende gli uomini superbi, l’amore soltanto fa crescere nella fede. La libertà personale non è un assoluto, non è fine a se stessa, non è la possibilità di fare quello che si vuole, quello che uno ritiene giusto, senza confrontarsi con il fratello, con la comunità, con i bisogni, le debolezze, la coscienza delle persone con le quali si vive. Questa libertà porta all’autocompiacimento, all’esaltazione delle persone, alla formazione di gruppi elitari, di puri che restano chiusi in se stessi e prigionieri delle loro sicurezze. La libertà da sola non costruisce ma divide, non fa crescere le persone ma le “gonfia”.

La libertà del cristiano va sempre unita all’amore, all’attenzione al fratello più debole, a quello per il quale Cristo è morto… Badate a questa vostra libertà: non diventi un’occasione di turbamento per chi è debole nella fede. Il rapporto tra credenti non deve essere modulato sulla legge del più forte, ma sullo stile della fraternità. Questo non per assumere paure, scrupoli, incertezze, mediocrità, ma per camminare insieme, tenendo conto delle fatiche dei fratelli. Paolo non giustifica gli scrupoli dei “deboli”; chiede di camminare insieme e di non dare scandalo. Ci ricorda le parole di Gesù sullo scandalo verso i “piccoli”, riportate da Matteo proprio nel discorso comunitario (Mt.18,6). Richiama anche la regola d’oro proposta a tutti: Fate anche agli altri tutto quello che volete essi facciano a voi (Mt.7,11). Non c’è vera libertà se non c’è amore e rispetto delle persone!

Questo è un tema di grande interesse nella nostra società occidentale che si riempie la bocca della parola libertà e ne fa una bandiera del progresso e della sua filosofia di vita. Libertà per le persone e per i popoli; libertà per l’economia, la cultura, la politica, l’informazione, la religione, lo stato sociale, la sanità, la scuola, la ricerca scientifica, la morale, lo sviluppo… Libera iniziativa, libero mercato, libero pensiero…; libertà di ricerca, di informazione, di espressione, di comportamenti… Nell’ideologia che ispira e regge il nostro sistema culturale, la libertà è un assoluto intoccabile e un toccasana per ogni problema. Spesso diventa, però, la legge del più forte, la legge del profitto ad ogni costo, degli indici di gradimento, dell’interesse personale, delle mode imposte e guidate.

Questa libertà sta rendendo l’Occidente superbo, “gonfio” e tronfio dei suoi successi e del suo potere, sprezzante verso i deboli e le minoranze; verso chi non sta al suo passo e contesta i suoi ordini; verso i paesi impoveriti e verso gli immigrati che bussano alla sua porta. Il messaggio evangelico, ed il richiamo di Paolo a coniugare la libertà con il rispetto di chi è debole, ha una grande forza di contestazione della logica della nostra società, ma le Chiese dell’Occidente fanno fatica ad annunciarlo con forza e credibilità. Il Papa stesso, le Chiese dei paesi poveri e i missionari occidentali al loro servizio, ci richiamano a questa nostra responsabilità e a dei segni chiari da dare qui in Occidente, senza preoccuparci solo di mandare aiuti economici. Perché è così difficile per le nostre Chiese e per i nostri cristiani essere critici verso la cultura dominante?

La vigilanza nella fede (10,1-22)

Dopo aver aiutato i forti ad essere attenti ai più deboli, senza giudicare e disprezzare le persone, Paolo li invita a guardare se stessi e a non ritenersi troppo sicuri della loro fede e fedeltà:

Chi si sente sicuro, stia attento a non cadere. Tutte le difficoltà che avete dovuto affrontare non sono state superiori alle vostre forze.

Sempre nell’ottica di riflettere sulla libertà cristiana e sul dono della fede, Paolo richiama chi è “forte”, chi vive una coerenza ed una serietà di impegno, a non sentirsi appagato, soddisfatto della sua vita, sicuro nelle sue scelte e intoccabile dalle tentazioni del male e dalle prove della vita. L’uomo, anche se salvato da Cristo, anche se sostenuto dalla preghiera e dalle opere di bene che compie, anche se ha ruoli di ministero nella comunità o si è consacrato a Dio e alla missione, resta sempre fragile ed esposto alla tentazione. L’invito di Paolo è a non sentirsi mai troppo sicuri di sé, ma a porre la propria fiducia in Dio e chiedere il suo sostegno. Richiama alla parabola dello spirito maligno che ritorna nella casa dalla quale era stato scacciato (Lc.11,24-26) e i molti inviti alla vigilanza fatti da Gesù ai suoi discepoli (parabole dei servi…).

Dio mantiene le sue promesse e non permetterà che siate tentati al di là della vostra capacità di resistenza. Nel momento della tentazione Dio vi dà la forza di resistere e di vincere.

Paolo sottolinea che le difficoltà della vita possono diventare un momento che ci apre a Dio e ci fa scoprire che lui è fedele all’uomo, lo sostiene sempre, e che bisogna affidarsi a lui più che alle proprie forze e sicurezze. Dio stesso ha cura di bilanciare la forza del male con quella della sua grazia, perché altrimenti noi saremmo travolti. E’ un annuncio da meditare e interiorizzare per noi stessi e per le persone che sono nella sofferenza. Non è un annuncio da “buttare in faccia” a chi soffre, perché verrebbe rifiutato così com’è, ma è da testimoniare con la vicinanza e la solidarietà silenziosa. Quando invece la persona è disponibile ad accogliere un annuncio di consolazione e cerca una speranza sicura, si potrà dialogare con lei, approfondire il messaggio della parola di Dio e pregare insieme.

Meditiamola spesso, comunque, per noi stessi, perché più di una volta si vedono dei cristiani (ed anche dei preti e dei religiosi) che vanno a Messa tutte le domeniche o tutti i giorni, che pregano e fanno del bene, e poi si disperano quando hanno qualche prova o un lutto, come se Dio non fosse loro vicino e non li sostenesse, come se il loro pregare ogni giorno non avesse nulla a che vedere con la vita. Una vita di fede è sempre segnata da prove, lotte, momenti di smarrimento, ma dobbiamo sempre mantenere viva la coscienza che Dio ci è vicino e ci dà forza per conservare la pace profonda del cuore anche nelle tempeste della vita.

Non adorate gli idoli… Non voglio che siate in comunione con gli spiriti maligni. Non potete infatti bere il calice del Signore e quello degli spiriti maligni.

Sottolineo questo invito di Paolo non tanto perché da noi oggi ci sia il culto degli idoli (anche se certe forme di attaccamento al denaro o alle cose ci vanno molto vicino) o il culto di Satana e i riti satanici (che qualche volta rispuntano qua o là), ma per riflettere su un fenomeno che si allarga sempre più (o che forse continua a persistere con mezzi nuovi) nella nostra società del benessere e delle paure: la superstizione, il ricorso ai maghi, alle carte, agli oroscopi. (…)

Tutti dicono di non crederci, che sono buffonate, però poi, per un motivo o per un altro, parecchi vanno dal mago o dalla cartomante, chiedono, telefonano, provano. Lo stesso è per le superstizioni: nessuno è superstizioso, però, “non si sa mai”, “tocca ferro”, “fatti il segno della croce”… Tutte queste cose ingigantiscono le paure e diventano un alibi per non guardarsi dentro e cambiare.

L’invito di Paolo è categorico: non andate, non credete, non partecipate. Sono cose senza valore, ma c’è il rischio che poi uno torni a crederci un po’, resti condizionato. Io non ci credo, però… Il riferimento all’Eucarestia fatto da Paolo, indica che la forza di un cristiano di fronte alla vita e alle sue prove è il rapporto con Cristo, l’ascolto della sua Parola, la comunione con lui. Questo è il nostro sostegno e la nostra guida! Non andiamo in cerca di surrogati e consolazioni a buon mercato. La superstizione e il ricorso ai maghi sono il segno che la nostra fede e il nostro rapporto con Dio sono tentennanti e poco profondi.

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 13/09/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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