COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Prima Lettera ai CORINZI – Carrarini (5)

LA PRIMA LETTERA AI CORINZI (5)
Una chiesa si interroga sulla sua fede

LETTURA BIBLICA E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI


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LE ASSEMBLEE LITURGICHE

I capitoli dall’11 al 14 formano un’unità letteraria attorno al tema delle riunioni comunitarie che si svolgevano a Corinto per l’ascolto della Parola, la preghiera, la Cena del Signore e il pasto comune. Come per gli altri temi affrontati, Paolo si rifà a delle domande poste dai Corinzi nella loro lettera e a delle notizie orali ricevute dalle persone inviate. Data la lunghezza e complessità dei capitoli, cercheremo di cogliere solo i problemi principali e le linee essenziali della risposta di Paolo.

Le tumultuose assemblee di Corinto

Oltre ai problemi di mentalità e di scelte di vita già evidenziati, la comunità di Corinto viveva con forti tensioni, e molta confusione, anche le sue riunioni settimanali per la preghiera, la catechesi, la memoria della Cena del Signore e il pasto fraterno. Tre fatti, in particolare, turbavano gli incontri:

Le rivendicazioni di un gruppo di donne. Forse erano dell’alta borghesia. Richiamandosi alla libertà portata da Cristo e all’uguaglianza di tutti i credenti, si presentavano alle riunioni a capo scoperto e intervenivano frequentemente non solo con preghiere ispirate, ma anche con domande e critiche alle persone e ai loro atteggiamenti.

Le discriminazioni tra ricchi e poveri. Nel pasto comune (durante il quale si celebrava la Cena del Signore) si notavano le differenze fra padroni e servi, fra benestanti e nullatenenti, fra amici del padrone ed estranei. Questa cena comunitaria si svolgeva nella casa di un cristiano benestante che ospitava la comunità. Nella sala da pranzo cenava il padrone con i suoi amici e clienti più ragguardevoli, mentre gli altri mangiavano quello che si erano portati nell’atrio della casa, seduti per terra. La cena iniziava con la benedizione del pane da parte del capofamiglia e terminava con la benedizione del calice eucaristico in memoria del Signore, fatta dal responsabile della comunità o da chi presiedeva l’incontro. Questo modo di celebrare l’Eucarestia finiva con l’accentuare le divisioni sociali, già fortemente marcate nella società civile.

L’invadenza dei carismatici. Soprattutto gli “estatici” pregavano con suoni e parole incomprensibili. Creavano confusione e sterilità durante le riunioni di preghiera e di catechesi. Tendevano a monopolizzare gli incontri con i loro continui interventi e il loro stile esaltato e incontenibile. I credenti più semplici restavano tagliati fuori, partecipavano passivamente alle riunioni, senza riceverne beneficio, mentre i pagani (che potevano essere presenti per conoscere il cristianesimo o per altri motivi) restavano perplessi o scandalizzati.

Paolo deve constatare con amarezza: le vostre assemblee vi fanno più male che bene. Invece di essere un momento di unità, di comunione e di crescita nella fede, diventavano un ulteriore motivo di divisione, se non di scandalo e allontanamento.

Viene immediato un primo riferimento alle nostre Messe e riunioni di catechesi. Quello che colpisce di più è proprio il contrasto: nelle nostre comunità oggi sembra prevalere la passività, il distacco, la poca partecipazione e “passione” dei credenti nel sentire e gestire i momenti comunitari, con conseguente (voluto o subìto) monopolio del prete. Forse da noi Paolo invocherebbe un po’ di “confusione” e creatività, magari portata proprio da quei gruppi e movimenti che ora vivono la loro vita liturgica e di approfondimento della fede spesso a lato delle comunità e con stile da “iniziati”.

Anche su questi aspetti della vita comunitaria Paolo rimprovera i Corinzi e interviene con decisione, durezza e insieme comprensione. Si ispira ai valori fondamentali della tradizione cristiana e al bene della comunità, nella ricerca di ciò che la fa crescere nella fede e nella fraternità. Questi due criteri di fondo (la fedeltà a Cristo e il bene della comunità) sono qui tradotti in un principio generale che ispira le scelte concrete: Dio infatti non vuole il disordine, ma la pace.

La ricerca delle soluzioni concrete alle varie situazioni in cui le comunità vengono a trovarsi, nasce sempre da una meditazione su Dio e il suo progetto di salvezza, su Cristo e il suo Vangelo, sulla Chiesa e la sua tradizione più autentica, sull’uomo e il suo vero bene. Le scelte poi sono tratte dalle persone e possono essere anche contingenti e rivedibili, come alcune di quelle proposte da Paolo ai Corinzi.

No alle rivendicazioni delle donne (11,2-16)

Paolo oppone un netto rifiuto agli atteggiamenti emancipati e invadenti delle matrone di Corinto, sia sul fatto di presenziare alle riunioni col capo scoperto: se non vuole coprirsi il capo con un velo, allora si faccia anche rasare, sia sull’intervenire con domande e critiche: alle donne non è permesso parlare in assemblea. Giustifica queste regole di comportamento con argomenti teologici e scritturistici tipici della cultura del tempo, ma soprattutto con la prassi delle Chiese palestinesi: come in tutte le comunità dei credenti… se qualcuno poi vuole discutere su questo argomento, sappia che noi e le altre comunità non seguiamo un comportamento diverso.

A differenza di quanto avveniva nell’impero romano (soprattutto per influsso della cultura greca) in tutto l’Oriente il ruolo delle donne era ristretto alla casa e al lavoro domestico; la loro presenza attiva nella società era eccezionale e mal tollerata. Paolo paga qui un tributo alla sua formazione personale e al suo sforzo di comunione con le comunità di origine ebraica. Su questo (come su altri temi sociali quali la schiavitù, il legame con l’impero, il servizio militare…) ha affermato con chiarezza il principio della libertà e dell’uguaglianza in Cristo di tutte le persone, ma non ha saputo (o potuto) tirarne tutte le conseguenze concrete.

Al di là del problema del “velo” delle donne in chiesa (durato fino ad una trentina d’anni fa ed ora definitivamente tramontato), il ruolo della donna nella comunità ha visto negli ultimi decenni una crescita di dibattiti e discussioni, ma senza reali sbocchi di cambiamenti nella prassi. La loro presenza e il loro apporto restano marginali nella teologia, nei ministeri, nei momenti decisionali. E’ sempre preponderante, invece, nei servizi ecclesiali, specialmente nella catechesi ai fanciulli e nell’assistenza (nei molti settori in cui si esplica). Al di là delle discussioni teologiche o delle rivendicazioni di matrice femminista, resta di fatto un blocco di mentalità e di prassi che non riconosce un’uguaglianza e relega le donne a ruoli marginali un po’ in tutti i settori. E’ solo un fatto culturale e una prassi tradizionale delle Chiese (eccetto quelle protestanti), o c’è un fondamento teologico? Nel Nuovo Testamento non c’è un dato chiaro né in un senso né nell’altro.

Il vero significato dell’Eucarestia (11,17-34)

Altrettanto chiaro e deciso è l’intervento di Paolo circa la celebrazione della Cena del Signore: quando vi riunite, la vostra cena non è di certo la Cena del Signore!… non potreste mangiare e bere a casa vostra? Perché disprezzate la Chiesa di Dio e umiliate i poveri? O il pasto comune diventa momento di fraternità e condivisione, o è meglio non farlo. L’Eucarestia è memoria del dono d’amore di Cristo per tutti gli uomini e deve essere vissuta come momento di unità e di superamento delle differenze che ci sono nella vita sociale. Altrimenti si tradisce il suo significato. Per dare forza a questa presa di posizione, Paolo fissa per iscritto il racconto dell’ultima cena del Signore con i suoi discepoli. E’ la più antica testimonianza sulla Cena del Signore, risalente alla tradizione della comunità di Antiochia verso gli anni 40 d.C. Sarà poi ripresa da Luca nel suo Vangelo. Marco e Matteo riporteranno invece la tradizione della Chiesa di Gerusalemme.

Più che una riflessione dettagliata su questo brano (che viene letto e commentato più volte durante l’anno liturgico), cogliamo l’insistenza di Paolo sul legame fra celebrazione e vita, fra comunione al corpo e sangue di Cristo e comunione con i fratelli, fra disprezzo del povero e disprezzo di Cristo. Non c’è Eucarestia senza fraternità e ogni vera fraternità diventa un’Eucarestia, una lode a Dio, una comunione con Cristo, fratello e salvatore di ogni uomo.

Qui emerge un grosso interrogativo sulle nostre Eucarestie, sul nostro modo di parteciparvi e di legarle con la vita di ogni giorno, con i rapporti familiari, sociali, di vicinato, di lavoro, di volontariato, di solidarietà, di attenzione verso i poveri, gli stranieri, i malati, gli anziani, chi è solo. Per fortuna sta diminuendo il numero dei cristiani che partecipano alla Messa festiva solo per soddisfare il precetto, ma senza partecipazione e legame con la loro vita quotidiana. Sembra invece in aumento la celebrazione di Messe in tutti i luoghi e per tutte le circostanze, abbinate a feste e risotti, a inaugurazioni e sagre paesane, ad anniversari e celebrazioni laiche, con la presenza e la partecipazione indiscriminata di persone senza un serio discernimento del corpo e sangue del Signore. Bisogna stare attenti che L’Eucarestia non diventi un modo per dare solennità alle feste o alle ricorrenze personali e sociali.

Un altro aspetto che, purtroppo, è ancora presente nelle nostre Eucarestie è la partecipazione di persone, famiglie, gruppi in lotta tra loro; che si portano odio, rancore, maldicenze; che non si salutano e si fanno dispetti, violenze, sopraffazioni; che si mettono ai lati opposti della chiesa per non dover scambiarsi il segno della pace. Eppure il messaggio della parola di Dio è chiaro: se stai portando la tua offerta all’altare di Dio e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì l’offerta davanti all’altare e vai a far pace con tuo fratello (Mt.5,23).

Altrettanto problematica (e di stringente attualità) la partecipazione tranquilla alla Messa di persone che poi, nella vita di ogni giorno, disprezzano i poveri, gli stranieri, chi ha sbagliato; che invocano la pena di morte ed il ricorso alla violenza pur di salvaguardare l’ordine e i loro interessi.

Siamo tutti fragili, peccatori e partecipiamo all’Eucarestia per essere aiutati da Cristo a superare i nostri limiti e le divisioni tra noi. Non deve, però, diventare un rito che ci rassicura e consolida in mentalità e atteggiamenti che sono contrari alla parola e all’esempio di Cristo. L’Eucarestia non è un rito sacro per santificare le domeniche e solennizzare le ricorrenze della vita; è comunione con Cristo morto e risorto, per vivere come lui e costruire la fraternità sulla terra.

I doni dello Spirito per la crescita della comunità (12,1-11)

I carismi e le manifestazioni straordinarie dello Spirito (molto presenti agli inizi della Chiesa per facilitare la diffusione del Vangelo) creavano dei problemi molto seri a Corinto, tanto che Paolo vi dedica tre interi capitoli della sua Lettera. Molto meno sentiti sono nelle nostre comunità, dove regna sovrano il monopolio del prete e la quasi rassegnata passività dei laici (con lodevoli ma rare eccezioni). I movimenti, i gruppi, le associazioni spesso agiscono al margine della comunità o in conflitto con essa. Un po’ più vivaci sembrano le Chiese dell’Africa e dell’America Latina, ma col grosso problema delle “sette” e del tradizionalismo che sta ritornando prepotentemente in auge.

Della lunga trattazione di Paolo (tendente a “mettere ordine” nelle vivaci ma tumultuose assemblee dei Corinzi: tutto sia fatto con dignità e con ordine (14,40) sottolineiamo solo tre principi di fondo che possono aiutare anche le nostre Chiese a discernere i doni dello Spirito presenti nelle persone e nei gruppi e a stimolare la loro disponibilità a metterli al servizio della comunità.

Vi sono diversi doni, ma uno solo è lo Spirito. Vi sono vari modi di servire, ma uno solo è il Signore. Vi sono molti tipi di attività, ma chi muove tutti all’azione è sempre lo stesso Dio. In ciascuno lo Spirito si manifesta in modo diverso, ma sempre per il bene comune (12,1-11).

Ogni credente, ogni membro della Chiesa, riceve dallo Spirito Santo dei doni, delle capacità spirituali, una forza interiore da mettere a servizio della comunità per la sua crescita. I carismi sono una ricchezza per la Chiesa, aiutano la diffusione del Vangelo, rendono vive le Chiese che tendono ad atrofizzarsi. Aiutano le comunità ad essere attente ai nuovi bisogni delle persone e della società, a rinnovare i modi della loro presenza e del loro servizio al mondo. Tutto il bene viene dallo Spirito; ogni dono, ogni iniziativa di crescita spirituale e di solidarietà umana, è un segno della presenza dello Spirito e del suo lavoro, nascosto ma costante, per il bene della Chiesa e dell’umanità. Con linguaggio moderno si potrebbe dire: unità dello Spirito nella diversità dei doni e nel pluralismo delle scelte. Le applicazioni sono molte e in molti campi della vita della Chiesa.

Dio ha assegnato a ciascuno il proprio posto nella Chiesa: anzitutto gli apostoli, poi i profeti, quindi i catechisti. Poi ancora quelli che fanno miracoli, quelli che guariscono i malati o li assistono, quelli che hanno capacità organizzative e quelli che hanno il dono di parlare in lingue sconosciute… Cercate di avere i doni migliori (12,28-31).

C’è una gerarchia di valore nei doni dello Spirito, nella pluralità dei ministeri, dei servizi e delle scelte che caratterizzano la vita della Chiesa. Questa gerarchia è determinata in base ad un principio che ritorna spesso in questa Lettera: il bene comune… il profeta fa crescere tutta la comunità… cercate di avere in abbondanza quelli che fanno crescere tutta la comunità… tutto questo abbia lo scopo di far crescere la comunità. I carismi sono suscitati dallo Spirito per il bene della Chiesa e non per il prestigio di singole persone, di gruppi particolari, dell’Istituto, del Movimento, dell’Associazione. L’importanza, il valore, la durata, la scomparsa del carisma è determinata dal servizio che svolge (o ha finito di svolgere) nella comunità.

Molti carismi (e il conseguente ministero o istituzione che li incarna in quel momento storico) sono stati dati per richiamare tutta la Chiesa a dei valori evangelici che aveva un po’ trascurato. Quando il valore diventa patrimonio della comunità, il carisma particolare ha svolto il suo compito e deve finire. Così l’importanza e lo spazio da dare nella Chiesa ai vari carismi non sono determinati dal riconoscimento ufficiale, dal peso numerico o dalla potenza economica ed organizzativa, ma dal loro servizio alla missione della Chiesa oggi nel mondo. Questa semplice ma impegnativa gerarchia di valore dei carismi sta richiedendo un grande lavoro di discernimento, di aggiornamento e di “potatura” di molti Istituti, istituzioni, gruppi e gruppuscoli presenti ancora oggi nella Chiesa.

La via migliore (13,1-13)

Nello stupendo capitolo 13 Paolo sottolinea un principio di grande responsabilità e consolazione per tutti noi, semplici credenti, senza grandi capacità, doni e responsabilità nella comunità: i carismi, i ministeri, le scelte particolari nella Chiesa sono dei doni a servizio della sua missione verso il mondo, ma ciò che è essenziale per la sua vita e ciò che ha un valore per ogni tempo e per ogni persona è l’amore, è la fedeltà all’unico comandamento che Gesù ci ha lasciato come segno distintivo del cristiano: amatevi gli uni gli altri. Amatevi come io vi ho amato! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri (Gv.13,34-35).

L’inno all’amore (come comunemente è chiamato questo elogio dell’agape, composto da Paolo nello stile retorico dell’encomio delle virtù) sottolinea proprio il limite e la caducità dei carismi rispetto all’imitazione, umile e fattiva, dell’amore di Cristo verso il Padre e verso le persone che ha incontrato nella sua vita. Questo elogio dell’amore è composto da tre parti:

vv.1-3: Se… ma…: anche i più grandi carismi, anche le scelte più eroiche e i posti di responsabilità più elevati sono niente e vanità senza l’amore che li vivifica e li mette a servizio di tutti.

vv.4-7: Chi ama è…: la scelta di fondo che guida e ispira gli atteggiamenti e le azioni di chi ama è quella di non guardare se stesso ma gli altri, di non mettere al centro se stesso ma l’altro, di sottolineare il positivo che c’è nelle persone, più che il negativo e i difetti.

vv.8-13: Ora… allora…: il confronto tra il presente della vita della Chiesa ed il futuro promesso da Dio, sottolinea la caducità e transitorietà dei carismi, l’imperfezione e la debolezza della nostra stessa fede e speranza, la tiepidezza e l’incoerenza con cui viviamo l’amore verso Dio e verso i fratelli. Ma alla fine il nostro amore sarà purificato dal fuoco dello Spirito e sarà l’unico che resterà, perché Dio stesso è Amore (1Gv.4,8; 1Cor.15,28).

Tutto è un dono per la Chiesa; tutto contribuisce alla sua crescita, ma ciò che alla fine resterà, e sarà motivo di salvezza o di condanna, sarà l’amore che ogni persona avrà vissuto nella sua vita, al di là (o attraverso) i doni, le scelte, le responsabilità, i servizi che avrà svolto nella Chiesa (Mt.25,31-46).

Anche nel nostro tempo (come in particolari periodi della storia della Chiesa) c’è un grande fiorire di “carismi”, di gruppi, di movimenti, di nuove istituzioni e fondazioni. Si è sviluppato anche un vasto movimento “carismatico”, o di “rinnovamento nello Spirito” (con diverse sigle, sottolineature, ispirazioni e provenienze), che si richiama proprio a queste pagine della prima Lettera ai Corinzi. Sono dei doni dello Spirito per dare nuovo impulso e vitalità a Chiese logorate e appiattite nelle strutture e nel potere. Quasi tutti sono dei doni legati alla nuova evangelizzazione di una Chiesa e di un mondo sempre più secolarizzati. Come è avvenuto a Corinto, anche nella Chiesa, oggi, queste nuove realtà creano una certa confusione, delle divisioni e dei contrasti, sia al loro interno che nelle comunità in cui sono inserite. I tre criteri proposti da Paolo (per cercare di raggiungere una certa armonia fondata sul rispetto, la stima e l’arricchimento reciproco) sono ancora validi anche per le nostre realtà.

LA RISURREZIONE DEI MORTI

Il problema della risurrezione dei corpi è l’ultimo tema che i Corinzi hanno sottoposto a Paolo nella loro lettera e che lui affronta nel capitolo 15. La risposta allarga però la visuale al più ampio aspetto della speranza cristiana, fondata sulla morte e risurrezione di Cristo e sull’attesa di un compimento futuro che va oltre l’immediato e lo sperimentabile dall’uomo. Diventa così un messaggio attuale e provocante anche per l’uomo moderno, abituato a ragionare “in tempo reale” e a credere solo a ciò che è “scientificamente dimostrabile”.

La mentalità greca rispetto alla morte

Come attestato dalla reazione degli Ateniesi all’annuncio della risurrezione di Cristo, fatta da Paolo nel loro Areopago (Atti 17,32), e dalle domande (un po’ ironiche) che stanno alla base di questo capitolo, si intuisce chiaramente che i greci credevano sì nell’immortalità dello spirito, ma negavano la risurrezione dei corpi. Alcuni cristiani di Corinto affermavano che la loro risurrezione era già avvenuta nell’esperienza battesimale di unione mistica e sacramentale con Cristo. Questa risurrezione avrebbe raggiunto la sua piena attuazione con l’abbandono del corpo, peso e intralcio alla completa immersione dello spirito nella pienezza dell’amore di Dio. Cristo stesso era concepito da loro come un uomo giusto che era stato divinizzato da Dio dopo la sua morte, cioè dopo l’abbandono del suo corpo. Per una larga parte del mondo greco solo lo spirito aveva valore ed era immortale, mentre il corpo era caduco, era solo un peso e una prigione per l’anima.

Più che negare la risurrezione (come fanno oggi molti cristiani “anagrafici” o “fai da te”, più diplomaticamente chiamati nei recenti documenti ecclesiali “cristiani della soglia”) o avere una fede tiepida e incerta (come quella di molti praticanti di fronte al trauma della morte di persone care), i greci separavano lo spirito dalla materia, l’anima dal corpo, dividendo la persona e negando la sua identità dopo la morte. Solo lo spirito conta, il corpo non ha valore. La risposta di Paolo si articola in due parti: il richiamo all’annuncio fondamentale della fede cristiana e l’illustrazione del “come” della risurrezione dei corpi.

Il fondamento della fede cristiana: Cristo morto e risorto (15,1-34)

Nella prima parte del capitolo Paolo ricorda ai Corinzi il primo annuncio che ha portato loro, venendo dal fallimento di Atene: vi ricordo il messaggio di salvezza che vi ho portato, che voi avete accolto e nel quale rimanete saldi. E’ l’annuncio centrale della fede che ogni missionario porta nel mondo e sul quale si fonda la stessa Chiesa. Questo annuncio comporta tre aspetti:

Cristo è morto per i nostri peccati, come è scritto nella Bibbia, ed è stato sepolto. E’ risuscitato il terzo giorno, come è scritto nella Bibbia, ed è apparso a Pietro. Poi è apparso ai dodici apostoli, quindi a più di cinquecento discepoli riuniti insieme (1-11).

Questo è il kerigma, il primo annuncio che Paolo stesso ha ricevuto e che viene trasmesso in tutte le comunità dai diretti testimoni. Così è formulato e così deve essere accolto e trasmesso, senza glosse o interpretazioni filosofiche: Questo è il messaggio che io e gli altri vi annunziamo. E voi l’avete accettato. Su questa buona notizia si fonda la fede cristiana; senza questa fede il cristianesimo si riduce a una morale o ad una religione come tante altre (come purtroppo ha dimostrato un certo modo di vivere il cristianesimo, usandolo perfino come copertura ad interessi e mentalità mondane).

Ma Cristo è veramente risuscitato dai morti, primizia di risurrezione per quelli che sono morti. Infatti, per mezzo di un uomo è venuta la morte, e per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione. Come tutti gli uomini muoiono per la loro unione con Adamo, così tutti risusciteranno per la loro unione a Cristo (12-22).

Qui Paolo approfondisce l’annuncio della fede cristiana, contestando chi nega la risurrezione, ma integrando questo messaggio con il principio di solidarietà: come Cristo è risorto, così risorgeranno anche i cristiani, per solidarietà con lui. Negare la risurrezione dei morti è negare la risurrezione di Cristo; credere alla risurrezione di Cristo vuol dire credere anche alla risurrezione di quelli che sono solidali con lui. Chi è unito a lui nella vita e nella morte, è salvato dal suo dono d’amore e risusciterà al suo ritorno. Cristo è venuto per liberare l’uomo dalla sua solidarietà con Adamo nel male (che lo rende schiavo del peccato e della morte) per unirlo a sé in una solidarietà nel bene e nella salvezza (compresa la solidarietà nella risurrezione). Il termine “primizia” sottolinea proprio questo stretto legame del primo frutto con il raccolto che segue e che si spera abbondante.

Prima Cristo che è la primizia, poi, quando Cristo tornerà, quelli che gli appartengono. Poi Cristo distruggerà ogni dominio, autorità e potenza e consegnerà il regno a Dio Padre (23-26).

Paolo traccia qui le linee essenziali (e un po’ vaghe) degli avvenimenti futuri che caratterizzano la speranza cristiana, cioè la conclusione della storia di questo mondo e la realizzazione piena del progetto di salvezza di Dio. Più che descrivere (o immaginare) le fasi della fine del mondo e del giudizio di Dio sulla storia (come faranno in seguito gli apocalittici), Paolo è interessato all’esito finale: E così Dio regnerà effettivamente in tutti. L’annuncio che gli preme sottolineare è la vittoria definitiva di Cristo sul male e sulla morte e la presenza di Dio che avvolgerà e trasformerà ogni persona ed ogni cosa. Questa è la visione che il cristiano ha del futuro dell’umanità e da qui nasce il suo ottimismo e il suo impegno coraggioso nel presente.

Perché noi stessi affrontiamo pericoli continuamente? Ogni giorno io rischio la vita… Se l’avessi fatto solo per motivi umani che vantaggio ne avrei? Perché se i morti non risuscitano, allora “mangiamo e beviamo perché domani moriremo” (29-34).

La fede nella risurrezione (e la speranza che ne deriva) diventano impegno del credente nella storia per annunciare Cristo e portare avanti il suo regno di giustizia, di amore e di pace. Questo è il vero orizzonte e la forza profonda di ogni autentico e duraturo impegno nella realtà, di ogni lotta contro le forze del male. La speranza cristiana non è fuga dalla realtà, attesa passiva e deresponsabilizzante di un paradiso nel cielo, ma è forza per testimoniare nell’oggi la vittoria del bene sul male, del perdono sulla violenza, dell’amore sull’odio, della vita sulla morte.

L’alternativa – ricordata da Paolo e rilanciata continuamente da tutti gli epicurei della storia – l’abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: il consumismo sfrenato di cose, esperienze, rapporti, piaceri… nell’insaziabile fretta di un vivere dominato dalla paura della malattia, della vecchiaia, della morte. La precarietà e l’insicurezza del vivere spingono le persone al consumismo più sfrenato, a sfuggire gli impegni duraturi e che non danno gratificazioni immediate, a difendere il proprio benessere a tutti i costi, senza curarsi del bene degli altri e delle generazioni future. E’ la speranza nel futuro la vera forza dell’impegno nel presente! Chi non ha futuro è già morto, come tragicamente sta dimostrando, ancora una volta nella storia, l’Occidente cinico e pragmatista.

Il “come” della risurrezione (15,35-58)

Molte critiche alla risurrezione dei corpi (o meglio sarebbe dire delle persone) che facevano i Corinzi (come quelle che avevano fatto i Sadducei a Gesù e quelle che fanno anche oggi tante persone) vengono da una idea che Paolo giudica sciocca, superficiale, ma che è dura a morire. L’idea è quella di immaginare la vita eterna, il “paradiso”, come una copia migliorata (ma alla fine anche noiosissima) di questo mondo, con i soli aspetti positivi, senza il male.

Questo modo di pensare nasce dal fatto che l’uomo riesce a capire e ad immaginare solo ciò di cui fa esperienza con i sensi. Gesù stesso, Paolo e tutti gli scrittori biblici, invitano i credenti a sbarazzarsi di queste fantasie fuorvianti; il regno dei cieli, la vita eterna, il paradiso, la nuova Gerusalemme, la risurrezione della carne sono realtà del mondo di Dio che noi non possiamo capire o immaginare con la nostra limitatissima esperienza umana: Ma come risuscitano i morti? Quale aspetto avranno? Sciocco che sei!… Si è sepolti mortali, si risorge immortali. Si è sepolti miseri, si risorge gloriosi. Si è sepolti deboli, si risorge pieni di forza. Si seppellisce un corpo materiale, ma risusciterà un corpo animato dallo Spirito. Non dobbiamo capire o fantasticare, ma accogliere un dono che viene da Dio e che supera le nostre capacità umane di intelligenza e di esperienza.

Allora non si può dire nulla? Come esprimere e trasmettere agli altri questa fede e questa promessa? I “racconti di apparizione”, riportati nei Vangeli, sottolineano l’identità del Cristo risorto con il Gesù storico (le stigmate, il tono di voce, i gesti abituali del mangiare e del conversare) e, nello stesso tempo, marcano la diversità del suo corpo e del suo modo di presenza (porte chiuse, apparire e sparire, non essere riconosciuto subito).

Paolo afferma che l’uomo materiale (legato a questo mondo, fragile e peccatore) muore e si corrompe, mentre l’uomo spirituale (salvato da Cristo e riempito dallo Spirito) risorgerà e vivrà con Cristo. Ma a risorgere è sempre la stessa persona e non solo la sua parte spirituale, la sua anima. C’è una continuità tra questa e la nuova vita, tra la mia persona e quella che risorgerà al ritorno di Cristo.

Tutti i testi apocalittici del Nuovo Testamento parlano della “distruzione” di questo mondo, segnato dal peccato, e della nascita di un “mondo nuovo”, di una nuova creazione non più segnata dal male, ma dove ci sono le stesse persone e le stesse cose di questa nostra realtà. Si afferma sempre la continuità tra questo mondo e il nuovo mondo; tutto il resto è molto vago e tale resterà fino al suo compimento. Il “come” di questa continuità lasciamolo a Dio, accogliendo con gioia un dono che va oltre la nostra esperienza e la nostra possibilità di investigare e razionalizzare. Impariamo a fidarci di Dio!

Gli uomini del nostro tempo (ma anche molti cristiani convinti) fanno fatica ad accogliere questo annuncio e a fermarsi sulla soglia dei “perché” e dei “come”. La mentalità razionale e scientifica pervade ormai tutte le persone e diventa un impedimento alla fede. Questo però è l’annuncio del Vangelo; questo ci è stato tramandato dai nostri padri e questo accogliamo con fede sulla parola di Gesù Cristo e di chi l’ha conosciuto.

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 16/09/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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