COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Centrafrica, una nazione sotto sequestro

PAESE INGOVERNABILE. PERCHÈ

Non si è mai scrollato di dosso le pastoie della Francia e non ha saputo dotarsi di una classe dirigente adeguata. E da quasi sei anni il paese si è avvitato in un conflitto di cui non vede la fine. La lettura di un sacerdote centrafricano. Che crede in una svolta.

di Etienne Kotto-Wawe (missionario lazzarista da Bangui)


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Nella foto: milizie anti-Balaka a Bangui


Il paese possiede un sottosuolo molto ricco di materie prime (petrolio, uranio, ferro) e di minerali preziosi (oro, diamanti); dispone inoltre di un notevole patrimonio faunistico e forestale. Ricchezze che hanno sempre sollecitano molti appetiti.

Colonia francese fino al 1960, il Centrafrica era conosciuto con il nome di Oubangui-Chari. A battezzarla Repubblica Centrafricana fu, il 1° dicembre 1958, Barthélemy Boganda, primo prete diocesano, già deputato all’assemblea nazionale francese e poi primo presidente dell’Oubangui-Chari. In realtà Boganda aveva maturato un ideale panafricanista e avrebbe voluto creare uno stato che unisse più nazioni (Ciad, Camerun, Congo-Brazzaville, Gabon e Centrafrica) e quindi più popoli, culture, lingue e religioni.

Ma quel prete visionario, padre fondatore della nazione, dava non poco fastidio sia alla potenza coloniale sia ad alcuni paesi della regione. È così che il 29 marzo del 1959, pochi mesi prima dell’indipendenza ufficiale, morì in un misterioso incidente aereo. Scomparsa che ha avuto pesanti conseguenze. La classe dirigente, assai ristretta, che ha gestito l’indipendenza si è segnalata infatti per avidità, disprezzo dello stato di diritto, clientelismo, tribalismo… In breve, una élite mediocre e del tutto funzionale agli interessi dell’ex potenza coloniale.

E ciò ha impedito la costruzione di uno stato nazione fondato sull’uguaglianza, la giustizia e la competenza. Il modo inadeguato e improprio di guidare la nazione, in particolare l’amministrazione della cosa pubblica, ha ingenerato una spirale di instabilità permanente, alimentata dal malcontento prodotto dal sistema stesso.

Riserva di caccia di Parigi

In tale clima di diffidenza e sfiducia, buon gioco ha avuto la Francia che – tramite accordi tagliati su misura nei settori della difesa e della cooperazione – ha fatto del Centrafrica una sua “riserva di caccia”. Parigi ha svolto il suo ruolo di gendarme anche nell’impedire al Centrafrica di cooperare con altre nazioni. Non a caso la Francia ha sempre piazzato alla testa del paese uomini politici in linea con la sua volontà e ha scartato sistematicamente coloro che si opponevano alla sua politica.

Tramite questo meccanismo, il potere e i beni economici sono stati confiscati da un gruppo ristretto di persone, lasciando nella miseria la maggioranza della popolazione. Tutte le strutture e i simboli dello stato sono concentrati nella capitale Bangui. Il resto del paese è abbandonato, sprovvisto di quasi tutto il necessario: ospedali, strade, scuole, commerci… Tale situazione caotica sul piano politico, economico, sociale e securitario ha contribuito a nutrire tensioni intercomunitarie, spesso di carattere etnico, che taluni attori politici non esitano a sfruttare per manipolare la popolazione in gran parte senza istruzione e senza lavoro.

La confisca del potere e dei beni da parte di un pugno di persone, l’abbandono del paese profondo, la regionalizzazione dell’esercito e soprattutto l’incompetenza notoria di buona parte dei dirigenti pubblici hanno fortemente contribuito alla vulnerabilità del paese, così come lo conosciamo oggi. Le frontiere, ad esempio, non sono adeguatamente protette, il che facilita un crescente traffico di armi da guerra, di cui beneficiano i vari conflitti regionali.

La fragilità dello stato e soprattutto l’incapacità dell’esercito e delle forze di polizia di proteggere la popolazione civile hanno portato alla proliferazione di gruppi armati. E i leader di questi gruppi hanno trovato facilmente giovani da reclutare, o perché disoccupati o perché espulsi da un sistema educativo, anche universitario, inadeguato. Una responsabilità di quanto è accaduto è da attribuire anche a forze sindacali fortemente politicizzate e manipolate dai due maggiori partiti: il Movimento di liberazione del popolo centrafricano (Mlpc) e il Fronte operaio per il progresso e il lavoro (Fpopt). I sindacati hanno moltiplicato le proteste, specie attraverso gli scioperi detti ville-morte (città-morta), contribuendo così all’indebolimento degli strati sociali, politici, educativi, economici, culturali e anche religiosi, già fiaccati da ammutinamenti, colpi di stato, ribellioni…

La deriva

È in questo contesto di disfatta dello stato (che esiste solo sulla carta), che nasce la coalizione Seleka. All’inizio, i principali leader di questo movimento ribelle deplorano l’assenza totale di infrastrutture adeguate al benessere delle loro regioni (soprattutto nel nord). Presto, però, prevale la sete di potere e così ? siamo nel dicembre del 2012 ? decidono di marciare sulla capitale.

E per arrivare a Bangui i leader di Seleka – Michel Djotodia, Moussa Daffane, Abdoulaye Hissène, Noureddine Adam e altri – utilizzano anche mercenari stranieri (ciadiani, sudanesi, nigeriani, camerunesi e nigerini), pescando nello stesso bacino utilizzato da François Bozizé (presidente dal 2003 al marzo 2013) per scalzare Ange Félix Patassé (al potere dal 1993 al 2003).

Nella sua marcia su Bangui, Seleka si abbandona a saccheggi, distrugge edifici pubblici e religiosi, compie crimini di guerra e crimini contro l’umanità. E si erge a coalizione che protegge la minoranza musulmana marginalizzata dai differenti regimi che hanno governato il paese. Il che spiega la presenza massiccia nelle file Seleka di jihadisti arrivati da diversi paesi per sostenere i loro fratelli e portare al potere Michel Djotodia, il 24 marzo 2013.

I leader Seleka si illudevano di risolvere i problemi con le armi. Sono stati invece rapidamente sovrastati dagli avvenimenti, e non hanno risolto nulla. Hanno anzi provocato la reazione di gruppi sedicenti cristiani, gli anti-balaka, che si configurano come milizie dedite a violenze e razzie, che hanno commesso atrocità contro le comunità musulmane. I Seleka, scaricati da Djotodia dopo qualche mese dal colpo di stato, hanno fatto ritorno nei loro territori e da lì continuano a rendere ingovernabile il paese.

Nel gennaio del 2014, Djotodia è costretto alle dimissioni a vantaggio di un regime di transizione diretto da Catherine Samba-Panza che ha il compito di cercare di ricomporre il quadro politico attraverso una nuova Costituzione e di accompagnare il paese alle elezioni. Nel dicembre 2015, un referendum approva la nuova Costituzione. Le elezioni si svolgono nel gennaio 2016 e portano al potere l’attuale presidente Faustin-Archange Touadéra.

Non va dimenticato che nel dicembre del 2013 Parigi ha dispiegato in Centrafrica la missione militare Sangaris, terminatasi tre anni dopo senza aver contribuito a modificare le contrapposizioni esistenti sul terreno. Da rilevare anche che nel paese è operativa dall’aprile del 2014 la Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite (Minusca, forte di 12mila uomini), il cui mandato scade nel novembre prossimo: sul ruolo e l’effettiva efficacia della missione sono fiorite e fioriscono molte polemiche.

Come uscirne

La crisi centrafricana è profonda e multisettoriale. Certamente la più grave dalla fondazione dello stato. 14 delle 17 prefetture in cui è diviso il paese sono sotto il controllo dei diversi gruppi armati che fanno capo a Seleka. I processo politico si va impantanando sempre più e fa emergere altri gruppi armati, segno che anche questo gruppo dirigente non è in grado di avviare un cambiamento. Non ci si meravigli, dunque, se gli ambienti diplomatici e le organizzazioni che forniscono aiuti sono pessimisti sul futuro del paese.

Eppure, noi che conosciamo bene il paese e che non sottovalutiamo la portata della crisi, sappiamo anche che le difficoltà non sono insormontabili. Una via d’uscita possibile dalla crisi c’è, a condizione che le figlie e i figli del Centrafrica sappiano recidere il circolo vizioso della violenza. Per farlo, però, ci vuole una chiara volontà politica senza demagogie, ipocrisie, menzogne, clientelismo e regionalismo. E, sempre per cambiare direzione e modello di paese, lo stato deve trovare un adeguato credito, effettuando nei vari settori economici e sociali investimenti massicci, costanti e spalmati su più anni.

Urgente poi è intervenire sulle basi dei vari gruppi armati, situate in maggioranza nei paesi confinanti, ed evitare di legittimare i signori della guerra con la pratica dell’impunità. E ancora: è indispensabile formare un esercito e delle forze di sicurezza esenti da colorature tribali ed etniche; rifondare il sistema scolastico, educativo e universitario perché sia in linea con il tipo di sviluppo che si vuole ottenere. Infine, impegnare lo stato sulla via di una diplomazia che non sia balbuziente, capace invece di portare a casa equilibri e relazioni. In breve, uno stato forte con degli uomini integri, capaci e disponibili. Insomma, un rinascimento.

LE FERITE PROFONDE DI BANGUI

Ancora tutto da immaginare un nuovo equilibrio sociale, così come un ripristino della convivenza tra le comunità cristiana e musulmana. Prevalgono le emergenze e la pressione delle milizie. Ma c’è chi, come il centro don Bosco, lavora per il domani.

di Luca Salvatore Pistone 

Tra il 2013 e il 2015 a Bangui si assisteva quotidianamente a esecuzioni sommarie, torture e stupri. Oggi, per le strade della capitale, i timori di nuovi eccidi si fanno sempre più concreti per la massiccia presenza di milizie Seleka e anti-balaka. La comunità cristiana e quella musulmana, disilluse dalle promesse di pace del presidente Touadéra, sopportano a malapena la presenza della missione Onu, le cui truppe hanno il grilletto troppo facile durante le manifestazioni popolari di malcontento.

«Una mattina in questo pozzo abbiamo trovato dei corpi in decomposizione. Erano quelli di una mamma e del suo bambino. Non oso immaginare cosa abbiano fatto a quei due prima di buttarli lì dentro. Abbiamo chiamato la polizia che però non si è mai presentata, e così abbiamo provveduto noi al recupero e alla sepoltura dei corpi. Nel 2013 moltissima gente è stata uccisa e buttata nei pozzi». Episodi come quello raccontato da Saint-Regis, 22 anni, abitante del quartiere PK5 di Bangui, erano all’ordine del giorno appena scoppiato il conflitto.

Il PK5 è una delle zone più popolose della capitale ed è abitato soprattutto da musulmani. Qui si trova il grand marché, fulcro della vita commerciale di Bangui. Il PK5 è disseminato di macerie perché è stato uno dei principali teatri degli scontri tra Seleka e anti-balaka e ancora oggi basta un’occhiata di troppo, una parola fuori posto, un diverbio per far scorrere del sangue.

«Minusca – urla in preda alla collera, attorniato da una ventina di persone, Atie – se n’è lavata le mani e continua a farlo». L’uomo, 44 anni, commerciante di stoffe, mostra sul suo smartphone dei video terribili: «Intere famiglie di musulmani sono state sbudellate, carbonizzate e fatte a pezzi coi machete. Guardate qui: un anti-balaka mangia la mano di un musulmano mentre una pattuglia dell’Onu passa a pochi metri».

Alla fine della preghiera del tramonto, alla grande moschea del PK5, il grande imam di Bangui, Hamat Tidjanie, saluta uno ad uno tutti i suoi fedeli con un’energica stretta di mano, rassicurandoli che presto torneranno a vivere in pace. «Inshallah» (Se Dio vuole), la risposta che riceve da ognuno di loro. «I nostri rapporti con le altre comunità religiose – afferma non troppo convinto – sono buoni. Comunico con gli esponenti cattolici e protestanti non direttamente, ma attraverso miei canali. Ci sono stati orrendi soprusi, da una parte e dall’altra, ma oggi la situazione è sotto controllo».

Sarà. Ma intanto bambini giocano a “Seleka e anti-balaka” impugnando pezzi di legno come fossero dei machete. Migliaia di giovani e giovanissimi, senza istruzione e senza lavoro, hanno preso le armi entrando a far parte delle milizie e macchiandosi dei peggiori crimini. (…)

BRIA, DOVE SELEKA DETTA LEGGE

Sotto gli occhi dei caschi blu, le milizie mantengono una parvenza di ordine pubblico e gestiscono alla meno peggio alcuni servizi essenziali. Nella città del centronord il solo rappresentante dello stato è un prefetto senza poteri.

di Luca Salvatore Pistone 

La totale assenza dello stato in vaste porzioni di territorio centrafricano ha lasciato terreno libero a miliziani armati che hanno dato vita ai cosiddetti “gruppi di autodifesa”. Nella città di Bria, 580 km a nordest di Bangui, le milizie che fanno riferimento all’alleanza Seleka hanno istituito un particolare sistema di welfare che, pur facendo acqua da tutte le parti, s’impone come unica alternativa al governo fantasma di Bangui.

Da sempre le aree periferiche del paese sono abbandonate a sé stesse. Le precarie e impreparate autorità centrali di Bangui non hanno mai inserito nella loro agenda politica le zone più lontane, lasciandole così in balia degli eventi. L’assenza dello stato e le incursioni di gruppi armati stranieri (come l’Esercito di resistenza del Signore, l’Lra del criminale ugandese Joseph Kony) hanno consumato questa nazione che figura all’ultimo posto della classifica mondiale dell’Indice di sviluppo umano basato su aspettativa di vita, grado di istruzione e reddito.

«Abbiamo preso le armi – dice il 37enne colonnello Mahamoud Voungaba, capo della polizia di frontiera di Bria, istituita da Seleka – perché non avevamo altra scelta. Eravamo esposti alle razzie dell’Lra e dovevamo difendere le nostre famiglie. Così ci siamo armati e organizzati come meglio potevamo. Purtroppo ci sono stati anche conflitti tra musulmani e cristiani, ma oggi in città tutto fila liscio».

La versione di Voungaba è però solo una mezza verità. Se al primo colpo d’occhio tutto appare tranquillo, l’aria che si respira è ad alta tensione. Nel 2018, sull’onda di ulteriori fatti di sangue a Bangui, in questa cittadina del centroest è scoppiato un feroce conflitto tra milizie Seleka e anti-balaka, entrambe interessate, tra l’altro, alle ricche miniere di oro e diamanti di Ndassima e Ippy.

Un commerciante che chiede di rimanere anonimo, ci confida: «Gli orrori commessi dalle milizie sono figli di una politica marcia, ormai in cancrena. I gruppi di autodifesa sono nati per un motivo validissimo: difendere le proprie famiglie, i raccolti e gli allevamenti. Ma la fame è una brutta bestia, dà alla testa e fa scaturire odi inesistenti fino a pochi anni fa. E le file dei Seleka e degli anti-balaka sono andate man mano ingrossando, grazie all’arruolamento di minori impediti di frequentare la scuola perché le scuole sono pressoché inesistenti». (…)

PK3, IL PRESIDIO DEGLI ANTI-BALAKA

Sono 40mila, cristiani. Da due anni vivono da sfollati e si sentono protetti solo dalle milizie, non dalle truppe Onu. Un’enclave anti-balaka nella città “governata” da Seleka.

di Luca Salvatore Pistone (testo e foto da Bria)


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Nella foto: il campo profughi visto da una postazione dei soldati ONU


Nel settore occidentale di Bria si trova il PK3, il più grande campo per sfollati del paese che prende il nome dal numero di chilometri che lo dividono dal centro della città. Al suo interno, da ormai un paio di anni, vivono in condizioni di estrema povertà più di 40mila centrafricani cristiani.

Tra le tende sorge la base della missione Onu, unica struttura in muratura dell’area e puntualmente presa d’assedio a ogni manifestazione di malcontento. Il perimetro del campo è sorvegliato giorno e notte dai caschi blu al fine di evitare attacchi, saccheggi e violenze da parte dei gruppi armati irregolari. A bordo di mezzi corazzati, pattuglie dei contingenti Onu provenienti da Burundi, Gabon, Rwanda, Pakistan e Cambogia fanno la staffetta lungo lo stradone sterrato che, attraversando il PK3, conduce da un’estremità all’altra di Bria.

«La Minusca – dice Jean-Noël, il proprietario di un piccolo chiosco di vestiti usati – sostiene di essere qui per proteggerci da Seleka. Ma di notte i miliziani riescono a superare le recinzioni e a fare razzie. A volte invece ci sparano contro da lontano e se trovano in giro le nostre donne le violentano. Questa non è vita. Non abbiamo neanche un po’ di terra da coltivare. I soli a prendersi cura di noi sono gli anti-balaka». (…)

CHIESA A BRACCIA APERTE

Diocesi e parrocchie contano sacerdoti uccisi e chiese devastate, ma si fanno carico di sfollati e bisognosi. La Conferenza episcopale promuove il dialogo interreligioso e cerca di smuovere le istituzioni politiche interne e internazionali.

di Juan José Aguirre, vescovo di Bangassou


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Il 29 novembre 2015, papa Francesco faceva visita al Centrafrica, dichiarando Bangui «capitale spirituale del mondo». Una visita che aprì una parentesi di pace durata quattro mesi. Prima c’era stata la violenza cieca delle milizie Seleka, poi arrivò un altro periodo buio, che dura fino ad oggi, con il presidente Touadéra. In questa fase, i diritti umani dei centrafricani sono stati e sono impunemente calpestati anche da milizie, sedicenti cristiane, note come anti-balaka.

La visita del papa aveva innescato una calma che ci lasciò sognare. Pensavamo di essere usciti dal labirinto della violenza. Un sogno! Dopo un po’, i responsabili della missione Onu parevano sordi ai messaggi della Conferenza episcopale centrafricana. Nonostante quel po’di bene che senz’altro anche loro hanno fatto, l’insieme del loro mandato per la difesa della popolazione civile è parso inefficace, poco professionale e, a volte, per la passività di fronte ai crimini di guerra, addirittura complice.

Nel 2013 e 2014, le chiese di Bangui si sono riempite di sfollati: molti vi hanno trovato rifugio per più di 3 anni. I musulmani della capitale in parte fuggirono in Ciad, in parte si rinchiusero nel quartiere del PK5, il polmone economico di Bangui. Ma ancor oggi ci sono sfollati nell’80% del territorio nazionale non controllato dal governo. Il vescovo di Alindao (nel sud del paese), mons. Nestor Yapaupa, si ritrova con 20mila persone accampate davanti al vescovado. Sono cattolici, protestanti o di religione tradizionale, dormono in tende di fortuna fornite dagli organismi Onu e patiscono fame e miseria a causa dell’insicurezza generata dalla milizia Upc (Unità per il Centrafrica, uno dei tanti gruppi dell’arcipelago Seleka, comandata da Ali Darass) che controlla la città. Ma è solo un esempio: secondo l’Unicef, l’insicurezza alimentare riguarda oltre 4 milioni di centrafricani, i 4/5 della popolazione.

All’entrata di Alindao ci sono i mercenari dell’Upc mescolati a paramilitari di etnia peul. All’uscita, ci sono milizie anti-balaka, mal armate e composte prevalentemente di giovani e giovanissimi. Dicono di voler liberare il paese dai Seleka e lo fanno con una violenza mai vista prima. Salutati come “liberatori”, sono presto diventati fanatici, criminali, vendicativi e… pazzi. Cosi Alindao è presa tra l’incudine e il martello. Stessa situazione vive il vescovo di Kaga-Bandoro (centronord), mons. Taddhée Kusi. Ma qui il nome delle milizie è diverso e gli sponsor non arrivano dal Ciad o dai paesi del Golfo…

Noi, Chiesa cattolica, siamo coscienti della nostra vocazione a tendere la mano a qualunque persona disprezzata, violentata o massacrata.  (…)

Vedi dossier Nigrizia
CENTRAFRICA, UNA NAZIONE SOTTO SEQUESTRO – DOSSIER LUGLIO-AGOSTO 2018

20.8.2018
http://www.nigrizia.it

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Questa voce è stata pubblicata il 18/09/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , .

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