COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Comboniani sulla strada della santità


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Si sta svolgendo a Roma, nella sede della Direzione generale dei Missionari Comboniani, l’Assemblea intercapitolare. Sono tre settimane (9-29 settembre) di riflessione, condivisione e incontro. Vi partecipano i provinciali e delegati delle circoscrizioni, i membri della Direzione Generale e alcuni invitati.

Nel pomeriggio di martedì 12 settembre, P. Arnaldo Baritussio, Postulatore dei Missionari Comboniani, ha presentato la situazione attuale delle cause di beatificazione di cinque comboniani: “Sono in tutto cinque le cause che stiamo seguendo in Congregazione delle Cause dei Santi per ottenere l’approvazione da parte della Chiesa”. Si tratta delle cause dei padri Giuseppe Ambrosoli, Ezechiele Ramin, Bernardo Sartori, del vescovo Antonio Maria Roveggio e di fratel Giosuè dei Cas.

L’ordine scelto corrisponde alla collocazione che attualmente essi occupano nel percorso verso la beatificazione, senza quindi nessuna intenzione di stabilire una scala di priorità o d’importanza. Del resto, si tratta di esempi assai significativi di vita missionaria, per esemplarità di vita e per i valori da loro incarnati. Si addice pienamente a ciascuno di loro quanto afferma Papa Francesco nella Evangelii Gaudium (n. 272): «Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri».


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In cammino 
La situazione attuale delle cause di beatificazione 

1. La Causa sull’eroicità delle virtù del Venerabile Giuseppe Ambrosoli (1923-1987: 64 anni)

Per questa Causa si è giunti il 17 dicembre 2015 alla dichiarazione della Venerabilità, ossia al riconoscimento da parte della Chiesa di una vita e un servizio missionario, quello appunto di p. Giuseppe, all’insegna della santità eroica. Nel frattempo, nel 2008, in dicembre, era successo un evento prodigioso alla Maternità di Matany (Uganda). Una giovane mamma karimojong, Lucia Lomokol, era guarita da shock settico in seguito a parto ostruito e putrefazione interna del feto: una guarigione completa, istantanea, senza sequele e inspiegabile dal punto di vista medico. La cura prodigiosa era stata attribuita all’invocazione di p. Giuseppe. Istruito il Processo “sul miracolo” a Moroto-Matany, tra settembre 2009 e giugno 2010, tutta la documentazione era già pronta il 13 ottobre 2011 per la consegna alla Congregazione delle Cause dei Santi e ai due rispettivi periti per una prima valutazione. A questo punto ci hanno obbligato ad aspettare la fine del 2015 per la consegna. In seguito, la duplice risposta dei periti è stata comunicata solo nel 2017: una favorevole, quella del ginecologo, e l’altra negativa, quella dell’ anestesista. Prima di affrontare la Consulta Medica, si è pensato bene di rinforzare la perizia positiva con l’aggiunta di altre due. Ciò che ha richiesto altro tempo e solo ad aprile di quest’anno 2018 si è potuto consegnare tutto in Congregazione delle Cause dei Santi.

Ora tutta questa documentazione è nelle mani del Sotto-Segretario e si attende la valutazione della Consulta Medica, la quale si pronuncerà sull’inspiegabilità scientifica o meno del caso. Siamo dunque a un punto cruciale, perché il parere dei medici è decisivo per l’avanzamento. Nel caso di un parere positivo, la procedura da qui in poi diventerà più veloce verso la tanto desiderata beatificazione.

Ambrosoli è qualificabile come santo missionario con questa frase da lui spesso sovente ripetuta:«Sono uno strumento dell’amore di Dio per coloro che soffrono», che tradotta in linguaggio attuale potrebbe essere così espressa: «Il piacere spirituale di essere popolo». In fondo è la realizzazione di quanto sognava dovesse essere il suo servizio medico a Kalongo: «Potessero vedere Gesù in me! Non si tratta di fare cose diverse, – scriveva – ma è il modo di trattare gli ammalati. Devono sentire che il contatto è fraterno per la carità di Cristo». Per p. Ambrosoli il piacere spirituale di essere popolo significava: comprendere, tollerare, perdonare, amare; farsi un giudizio di amabilità delle persone; accettare di essere disturbato. Scriveva: «Col passare degli anni, guai se mi fisso nei miei schemi e non voglio essere disturbato. Accettare di essere disturbato».

2. La Causa sul martirio del Servo di Dio Ezechiele Ramin (1953-1985: 32 anni)

L’apertura della Causa di padre “Lele” è avvenuta il 1° aprile del 2016 nella diocesi di Ji-Paraná (Rondônia) e si è conclusa, prima nella chiesa parrocchiale di Cacoal, il 4 marzo 2017 e poi definitivamente nella sua parrocchia natale di S. Giuseppe a Padova il 25 marzo 2017. In tutto sono stati ascoltati 104 testimoni. In aprile poi tutta la documentazione è stata depositata in Congregazione delle Cause dei Santi, la quale, sempre in novembre dell’anno scorso, ha riconsegnato alla Postulazione 16 volumi da cui si potessero trarre tutti gli elementi di prova. Da principio 2018 si sta dunque preparando la “Positio”, ossia la prova del martirio da sottoporre poi alla valutazione di storici, teologi, vescovi e cardinali e poi a Papa Francesco. Una volta approvata, si procederà direttamente alla Beatificazione.

Padre Ezechiele è qualificabile come missionario martire perché si è messo sulle tracce del Maestro. Lui stesso riporta la frase del Vangelo di S. Matteo aggiungendo la S maiuscola alla parola seminatore:«“Ecco il Seminatore uscì a seminare”… ma non si dice che ritornò», il che tradotto nel linguaggio di “Lele” suona: «A queste persone io ho già dato la mia risposta: un abbraccio! Io questa situazione non la vivo, né ci sto dentro come ergastolano. Ho la passione di chi segue un sogno».

Questo va a scontrarsi con le letture correnti della vita di p. “Lele”: un giovane non passato attraverso i nostri moduli educativi dei seminari minori o apostolici; un giovane ammalato di protagonismo con venature sinistroidi, un “sessantottino”; uno spirito indipendente, con difficoltà a inserirsi in un progetto di vita comunitaria, tale da contaminare anche l’ultimo atto della sua vita determinando una lettura contrapposta: per alcuni un martire, per altri un disobbediente e imprudente, o al massimo un martire sociale. Eppure solo lui poteva pronunciare, senza un filo di retorica e con tutta sincerità e la passione di cui era capace, una frase lapidaria che ancora risuona nella chiesa parrocchiale di Cacoal:«Il padre che vi sta parlando ha ricevuto minacce di morte. Caro fratello, se la mia vita ti appartiene, ti apparterrà pure la mia morte. Fratello: fratello nella buona, fratello nella cattiva sorte. Ma fratello! Così dobbiamo imparare ad essere, non in altro modo».

3. Causa sull’eroicità delle virtù del Servo di Dio Bernardo Sartori (1897-1983: 86 anni)

La “Positio” di p. Bernardo è stata consegnata alla Congregazione delle Cause dei Santi il 26 giugno 2014. Lì è ancora in attesa che sia valutata dai Teologi, Vescovi e Cardinali per l’approvazione e la successiva dichiarazione della Venerabilità da parte del Santo Padre. Nel caso di p. Sartori, l’eroicità delle virtù riguarda una vita missionaria vissuta «ad gentes», alimentata dal mistero eucaristico e dalla spiritualità mariana ed espressa nel dialogo di vita con i musulmani.

Padre Sartori sollecita la Chiesa a verificare l’apertura e la costante uscita dai propri orizzonti e necessità (missio ad gentes) e a interrogarsi sulla profondità e qualità della sua vita interiore (preghiera). Esattamente come scriveva S. Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica del 22 novembre del 2001 ai Vescovi dell’Oceania: «Ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale».Parole citate da Papa Francesco nella sua enciclica Evangelii Gaudium (n. 27) e riprese ancora nella lettera di indizione del prossimo mese missionario straordinario del 2019: «Uscire, aprirsi al mondo superando la tentazione ricorrente che si nasconde dietro a ogni introversione ecclesiale, a ogni chiusura autoreferenziale nei propri confini sicuri, a ogni forma di pessimismo pastorale, a ogni sterile nostalgia del passato».

Padre Bernardo provoca salutarmente a allargare gli orizzonti passando dal “carro armato” al “tamburo” che fa ballare le persone. «Qualche volta, – scriveva – al sentir parlare delle loro opere e imprese, certi missionari, padri e fratelli, sembra che il Signore non possa agire senza di loro. Senza vita interiore, l’apostolato per quanto chiassoso è un tamburo, vuoto all’interno, senza sostanza, incapace di far ballare la gente. Un apostolo senza vita interiore è più pericoloso di un carro armato».

4. Causa sull’eroicità delle virtù del Servo di Dio Antonio Maria Roveggio (1858- 1902: 44 anni)

Per la Causa Roveggio si sta ancora in via per concludere la ricerca storica e così chiudere definitivamente il Processo di Verona. Di positivo c’è che abbiamo già una biografia scientificamente preparata e tutte le lettere stampate in “Archivio Comboniano” che faciliteranno la preparazione della Positio. Allo stato dei fatti siamo ancora al Processo di Verona aperto nel 2004, ma che si dovrebbe chiudere entro l’anno.

Mons. Roveggio è qualificabile come santo missionario da questa frase: «Oggi mi chiudo nella piaga di questo Sacratissimo Cuore per non uscirne che nell’eternità (19 novembre 1898)», Tradotto in linguaggio attuale deve essere formulato: «Entrare assieme nelle piaghe della società dove passa oggi l’ora di Dio…ossia rimettere in piedi la Chiesa come implantatio charitatis».

Era così sicuro che il vivere e procedere assieme in solidarietà garantiva la rinascita della missione che, pur morendo prematuramente e dopo un viaggio fallimentare al centro dell’Africa, nell’ultima sua lettera ufficiale al cardinale di Verona, Protettore della missione dell’Africa Centrale, poteva vergare queste parole di tenace speranza: «Certamente noi apparteniamo al numero di quelli a cui si applica la prima parte di un versetto del salmo 126:”Nell’andare se ne vanno piangendo portando la semente da gettare”, ma con certezza altri seguiranno: “nel tornare vengono con gioia portando i loro covoni” (Sl 126, 5-6)».

5. Causa sull’eroicità delle virtù del Servo di Dio Fr. Giosuè Dei Cas (1880-1932: 52 anni)

La Causa è stata aperta il 20 marzo 2015. Si sta cercando di concludere l’interrogatorio dei testimoni a Wau (Sud Sudan), ma ancora non è stato nominato il vescovo e con l’anteriore, Mons. Rudolf Deng Majak, si sono smarriti i documenti che erano stati consegnati per ascoltare i pochi testimoni rimasti. Per adesso ne sono stati ascoltati 30. Ne mancano altri due a Como e forse dieci a Wau. Nel frattempo, a Como, è stata nominata una Commissione Storica che sta completando le ricerche sulla vita di Giosuè e, allo stesso tempo, ordinando tutto il materiale documentale raccolto nei vari archivi. Di particolare valore sono le lettere di Giosuè pubblicate dall’EMI. Purtroppo questa è la Causa che segna maggiormente il passo, nonostante si tratti della Causa di un testimone che ha trasformato la sua malattia discriminante, la lebbra, in evento di riconciliazione attraverso la vita fraterna a Kormalan con altri lebbrosi africani di varie tribù.

Fratel Giosuè è qualificabile come santo missionario con questa sua frase: «Anche se mi dicessero che dopo un anno sarei contagiato dalla lebbra ritornerei a Kormalan e sarò più missionario di prima», che tradotto in linguaggio attuale potrebbe essere espresso come: «Vivere nelle periferie esistenziali del dolore o delle nuove emarginazioni come progetto che trasforma divisioni e razzismo in comunità solidale».

Questa di Giosuè è un’esperienza missionaria unica: ha fatto sembrare e ha vissuto lo straordinario come normale e ordinario. Uno che parte con un handicap (malformato, sciancato) e finisce con un handicap ancora maggiore (lebbroso), avrebbe potuto rinchiudersi in se stesso, isolarsi, recriminare e invece si sente scelto e aderisce a ciò che di per sé è più distante: una vocazione nella cui essenza c’è la comunicazione e il rapporto e una missione che si costruisce sulla vicinanza. Un fratello discriminato per rozzezza (non è ammesso al primo noviziato) e isolato per malattia (lebbroso, tacciato di imprudenza e mancanza di igiene) indica che le giuste nuove proporzioni della persona e dell’azione evangelizzante sono il rapporto, la carità e la solidarietà. Questo è il nuovo bello che è anche buono.

Ora sta a noi, non solo conoscere sempre meglio questi nostri confratelli che hanno segnato e continuano a segnare il cammino della missione, ma soprattutto invocarli.

P. Arnaldo Baritussio, Postulatore generale

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Questa voce è stata pubblicata il 22/09/2018 da in ITALIANO, Vocazione e Missione con tag , .

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