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Sudan, la tratta continua


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Seppur ridimensionato negli ultimi anni per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo Orientale, il traffico di esseri umani attraverso il paese appare ancora fiorente, anche grazie a connivenze con forze di sicurezza che controllano il territorio.

di Bruna Sironi
20 settembre 2018
http://www.nigrizia.it

Il traffico di esseri umani è un fenomeno complesso con radici lontane nel tempo. È però diventato di interesse e dibattito comune in relazione alla crisi migratoria contemporanea. Gli odierni, imponenti spostamenti di persone, si sono rivelati una fonte particolarmente ricca di potenziali vittime e di sicuri proventi per le reti di trafficanti. Ma i campi in cui il traffico fiorisce sono molteplici: dal lavoro schiavo allo sfruttamento della prostituzione, all’espianto di organi ad altro ancora.

In questo periodo storico si tratta spesso di tappe sulla pericolosa via della migrazione senza protezioni legali, ma non sempre. Così come non sempre sono trafficanti coloro che aiutano i migranti a passare i confini illegalmente. Spesso sono “solo” contrabbandieri. La differenza sta nella coercizione fisica o psicologica a mettersi in viaggio e nelle modalità della relazione.

In un’operazione dell’Interpol, svoltasi in Sudan alla fine di agosto – l’ultima di una lunga serie realizzate quest’anno nel paese -, sono state liberate 94 vittime di tratta, 85 dei quali erano minori, alcuni bambini al di sotto dei 10 anni. Molti erano costretti a lavorare in miniere d’oro illegali non lontane dalla capitale e maneggiavano sostanze tossiche come mercurio e cianuro senza nessuna protezione. Non è chiaro se la loro destinazione finale fosse l’Europa o la penisola arabica, dove molti migranti della zona approdano. Le persone liberate dai trafficanti provenivano da diversi paesi della regione, tutti devastati da conflitti senza fine, come la Repubblica democratica del Congo e il Sud Sudan, o afflitti da problemi politici altrettanto annosi, come l’Eritrea. Ma non mancavano i sudanesi stessi.

Connivenze sospette

Il Sudan, per la sua posizione nel cuore di una regione particolarmente tormentata e per le connivenze tra le forze di sicurezza preposte al controllo del territorio – a sentire autorevoli organizzazioni della società civile locale e internazionale – è infatti tra i paesi specialmente interessati dal losco traffico di esseri umani. Solo lo scorso anno sarebbero state liberate almeno 400 vittime di tratta e sarebbero stati investigati 99 casi che coinvolgevano 179 sospetti trafficanti. Per 94 casi e 160 sospetti si è arrivati al processo. Solo 7, però, sono stati condannati in base alla legge anti-traffico di esseri umani di cui il paese si è dotato nel 2014. Tra i condannati, due erano funzionari governativi e precisamente un ufficiale di polizia e un colonnello dell’esercito.

I rapporti più recenti mettono in stretta relazione il fenomeno con quello della presenza di lunga data di profughi. Sarebbero almeno 2 milioni in questo momento, secondo le dichiarazioni di Hamad al-Gizouli, commissario per i rifugiati del governo sudanese. A questi si devono aggiungere gli sfollati, ancor più numerosi soprattutto in Darfur e nelle altre zone di conflitto ancora aperto nel paese.

I campi, dove un numero rilevante di profughi e sfollati risiedono anche da decenni, sono un luogo privilegiato sia per “il reclutamento” delle vittime, sia per la residenza della manovalanza delle reti di trafficanti, quella incaricata di “convincere”, se non di rapire, le persone da trafficare. La maggior parte delle operazioni anti-traffico si sono svolte infatti negli stati orientali del Sudan, e in particolare in quello di Kassala, dove i flussi migratori dall’Eritrea soprattutto, ma in misura minore anche dall’Etiopia, risalgono agli anni Settanta dello scorso secolo e proseguono fino ad oggi. Stime ufficiali dicono che nei campi profughi dello stato di Kassala risiedono ancora almeno 100 mila persone, ufficialmente registrate, poi ci sono tutti gli altri, appena arrivati o di passaggio. Nell’Est Sudan la situazione è tale che vi è stato istituito un tribunale speciale. L’anno scorso vi sono stati condannati sei funzionari governativi, con pene dai 10 ai 15 anni di reclusione.

Il gioco delle parti

Il governo di Khartoum ha sicuramente fatto qualche passo avanti nella lotta contro il traffico e anche per il controllo dei flussi migratori che attraversano il paese, dirigendosi verso l’Europa. Ma si è servito del fenomeno in modo strumentale. Il governo sudanese è riuscito a porsi come l’interlocutore privilegiato di diversi governi europei, compreso quello italiano, nel controllo delle migrazioni dai paesi del Corno e dell’Africa Orientale. Non a caso il programma preposto è denominato Programma di Khartoum.  Anche grazie a questo ruolo, il paese è riuscito ad uscire da decenni di isolamento internazionale, per l’accusa di aver sostenuto e di sostenere il terrorismo.

Il Sudan usa questa sua posizione chiave in modo si direbbe spregiudicato. Più volte, l’ultima nei giorni scorsi, il capo delle Rapid Support Forces (RSF), la milizia, ora inquadrata nell’esercito, cui da anni è stato affidato il controllo dei confini, ha dichiarato che senza un contributo europeo molto più sostanzioso i suoi uomini avrebbero incrociato le braccia. Non si può non pensare ad un gioco delle parti tra le diverse autorità competenti in materia del paese: i ministri e i funzionari governativi che partecipano ai consessi internazionali mostrando competenza e autorevolezza, lasciando la pressione, decisamente ricattatoria, ad un capo militare famoso per la brutalità delle azioni dei suoi uomini contro civili inermi, migranti e non.

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Questa voce è stata pubblicata il 22/09/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .

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