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Francesco nei Paesi Baltici (4) Conferenza stampa in aereo


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Papa Francesco come di consueto ha concesso una intervista ai giornalisti durante il volo di ritorno dal viaggio apostolico nei Paesi Baltici. Questa volta in particolare ha voluto che la maggior parte delle domande riguardassero la visita. Non è mancato però un approfondimento sull’accordo firmato tra Cina e Vaticano sulla nomina dei vescovi. Ecco la trascrizione quasi completa delle risposte date durante il colloquio.

Gianni Cardinale, inviato nei Paesi Baltici
Avvenire martedì 25 settembre 2018

Lei ha detto in Lituania che dobbiamo essere un ponte tra Occidente e Oriente. Ma non è facile, i ponti vengono calpestati.

Evidentemente siete parte oggi politicamente dell’Occidente, dell’Unione Europea. Avete fatto tanto per entrare nell’Unione Europea. Dopo l’indipendenza avete subito fatto tutti i compiti che non sono facili e siete riusciti ad entrare all’Unione Europea. Ma anche avete rapporti con la Nato, voi appartenete alla Nato. Se voi guardate all’Oriente, c’è la vostra storia, storia dura… Anche la parte della storia tragica è venuta dall’Occidente, dai tedeschi, dai polacchi… ma soprattutto dal nazismo. In Oriente è venuta dall’impero Russo. Fare ponti suppone, esige fortezza. Fortezza non solo di appartenenza, ma della propria identità. Io sono consapevole che la situazione dei tre Paesi baltici è sempre in pericolo, sempre… la paura dell’invasione, la storia stessa vi ricorda quello. Lei ha ragione quando dice che non è facile, ma questa è una partita che si gioca ogni giorno, passo dopo passo, con la cultura, con il dialogo. Non è facile e credo che l’obbligo di tutti noi è aiutarvi in questo, esservi vicini, con il cuore.

Nei Paesi Baltici lei ha parlato spesso dell’importanza delle radici e dell’identità. Da Lettonia e Lituania e l’Estonia ci sono tanti che sono partiti per Paesi più prosperi, tanti già stanno mettendo le radici altrove…

Conosco il fenomeno della migrazione lituana: in Argentina ce ne sono tanti. E loro portano là la cultura la storia, e sono fieri nel doppio sforzo di inserirsi nel Paese nuovo e anche conservare l’identità, con le loro feste loro, con gli abiti e i canti tradizionali. Voi avete una identità forte, una identità che si è fatta nella sofferenza, nella difesa, nel lavoro, nella cultura. Cosa si può fare per difendere l’identità. Il ricorso alle radici, questo è importante. È cosa antica, ma è cosa che deve essere trasmessa, l’identità si inserisce nella appartenenza a un popolo, e la appartenenza a un popolo va trasmessa. Le radici vanno trasmesse alle nuove generazioni e questo con l’educazione e con il dialogo, soprattutto tra vecchi e giovani si può trasmettere. Questo e lo dovete fare perché è un tesoro la vostra identità. Ogni identità è un tesoro, se concepita come appartenenza a un popolo.

Cosa intendeva quando oggi nell’omelia ha parlato di chi “alle urla, aggiunge minacce di armi, spiegamento di truppe, strategie…”

La violenza delle armi. Oggi le spese mondiali in armi sono scandalose. Mi dicevano che con quello che si spende in armi in un mese si potrebbe dare da mangiare a tutti gli affamati del mondo durante un anno. Non so se è vero. È terribile. L’industria, il commercio delle armi, anche il contrabbando delle armi è una delle corruzioni più grandi. E davanti a questo c’è la logica della difesa. Davide è stato capace di vincere con una fionda e 5 pietrine, ma oggi non ci sono i Davide. Ma credo che un Paese deve avere un ragionevole e non aggressivo esercito di difesa. Ragionevole e non aggressivo. Così la difesa è lecita, ed è anche un onore difendere la patria. Il problema viene quando diventa aggressivo non ragionevole e si fanno le guerre di frontiera. Sulle guerre di frontiera ne abbiamo tanti esempi, non solo in Europa, verso l’Est, ma anche in altri continenti. Si litiga per il potere, per colonizzare un Paese.

Lei nei suoi discorsi ha parlato di apertura verso i migranti. Crede di aver trovato ascolto?

Il messaggio sull’apertura ai migranti è abbastanza avanti nel vostro popolo, non ci sono forti populismi. Siete sono popoli aperti che hanno voglia di integrare i migranti. Ma non massicciamente, perché non si può, si deve integrarli con la prudenza del governo. Abbiamo parlato con due dei tre capi di Stato su questo e l’argomento l’hanno messo loro, non io, e nei discorsi dei presidenti lei vedrà che la parola accoglienza, apertura è frequente… questo indica una voglia di universalità nella misura che si integrino. Questo è molto importante: nella misura che non sia una minaccia contro la propria identità. Sono tre cose che ho capito sull’ammirazione del popolo, e questo mi ha toccato molto: apertura prudente e ben pensata.

Santo Padre le domande sul viaggio sono finite…

Io vorrei dirvi qualche cosa su alcuni punti del viaggio che ho vissuto con una speciale forza. Il fatto della vostra storia, la storia dei Paesi baltici. Una storia di invasione, di dittature, di crimini, di deportazioni. Quando ho visitato il Museo a Vilnius… Museo è una parola che ti fa pensare al Louvre… quel Museo era un carcere, era il carcere dove i detenuti per ragioni politiche o religiose erano portati. Ho visto celle della misura di questo sedile, dove soltanto in piedi si poteva stare, celle di tortura. Ho visto posti di tortura dove col freddo che c’è in Lituania portavano i prigionieri nudi e buttavano acqua e lì rimanevano per ore, per ore… per rompere la resistenza. E poi sono stato all’aula delle esecuzioni… più o meno ne ammazzavano 40 al giorno. Poi sono andato al posto del grande ghetto, dove sono stati uccisi gli ebrei, poi nello stesso pomeriggio sono andato al monumento alla Memoria dei condannati ammazzati torturati deportati. Quel giorno, vi dico la verità, sono rimasto distrutto. Mi ha fatto pensare sulla crudeltà. Ma vi dico, con l’informazione che noi abbiamo oggi, la crudeltà non è finita. La stessa crudeltà oggi si trova in tanti posti di detenzione. Oggi si trova in tanti carceri. Anche la sovrappopolazione di un carcere è un modo di tortura, di non vivere con dignità. Un carcere oggi che è sistemato senza dare al detenuto la uscita della speranza già è una tortura. Poi abbiamo visto sulla televisione le crudeltà dei terroristi dell’ISIS, quel pilota giordano bruciato vivo, quelli cristiani copti sgozzati nella spiaggia di Libia, e tanto altre. Oggi la crudeltà non è finita. In tutto il mondo si fa.

Un’altra cosa che ho visto in questi tre Paesi è l’odio alla religione, qualsiasi sia. L’odio. Ho visto un vescovo gesuita in Lituania o Lettonia non ricordo bene che è stato deportato in Siberia dieci anni, poi è arrivato al campo di concentramento. La fede di questi tre Paesi è grande, è una fede che nasce proprio dal martirio.

Poi, questa esperienza di fede così importante ha fatto un fenomeno singolare in questi Paesi. Una vita ecumenica generalizzata come non c’è in altri. C’è un vero ecumenismo, ecumenismo tra luterani, battisti, anglicani, anche ortodossi.

Poi c’è un altro fenomeno in questi Paesi ed è importante studiarlo, quello della trasmissione della cultura, dell’identità e della fede. Di solito, la trasmissione è stata fatta dai nonni, perché? Perché i papà lavoravano, i papà e mamma dovevano lavorare e dovevano essere sindacalizzati nel partito, nel caso sovietico, o sotto la linea del nazismo e anche educati atei, ma i nonni hanno saputo trasmettere la fede e la cultura in un tempo che in Lituania era vietato l’uso della lingua lituana ed è stato tolto nelle scuole, quando andavano al servizio religioso, sia protestante o cattolico, gli prendevano i libri di preghiera per vedere se erano in lingua lituana o in lingua russa o tedesca. Tanti, una generazione in quell’epoca ha imparato la lingua madre dai nonni, i nonni che insegnavano a scrivere o a leggere la lingua madre.

E adesso prendo oggi l’incontro con i giovani. I giovani si scandalizzano della ipocrisia dei grandi. Si scandalizzano della guerra, si scandalizzano della incoerenza, si scandalizzano della corruzione, e in questo della corruzione entra la questione degli abusi sessuali. È vero che c’è un’accusa alla Chiesa, e tutti sappiamo, conosciamo le statistiche, io non le dirò. Ma anche se c’è stato un solo prete ad abusare di un bambino o una bambina, questo è mostruoso perché quell’uomo è stato scelto da Dio per portare i bambini al Cielo. Capisco che i giovani si scandalizzano di questa corruzione così grande. Sanno che c’è dappertutto, ma nella Chiesa è più scandaloso perché deve portare i bambini a Dio e non distruggere.

Qualcuno accusa la Chiesa di non fa le cose come si deve nel punire questa corruzione. Se prendiamo il Rapporto della Pennsylvania per esempio, vediamo che i primi 70 anni c’erano tanti preti che sono caduti in questa corruzione, poi in tempi più recenti è diminuito, perché la Chiesa se ne è accorta che doveva lottare in altro modo. In tempi antichi queste cose si coprivano, anche si coprivano a casa, quando lo zio violentava la nipotina, quando il papà violentava i figli, si coprivano perché era una vergogna molto grande… era il modo di pensare dei secoli scorsi o del secolo scorso. C’è un principio che mi aiuta tanto per interpretare la storia: un fatto storico va interpretato con l’ermeneutica dell’epoca in cui è stato questo fatto, non come l’ermeneutica di oggi. Per esempio, l’indigenismo: ci sono state tante ingiustizie, tante brutalità, ma non può essere interpretata con l’ermeneutica di oggi che abbiamo un’altra coscienza. Un ultimo esempio, la pena di morte: il Vaticano, quando era Stato, Stato pontificio aveva la pena di morte. Ma poi la coscienza morale cresce. E’ vero che sempre ci sono le scappatoie e ci sono condanne a morte nascoste. Tu sei vecchio, dai fastidio, non ti do le medicine… è una condanna a morte sociale e di oggi… Quando la Chiesa ha preso coscienza degli abusi ce l’ha messa tutta, e negli ultimi tempi io ho ricevuto tante condanne fatte dalla Dottrina della Fede e ho detto: avanti, avanti. Mai ho firmato dopo una condanna una richiesta di grazia. Su questo non si negozia, non c’è negoziato.

Ultima domanda. Tre giorni fa si è firmato un accordo tra la Santa Sede e il governo della Repubblica Cinese. Può darci qualche informazione sul loro contenuto, perché alcuni cattolici cinesi l’accusano di avere venduto la Chiesa al governo di Pechino dopo tanti anni di sofferenza. Cosa risponde a queste accuse?

Questo è un processo da anni. Un dialogo tra la commissione vaticana e la commissione cinese per sistemare la nomina dei vescovi. L’equipe vaticana ha lavorato tanto. Vorrei fare alcuni nomi. Monsignor Claudio Maria Celli, che con la pazienza è andato in dialogo… anni! Anni! Poi, padre Gianfranco Rota Graziosi, un umile curiale di 72 anni che voleva andare in parrocchia, ma è rimasto in Curia per aiutare in questo processo. E poi il segretario di Stato che è un uomo molto devoto, il cardinale Pietro Parolin, ma ha una speciale devozione alla lente: tutti i documenti li studia punto, virgola, accenti… E questo dà a me una sicurezza molto grande. Quando si fa un accordo di pace o un negoziato, ambedue le parti perdono qualcosa. Questa è la legge. Questo cammino è andato avanti con due passi avanti e uno indietro, due avanti e uno indietro. Mesi sono passati senza parlarci. E sono passati anni. E’ il tempo di Dio. Che assomiglia al tempo cinese. Questa è saggezza, la saggezza la saggezza dei cinesi. E i casi vescovi che erano in difficoltà (illegittimi, ndr) sono studiati caso per caso. Sono alla fine arrivati i dossier di ciascuno sulla mia scrivania e sono stato io il responsabile di firmare. Poi il caso dell’accordo: le bozze sulla mia scrivania, si parlava, davo le mie idee, gli altri discutevano e andavano avanti… Io penso alla resistenza, ai cattolici che hanno sofferto. E’ vero, loro soffriranno. Sempre in un accordo c’è sofferenza. Ma loro è una grande fede, e loro scrivono, fanno arrivare i messaggi che quello che la Santa Sede, che Pietro dice è quello che dice Gesù. Se la fede martiriale di questa gente oggi va avanti, sono dei grandi!

L’accordo l’ho firmato io. Almeno, le lettere plenipotenziarie per firmare quell’accordo che io avevo voluto. Io sono il responsabile. Gli altri che ho nominato in tutto hanno lavorato per più di dieci anni. Non è una improvvisazione, ma è un cammino. Un vero cammino.

Un aneddoto semplice e un dato storico. Quando c’è stato quel famoso comunicato di un ex nunzio apostolico (riferimento al caso Viganò, ndr) gli episcopati del mondo mi hanno scritto, dicendo chiaramente che si sentivano vicini, che pregavano per me. I fedeli cinesi hanno scritto e la firma di questo scritto era del vescovo, diciamo così, della Chiesa tradizionale cattolica e del vescovo della Chiesa Patriottica, insieme tutti e due e i fedeli di tutti e due. Per me è stato un segnale di Dio.

Poi noi dimentichiamo che in America Latina, grazie a Dio questo è superato, per 350 anni erano il re del Portogallo e della Spagna a nominare i vescovi e il Papa soltanto dava la giurisdizione. Noi dimentichiamo il caso dell’impero Austro Ungarico: Maria Teresa si è stancata di firmare la nomina dei vescovi e poi dava la giurisdizione il Vaticano. Casi che grazia a Dio non si ripetono più. Con i cinesi è un dialogo su eventuali
candidati. Ma nomina Roma, nomina il Papa. Questo è chiaro. E preghiamo per le sofferenze di alcuni che non capiscono o che hanno alle spalle tanti anni di clandestinità.

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Questa voce è stata pubblicata il 26/09/2018 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , , .

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