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Libro dei PROVERBI – Ravasi (1)

LIBRO DEI PROVERBI (1)
Gianfranco Ravasi

La danza della sapienza nella creazione

danza2

«La sapienza nelle Piazze fa udire la sua voce»

Abbiamo davanti a noi un libro, quello dei Proverbi, che è emblematico per un genere letterario, quello della letteratura sapienziale. È una letteratura nella quale si entra sempre con molto piacere perché è molto ricca e originale.

Si tratta di un itinerario in cui si vedranno tonalità profondamente diverse. Alcune, molto familiari, sono quelle che io cercherò di sollecitare con una certa immediatezza; altre, invece, sono tonalità nascoste, recondite. C’è un vero e proprio arcobaleno sapienziale che è sepolto nell’interno di queste pagine non sempre facili.

L’opinione popolare quando sente parlare di sapienza e di proverbi immagina che si entri in un orizzonte nel quale tutti più o meno trovino qualcosa di immediato, di diretto, di spontaneo. Questo è vero, ma il libro biblico dei Proverbi, un po’ paradossalmente, è anche un libro pieno di segreti.

In questa introduzione di ordine generale organizzerò il mio discorso un po’ scolasticamente. Indicherò tre grandi momenti che sono quasi come tre spunti per poter entrare in questo mondo della letteratura sapienziale. Un mondo complicatissimo, ricchissimo perché non tocca solo Israele: in realtà lo lambisce solo ai margini. La letteratura sapienziale, infatti, è soprattutto quella egiziana e mesopotamica ed è una letteratura altissima. In pratica corrisponde alla nostra filosofia o alla nostra teologia.

1. L’AMBIGUITÀ DELLA SAPIENZA

Inizio con una premessa sull’«ambiguità della sapienza». Questa ambiguità ve la rappresento in maniera moderna, con due dichiarazioni contrastanti. La prima riconosce la grandezza e l’importanza della sapienza: senza questa lampada non si potrebbe quasi camminare. Scrive Kant:

«Dice il sapiente, sulla scia di Socrate: quante cose ci sono che io non conosco».

E Kant immagina Socrate che cammina nell’interno di un mercato (vedendo quindi questo mondo affascinante, molteplice, policromo e poliformo, completamente diverso nei volti, nelle voci, nei comportamenti).

«Ma dice il saggio nel trambusto del mercato: quante cose ci sono di cui io non ho bisogno!».

La sapienza è anche saper «tagliare»: una grande intelligenza è selettiva, altrimenti abbiamo solo l’erudito che oggi può essere battuto irrimediabilmente da un elaboratore elettronico. Non è così dell’uomo intelligente, del genio. È impossibile, folle, inutile la corsa del computer nei confronti del sapiente. La seconda testimonianza è di Oscar Wilde:

«La sapienza o l’esperienza è il nome che ciascuno di noi dà ai propri errori. Sono però più istruttivi gli errori dei grandi intelletti che non la verità dei piccoli intelletti».

Tutti i grandi filosofi hanno detto sicuramente delle cose che sono pazzescamente erronee; eppure il loro pensiero è talmente fecondo da aver condizionato tutta la cultura per secoli.

La sapienza ha continuamente questa ambiguità; è qualcosa di assolutamente perfetto ma anche di profondamente umano, caduco. L’esperienza è tante volte un rosario di fallimenti, di errori, che ci impedisce di farne altri o di farli fare ad altre persone.

2. I CONTRASTI DELL’ESSERE

Il primo capitolo può essere definito, in maniera molto elementare, con una parola: hokmah (sapienza in ebraico), hakam, invece, è il «sapiente». Se vogliamo precisare il valore di questa parola, potremmo dire che essa è simile ad una parola tedesca diventata quasi popolare anche nel linguaggio italiano: Weltanschauung (la visione del mondo). Hokmah è la capacità di essere delle persone che rientrano in se stesse dopo aver percorso un giro di 360°. È, in pratica, uscire, abbracciare il cosmo e Dio e rientrare ancora in se stessi elaborando tutto quello spettro di realtà che si sono viste. La hokmah è dunque una vera e propria filosofia, una ricerca sul senso di tutto l’essere e, in questa luce, possiamo dire che è un vero e proprio pianeta completo che abbraccia totalmente l’esistere.

Questo modo di percorrere tutto l’orizzonte e rinchiudersi poi in se stessi per elaborare (l’uomo è al centro della sapienza) comporta tutta una serie di contrasti che fanno parte del nostro essere sapienti, del nostro comprendere. C’è innanzitutto un contrasto tra un’esperienza «alta» e un’altra di tipo più «basso». È prima di tutto possibile guardare dall’alto. Pensiamo alla filosofia nobile, quella che trova le ragioni ultime, che ha una conoscenza sofisticata, che elabora dei sistemi onnicomprensivi. Nel c. 8 del libro dei Proverbi troviamo un’elaborazione globale, dall’alto, di tutto il senso dell’essere. C’è anche un’altra strada, che potremmo invece definire «dal basso» ed è quella più popolare e folcloristica. La sapienza penetra anche quel mondo al quale di solito non attribuiamo dignità letteraria (la barzelletta ad esempio). Molti di questi testi racchiudono in sé una scintilla di sapienza.

Per questo tipo di sapienza «dal basso», ecco un paio di esempi presi dal libro dei Proverbi.: «Un anello d’oro al naso d’un porco, tale è la donna bella ma priva di senno». (Pr 11, 22) Questa è veramente una tipica espressione popolare.

La letteratura sapienziale è continuamente venata di misoginia, di anti-femminismo: è la tipica difesa del maschio, il quale ha sempre paura della donna, nonostante il suo atteggiamento di superiorità, in pratica riconosce che nelle donne c’è un mistero e allora lo attacca, lo demolisce, lo smitizza (le barzellette oscene sono segno il più delle volte di un’estrema immaturità e paura nei confronti della sessualità).

Ecco un secondo esempio: «Sbattendo il latte ne esce panna, premendo il naso ne esce il sangue, spremendo la collera ne esce la lite». (Pr 30, 33) È una banalità, se si vuole, però è uno schizzo, un bozzetto vivacissimo.

Ecco allora il primo elemento: nel libro dei Proverbi e negli altri libri sapienziali biblici troviamo, proprio quasi come se gli occhi di questi autori fossero strabici, uno sguardo dall’alto e uno dal basso; ci incontriamo con alcune pagine nobilissime che si interrogano sulla vita e sulla morte e con altre pagine appunto che riguardano il quotidiano più modesto. La letteratura sapienziale può essere comparata ad una cinepresa, messa al centro di una piazza e fatta girare ininterrottamente per ventiquattro ore, cercando proprio di raccogliere dall’alba al tramonto gli uomini che escono, le donne che passano, il lavoro, il riposo… È quel tentativo di raccogliere tutto senza elaborarlo completamente perché già raccogliere il materiale significa in pratica avere una specie di filo interpretativo sotteso segreto.

Seconda antitesi: la sapienza sorge in ambiente aristocratico. Sappiamo, studiandone un po’ le origini, che la sapienza sorge attorno al 3000 a.C. in un ambiente ben particolare: in Egitto e in Mesopotamia, nelle scuole di palazzo. Nel mondo sumerico abbiamo la cosiddetta edubba, che è la scuola per formare il principe ereditario, gli alti burocrati dello Stato, i futuri boiardi, l’alta classe.

Nel c. 1, v. 5 del libro dei Proverbi, quando si parla della sapienza si usa una parola che è di solito tradotta in forme diverse, ad esempio il dono del consiglio. L’espressione è interessante, in ebraico è tahbulòt, l’antica versione greca della Bibbia detta “dei Settanta” ha tradotto kubernesis. Il termine è appunto quello proprio della politica. Il vocabolo ebraico, apparentemente, sembrerebbe un plurale (il plurale femminile in ebraico si fa con la finale -òt). In realtà si tratta di un arcaico femminile di origine fenicia, per cui i Proverbi usano per definire la sapienza nella sua funzione più alta un vocabolo arcaizzante e nobile, proprio delle scuole di palazzo, dell’arte del governo.

La sapienza è di origine aristocratica e proviene in particolare dall’Egitto. Ecco che cosa scrive Wen-Amon, un sapiente emigrato in Fenicia nell’XI sec. a.C. (è il momento in cui la sapienza entra anche con Salomone in Israele): «È dall’Egitto, mia patria, che è uscita la sapienza per raggiungere il paese in cui vivo».

Oggi possediamo almeno una quindicina di raccolte sapienziali egiziane, veri e propri testi sistematici.

La sapienza però è anche «democratica». Di fronte alla grande sapienza di corte si crea, lentamente, quella sapienza che nasce come se fosse un respiro di popolo. Il popolo contadino ha bisogno di sapere come sono i cicli della natura per potere lavorare nei campi: ecco allora che si affida a detti che vengono ripetuti (l’arte per esempio, ha continuato a rappresentare le stagioni con i lavori dei campi).

È quella sapienza, di cui si parlava sopra, che tocca prima di tutto il livello più basso, per poi salire un po’ di più. Altro elemento da sottolineare: la sapienza urbana e borghese a volte è in polemica con quella di corte. C’è anche la distinzione apparentemente paradossale secondo la quale la sapienza aristocratica è più progressista, mentre quella borghese è più tradizionalista e conservatrice. L’intellettuale e il nobile sono certamente più pronti a progettare e ad andare verso il futuro; il contadino, invece, il borghese e il basso popolo sono certamente molto più conservatori.

Terzo contrasto. Esiste una sapienza, soprattutto nel libro dei Proverbi e nel Siracide, che è ottimistica e che scopre l’armonia della natura, delle cose e loda Dio. Ma ad essa si oppone una sapienza pessimistica.

All’inizio del c. 8 del libro dei Proverbi si descrive la Sapienza che esce per le strade, parla dalle alture, dalle vie, dai crocicchi, dalle porte agli ingressi della città, dalle soglie degli usci. È presente in ogni luogo e invita ad ammirare l’armonia dell’essere, l’armonia cosmica. C’è la convinzione, come dice Pangloss, il coprotagonista del Candido di Voltaire, che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili. Questa visione ha certo un fondamento e sono le meraviglie che esistono nel cosmo e nell’uomo. Però è inevitabile che subito prenda piede anche la grande sapienza pessimistica, più alta dal punto di vista letterario e teologico. Essa punta invece l’obiettivo sulle «smagliature» dell’essere. Certamente possiamo dire che il mondo è mirabile, però, quando io sono malato, automaticamente, per me tutto il mondo diventa malato. Ecco allora il sorgere di una letteratura sapienziale pessimistica.

La letteratura pessimistica è ricchissima: cito ad esempio il famoso Dialogo di un suicida col suo ba (o anima) (2200 a.C.) del mondo egiziano (Papiro di Berlino 3024): è la storia in 156 linee, incomplete, di un uomo che decide di togliersi la vita perché non mette conto continuare a vivere e la sua conclusione è di estrema desolazione, tanto è vero che in tedesco lo si è intitolato Lebensmùde (taedium vitae). Anche se andiamo nell’altra parte della Mezzaluna Fertile, il mondo mesopotamico, incontriamo testimonianze dello stesso genere. Emblematico è il testo accadico «Io voglio celebrare il Signore della sapienza», che comprende circa 500 linee, composto nel 1500 a.C. Ecco una battuta per rendere l’idea del come siamo lontani dall’ottimismo del libro dei Proverbi:

«Il tormentatore (Dio) mi tortura tutto il giorno, nemmeno di notte mi lascia un istante; a forza di torcerli i miei tendini sono strappati, le mie membra sono slogate e gettate in un mucchio. Passo le mie notti nei miei escrementi come un bue, mi rotolo nella mia sporcizia come un montone».

Anche quando abbiamo i primi testi teologici di un certo rilievo, come la cosiddetta «Teodicea babilonese» del 1000 a.C., composta da 27 strofe e 297 linee, il problema principale è cercare di giustificare Dio di fronte al male.

Persino il famoso poema dell’Epopea di Ghilgamesh è un testo pessimistico: nella decima tavoletta, quando il serpente ha morsicato l’albero della vita, si legge: «Ghilgamesh, dove ti affretti? La vita che tu cerchi non l’avrai perché gli dei se la tennero solo per se stessi».

Due libri biblici per eccellenza, Giobbe e Qohèlet, sono due testi di profondo pessimismo e testimoniano la presenza di questo tipo di sapienza anche nella Sacra Scrittura.

3. L’ORIZZONTE SAPIENZIALE

La letteratura sapienziale deve affrontare alcune questioni radicali con un certo metodo. Possiamo dire che la domanda fondamentale, che la sapienza pone, l’ha formulata molto bene Qohèlet, sapiente pessimista: «Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?».

La domanda fondamentale è filosofica: che senso ha l’essere e l’esistere? Basta solo che l’uomo, per un istante, spenga l’interruttore su tutte le distrazioni che gli impediscono di formulare le domande ultime; basta soltanto che l’uomo smetta, per un istante, di formulare le domande penultime: Cosa vedremo? Cosa mangeremo? Dove andremo? Ed ecco che subito l’uomo autentico, cosciente, si trova di fronte a quella radicale domanda che gli serpeggia nella coscienza come una fredda serpe: Che senso ha la vita? Perché la morte? C’è Dio? Che cosa siamo noi in questi spazi immensi?

Naturalmente, queste domande impauriscono e la sapienza offre risposte talora autentiche. Dio c’è; vivere è bello; la morte è un approdo felice o, comunque, una porta aperta sull’infinito.

E c’è l’altra sapienza che dice: Dio esiste, però tace; la vita è tutta tempestata di miserie; il vivere è una specie di maledizione; il mondo in cui siamo è un coacervo di contraddizioni; la morte è un approdo nel nulla.

Per rispondere a queste domande, analizziamo innanzitutto il metodo seguito. Si potrebbe tracciare come su di una lavagna due colonne: mettendo sulla prima le espressioni che tradizionalmente il resto della Bibbia usa per rispondere a queste domande, e sulla seconda le espressioni che vengono di solito usate dai libri sapienziali. Ad esempio: quando negli altri passi biblici si parla di Dio, si usa il termine Jahweh, il Signore; nei libri sapienziali invece questo nome lo troviamo più raramente: si preferisce piuttosto usare il generico «Dio» Elohim, arrivando persino al paradosso di Qohèlet che usa l’articolo haElohim (il Dio, la divinità). E questo è il nome generico con il quale si chiamava Dio in tutta la Mezzaluna Fertile. Dire «Signore» e dire «Dio», non è la stessa cosa: un ateo non potrà mai dire «il Signore», dirà invece «Dio, la divinità».

Analogamente, sulla colonna tradizionale troviamo sempre come protagonista Israele, gli Israeliti, i figli di Israele. Nella letteratura sapienziale questi termini quasi scompaiono ed entra in scena una nuova figura che si chiama Adam (l’uomo). I personaggi sono universali. Si arriva al punto di coinvolgere, per il libro più bello dell’Antico Testamento, Giobbe, uno che non è ebreo: era un uomo di Uz, una regione esotica, uno dei figli d’Oriente. La tipizzazione è quella dell’uomo universale.

Facciamo un ulteriore passo avanti. Nei libri tradizionali della Bibbia viene quasi sempre usata l’espressione: «Così dice Dio». I profeti entrano in scena con la parola di Dio (ne’ùm jhwh, «oracolo del Signore»). Nella letteratura sapienziale, invece, rarissimamente si trova una espressione direttamente riferita a Dio. È la ragione dell’uomo che porta in sé l’avallo divino. È la ragione che cerca: non è Dio che mi si rivela direttamente, sono io che lo cerco con la mia mente e con la sua illuminazione. Per questo motivo è stato detto che la letteratura sapienziale, in un certo senso, è anche «razionalistica», non nel senso illuministico occidentale, ma perché privilegia la ragione come via al credere; sottolinea di più la ricerca rispetto all’epifania, alla teofania, propria della letteratura tradizionale.

Ancora: sulla colonna biblica tradizionale troviamo di continuo la parola storia. La Bibbia è il racconto di una storia solenne di grandi eventi nei quali si realizza la parola di Dio: chi non conosce l’esodo, oppure la grande conquista della terra promessa?

Nella sapienza la grande storia non c’è più. Il libro della Sapienza, ad esempio, parla dell’esodo, ma lo rappresenta come se fosse un esodo escatologico, cioè finale, glorioso, cosmico, per cui la realtà storica ormai si dissolve.

Nei testi sapienziali è in scena invece il quotidiano, l’esistente. In tedesco si distingue solitamente tra Sein e Dasein. L’essere, il Sein per eccellenza è quello dei libri tradizionali; in quelli sapienziali abbiamo il Dasein, «l’essere qui e l’essere là», l’essere modesto e quotidiano, l’esistente. La storia non è più quella dei grandi atti salvifici, è quella della donna che sta lavorando nell’interno della sua casa, è quella delle stagioni, la storia dell’orefice, dell’artigiano, di tutti quei piccolissimi quadretti di vita quotidiana.

È cambiata la prospettiva: nell’Antico Testamento, si parla continuamente dell’alleanza fra l’uomo e Dio. Nel libro dei Proverbi invece troviamo la parola beni (alleanza) una volta sola, quando essa viene usata per parlare del matrimonio.

Vorrei da ultimo sottolineare questa diversità di metodo in due testi paralleli:

«Non avrai nei tuo sacco due pesi diversi, uno grande e uno piccolo. Non avrai in casa due tipi di efa, una grande e una piccola. Terrai un peso completo e giusto, terrai un’efa completa e giusta, perché tu possa aver lunga vita nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti». (Deut 25, 13-15)

«Doppio peso e doppia misura sono due cose in abominio al Signore». (Pr20, 10)

Nel primo testo, tratto dall’antica legislazione biblica, vi è un ordine, nel secondo un consiglio. Nei libri sapienziali, infatti, non si avrà mai l’imperativo violento, ma piuttosto il consiglio dolce: il padre che insegna al figlio, il maestro che consiglia il discepolo.

Ecco allora la prima conclusione: il metodo sapienziale è quello della ricerca globale. È una specie di umanesimo integrale che avvolge un po’ tutta l’esistenza in una grande riflessione.

4. LE TRE GRANDI RELAZIONI

Per quanto riguarda il contenuto, possiamo riassumerlo teoricamente con una visione triangolare. Immaginiamo l’uomo messo al centro e da lui cominciamo a far dipartire tre raggi che cadono su tre punti diversi. Lo studio della letteratura sapienziale non consiste nell’individuare i punti, ma i raggi, le relazioni. È una letteratura funzionale e pratica perché insegna a tendere i fili, a percorrere le strade che portano a quei punti.

Il primo punto è naturalmente Dio. Si tratta di una sapienza sempre credente, non atea, anche se qualche volta ha delle incrinature pessimistiche. Riassume molto bene tutto questo il titolo che è stato inciso tante volte sui portali di tante scuole, come ad esempio all’ingresso del collegio dove studiò Alessandro Manzoni: «Il timore del Signore è il principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione». (Pr 1, 7)

Il punto di partenza, il primo nodo da stabilire è il rispetto di Dio.

Il secondo filo, naturalmente, è con il tuo simile, il tuo prossimo. Per stabilire questo rapporto si parte dalla relazione più alta, quella d’amore e su quella si misurano tutte le altre in decrescendo. Questo filo è teso e si ingrossa sempre di più perché è fatto di una matassa di colori. Prendiamo, ad esempio, il rapporto con la donna con tutte le sue dimensioni difficili e a volte scandalose. Troviamo pagine misogine che sono da smitizzare perché appartengono ad una precisa cultura, ma sono anche da evidenziare come un dato di fatto, perché ironizzare sulla donna appartiene alla cultura di molti secoli e di molte regioni. È indubbio che nella Bibbia restiamo senza respiro quando vediamo questo filo così teso verso il basso. Leggiamo, con una certa vergogna, nel c. 42, 14 del Siracide:

«Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna, una donna che porta vergogna fino allo scherno».

Si tratta sempre di un modo strano ma reale per stabilire un contatto. Pensiamo ancora al rapporto con i magistrati, con i politici, con il fratello, con il padre, con i figli…

Nel terzo filo incontriamo un’altra realtà. L’uomo biblico non è l’uomo spirituale platonico, ma l’uomo che ha un rapporto sereno con la materia e con essa si trova bene.

È stato detto, e giustamente, che il libro del Deuteronomio e quello dei Proverbi sono due libri di santo materialismo, in cui si «godono» le cose. C’è un grande piacere nel toccare gli oggetti, nel vivere, nel mangiare, nel divertirsi, nell’appropriarsi di tutto l’orizzonte delle cose di questo mondo.

Ecco allora la scoperta del cosmo, della materia: una scoperta molto variegata, ma soprattutto filosoficamente rilevante.

Walter Benjamin, grande scrittore e pensatore austriaco, diceva «La creazione divina è completa quando le cose ricevono il nome dagli uomini».

Nella letteratura sapienziale c’è questa coscienza (e qui bisogna rifarsi ad «Adamo» che dà il nome agli animali): è l’uomo che fa sì che le cose siano, perché se non ci fosse l’uomo, che senso avrebbe un panorama meraviglioso? C’è questa convinzione antropocentrica, un po’ pericolosa, ma anche estremamente suggestiva: l’uomo dovrebbe essere il liturgo della creazione, i decifratore del segreto mirabile di questo arazzo che lo circonda. Come dice i Salmo 148, dovrebbe portare nell’abside del cosmo ventidue creature (tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico) a cantare: una lode a Dio con lui e diretta da lui.

C’è quindi la convinzione che studiare la tecnica, la scienza è fondamentale. Il papiro egiziano Anastasi elenca liste sterminate di oggetti e di animali. Elencare significa dare i nome, conoscerle, possederle, penetrarle, pervaderle e averne coscienza e consapevolezza.

5. IL NODO DELLA SAPIENZA

Questo nodo fondamentale lo esprimiamo con un testo. È una pagina bellissima che sarebbe tutta da commentare e da sciogliere nell’interno soprattutto dell’ebraico, perché proprio qui si rivela l’impotenza della traduzione italiana. L’autore gioca moltissimo sull’aspetto fonetico, sonoro delle parole. Del resto, anche i nostri proverbi sono normalmente in rima.

Il cantico è nel c. 8, 22-31 del libro dei Proverbi:

«Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività,

prima di ogni sua opera, fin d’allora.

Dall’eternità sono stata costituita,

fin dal principio, dagli inizi della terra.

Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;

quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;

prima che fossero fissate le basi dei monti,

prima delle colline io sono stata generata.

Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi,

né le prime zolle del mondo;

quando egli fissava i cieli, io ero là;

quando tracciava un cerchio sull’abisso;

quando condensava le nubi in alto,

quando fissava le sorgenti dell’abisso;

quando stabiliva al mare i suoi limiti,

sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia;

quando disponeva le fondamenta della terra,

allora io ero con lui come architetto

ed ero la sua delizia ogni giorno,

dilettandomi davanti a lui in ogni istante;

dilettandomi sui globo terrestre,

ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».

Vorrei fissare l’attenzione sul v. 22 particolarmente significativo per scoprire il nodo che tiene insieme il Creatore e la creazione. Vediamo di riuscire a comprendere, anche al di là dell’ebraico, il valore molto complesso di questo passo.

Il testo dice: «Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività».

La sapienza è quindi qualcosa di creato, che è in noi, che è nel mondo. Ma questa traduzione dall’ebraico non è sufficiente perché i verbo usato non è bara’ (creare), bensì qanah che significa, contemporaneamente, «creare» e «generare»; letteralmente: «possedere, conquistare, acquistare».

Questo verbo ha perciò due volti, come due sono i volti della sapienza che continuamente si canteranno.

L’autore conosce entrambi i verbi e li fonde insieme nel verbo qanah perché la sapienza è nella mente di Dio, è una sua idea, un progetto di Dio, è qualcosa di «increato», è una realtà divina, trascendente.

Il contenuto di questo progetto è creare le cose. Affinché i progetto diventi efficace e reale, è necessario che diventi «noi», che si attui nelle cose di questo mondo. La sapienza allora è contemporaneamente qualcosa di divino e qualcosa di umano.

Ora si capisce perché questo inno è stato applicato subito a Gesù Cristo dalla tradizione cristiana: l’uomo-Dio.

La stessa espressione «all’inizio della sua attività» in ebraico è: reshìt darkò, che significa la primizia della sua via. La primizia, non solo cronologicamente parlando. Le primizie dei campi sono anche la cosa più preziosa.

L’autore, allora, con questa espressione, allude contemporaneamente a due cose: la sapienza è una cosa creata, è la prima di tutte le cose; ma al tempo stesso è anche qualcosa di superiore che assomiglia alla primizia preziosa e trascendente. In ebraico derek è la «via», ma anche la «vita». Perciò l’espressione significa contemporaneamente una via, una mappa, una planimetria di una realtà ma, al tempo stesso, anche la vigoria sessuale di una persona, la sua forza generatrice, la sua potenza, la sua vita.

La sapienza dice: io sono la realtà più preziosa della forza di Dio, ma anche la prima delle realtà create, perché le tengo insieme. La sapienza quindi è di Dio ed è anche nostra: c’è Dio il sapiente e c’è l’uomo sapiente. La stessa cosa è ripresa nella parte finale. Riprendo due particolari.

«Io ero con il Signore come architetto».

Abbiamo il vocabolo ebraico ‘amon che ricorre una volta sola nella Bibbia. Secondo la filologia comparata questo termine significa «architetto». La sapienza è l’architetto di Dio che costruisce questa cattedrale dell’essere nella quale l’uomo si aggira come un pellegrino stupito. Pensiamo a cosa noi non conosciamo ancora dell’universo; siamo ancora ai primi lembi di questo mantello divino.

D’altra parte è possibile con altre argomentazioni tradurre questo vocabolo con «fanciullo» e allora abbiamo un’immagine ancora più suggestiva che viene sviluppata in tutto ciò che segue.

Michelangelo, nella Cappella Sistina, rappresentando la creazione, raffigura la sapienza come un giovane meraviglioso ed armonioso che sta giocando nell’atelier immenso del cosmo. Dio è rappresentato come colui che gioca. Il gioco puro e creativo è, forse, il simbolo più alto per parlare di Dio.

Naturalmente, dobbiamo dimenticare i giochi che siamo soliti dare ai nostri bambini, quelli che si comprano a Natale, squallidi esempi dei giochi degli adulti che non ammettono nessuna creatività. Dobbiamo dimenticare i giochi degli stadi, forme di frenesie tribali. Dobbiamo invece cercare il gioco puro, quello che si trova nell’artista.

La sapienza potrebbe essere rappresentata come una fanciulla che danza.

La danza è il segno più alto dell’armonia e del gioco e non per nulla le grandi liturgie antiche hanno sempre avuto nel loro interno degli elementi che comprendevano la danza. Pensiamo alla danza mirabile dei Dervisci islamici, che è armonia con la danza del Creatore.

Infatti, le espressioni che seguono, che sono state tradotte con delizia e dilettandomi, si riferiscono ad un vocabolo ebraico molto più suggestivo. È il termine che è stato usato per festeggiare Davide vincitore contro Golia; per descrivere Davide che porta l’arca a Gerusalemme e danza davanti ad essa; è il termine usato da Zaccaria per descrivere i ragazzi che giocano nelle piazze della Gerusalemme del futuro.

Le espressioni, quindi, vogliono rappresentare la creazione come un’opera artistica, come un gioco supremo; architetto e fanciullo, quindi, si incontrano nello stesso significato.

È per questo che la teologia, in epoca recente, come in passato, ha tentato di esprimere l’atto creativo proprio ricorrendo all’immagine del riso, del gioco.

Se voglio parlare di Dio, devo riuscire a capire cos’è i gioco nella sua purezza suprema, nella sua capacità estrema di creatività. L’artista quando sta creando, veramente gioca, si diverte infinitamente, trascende le sue miserie, perde la sofferenza fisica. È vero perciò quello che diceva Pascal: anche con i più disperato dolore di denti, quando il pensiero ti avvolge la mente nella creazione, tu riesci a superare la sofferenza, sei veramente capace di passare oltre la radice delle cose.

Nel libro Homo ludens Hugo Rahner cita un monaco di San Gallo, Nokter, che cantava così la Chiesa: «Ecce sub vite amoena Christe; ludet in pace omnis ecclesia tute in horto» (Ecco, o Cristo, sotto una vite amena tutta la Chiesa gioca in pace sicura nel giardino).

Molti teologi hanno cercato di utilizzare l’analogia «ludica», cioè hanno tentato di parlare di Dio attraverso l’arte, l’estetica. La poesia diventa sorella della teologia. Anche Lutero ha espresso questo concetto parlando dell’Apocalisse:

«Allora l’uomo giocherà con cielo e terra e sole e con tutte le creature, e tutte le creature proveranno anche un piacere, un amore, una gioia lirica e rideranno con te o Signore e tu a tua volta, riderai con loro».

Lutero evoca la danza dell’inizio della creazione, i capolavoro di Dio, che ha avuto il suo acme nella creazione dell’uomo. Alla fine sarà ancora una grande danza, sarà la ri-creazione. La nuova creazione (e notate il gioco di parole) sarà anche «ri-creazione» che per noi vuol dire divertimento, riposo.

Ecco allora l’ultimo elemento: la sapienza è una qualità che è in Dio e che è in noi. Non si possono scindere le due realtà. E allora ci si accosta alla sapienza con estremo amore, non con paura.

È molto discutibile la religiosità che ha paura dell’intelligenza, dell’arte, della libertà dell’espressione. La forza della religiosità non risiede nell’oscurità, ma nella luce e la sapienza è proprio la testimonianza che i comprendere è una realtà limitata dell’uomo, ma è sempre una scintilla, un frammento della sapienza infinita.

Nella letteratura proverbiale anche le piccole cose che calpestiamo camminando (i verme, la mosca, la zanzara) sono presenti con la loro lezione.

C’è la convinzione profonda che bisogna cercare di sciogliere e di capire la realtà tutta. Questa convinzione arriverà al paradosso estremo della qabbalah (la Cabala ebraica), quando si cercheranno i legami più sottili e più segreti di ogni cosa fino a diventare quasi maniacali. Ma l’idea è fondamentale. Non c’è nulla che non abbia senso, che non entri in questo grande progetto di Dio.

C’è anche un altro pensiero che vorrei che tutti avessimo ben impresso nella mente leggendo i Proverbi. Lo troviamo espresso da un grande pensatore, il quale ha dovuto patire molto per il suo capire: Galileo Galilei. Come tutti i grandi e gli autentici uomini intelligenti era dotato di una profonda umiltà e semplicità:

«Infinita è la turba degli sciocchi,

cioè di quelli che non sanno nulla e dicono di sapere tutto.

Assai sono quelli che sanno pochissimo.

Pochi sono quelli che sanno qualche piccola cosetta.

Pochissimi quelli che sanno qualche particella.

Uno solo, Dio, è quello che (la) sa tutta la verità».

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Un commento su “Libro dei PROVERBI – Ravasi (1)

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Questa voce è stata pubblicata il 26/09/2018 da in Bibbia, ITALIANO con tag , .

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