COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

Lectio sul libro di QOÈLET – Carrarini (1)

XXV Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

Testo word Lectio sul libro del Qoèlet – Carrarini (1)
Testo  PDF Lectio sul libro del Qoèlet – Carrarini (1)


pugno di sabbia

QOÈLET
LA FATICA DEL VIVERE (1)

COMMENTO E INCULTURAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

PRESENTAZIONE

Il libro di Qoèlet (un tempo chiamato: L’Ecclesiaste, il Predicatore) è uno dei 12 libri sapienziali. Assieme al Cantico dei Cantici (la gioia dell’amore), a Giona (universalismo della salvezza), a Rut (accoglienza degli stranieri), a Giobbe (la retribuzione del giusto), Qoèlet contesta il giudaismo imposto in Israele dai sacerdoti sadociti dopo il ritorno dall’esilio. Questo giudaismo era fondato su sicurezze teologiche, regole morali e norme di purità legale dettate dalla Torâh, la Legge di Mosè. A differenza di altri libri sapienziali che sostengono la mentalità religiosa tradizionale (Tobia, Ester, Giuditta, Proverbi, Siracide, Sapienza) questi 5 contrastano l’integralismo legalista del tempio e la deriva apocalittica, che sarebbe sfociata poi nella rivolta armata legata al messianismo politico. Questa linea sapienziale-profetica era comunque la posizione di piccoli gruppi, se non di una ristretta élite intellettuale cresciuta negli ambienti colti e conservatori di Gerusalemme (qualcuno pensa che Qoèlet fosse un sadduceo ellenizzato, membro di una famiglia aristocratica benestante). Più che dare ai suoi lettori-ascoltatori certezze e consolazione di fronte alla complessità della vita e ai suoi interrogativi, questo poeta – fortemente ironico, disilluso e ormai avanti negli anni – scalza tutte le sicurezze e i luoghi comuni diffusi tra la gente per seminare dubbi, sconcerto, disillusione. Qoèlet, comunque, è un testo biblico che non lascia indifferenti: costringe a pensare, a condividere o a contraddire, ad approvare o a prendere le distanze infastiditi. Obbliga a non essere banali.

Il termine ebraico Qoèlet fa riferimento a una assemblea (qahal), ma non si sa bene a quale tipo di assemblea si riferisca (liturgica, di insegnamento, di popolo), né come vada interpretato (colui/colei che riunisce l’assemblea… che parla all’assemblea… che presiede l’assemblea). Essendo la radice ebraica declinata al femminile, qualcuno ha visto in questo poeta anonimo la figura di una donna che contesta alla radice i miti maschilisti imperanti nel giudaismo post-esilico. Qualcun altro invece parla di più autori, tra i quali anche alcune donne. Ma sono solo delle supposizioni.

Il testo che è giunto fino a noi è la redazione finale curata da un discepolo/discepola dopo la morte del maestro. Questo discepolo ha aggiunto una sua conclusione al testo (12,9-11), dove dice chi era Qoèlet, cosa faceva e perché ha scritto il suo messaggio. Un pio Giudeo poi ha aggiunto un’ulteriore postilla (12,12-14) dove dà una sua chiave di lettura dello scritto, che ne attenua la forza dirompente e permette di accettarlo tra i libri sacri d’Israele. Il testo originale di Qoèlet, infatti, inizia e termina con la famosa affermazione Havel havalîm… (1,2 e 12,8), così dura e di difficile interpretazione, normalmente resa con vanità delle vanità, dice Qohelet, tutto è vanità. Per dare autorevolezza al libro e farlo meglio accettare dalle comunità ebraiche, l’autore si camuffa nei panni di Salomone (il re d’Israele vissuto 700 anni prima e divenuto simbolo della sapienza), al quale sono attribuiti, del resto, anche il Cantico dei Cantici, i Proverbi e la Sapienza.

Il libro è stato scritto intorno al 250-200 a.C. durante la dominazione dei Tolomei (successori di Alessandro Magno) che per tutto il terzo secolo prima di Cristo hanno cercato di “globalizzare” il mondo di allora imponendo la cultura greca (ellenismo), una lingua comune (koinè) e il loro modo di vivere. In Palestina questa ellenizzazione era appoggiata dalle grandi famiglie sacerdotali del tempio, dall’aristocrazia terriera e dai commercianti. Quella dei Tolomei è stata un’epoca di grandi scoperte scientifiche (Archimede, Euclide…), di forte sviluppo economico favorito da un’economia centralizzata e dai frequenti scambi tra i popoli. E’ stato un periodo di grandi cambiamenti culturali. Come hanno reagito gli ebrei a questa situazione nuova? Alcuni gruppi si sono rifugiati nella ricerca di una identità forte, legata alle tradizioni religiose dei padri e al culto del tempio; altri hanno cercato di adeguarsi alla mentalità dominante per sfruttarne i vantaggi economici e politici; altri hanno sviluppato una seria critica, sia verso le concezioni religiose tradizionali, sia verso lo stile di vita greco e i suoi miti di felicità (in realtà riservati alle classi più colte e benestanti della società). Qoèlet fa parte di questo ultimo gruppo di pensatori che contesta la cultura dominante, anche se non arriva a proporre un suo modello alternativo (se non, forse, l’assaporare le piccole gioie della vita).

Secondo lo stile sapienziale, Qoèlet riprende proverbi popolari e detti del buon senso comune e li sottopone alla severa critica della sua fine intelligenza e, soprattutto, dell’esperienza della storia. Partendo dal presupposto che tutti gli uomini hanno diritto alla felicità, verifica i tanti modi con i quali essi cercano di raggiungerla, ma senza mai riuscirvi. Così si chiede: perché questo fallimento? La sua risposta mescola insieme tre elementi principali:

l’uomo è fragile, limitato, stolto, ignorante, grossolano, geloso, invidioso, violento…;

il sistema politico, economico, sociale, religioso è ingiusto e aggrava la situazione;

solo Dio conosce il senso delle cose e il futuro, ma Dio è lontano nel cielo e non si cura degli uomini e dei loro problemi, tanto che essi restano nella loro ignoranza e stupidità.

La conclusione finale è di un pessimismo assoluto: meglio non nascere o morire presto, piuttosto di vivere da stolti. Il pessimismo è attenuato dalle piccole gioie della vita che Qoèlet ripetutamente invita a cogliere e gustare, per attenuare l’amarezza dell’esistenza e l’assillo della morte.

Anche nella nostra epoca post-moderna, dominata dalla scienza e dal profitto, tutto è sottoposto al vaglio della ragione (secolarizzazione) e dell’esperienza (efficacia dei risultati). Questa cultura ha come sbocco la perdita di una prospettiva finale del vivere per concentrarsi solo sull’immediato. La globalizzazione del mercato e dei mezzi della comunicazione sociale ha diffuso la nuova mentalità in tutto il mondo: i popoli, le culture tradizionali e le religioni devono confrontarsi con essa! Oggi perciò potremmo accostare Qoèlet al “pensiero debole” della filosofia post-moderna, che fa una critica spietata alle ideologie politiche, religiose, culturali del passato e propone, ancora una volta, il carpe diem (cogli l’attimo) delle piccole gioie che la vita offre, senza accampare visioni a lungo raggio o speranze non più pronosticabili in un futuro incerto e tenebroso.

Nel panorama culturale e religioso moderno Qoèlet potrebbe essere definito da alcuni un nichilista, da altri un realista, da altri ancora un materialista, da molti uno scettico agnostico. In realtà Qoèlet sfugge a ogni etichettatura perché al suo interno si trovano molte anime e molte contraddizioni, quasi a voler dire che la realtà stessa ha tante facce ed è piena di contraddizioni che la mente umana non riesce a capire e unificare. Forse Qoèlet è più accostabile alla figura di un “libero pensatore” (85 volte dice: io penso) che fa appello alla sua intelligenza, alla sua coscienza, alla sua libertà (anche nei confronti di Dio, della religione e del potere costituito) per mettere in luce i limiti e i miti sui quali si regge la vita umana.

Qoèlet è un testo che esce da tutti i generi letterari biblici tradizionali (storico, legislativo, profetico, liturgico, sapienziale, messianico, apocalittico…). Ha suscitato scandalo nei credenti e ha incontrato molte difficoltà per essere accettato come testo ispirato, soprattutto per la sua critica radicale a tutte le certezze e agli schemi mentali precostituiti, anche quelli della fede e del buon senso comune. In realtà questo libro rispecchia una corrente sapienziale pessimistica che era molto diffusa nelle società più evolute (e decadenti) e si fa voce di un’umanità che non sa trovare una risposta ai molti perché della vita. E’ anche portavoce di chi sente Dio lontano e indifferente alle vicende dell’uomo. Rispecchia così – in modo tragico – il dramma del “silenzio di Dio” che ha coinvolto e tormentato i grandi spiriti pensosi dell’umanità, compreso Gesù di Nazareth e i grandi profeti di ogni religione.

Per noi cristiani Qoèlet è il grido accorato dell’umanità che invoca un Salvatore, che prepara la venuta di Cristo, risposta di Dio al grido dell’uomo, segno di speranza oltre i fallimenti della storia. Qoèlet, infatti, non è la risposta ultima della rivelazione. Già i Libri di Daniele, dei Maccabei e della Sapienza parlano di risurrezione e di ricompensa oltre la morte, indicando un orizzonte ultraterreno di soluzione al problema del male totalmente sconosciuto a Qoèlet. Questa prospettiva di una vita oltre la morte e di una speranza come dono che viene da Dio, sarà il cuore del messaggio di Gesù di Nazareth e di tutti i credenti che cercano in lui la risposta agli interrogativi sul senso del vivere. In Matteo 12,42 leggiamo queste parole di Gesù: Ecco, qui vi è uno più grande di Salomone (e quindi anche di Qoèlet e di tutti i sapienti che in lui si sono identificati). Nella persona e nel messaggio del profeta di Nazareth è racchiusa la risposta di Dio agli interrogativi radicali del saggio Qoèlet.

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE

Prima di iniziare il commento ci fermiamo sull’intestazione e sulla conclusione del libro che, come già accennato, sono opera di un discepolo di Qoèlet e di un redattore finale diverso dal primo.

Intestazione e conclusione (1,1 e 12,9-14)

Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme.

Oltre a essere saggio, Qoèlet insegnò al popolo la scienza; ascoltò, meditò e compose un gran numero di massime. Qoèlet cercò di trovare parole piacevoli e scrisse con onestà parole veritiere. Le parole dei saggi sono come pungoli, e come chiodi piantati sono i detti delle collezioni: sono dati da un solo pastore. Ancora un avvertimento, figlio mio: non si finisce mai di scrivere libri e il molto studio affatica il corpo. Conclusione del discorso, dopo aver ascoltato tutto: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l’uomo. Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, anche tutto ciò che è occulto, bene o male.

Il primo versetto è il titolo messo dal discepolo che ha redatto il testo finale dell’opera. Ha lo scopo di dare importanza al libro attribuendone l’ispirazione a un grande personaggio dell’antichità stimato da tutti come sapiente. Era una scelta molto comune a quel tempo, in tutte le culture. Lo stesso discepolo ha aggiunto anche i versetti finali (12,9-11) dove presenta il suo maestro e le scelte che ha fatto. Questi tre versetti ci dicono alcune cose importanti sul personaggio storico che sta alla base di questo testo poetico molto bello: era un saggio e il suo percorso è stato quello tipico dei sapienti d’Israele. Si dice infatti che prima ascoltò, cioè ha osservato la realtà che lo circondava, i fatti che succedevano, la storia passata che i padri raccontavano. Qoèlet era una persona curiosa, osservatrice, attenta alla vita. La sua riflessione partiva dalla realtà, non dalle teorie. Poi meditò, cioè approfondiva ciò che vedeva e ascoltava. Il verbo si può tradurre anche con altri termini: ricercò, vagliò, esaminò… a indicare un lavoro personale di critica della realtà. Infine compose un gran numero di massime, cioè tradusse le sue osservazioni e il suo modo di intendere la vita in proverbi e detti accessibili a tutti. Il verbo però ha anche la valenza di: raddrizzò, corresse i proverbi popolari e i detti legati alla sapienza tradizionale. Qui è sottintesa la carica contestativa del buon senso comune che l’opera di Qoèlet racchiude.

Discusso è invece il riferimento a Qoèlet come a un maestro che insegnava al popolo la sua dottrina. Per alcuni era un intellettuale così colto e raffinato che difficilmente si sarebbe mescolato con la gente comune, e forse neppure con dei discepoli, se non ben selezionati. Per altri invece la sua critica così puntuale e sconvolgente è maturata proprio dall’ascolto del popolo e della sua vita. Questo sarebbe confermato dal versetto seguente dove il discepolo dice che è un testo piacevole e veritiero.

Le difficoltà invece di accettazione dei contenuti dirompenti del testo sarebbe racchiusa nella seconda parte del versetto, dove dice che è come il pungolo del pastore che vuol far camminare le sue pecore, come un chiodo conficcato ben profondo nella carne viva delle certezze religiose tradizionali e del buon senso comune. Comunque sia, la conclusione è un invito a seguire il saggio Qoèlet come si ascolta la parola dell’unico Pastore, Dio.

La difficoltà di accettazione del libro nell’ambiente tradizionale è sottolineata anche dalla seconda conclusione aggiunta da un pio Giudeo. Con questa postilla ha voluto mettere in guardia i credenti dal moltiplicarsi dei libri attribuiti a Dio (specie se contestativi come questo) e dal troppo studio che può portare fuori strada. Ha voluto soprattutto dare una sua chiave interpretativa di tutta l’opera (il timore di Dio e l’osservanza dei comandamenti come vero fondamento della sapienza), anche se in contrasto coi contenuti del testo, con la critica fatta da Qoèlet proprio a questa mentalità religiosa tradizionale. Questa chiave di lettura ha però ispirato molte interpretazioni posteriori. Nello stile dei pii ebrei (e anche dei cristiani che l’hanno fatta subito propria e hanno interpretato il testo di Qoèlet secondo questa visuale religiosa tradizionale) conclude con un richiamo morale a temere il giudizio di Dio, che scruta e conosce anche le azioni che l’uomo non sa capire e valutare.

Tutto è vanità (1,2-11)

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole? Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge, il sole tramonta e si affretta a tornare là dove rinasce. Il vento va verso sud e piega verso nord. Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento. Tutti i fiumi scorrono verso il mare, eppure il mare non è mai pieno: al luogo dove i fiumi scorrono, continuano a scorrere. Tutte le parole si esauriscono e nessuno è in grado di esprimersi a fondo. Non si sazia l’occhio di guardare né l’orecchio è mai sazio di udire. Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. C’è forse qualcosa di cui si possa dire: “Ecco, questa è una novità?”. Proprio questa è già avvenuta nei secoli che ci hanno preceduto. Nessun ricordo resterà degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso quelli che verranno in seguito.

Il testo di Qoèlet si apre con un termine ebraico (hebel), declinato al superlativo, che verrà ripetuto 38 volte lungo il libro, fino all’ultima che chiude la sua proposta di riflessione sull’esistenza. Come Cantico dei cantici è il superlativo della gioia data dall’amore, così vanità delle vanità è il superlativo della frustrazione data dal vuoto della vita. Il termine ebraico può essere tradotto in molti modi: fumo, nebbia, vuoto, inconsistenza, miseria, nulla, fregatura… sempre, comunque, con un valore dispregiativo, come l’altra espressione che le fa da contrappunto: correre dietro al vento. Per Qoèlet tutta la vita è un immenso vuoto, una nebbia, un soffio, un’illusione, un’assurdità, una fregatura. Nella sua visione della storia non ci sono speranze, consolazioni, certezze per il futuro; non c’è rinnovamento, ma solo il monotono e deludente ripetersi delle stesse illusioni. Questo senso di vuoto e di decadenza miserevole si completa alla fine del libro con la descrizione della vecchiaia.

Dopo l’annuncio lapidario del suo messaggio sapienziale – racchiuso nel primo versetto – con fine ironia Qoèlet propone l’interrogativo di fondo che lo guiderà nella sua critica ai miti e alle illusioni dell’uomo, lanciato alla ricerca della felicità attraverso una vita convulsa, ansiosa e frenetica. Due termini esprimono questa condizione assurda e miserevole dell’uomo: guadagno e fatica (33 volte). Quale guadagno c’è a passare la vita sempre di corsa, affaticandosi in mille cose, con tante ansie e pensieri, con lotte e rancori, se poi tutto risulta un’illusione e va a finire in un immenso vuoto? A differenza della maggioranza dei testi biblici che esprimono una visione positiva della storia e una sua evoluzione verso la salvezza, Qoèlet propone una visione ciclica della storia, dove tutto si ripete senza senso e scopo. L’uomo ne resta prigioniero, senza vie di scampo, nonostante i suoi tanti sforzi per uscirne. Da qui la delusione che porta a desiderare di morire o di non essere mai nati.

Segue poi un canto che abbozza una prima riflessione sulla ripetitività e inutilità dell’esperienza umana: tutto si ripete all’infinito e non c’è nulla di nuovo sotto il sole; tutto passa senza lasciare traccia e la vita è un peso senza contropartite. Ogni persona deve rifare sempre le stesse esperienze e l’uomo non impara niente dalla storia passata e dagli insegnamenti degli altri. Questa è una critica radicale all’ottimismo scientista e alla pretesa educativa degli stessi sapienti. E’ anche un dubbio sulle reali novità per la vita dell’uomo prodotte dal progresso della scienza e della tecnica. C’è vero miglioramento o sono solo modi diversi di affrontare gli stessi problemi, magari complicandoli ancora di più, invece di risolverli? Anche le religioni portano delle novità o sono solo dei tentativi di rispondere al bisogno di sicurezza dell’uomo? Solo Dio potrebbe portare delle vere novità nel mondo, ma per Qoèlet Dio è lontano nel cielo e resta indifferente ai drammi della storia.

Il canto è composto da due strofe. La prima descrive la realtà immutabile, anche se sempre in movimento, dei quattro elementi che, secondo gli antichi, formano il cosmo: terra, fuoco, aria, acqua. Tutto si muove, tutto sembra cambiare, essere una novità ma, in realtà, tutto resta identico e immutabile, anche nelle sue ricorrenti manifestazioni catastrofiche. La seconda strofa osserva le azioni dell’uomo (parlare, ascoltare, vedere, agire) e il susseguirsi delle generazioni senza che ci sia travaso di memoria e progresso dall’una all’altra.

Anche la nostra esperienza ci fa dire che le parole sono sempre più logorate, la morbosità è senza freno, il gossip impera, il ricambio delle persone non fa cambiare i vizi e i comportamenti. Ogni nuova generazione pensa di dover cominciare tutto da capo, senza tener conto di quelle che l’hanno preceduta. Dobbiamo davvero dar ragione a Qoèlet?

La conoscenza (1,12-18)

Io, Qoèlet, fui re d’Israele a Gerusalemme. Mi sono proposto di ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. Questa è una occupazione gravosa che Dio ha dato agli uomini, perché vi si affatichino. Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento. Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare. Pensavo e dicevo fra me: “Ecco, io sono cresciuto e avanzato in sapienza più di quanti regnarono prima di me a Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza”. Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti: molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere aumenta il dolore.

Dal versetto 12 del primo capitolo fino alla fine del secondo, Qoèlet si mette nei panni del re Salomone per fare una critica alla vita degli uomini di potere e alle illusioni che essa nasconde. Le sue conclusioni sono esattamente il contrario di ciò che proclamano i Libri dei Re e della Sapienza.

Tre sono gli aspetti della vita dei potenti che sono sottoposti a critica, perché giudicati dei privilegi che solo loro possono godere, e per i quali sono considerati felici e invidiati da tutta la gente.

Il primo aspetto è quello legato al fatto di non essere costretti a lavorare dalla mattina alla sera per vivere, e quindi di avere la possibilità di dedicarsi alle arti nobili (come dicevano gli antichi), cioè studiare, ricercare ed esplorare, conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia. Salomone è preso come simbolo dello studioso che cerca di approfondire tutto lo scibile umano, anche nei campi più esoterici della scienza e nei meandri più misteriosi dell’animo umano. Oggi possiamo pensare alle mille branche nelle quali si concretizza il sapere umano: dalla ricerca scientifica all’esplorazione dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo; dalla tecnologia alle scienze sociali e psicologiche. Sono ricerche che Salomone, Qoèlet e le grandi menti del suo tempo neppure potevano immaginare.

Quale conclusione tira Qoèlet riflettendo sul grande sviluppo della scienza al quale stava assistendo nel suo tempo? Attraverso dei proverbi popolari mostra la validità della sua tesi: tutto è vanità e un correre dietro al vento. La ricerca scientifica è un lavoro molto lungo e faticoso, che richiede grandi energie e forti investimenti, ma non risolve i veri problemi dell’uomo, perché non riesce a togliere il male e la violenza, la cattiveria e l’ingiustizia (ciò che è storto) e, pur prolungando la vita e guarendo molte malattie, non riesce a dare la felicità all’uomo (ciò che manca). Le grandi scoperte suscitano nuove domande; i grandi dibattiti aprono nuovi interrogativi; le soluzioni geniali creano nuovi problemi. Qoèlet è radicale e dice: c’è un progresso o è come un inseguire una meta irraggiungibile (vento)?

Poi fa anche un’altra osservazione: la conoscenza non aumenta la felicità, ma i dubbi e il senso della propria ignoranza; la scoperta di se stessi non risolve i traumi subìti, ma aumenta la coscienza dei propri limiti e il dolore per la precarietà della vita. Addirittura arriva a vedere nel desiderio di conoscenza dell’uomo un castigo dato da Dio per la superbia di volergli essere simile (Genesi 3,5). Questa di Qoèlet è la prima dura critica ai miti che stanno alla base della nostra cultura illuminista.

La gioia dei piaceri e delle opere (2,1-11)

Io dicevo fra me: “Vieni, dunque, voglio metterti alla prova con la gioia. Gusta il piacere!”. Ma ecco, anche questo è vanità. Del riso ho detto: “Follia!” e della gioia: “A che giova?”. Ho voluto fare un’esperienza: allietare il mio corpo con il vino e così afferrare la follia, pur dedicandomi con la mente alla sapienza. Volevo scoprire se c’è qualche bene per gli uomini che essi possano realizzare sotto il cielo durante i pochi giorni della loro vita. Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d’ogni specie; mi sono fatto vasche per irrigare con l’acqua quelle piantagioni in crescita. Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa; ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero, più di tutti i miei predecessori a Gerusalemme. Ho accumulato per me anche argento e oro, ricchezze di re e di province. Mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con molte donne, delizie degli uomini. Sono divenuto più ricco e più potente di tutti i miei predecessori a Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza. Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d’ogni mia fatica: questa è stata la parte che ho ricavato da tutte le mie fatiche. Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo affrontato per realizzarle. Ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento. Non c’è alcun guadagno sotto il sole.

Il secondo mito che è legato alla ricchezza e al potere è quello che tutti invidiano maggiormente: permettersi ogni piacere e soddisfare ogni desiderio. Tanti pensano che questa sia la formula della felicità, legata al godere e al fare, ai piaceri della vita e alla soddisfazione per le opere realizzate. Qoèlet descrive tutti questi piaceri come un impegno intelligente e laborioso che lui ha intrapreso per costruirsi un piccolo paradiso sulla terra. Tutto fatto con intelligenza, con classe, con gusto, con signorilità, senza ostentazioni pacchiane di lussi smodati e senza abbruttirsi nelle droghe e nei vizi. Non è forse questo lo scopo della vita che tutti desidererebbero realizzare? La critica di Qoèlet è puntuale: la ricompensa che viene dai piaceri e dalle opere è la soddisfazione del momento per ciò che si è fatto e goduto, ma il cuore resta sempre insoddisfatto e i desideri diventano sempre più grandi e inappagabili. Non c’è alcun guadagno sotto il sole che compensi la fatica e le complicazioni dei piaceri e delle opere, e dia l’appagamento vero dello spirito.

Preparare un futuro per i figli (2,12-26)

Ho considerato che cos’è la sapienza, la stoltezza e la follia: “Che cosa farà il successore del re? Quello che hanno fatto prima di lui”. Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è come il vantaggio della luce sulle tenebre: il saggio ha gli occhi in fronte, ma lo stolto cammina nel buio. Eppure io so che un’unica sorte è riservata a tutti e due. Allora ho pensato: “Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Perché allora ho cercato di essere saggio? Dov’è il vantaggio?”. E ho concluso che anche questo è vanità. Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto. Allora presi in odio la vita, perché mi era insopportabile quello che si fa sotto il sole. Tutto infatti è vanità e un correre dietro al vento. Ho preso in odio ogni lavoro che con fatica ho compiuto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo sostenuto sotto il sole, perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità! Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersi il frutto delle sue fatiche; mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. Difatti, chi può mangiare o godere senza di lui? Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre a chi fallisce dà la pena di raccogliere e di ammassare, per darlo poi a colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un correre dietro al vento!

Il terzo aspetto che è comune a tutti nel descrivere le soddisfazioni della vita è quello legato ai figli, che garantiscono un prolungamento della propria vita, una sicurezza per il futuro e gratificazioni affettive nei rapporti con i nipoti. Per i figli si fa ogni sacrificio e su di loro si investe molto, sia in termini economici, che affettivi, educativi, culturali e di prestigio sociale. La maggioranza delle persone dice che fa tutto per i figli e che nel loro successo vede realizzata la propria vita. Questo vale per tutti: ricchi e poveri, potenti e subordinati, istruiti e ignoranti, italiani e stranieri…

La critica di Qoèlet tocca vari aspetti di questa mentalità che sta alla base del vivere comune. Osservando ciò che è successo in passato si può capire quello che succederà anche in futuro: nell’arco di alcune generazioni i grandi patrimoni vengono dilapidati dagli eredi; i figli di persone molto praticanti, educati nelle scuole religiose, diventano spesso degli indifferenti; i figli di grandi personalità della cultura, della scienza, dello spettacolo vanno incontro a grossi problemi sul piano affettivo e relazionale; la gente più semplice sa costruire rapporti più duraturi; chi ha difficoltà economiche o di salute spesso ha più grinta nell’affrontare la vita…

Essere saggi e onesti è meglio che essere stolti e malvagi, ma la morte livella tutto e il tempo fa perdere il ricordo sia dei buoni che dei cattivi. Come si sostiene negli elogi funebri e si declama ad alta voce nelle commemorazioni, tutti erano dei santi e dei benefattori, sia i saggi che gli stolti, sia i disinteressati che i delinquenti, sia i miti che i violenti. E tutti alla fine sono dimenticati!

Non ha senso spendere la propria vita in funzione dei figli perché non si sa se saranno saggi o stupidi, seri o farfalloni, parsimoniosi o spendaccioni, onesti o furfanti, buoni o cattivi. Bisogna aiutarli a crescere per renderli capaci di affrontare la vita autonomamente, non per legarsi a essi. Investire tutto sui figli può portare a cocenti delusioni, sensi di colpa, fallimenti e solitudine. Come sempre Qoèlet è spietato nella sua critica (e forse a volte ingiusto?). Ma se viene messa in crisi anche la speranza nel futuro garantito dai figli e dai nipoti, quale senso ha la vita sulla terra?

Qoèlet presenta due atteggiamenti che sembrano contrastanti tra di loro e difficilmente conciliabili: Presi in odio la vita… sono giunto al punto di disperare in cuor mio. E’ la terribile situazione di chi ha sperimentato grandi delusioni per le scelte operate dai figli; traumi per la non realizzazione delle sue aspettative; rimorsi per comportamenti immorali, litigiosi o illegali verificatisi in famiglia; dispiaceri per la morte prematura di una persona cara; sofferenza per l’abbandono in cui è lasciato nel momento del bisogno. E’ la depressione che può anche portare al suicidio (vedi 4,2; 6,3; 7,1).

Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersi il frutto delle sue fatiche. E’ la scelta di trovare una consolazione alla dura fatica del vivere nelle piccole gioie quotidiane, frutto del proprio lavoro e di buoni rapporti familiari e sociali. Sono le gioie legate ad uno stile di vita semplice e laborioso, dove si lavora per vivere e non per accumulare; dove si intessono relazioni con le altre persone per amicizia e sostegno, non per piaceri e interessi. Altre sei volte (3,12 e 22; 5,17; 8,15; 9,7; 11,9) Qoèlet proporrà questa attenzione alle piccole cose della vita quotidiana, quasi a indicare in questo atteggiamento l’antidoto ai miti propagandati dalla superbia del sapere, dall’arroganza del potere, dalla schiavitù del possedere, dall’ossessione del godere e del consumare. Forse vuol dire anche che la vera felicità sta nel liberarsi dai desideri, come raccomanda il decimo comandamento (non desiderare) e insegna tutta la tradizione ascetica del monachesimo.

E’ solo un modo per consolarsi a basso prezzo o indica una via per una migliore qualità della vita? Questo viene dalle mani di Dio. Per la seconda volta Qoèlet fa un riferimento a Dio, quasi per controbilanciare quello che aveva detto sul desiderio di conoscenza come un castigo inflitto da Dio agli uomini per la loro superbia. Ora Dio sembra attenuare la pesantezza della condizione umana donando alle persone oneste e laboriose brevi momenti di gioia, frutto del loro impegno. Nella sua concezione tradizionale vede tutto come proveniente da Dio. Fa sua, perciò, l’idea che le gioie sono un premio e le sofferenze sono un castigo per ciò che l’uomo fa di bene o di male. Le piccole gioie della vita non intaccano però l’affermazione di fondo di Qoèlet che tutto è vuoto e che l’affaticarsi per dare un futuro ai figli è vano, se non controproducente e inutile.

Anche il terzo grande mito su cui si fonda la nostra società è distrutto dall’ironia di Qoèlet!

http://www.laparolanellavita.com

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 27/09/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 418 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com
settembre: 2018
L M M G V S D
« Ago   Ott »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930

  • 221.396 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: