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Lectio sul libro di QOÈLET – Carrarini (2)

XXV Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

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Q2

QOÈLET (2)
LA FATICA DEL VIVERE

COMMENTO E INCULTURAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

IL MISTERO DEL TEMPO

Il secondo grande tema sul quale Qoèlet riflette nella sua indagine sulla vita è quello del tempo. Nella logica di Qoèlet bisogna parlare della “inconoscibilità” o del “non senso” del tempo o, meglio ancora, del “tempo giusto” da riconoscere o del “tempo ineluttabile” che scorre travolgendo tutto. Constatando che il passato non c’è più e il futuro non si può prevedere, Qoèlet si ferma a riflettere sul “momento presente”, ma senza cedere all’affanno di chi insegue “l’attimo fuggente”.

Ogni cosa ha il suo tempo (3,1-9)

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e c’è un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato. Un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via. Un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace. Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?

La riflessione di Qoèlet sul senso del tempo non parte da considerazioni astratte su come si possa definire il tempo, sulla sua misurazione e sul suo rapporto con il senso dell’eterno che pure è in noi, ma da una constatazione, che sembra scontata, ma che ha molte sfumature e implicanze per la vita di ogni giorno, anche per la mentalità moderna: ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. L’uomo è chiamato a cogliere l’occasione favorevole, il tempo adatto, l’istante decisivo per ogni situazione e azione della sua vita, anche se Qoèlet non precisa in base a quali criteri e perché un tempo sia giusto per quella scelta e un tempo sia favorevole in quella particolare situazione. I 28 tempi opportuni elencati da Qoèlet (4 punti cardinali declinati 7 volte per indicare la totalità del vivere) sono disposti a coppie antitetiche molto rigide e senza uno sbocco finale di salvezza o di realizzazione della vita. Possiamo leggerli facendo alcuni riferimenti alla cultura che si sta imponendo nella nostra società.

C’è un tempo per nascere e c’è un tempo per morire. La prima coppia coglie i due poli estremi della vita, il nascere e il morire, declinabili anche dal nostro punto di vista di adulti chiamati a fare delle scelte. Il tempo per avere dei figli oggi è posticipato moltissimo nell’età anagrafica delle persone, legato a decisioni a volte sofferte e a calcoli sul momento giusto sul piano economico, affettivo, relazionale, lavorativo, di maturità umana e di coppia. Si cerca anche di avere figli in età molto avanzata e di combattere la sterilità con ogni mezzo. Si tenta di salvare nascituri o neonati in condizioni disperate, lasciando nel frattempo morire di fame e di malattie milioni di altri bambini. Si pianifica il figlio unico, o al massimo due, sperando che siano maschio e femmina. Certamente avere tutti i figli che vengono non è una scelta responsabile. Tanto meno lo è l’aborto o l’abbandono dei figli indesiderati, frutto di violenza o con malformazioni. Resta una grande certezza la gioia di dare la vita, mentre c’è incertezza sul tempo più opportuno per realizzare questa aspettativa.

Altrettanto problematico è diventato nella nostra società il tempo del morire e la paura che esso suscita nelle persone. Questa paura è esorcizzata riempiendo la giornata di notizie e visioni della morte teatrale e violenta degli altri, ma nascondendo quella reale e vicina dei parenti e degli amici. Si cerca anche di prolungare all’infinito la giovinezza, nascondendo i segni della vecchiaia; di curare ansiosamente la salute del corpo, cullando il mito di vivere fino a 120 anni, sempre in buona salute, dediti ai piaceri del palato e a gratificanti attività sociali. Così si esorcizza la paura della fine. Accettare che tutto finisce e distaccarsi lentamente dalle cose è una sapienza ormai perduta da tutti.

La seconda coppia (un tempo per piantare e un tempo per sradicare) ci porta a riflettere sul lavoro dell’uomo e sulla logica che lo regola nella nostra società. Qoèlet fa riferimento alla saggezza di saper mantenere un equilibrio nello sfruttamento delle risorse naturali, per non distruggerle con scelte tecniche di produzione e consumo incompatibili con i limiti della natura e della forza lavoro. Anche in questo campo si apre un vasto terreno di riflessione sul mito delle risorse illimitate della terra, sul progresso tecnico che risolverebbe tutti i problemi, sul libero mercato che detta le regole della produzione e del consumo, sullo spreco delle risorse e sulla salvaguardia dell’ambiente.

Queste problematiche, oggi molto dibattute, ci portano a riflettere sulle altre otto coppie di tempi opportuni citate da Qoèlet, legate ai conflitti sociali (un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire… un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace). Anche se, finalmente, nel nostro tempo siamo arrivati a rifiutare (almeno in linea di principio, se non ancora nella pratica) che sia possibile giustificare la pena di morte, le torture, le guerre, le violenze, i conflitti tra persone, gruppi, società, religioni, popoli…, purtroppo queste realtà sono ancora largamente presenti e giustificate, se non promosse.

Qoèlet invita a capire quando è il tempo di irrigidirsi nella difesa delle proprie idee e rivendicazioni, e quando invece è il momento opportuno per il dialogo e le trattative; quando bisogna usare la fermezza intransigente e quando invece cercare un utile compromesso; quando passare dalla tolleranza zero e dall’uso della forza, alla solidarietà e all’invio di aiuti umanitari. In realtà questo sarebbe il compito della politica, cioè di chi vuole impegnarsi per costruire il bene comune di tutta la società e di tutti i popoli, intensificando i rapporti di solidarietà tra le persone e i gruppi sociali.

Un’altra serie di azioni umane è più legata alla vita famigliare (un tempo per piangere e un tempo per ridere… un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci), nell’alternarsi di gioie e dolori, lutti e feste, serenità e sofferenza, gratificazioni e prove, cose buone e cose cattive. La vita umana non è fatta solo di feste, consumi, successi, esperienze sempre nuove e gratificanti, ma anche di quotidianità, durezze, incomprensioni, abbandoni, solitudini, fallimenti. A volte questi ultimi sembrano prevalere nella vita di certe famiglie, particolarmente toccate dalle disgrazie.

Qoèlet sottolinea molto questo alternarsi dei tempi per contestare i ricorrenti miti di un paradiso da creare in terra, come sembra voler propagandare la nostra società consumista e legata all’effimero. La proposta di un tempo dove è bene astenersi dagli abbracci contesta il mito di una sessualità da vivere e ricercare in modo ossessivo e ostentato, quasi a voler dimostrare a se stessi e agli altri che si è sempre giovani, forti, attraenti e seduttivi. La sessualità è rapporto tra persone e deve essere attenta ai tempi, ai desideri, alle condizioni fisiche e psicologiche di esse, non ai dettami delle mode e ai miti infantili della società commerciale. A volte astenersi dagli abbracci è un segno di grande attenzione verso la persona amata: richiede una grande forza e una maturità non comune.

Un’ultima serie di alternative coglie più la vita personale nelle sue dinamiche di ricerca di sempre nuove esperienze e, nello stesso tempo, nel suo bisogno di interiorità e di stabilità (un tempo per cercare e un tempo per perdere… un tempo per tacere e un tempo per parlare). Anche queste dimensioni della vita personale e della maturità umana, psicologica, affettiva, relazionale, culturale, professionale… aprono un ampio ventaglio di riflessioni sulla cultura dominante nel nostro tempo: la fragilità e instabilità delle persone; il mito – diventato bisogno ossessionante – di fare sempre nuove e strane esperienze; la mancanza di riflessione e di interiorità; la paura del silenzio e il bisogno di essere sempre avvolti dai suoni e dalla folla che si accalca nei luoghi di ritrovo di massa.

Qoèlet sottolinea invece la saggezza di saper rinunciare ai bisogni superflui; di saper vivere con il necessario, nella ricerca di quella spiritualità che è l’anima di ogni esistenza e di tutte le cose. Ma il discorso sulla comunicazione orale, scritta, multimediale oggi sarebbe lungo e darebbe estro a Qoèlet per sottolineare l’assurdità di un vivere con il telefonino, la televisione, il computer, la radio sempre accesi, mentre le persone parlano, ognuna per se stessa, di cose banali e spesso inutili.

Così alla fine di questo lungo elenco di azioni umane legate alla fatica di capire quando e quale sia il momento giusto per fare le scelte (e quali scelte fare) Qoèlet conclude la sua riflessione con il ritornello che ormai abbiamo imparato a conoscere: Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica? Serve a qualcosa tutto lo sforzo educativo dei genitori, dei maestri, dei preti, dei catechisti? Servono a qualcosa i dibattiti culturali, le riflessioni sulla storia e la comunicazione delle proprie esperienze? Le persone riescono a fare scelte giuste e opportune o tutto scorre come sempre e secondo le mode?

Anche Gesù ha dovuto constatare questa difficoltà delle persone, anche di quelle più serie e istruite, anche di quelle più religiose e praticanti, a capire i segni dei tempi (Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? Mt 16,3), a discernere, cioè, che quello era il tempo giusto nel quale Dio veniva a salvare l’umanità. Forse l’uomo resterà sempre prigioniero della sua stupidità e dei luoghi comuni che essa ha creato, anche rispetto all’uso del tempo (bisogna guadagnare tempo; non c’è tempo da perdere; il tempo è denaro; comunicare in tempo reale; diminuire i tempi…). Non siamo noi i padroni del tempo, e dobbiamo stare bene attenti a non diventarne i suoi schiavi. Grande saggezza è vivere il momento presente con semplicità e fiducia. Che sia questo il messaggio segreto di Qoèlet?

Il tempo è inafferrabile e immutabile (3,10-15)

Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine. Ho capito che per essi non c’è nulla di meglio che godere e procurarsi felicità durante la loro vita; e che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio. Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché lo si tema. Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è avvenuto. Solo Dio può cercare ciò che ormai è scomparso.

Qoèlet prosegue la sua riflessione sul tempo con altre osservazioni più filosofico – teologiche. Dice infatti: ho considerato… ho capito… riconosco… per indicare che sono suoi approfondimenti. Condivide l’idea tradizionale dell’ebraismo che la creazione è fatta secondo un progetto armonioso, illustrato nel racconto di Genesi dove si dice: Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gn 1,31). Ad essa unisce un’altra idea: nella coscienza delle persone Dio ha messo il suo spirito che le apre al senso dell’infinito, del bene e del bello, al bisogno di assoluto, di eternità. Per Qoèlet, però, la limitatezza dell’intelligenza umana è tale che nessuno può arrivare a capire l’agire di Dio nella storia, il suo progetto di salvezza e il senso di ciò che avviene. Per la mente umana tutto resta avvolto in un mistero impenetrabile. Allora Qoèlet ritorna, ancora una volta, alla sua saggezza spicciola e consiglia di non fare troppi sforzi per voler capire come va il mondo e perché succedono certe cose (come invece ha voluto fare lui), ma di cogliere al volo le poche occasioni di gioia che Dio concede all’uomo nella quotidianità di una vita di famiglia umile, sobria, serena e laboriosa.

La filosofia e la teologia complicano l’esistenza, riescono a spiegare poco e non danno la felicità. Meglio concentrarsi sul presente e cogliere il momento opportuno per godere un po’ di pace e di serenità. Del resto – torna a ribadire Qoèlet – tutto è fissato e immutabile e la storia è un continuo ripetersi degli stessi eventi senza che sia possibile cambiare nulla, innovare nulla, conoscere il perché di ciò che accade. Solo Dio potrebbe intervenire a cambiare questo ciclo infernale al quale gli uomini sono legati, ma Lui resta lontano e impassibile nel suo cielo infinito. Vuole solo che gli uomini riconoscano la sua grandezza e lo temano, cioè gli portino il rispetto che gli compete. Qoèlet non poteva sapere (e non si aspettava neppure) che un giorno realmente Dio sarebbe venuto sulla terra per rompere il ciclo infernale del peccato e mostrare all’uomo il senso ultimo della vita!

L’uomo è come le bestie (3,16-22)

Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’iniquità. Ho pensato dentro di me: “Il giusto e il malvagio Dio li giudicherà, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione”. Poi, riguardo ai figli dell’uomo, mi sono detto che Dio vuole metterli alla prova e mostrare che essi di per sé sono bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa: come muoiono queste, così muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso il medesimo luogo: tutto è venuto dalla polvere e nella polvere tutto ritorna. Chi sa se il soffio vitale dell’uomo sale in alto, mentre quello delle bestie scende in basso, nella terra? Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la parte che gli spetta; e chi potrà condurlo a vedere ciò che accadrà dopo di lui?

Questo brano di Qoèlet suscita subito una reazione di sdegno e di disappunto, perché dire che siamo come le bestie ci offende nella nostra dignità di uomini intelligenti e di esseri spirituali. E’ pur vero, però, che spesso gli uomini si comportano peggio degli animali per ferocia, stupidità e capacità distruttive degli altri esseri viventi e dell’ambiente in cui viviamo. Il linguaggio, la cultura, l’arte, il progresso scientifico, le civiltà e le religioni create dall’uomo giustificano la nostra sicurezza di essere la parte migliore e più evoluta del regno animale. Forse solo gli animalisti concordano con Qoèlet nella sua affermazione che gli uomini di per sé sono bestie, ma questo perché pensano che le bestie sono uguali all’uomo e sono perciò da trattare allo stesso modo degli esseri umani. Qoèlet invece vuole rimarcare il limite e la caducità della condizione umana, aggravata dalle stesse azioni violente e ingiuste che le persone e i popoli compiono. Così si appella al principio fondamentale della giustizia retributiva (affermato dalla teologia del suo tempo e qui forse inserito dal redattore finale): Dio giudica tutte le azioni degli uomini; premia i buoni e punisce i malvagi.

Ma quando e dove si vede che la giustizia di Dio si realizza nella storia? L’orizzonte di Qoèlet non va oltre questo mondo e la sua analisi della realtà è terribile e spietata: la giustizia non si realizza mai e l’uomo continua a vivere come le bestie! Non impara niente dalla vita e farà la loro stessa fine: diventerà polvere e in polvere finiranno anche tutte le sue scoperte e le sue grandi civiltà. Non c’è luce e salvezza nel futuro di Qoèlet; non ci sono sicurezze teologiche e immortalità dell’uomo; non ci sono premi o castighi. Tutto si gioca in questa vita e nelle piccole/grandi luci di consapevolezza che il buio dell’esistenza lascia filtrare per dono compassionevole di Dio e a prezzo di grande fatica. Per la terza volta Qoèlet fa appello alle piccole/grandi gioie dell’esistenza per attenuare la tragica consapevolezza che tutto finisce con la morte, perché non c’è chi potrà condurlo a vedere ciò che accadrà dopo di lui. Il futuro è solo sogno, illusione, speranza vana.

Così la riflessione di Qoèlet sul senso del tempo si conclude con un interrogativo che, per noi cristiani, apre la porta a Colui che ci ha condotto a vedere ciò che Dio ha preparato per i suoi figli in un Regno che non è di questo mondo, ma che già qui fa germogliare dei semi di giustizia e di pace che poi avranno la loro piena realizzazione oltre il tempo e lo spazio, in quel “tempo del riposo di Dio” (Eb 3-4) che Qoèlet non ha avuto la grazia di vedere e neppure di intuire da lontano. Per questo possiamo fare nostra la beatitudine che Gesù ha rivolto a chi accoglie il suo messaggio: Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! (Mt 13,16-17). A differenza di Qoèlet noi possiamo godere di questa grazia, immeritata ma illuminante e rassicurante.

LA VITA SOCIALE E LE SUE INGIUSTIZIE

Il riferimento alle ingiustizie sociali (al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’iniquità), accennato nel brano precedente, porta Qoèlet a rivolgere la sua attenzione su questo aspetto della vita umana e a sviluppare una severa critica al principio della giustizia retributiva. In tre lunghi capitoli passa in rassegna vari aspetti della vita civile che sono di esperienza comune.

Le lacrime degli oppressi (4,1-3)

Tornai poi a considerare tutte le oppressioni che si fanno sotto il sole. Ecco le lacrime degli oppressi e non c’è chi li consoli; dalla parte dei loro oppressori sta la violenza, ma non c’è chi li consoli. Allora ho proclamato felici i morti, ormai trapassati, più dei viventi che sono ancora in vita; ma più felice degli uni e degli altri chi ancora non esiste, e non ha visto le azioni malvagie che si fanno sotto il sole.

Qoèlet osserva la realtà della vita e la condizione miserevole della maggior parte delle persone, trattate ingiustamente dai potenti di questo mondo, sfruttate dalla malavita, umiliate nella loro dignità, espropriate dei loro diritti, condannate a una vita miserevole e non degna di essere vissuta. Ma la constatazione più amara è che nessuno si prende cura di loro, nessuno le difende, nessuno alza la voce per denunciare l’ingiustizia e chi la commette, nessuno muove un dito per cambiare le cose. Non ci sono più profeti che gridano con coraggio la verità in faccia agli sfruttatori dei poveri. Neppure Qoèlet lo fa. Il suo è più un lamento che una denuncia, perché non crede al cambiamento delle cose. Con questo tragico canto di disperazione e d’impotenza dà voce al grido che sgorga dal cuore delle vittime: beato chi muore subito; fortunato chi non è mai nato, chi non ha mai visto la luce di un mondo fatto di violenza, crudeltà e schiavitù senza possibilità di riscatto. E’ il grido che sale dagli infiniti campi di sterminio che l’umanità continua a chiudere e a riaprire; dalle prigioni sempre più affollate e disumane; dalle bidonville delle moderne megalopoli; dai tuguri dove milioni di persone sono costrette a sopravvivere anche oggi, nel mondo del benessere globalizzato. Torniamo ad essere profeti, o vogliamo solo condividere il lamento rassegnato di Qoèlet?

La schiavitù del lavoro (4,4-12)

Ho osservato anche che ogni fatica e ogni successo ottenuto non sono che invidia dell’uno verso l’altro. Anche questo è vanità, un correre dietro al vento. Lo stolto incrocia le sue braccia e divora la sua carne. Meglio una manciata guadagnata con calma che due manciate con tormento e una corsa dietro al vento. E tornai a considerare quest’altra vanità sotto il sole: il caso di chi è solo e non ha nessuno, né figlio né fratello. Eppure non smette mai di faticare, né il suo occhio è mai sazio di ricchezza: “Per chi mi affatico e mi privo dei beni?”. Anche questo è vanità e un’occupazione gravosa. Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a scaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto.

Dalla condizione miserevole e senza futuro dei poveri, dei servi, degli schiavi, dei mendicanti, ora Qoèlet passa alla condizione dei lavoratori salariati, degli artigiani, dei piccoli commercianti, dei contadini e al loro impegno per conservare o migliorare la loro condizione economica e sociale. Come sempre la sua lettura della realtà è impietosa e cinica: la competizione sociale è messa in moto e alimentata dall’invidia degli uni verso gli altri. La gelosia, il bisogno di apparire superiori agli altri, il successo cercato ad ogni costo, portano all’esasperazione la concorrenza (anche sleale) in ogni settore della vita economica e politica. Questa mentalità concorrenziale porta ai due opposti: l’accanimento nel lavoro e la furbizia senza scrupoli, che può raggiungere anche l’avarizia e l’accumulo di beni senza goderne, ma solo per mostrare a se stessi e agli altri di essere arrivati; la rinuncia alla competizione sociale, che sfocia in forme di pigrizia e di totale disinteresse, fino a dilapidare tutti i propri beni, a ridursi in miseria (divora la sua carne). La scenetta poi dell’avaro senza moglie, figli o fratelli, che si aggrappa allo scrigno con dentro i suoi soldi e si interroga a chi dovrà lasciarli, è piena di ironica amarezza, come molte commedie hanno bene illustrato e deriso.

Questa volta Qoèlet non si ferma alla denuncia di questi comportamenti insensati (anche se diffusi), ma fa due controproposte che nascono dalla sapienza popolare e dall’esperienza quotidiana di molti: è preferibile una vita sobria e onesta, che si accontenta del necessario e sa goderselo (una manciata guadagnata con calma) a una vita piena di ansie, corse, preoccupazioni per stare al passo della competizione sociale. Meglio la solidarietà e la condivisione tra poveri che la solitudine dei ricchi e dei potenti, dice Qoèlet. L’unione fa la forza e la solidarietà tra compagni di lavoro allevia la fatica del vivere, come conferma l’esperienza di chi è riuscito a realizzare questi buoni rapporti.

La rivoluzione (4,13-16)

Meglio un giovane povero ma accorto, che un re vecchio e stolto, che non sa più accettare consigli. Il giovane infatti può uscire di prigione ed essere fatto re, anche se, mentre quello regnava, era nato povero. Ho visto tutti i viventi che si muovono sotto il sole stare con quel giovane, che era subentrato al re. Era una folla immensa quella che gli stava davanti. Ma coloro che verranno dopo non si rallegreranno neppure di lui. Anche questo è vanità, un correre dietro al vento.

Ora lo sguardo di Qoèlet si ferma sulla politica e, in particolare, sulle rivoluzioni che suscitano tante speranze nella gente del popolo, specialmente nei più poveri. Con pochi tratti descrive un evento al quale forse ha assistito (o di cui ha sentito parlare), e che si ripete spesso nella storia dei popoli. Nella prima scena c’è il confronto tra un rione povero e malfamato, dove cresce un ragazzo scaltro e intelligente, e una reggia dove sopravvive un re vecchio e cocciuto che non vuole dare ascolto alle lamentele dei poveri. La seconda scena presenta la protesta popolare che sfocia in una sommossa per liberare dalla prigione il giovane, ormai diventato il leader della rivoluzione, e proclamarlo re al posto del vecchio tiranno. Il governo del nuovo re riscuote il consenso della gente che lo applaude in massa e lo asseconda nelle riforme che attua.

Ma la scena finale ripropone la critica disillusa di Qoèlet: i figli dei rivoluzionari non sono contenti del modo di governare instaurato dal nuovo re e lo contestano. La rivoluzione si è trasformata in dittatura! Secondo la mentalità conservatrice di Qoèlet la rivoluzione porta solo l’illusione del cambiamento e – a volte – guai anche maggiori (Povero te, o paese, che per re hai un ragazzo e i tuoi principi banchettano fin dal mattino! 10,16). La sua conclusione resta amara e rassegnata: tutto è vanità e un vuoto correre dietro ai sogni. Ma, forse, nel suo cuore di aristocratico illuminato rimane la speranza di una politica ispirata veramente al bene delle persone e guidata da governanti saggi e onesti (Fortunato te, o paese, che per re hai un uomo libero e i tuoi principi mangiano al tempo dovuto, per rinfrancarsi e non per gozzovigliare 10,17). Le rivoluzioni finiscono tutte in nuove dittature o portano anche maggiore giustizia e libertà?

La religione (4,17 – 5,6)

Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinati per ascoltare piuttosto che offrire sacrifici, come fanno gli stolti, i quali non sanno di fare del male. Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferire parole davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò siano poche le tue parole. Infatti dalle molte preoccupazioni vengono i sogni, e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto. Quando hai fatto un voto a Dio, non tardare a soddisfarlo, perché a lui non piace il comportamento degli stolti: adempi quello che hai promesso. E’ meglio non fare voti che farli e poi non mantenerli. Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e davanti al suo messaggero non dire che è stata una inavvertenza, perché Dio non abbia ad adirarsi per le tue parole e distrugga l’opera delle tue mani. Poiché dai molti sogni provengono molte illusioni e tante parole. Tu, dunque, temi Dio!

L’attenzione di Qoèlet si sposta ora sulla religione, in particolare sulle forme in cui si esprimeva nella tradizione ebraica legata al tempio: i sacrifici di animali, le preghiere di invocazione, i voti espressi con giuramento. Era una religiosità che non guardava tanto alla fede come rapporto personale e comunitario con Dio (Dio è in cielo e tu sei sulla terra), ma alle pratiche di pietà e di culto che rendevano un ebreo persona pia e devota, fedele alle tradizioni trasmesse dai padri. Su questo aspetto Qoèlet mostra una sensibilità molto raffinata e contestativa della cultura dominante.

Per prima cosa critica alla radice l’uso di offrire a Dio dei sacrifici di animali. Arriva a definirlo: fare del male. Pur salvando la buona fede della gente che va al tempio a offrire dei sacrifici (non sanno), condanna senza scusanti questa pratica sanguinaria, così lucrosa per i sacerdoti e per tutto l’indotto che viveva attorno al tempio. Per Qoèlet il rapporto con Dio deve poggiare sull’ascolto della Parola e sulla rettitudine di vita, non su offrire a Lui delle cose, come se ne avesse bisogno.

La seconda critica riguarda la preghiera di intercessione per ottenere da Dio delle grazie, spesso accompagnata da digiuni, veglie notturne, penitenze corporali e lunghe filastrocche di invocazioni. Qoèlet invita alla sobrietà e al silenzio d’ascolto, superando la richiesta petulante e ossessiva di grazie, che spesso non può essere esaudita. Questa mentalità di chiedere sempre dei favori nasce dall’incapacità di affrontare le prove della vita e spesso porta a ricorrere, oltre che a Dio, anche ai maghi, ai cartomanti, a coloro che interpretano i sogni. Questa è superstizione, non religiosità!

La terza critica è rivolta all’abitudine di fare dei voti per dare più forza alle proprie richieste verso Dio, pensando che Lui sia un commerciante che alza il prezzo prima di decidersi a concedere una grazia. Dio non è come noi, e trattarlo in questo modo è un disprezzo verso di Lui. Per questo Qoèlet aggiunge: Temi Dio e non vivere una religiosità fatta di arroganza, superficialità e meschini interessi personali, famigliari, di clan, che favoriscono alla fine la casta sacerdotale.

Su questi tre punti Gesù concorderà pienamente con Qoèlet, anzi li rilancerà in modo ancora più profondo, perché annuncerà un rapporto personale con Dio come Padre, che si prende cura dei suoi figli più di quanto essi possano chiedere o sperare. Senza saperlo, Qoèlet ha preparato la via a Gesù.

La politica (5,7-8)

Se nella provincia vedi il povero oppresso e il diritto e la giustizia calpestati, non ti meravigliare di questo, poiché sopra un’autorità veglia un’altra superiore e sopra di loro un’altra ancora più alta. In ogni caso, la terra è a profitto di tutti, ma è il re a servirsi della campagna.

Prima di soffermarsi sul tema più scottante del rapporto con la ricchezza, Qoèlet dà un ultimo sguardo alla società per sottolineare la struttura oppressiva, piramidale e burocratica della politica, che giustifica la corruzione e la copre con atteggiamenti omertosi, mafiosi, comuni a tutti i livelli. Questa struttura complessa rende legali le ingiustizie e giustifica la miseria dei poveri, lasciandoli senza difesa di fronte alle sopraffazioni dei potenti. Come sempre Qoèlet constata con amarezza una realtà che sembra immodificabile: la terra e le sue risorse sarebbero a beneficio di tutti, ma ne traggono vantaggio solo il re, i suoi ministri, i sacerdoti, i latifondisti e i grandi commercianti.

Qoèlet non trova in sé la forza di denunciare con vigore questa ingiustizia, ma solo di constatarla. Questa situazione è causa – e insieme effetto – di un rapporto distorto e rapace con la ricchezza, come commenterà ampiamente e in modo disilluso e sarcastico nel lungo brano che segue.

La ricchezza (5,9-19)

Chi ama il denaro non è mai sazio di denaro e chi ama la ricchezza non ha mai entrate sufficienti. Anche questo è vanità. Con il crescere delle ricchezze aumentano i profittatori e quale soddisfazione ne riceve il padrone se non di vederle con gli occhi? Dolce è il sonno del lavoratore, poco o molto che mangi; ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire. Un altro brutto guaio ho visto sotto il sole: ricchezze custodite dal padrone a suo danno. Se ne vanno in fumo queste ricchezze per un cattivo affare e il figlio che gli è nato non ha nulla nelle mani. Come è uscito dal grembo di sua madre, nudo ancora se ne andrà come era venuto, e dalle sue fatiche non ricaverà nulla da portare con sé. Anche questo è un brutto guaio: che se ne vada proprio come è venuto. Quale profitto ricava dall’avere gettato le sue fatiche al vento? Tutti i giorni della sua vita li ha passati nell’oscurità, fra molti fastidi, malanni e crucci. Ecco quello che io ritengo buono e bello per l’uomo: è meglio mangiare e bere e godere dei beni per ogni fatica sopportata sotto il sole, nei pochi giorni di vita che Dio gli dà, perché questa è la sua parte. Inoltre ad ogni uomo, al quale Dio concede ricchezze e beni, egli dà facoltà di mangiarne, prendere la sua parte e godere della sua fatica: anche questo è dono di Dio. Egli infatti non penserà troppo ai giorni della sua vita, poiché Dio lo occupa con la gioia del suo cuore.

Quello del rapporto con la ricchezza è un tema molto sensibile per ogni persona e per ogni società, perchè sembra la condizione indispensabile per raggiungere la felicità. Per molti arricchire è lo scopo fondamentale della vita. Anche i poveri spesso invidiano i ricchi e sognano di diventarlo. Qoèlet, che conosceva bene questa mentalità perché era quella del suo ambiente, fa una dura critica all’idea che il denaro porti la felicità e sia un segno della benedizione divina. Propone una serie di esempi concreti che mettono a nudo l’illusione delle ricchezze e la schiavitù a cui assoggettano.

Il primo personaggio messo in scena è l’avaro, mai contento di ciò che possiede e sempre bramoso di nuovi guadagni. Fino all’ultimo giorno di vita pensa ad accumulare, senza mai godere ciò che ha. Possiamo pensare anche ai grandi finanzieri e ai top-manager di grandi industrie sempre affannati a speculare, ad ampliare le loro alleanze e i loro investimenti, puntando al monopolio in ogni settore.

All’opposto dell’avaro c’è il ricco spendaccione che ama il lusso e le feste, adora essere circondato da ospiti e adulatori, fa sfoggio della sua ricchezza e del suo potere. Qoèlet dice: oltre a soddisfare la sua vanità e riempire la pancia agli scrocconi, che vantaggio ricava per se stesso? Solo illusioni!

La terza scena vede il dipendente del ricco dormire tranquillo di notte assieme alla sua famiglia, anche se fa fatica ad arrivare a fine mese e può permettersi raramente qualche cena con gli amici. Il suo padrone invece continua a rigirarsi nel letto senza prendere sonno per le gozzoviglie che fa; per la paura dei ladri che possono venire nella notte a scassinargli la casa; per i pensieri degli affari da concludere il giorno dopo; per gli investimenti a lungo termine che dovrà fare. La felicità che la ricchezza sembra promettere diventa spesso fonte di preoccupazioni e di ansie per il futuro.

La scena che segue vede protagonista un grosso capitalista che ha fatto un investimento sbagliato e nel giro di poco tempo si trova sul lastrico, senza più niente né per se stesso né per suo figlio. L’ironia di Qoèlet diventa amaro sarcasmo: è rimasto nudo come quando è nato e come quando morirà. La sua vita e tutti i suoi sforzi sono finiti nel nulla, nella più totale vanità, nel buio pesto.

Al tracollo finanziario, sociale, umano, famigliare e morale del ricco fallito Qoèlet contrappone la scena dolce e serena della persona che ha imparato a godere dei piccoli piaceri della vita, con sobrietà e moderazione, in uno stile gioioso e grato a Dio per i doni ricevuti, senza sprechi e lussi. Questo stile di vita sobrio vale per chi ha molto e per chi ha poco, ognuno godendo di ciò che ha e trovando nelle gioie quotidiane del vivere famigliare, lavorativo e sociale la forza per sopportare le difficoltà, le sofferenze, i fallimenti della vita e per non pensare troppo alla morte che si avvicina.

La fortuna (6,1-9)

Un altro male ho visto sotto il sole, che grava molto sugli uomini. A uno Dio ha concesso beni, ricchezze, onori e non gli manca niente di quanto desidera; ma Dio non gli concede di poterne godere, anzi sarà un estraneo a divorarli. Ciò è vanità e grave malanno. Se uno avesse cento figli e vivesse molti anni e molti fossero i giorni della sua vita, se egli non gode a sazietà dei suoi beni e non ha neppure una tomba, allora io dico che l’aborto è meglio di lui. Questi infatti viene come un soffio, se ne va nella tenebra e l’oscurità copre il suo nome, non vede neppure il sole, non sa niente; così è nella quiete, a differenza dell’altro! Se quell’uomo vivesse anche due volte mille anni, senza godere dei suoi beni, non dovranno forse andare tutti e due nel medesimo luogo? Tutta la fatica dell’uomo è per la bocca, ma la sua fame non è mai sazia. Quale vantaggio ha il saggio sullo stolto? Qual è il vantaggio del povero nel sapersi destreggiare nella vita? Meglio vedere con gli occhi che vagare con il desiderio. Anche questo è vanità e un correre dietro al vento.

L’illusione della ricchezza affascina così tanto le persone che Qoèlet, per disilluderle, non può non citare altre tre scene di vita quotidiana che non sono tanto infrequenti neppure ai nostri giorni.

La prima vede una persona baciata in fronte dalla fortuna, alla quale le cose vanno tutte a gonfie vele: ha successo, soldi, belle donne, potere, abiti firmati. Ma un infarto improvviso lo stronca all’apice della carriera e, non avendo avuto tempo per farsi una famiglia e avere dei figli, lascia tutto a degli eredi che neppure conosce. Così altri godono del suo successo, ridendo di lui e del suo darsi da fare.

L’altra scena invece presenta una persona che si è dedicata anima e corpo alla famiglia, spendendo tutte le sue energie e le sue risorse economiche per garantire un futuro ai suoi numerosi figli. Lui e la moglie hanno sacrificato tutto perché ai figli non mancasse nulla, pensando che poi i figli li avrebbero contraccambiati con altrettanta generosità e premura. Invece i figli si sono messi a litigare tra di loro e a odiarsi per presunte preferenze dei genitori nei confronti dell’uno o dell’altro, li hanno messi alla casa di riposo quando sono diventati vecchi e poi li hanno sepolti per terra, senza una tomba dignitosa e dimenticandoli ben presto. Di fronte a questa realtà di insensibilità morale e umana – purtroppo non tanto infrequente allora come oggi – Qoèlet mostra un profondo disgusto e arriva a proclamare come più fortunata la condizione dei bambini non nati, rispetto a quella di chi vive una vita tribolata, giustificandosi con queste tristi illusioni. Meglio non vivere che vivere così!

La terza scena vede una persona povera che, senza aver studiato ma con abilità, furbizia e tenacia, riesce a sfondare nella vita e a salire nella scala sociale. E’ la classica persona che si è fatta da sé, con laboriosità, inventiva e astuzia. Ma poi cade nelle stesse trappole di chi nasce ricco, diventando avaro, o crapulone, o inseguendo sogni di grandezza che prima o poi lo porteranno alla rovina. La lezione che Qoèlet ne tira è ormai scontata: Anche questo è vanità e un correre dietro al vento.

Conclusione della prima parte (6,10-12)

Ciò che esiste, da tempo ha avuto un nome, e si sa che cos’è un uomo: egli non può contendere in giudizio con chi è più forte di lui. Più aumentano le parole, più cresce il vuoto, e quale utilità c’è per l’uomo? Chi sa quel che è bene per l’uomo durante la sua vita, nei pochi giorni della sua vana esistenza, che passa via come un’ombra? Chi può indicare all’uomo che cosa avverrà dopo di lui sotto il sole?

Questi due versetti sono ritenuti dagli studiosi come una specie di conclusione al lungo discorso sulla ricchezza e, più in generale, a tutta questa prima parte del libro sulle illusioni della vita. Qoèlet parte da un’affermazione teologica data per scontata nella cultura dominante al suo tempo: l’uomo è creato da Dio per il bene e riceve già in questa vita il premio o il castigo delle sue azioni. Tutto ha un valore nella storia e tutto è guidato da Dio con disegno sapiente e provvidente.

Qoèlet invece afferma che l’unica cosa certa è che l’uomo è fragile e la storia spesso non ha senso. E’ inutile approfondire troppo o chiedere conto a Dio di ciò che non si capisce. L’uomo è ignorante: non sa spiegare il presente; tanto meno sa prevedere il futuro. La sua vita è come un’ombra che passa velocemente e non lascia traccia di sé. Tutto è vanità, illusione e un vuoto inseguire il vento.

In Qoèlet non c’è traccia di quella luce di speranza che l’autore del libro della Genesi aveva messo nel racconto della creazione e che poi i profeti avevano alimentato di fronte alle tragiche vicende della storia dell’umanità e alle infedeltà del popolo d’Israele.

http://www.laparolanellavita.com

 

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Questa voce è stata pubblicata il 28/09/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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