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Lectio sul libro di Qoèlet – Carrarini (3)

XXV Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

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QOÈLET (3)
LA FATICA DEL VIVERE

COMMENTO E INCULTURAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

CRITICA ALLA SAPIENZA TRADIZIONALE

Nella seconda parte del libro Qoèlet continua la sua critica alla mentalità dominante nel suo tempo attraverso la confutazione di molti luoghi comuni espressi dai proverbi che correvano sulla bocca di tutti. La credulità popolare e il buon senso comune ne avevano fatto un’espressione spicciola della sapienza del vivere. Qoèlet contesta soprattutto la teoria della retribuzione che dominava la cultura religiosa del suo tempo, e che anche molti altri spiriti pensosi stavano mettendo in discussione. Gli studiosi sono divisi nel determinare quali siano i proverbi popolari che Qoèlet critica e quali siano invece affermazioni sue. E’ molto incerta e dibattuta anche la struttura di questi capitoli e il filo logico che tiene insieme le varie parti. La trama del discorso risulta infatti spezzettata e a volte in contraddizione con altre affermazioni precedenti. Lo stile comunque è sempre graffiante, ironico e profondamente pessimista. La suddivisione proposta è una tra le tante possibili.

Meglio il pianto del riso (7,1-8)

Un buon nome è preferibile all’unguento profumato e il giorno della morte al giorno della nascita. E’ meglio visitare una casa dove c’è lutto che visitare una casa dove si banchetta, perché quella è la fine d’ogni uomo e chi vive ci deve riflettere. E’ preferibile la mestizia al riso, perché con un volto triste il cuore diventa migliore. Il cuore dei saggi è in una casa in lutto e il cuore degli stolti in una casa in festa. Meglio ascoltare il rimprovero di un saggio che ascoltare la lode degli stolti: perché quale il crepitio dei pruni sotto la pentola tale è il riso degli stolti. Ma anche questo è vanità. L’estorsione rende stolto il saggio e i regali corrompono il cuore. Meglio la fine di una cosa che il suo principio; è meglio un uomo paziente che uno presuntuoso.

La critica di Qoèlet si apre con una serie di paradossi che provocano irritazione in chi li ascolta e, a noi moderni, fanno venir voglia di dire che Qoèlet è un menagramo che porta iella. In realtà lo scopo di Qoèlet è proprio quello di provocare le persone a riflettere sulla mentalità godereccia e spensierata che cerca di nascondere la sofferenza, il limite, la morte, per buttarsi a capofitto nel godere, nel consumare, nel ridere e scherzare, nel prendere la vita come viene, senza porsi tanti problemi. E’ una mentalità che rende le persone superficiali (stolte), in continua ricerca del successo mediatico (lode degli stolti), preoccupate della propria immagine (unguento profumato), sempre in cerca di nuove esperienze (casa in festa), di emozioni forti (riso degli stolti) e di denaro facile a qualsiasi prezzo (i regali corrompono il cuore). Con questa mentalità – decantata come avere successo nella vita – le persone perdono la loro dignità (buon nome), non hanno il coraggio di affrontare i momenti di prova personale o degli amici (visitare una casa in lutto), aborrono la riflessione seria sui problemi della vita e la critica ai luoghi comuni sbandierati come saggezza (il rimprovero di un saggio), pretendono tutto e subito dagli altri (l’estorsione rende stolto) e non hanno la pazienza di costruire dei rapporti profondi e duraturi con le persone (presuntuoso).

Vista in questo modo, la critica di Qoèlet non è poi così distruttiva e pessimista, perché è finalizzata a far riflettere le persone per rendere migliore il loro cuore. Non è affatto scontato – come dice Qoèlet – che partecipare a un funerale sia preferibile dell’andare a un matrimonio o a un battesimo; ma forse il confronto con la morte di una persona cara, o da noi conosciuta, qualche riflessione sulla futilità di un certo modo di vivere la impone, almeno per chi è ancora abituato a pensare con la sua testa e a non accontentarsi dei luoghi comuni sul destino e sulla sfortuna che può capitare nella vita.

Affermare che con un volto triste il cuore diventa migliore sottolinea il fatto che solo attraverso il dolore le persone maturano e diventano più sagge. Questo senza esaltare il dolore o farne un’offerta sacrificale a Dio. Non sempre, però, il dolore fa maturare; a volte può far cadere nella disperazione e nell’abbruttimento. Resta vero comunque che solo chi ha sofferto può capire il valore della gioia, dell’amore, della fede, della solidarietà verso le persone che soffrono. La sofferenza è come il fuoco che può ridurre in cenere, ma può anche purificare e rendere splendenti come l’oro.

Così Qoèlet conclude: è alla fine della vita che si valuta il valore di una persona, non agli inizi (cioè dalla sua famiglia di origine, dal patrimonio che ha ereditato, dagli studi che ha fatto). Non sono i progetti che hanno valore, ma le realizzazioni, perché i progetti possono restare solo dei sogni.

I giorni lieti e i giorni tristi (7,9-14)

Non essere facile a irritarti in cuor tuo, perché la collera dimora in seno agli stolti. Non dire: “Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?”, perché una domanda simile non è ispirata a saggezza. Buona cosa è la saggezza unita a un patrimonio ed è utile per coloro che vedono il sole. Perché si sta all’ombra della saggezza come si sta all’ombra del denaro; ma vale di più il sapere, perché la saggezza fa vivere chi la possiede. Osserva l’opera di Dio: chi può raddrizzare ciò che egli ha fatto curvo? Nel giorno lieto sta’ allegro e nel giorno triste rifletti: Dio ha fatto tanto l’uno quanto l’altro, cosicché l’uomo non riesce a scoprire ciò che verrà dopo di lui.

Dopo la critica alla mentalità godereccia e presuntuosa delle persone superficiali, Qoèlet rivolge un avvertimento alle persone irascibili, che si lasciano facilmente travolgere dalla collera per ogni più piccola contrarietà, che alzano la voce e i toni del discorso per imporsi e prevalere sugli altri. Questo atteggiamento è segno di debolezza e di immaturità, disdicevole specialmente per le persone adulte, che dovrebbero essere di esempio per gli altri, specie se ricoprono posti di responsabilità.

Qoèlet fustiga poi l’atteggiamento – tipico spesso degli anziani – di rimpiangere i tempi passati, di guardare con nostalgia alla loro giovinezza come a un tempo migliore dell’attuale e di quello futuro. In realtà Qoèlet dà una stoccata ai giovani, tutti grinta e sicurezza, e una agli anziani, tutti nostalgia e pessimismo, per richiamare se stesso, che possiamo veder raffigurato nelle vesti del saggio fornito di un buon patrimonio. Riconosce che partire con un ottimo bagaglio di studi e una buona rendita per vivere è un vantaggio considerevole nell’affrontare il futuro, ma non si può cullarsi all’ombra di questa situazione di privilegio, perché tutto è mutevole e incerto (ombra) e solo la continua ricerca dà la forza di superare anche i momenti più difficili della vita (ciò che egli ha fatto curvo). Ecco quindi che ritorna la raccomandazione tante volte ripetuta: godi nei giorni lieti e non disperare nei giorni tristi, perché così è fatta la vita e non si può cambiarla. Ogni giorno porta la sua pena – e insieme la sua gioia – perché c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole. Alla fine è meglio non arrovellarsi per ciò che succederà nel futuro, ma godere in pace le piccole/grandi gioie del presente.

Non essere troppo giusto (7,15-24)

Nei miei giorni vani ho visto di tutto: un giusto che va in rovina nonostante la sua giustizia, un malvagio che vive a lungo nonostante la sua iniquità. Non essere troppo giusto e non mostrarti saggio oltre misura: perché vuoi rovinarti? Non essere troppo malvagio e non essere stolto: perché vuoi morire prima del tempo? E’ bene che tu prenda una cosa senza lasciare l’altra: in verità chi teme Dio riesce in tutto. La sapienza rende il saggio più forte di dieci potenti che sono nella città. Non c’è infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non sbagli mai. Ancora: non fare attenzione a tutte le dicerie che si fanno, così non sentirai che il tuo servo ha detto male di te; infatti il tuo cuore sa che anche tu tante volte hai detto male degli altri. Tutto questo io ho esaminato con sapienza e ho detto: “Voglio diventare saggio!”, ma la sapienza resta lontana da me! Rimane lontano ciò che accade: profondo, profondo! Chi può comprenderlo?

Questo brano sembra un groviglio inestricabile di affermazioni contraddittorie: si va dal desiderio di essere sapiente, all’impossibilità di diventarlo; dall’affermazione che chi teme Dio ha successo, alla constatazione del giusto che va in rovina nonostante la sua giustizia; dall’ideale della persona retta e onesta, alla constatazione che tutti sono fragili e peccatori. La proposta di Qoèlet sembrerebbe pendere verso la scelta del giusto mezzo, verso la ricerca di un moderato, paziente e lungimirante equilibrio, senza intransigenti radicalismi o utopiche fughe in avanti.

Ma cosa vuol dire concretamente non essere troppo giusto e troppo saggio? Vuol dire adeguarsi al buon senso comune, alla mediocrità e ai compromessi che solitamente sono definiti come prudenza e saggezza? Perchè Qoèlet aborre e critica così duramente la ricerca della perfezione (della santità diremmo noi oggi), tanto da paragonarla alla rovina di una persona e di una famiglia (vuoi rovinarti)? Forse è una critica all’atteggiamento arrogante e giudicante delle persone religiose che si vantano della loro integrità e coerenza di vita e ne fanno un motivo per disprezzare gli altri.

Cosa vuol dire non essere troppo malvagi e troppo stolti? Vuol dire che si può anche rubare, mentire, spergiurare, ingannare… ma sempre entro certi limiti, senza diventare prepotenti ed esosi? Si può fare del male giustificandosi poi col fatto che lo fanno tutti, che così va il mondo, che non è una cosa tanto grave, che bisogna essere moderni, al passo con i tempi? Spesso questa è la strada maestra che porta a delle scelte distruttive e autolesioniste (morire prima del tempo), di cui dopo ci si pente amaramente. Lo constatiamo spesso quando succede un delitto e i conoscenti dicono: “Era una brava persona, faceva quello che fanno tutti, pensava solo ai fatti suoi!”.

L’ideale che indica Qoèlet per realizzare una vita saggia è il giusto compromesso tra bene e male? Certamente la saggezza e la ponderatezza sono migliori della forza e dell’astuzia per dare equilibrio a una persona, ma nessuno è senza difetti e tutti commettono degli sbagli. Perciò l’ideale al quale si ispira Qoèlet è la persona umile, che ha coscienza dei suoi limiti e della complessità della realtà che le sta intorno (profondo, profondo! Chi può comprenderlo?). Saggio è chi sa di non sapere; chi si trattiene dal giudicare gli altri (e anche se stesso) perché ha capito che il cuore dell’uomo è un mistero insondabile che solo Dio può conoscere e giudicare. Meglio tacere e riflettere!

Amara più della morte è la donna (7,25-29)

Mi sono applicato a conoscere e indagare e cercare la sapienza e giungere a una conclusione, e a riconoscere che la malvagità è stoltezza e la stoltezza è follia. Trovo che amara più della morte è la donna: essa è tutta lacci, una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge, ma chi fallisce ne resta preso. Vedi, questo ho scoperto, dice Qoèlet, confrontando a una a una le cose, per arrivare a una conclusione certa. Quello che io ancora sto cercando e non ho trovato è questo: un uomo tra mille l’ho trovato, ma una donna fra tutte non l’ho trovata. Vedi, solo questo ho trovato: Dio ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni.

Se Qoèlet voleva provocare e attirarsi le critiche di mezzo mondo, con queste affermazioni ci è riuscito pienamente. A dire il vero le critiche gli vengono oggi e in Occidente, perché ai suoi tempi (e ancora in gran parte del mondo) domina incontrastato questo maschilismo becero e irrispettoso che discrimina le persone in base al sesso (che poi si allarga anche alla razza, alla religione, ai comportamenti sessuali o morali). Il tutto è ammantato dalla premessa giustificativa di una lunga osservazione dei comportamenti delle persone. A quali fatti storici o esperienze personali con le donne Qoèlet si riferisca non lo sappiamo. Forse non pensa alle mogli laboriose, dedite alla casa e ai figli, fedeli e rispettose dei mariti, di cui altri Libri biblici tessono le lodi. Non pensa neppure alle matriarche e alle grandi eroine che hanno salvato Israele in tempi di crisi. Facilmente si riferisce alle tante prostitute che erano costrette dalla miseria delle loro famiglie di origine ad affollare le case dei ricchi in cerca di un pezzo di pane, di qualche regalo e, se possibile, anche di una dote.

Ma lo stereotipo della donna tentatrice, causa di rovina per i bamboccioni ingenui e creduloni, è applicato a tutte le donne e conferma non solo il maschilismo di Qoèlet, ma anche la sua visione pessimistica della realtà. In questa linea è anche l’affermazione finale che tutti nascono buoni e retti, ma sono poi i rapporti tra le persone che complicano la vita con i loro infiniti problemi, trame, gelosie, ambizioni, rivalità. Forse la misoginia di Qoèlet (come quella di tanti uomini, ambienti e culture anche dei nostri giorni) nasce proprio dall’inconfessata paura di ricercare e costruire un rapporto vero e profondo con un altro diverso da sé. Certo che la donna amara più della morte di Qoèlet è esattamente l’opposto della giovane, gioiosa, solare e innamorata Sulammita descritta nel Cantico dei Cantici. E ambedue queste figure sono attribuite alla penna di Salomone!

Osserva gli ordini del re (8,1-8)

Chi è come il saggio? Chi conosce la spiegazione delle cose? La sapienza dell’uomo rischiara il suo volto, ne cambia la durezza del viso. Osserva gli ordini del re, per il giuramento fatto a Dio. Non allontanarti in fretta da lui; non persistere in un cattivo progetto, perché egli può fare ciò che vuole. Infatti, la parola del re è sovrana; chi può dirgli: “Che cosa fai?”. Chi osserva il comando non va incontro ad alcun male; la mente del saggio conosce il tempo opportuno. Infatti, per ogni evento vi è un tempo opportuno, ma un male pesa gravemente sugli esseri umani. L’uomo infatti ignora che cosa accadrà; chi mai può indicargli come avverrà? Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della morte. Non c’è scampo dalla lotta e neppure la malvagità può salvare colui che la compie.

La riflessione attenta di Qoèlet adesso si sposta dalle cortigiane che affollano la reggia, al re stesso e al comportamento che deve tenere un suo consigliere. Forse Qoèlet ha svolto per un periodo questo compito, visto che si mostra molto informato sulle etichette e gli intrallazzi della corte. Mostra anche di conoscere bene i rischi che si corrono nell’opporsi al potere assolutista e dispotico dei dittatori, che pretendono dai sudditi obbedienza cieca e dai consiglieri che prevedano anche il futuro (o almeno facciano finta di saperlo e di garantirlo loro con la stessa sicurezza con cui oggi ci si affida ai sondaggi di opinione o alle previsioni dei politologi, dei sociologi, degli opinionisti, degli “esperti” nei vari campi del sapere e soprattutto del pubblicizzare).

Come in altre occasioni, Qoèlet dimostra di essere un conservatore che non si oppone alle ingiustizie, anzi invita a sottomettersi e ad accettare la situazione così come è. Lui non consiglia colpi di testa, ma mette la sua impronta quando dice che c’è un tempo per fare il consigliere, ma c’è anche un momento nel quale è meglio ritirarsi e tornare nell’ombra, per non rischiare di rimetterci la testa. Infatti non basta essere scaltri e intelligenti per sfuggire all’ira di un tiranno crudele. Anche i più smaliziati voltagabbana possono cadere vittime dei loro stessi intrighi. Certamente il quadro della situazione politica tracciato da Qoèlet, anche se realistico, non è esaltante!

Non c’è giustizia in questo mondo (8,9-15)

Tutto questo ho visto riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, quando un uomo domina su un altro per rovinarlo. Frattanto ho visto malvagi condotti alla sepoltura; ritornando dal luogo santo, in città ci si dimentica del loro modo di agire. Anche questo è vanità. Poiché non si pronunzia una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore degli uomini è pieno di voglia di fare il male: infatti il peccatore, anche se commette il male cento volte, ha lunga vita. Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio, appunto perché provano timore davanti a lui, e non sarà felice l’empio e non allungherà come un’ombra i suoi giorni, perché egli non teme di fronte a Dio. Sulla terra c’è un’altra vanità: vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dai malvagi con le loro opere, e vi sono malvagi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere. Io dico che anche questo è vanità. Perciò faccio l’elogio dell’allegria, perché l’uomo non ha altra felicità sotto il sole che mangiare e bere e stare allegro. Sia questa la sua compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita che Dio gli concede sotto il sole.

Dal re tiranno e prepotente lo sguardo ora si allarga a tutti i prepotenti che commettono ingiustizie nella società a danno dei più deboli. Anche qui l’analisi di Qoèlet è impietosa: non c’è giustizia in questo mondo: i giudici sono indolenti e corrotti; i disonesti e i violenti sono onorati e stimati; le persone oneste soccombono e non trovano chi le difenda. La religione minaccia i castighi di Dio per chi fa il male, ma nessuno si spaventa più e le reprimende cadono nel vuoto. L’ingiustizia domina sovrana nella società e non è punita né da Dio né dagli uomini.

Allora Qoèlet dà una stoccata decisiva alla teoria della retribuzione: in linea di principio sarebbe giusto affermare che il bene va premiato e il male va punito. Questo dovrebbe essere anche il comportamento di Dio verso gli uomini. Ma questo principio è smentito dalla realtà dei fatti: spesso l giusto è infelice, mentre il delinquente se la gode impunito. In questo mondo non c’è giustizia, al di là dei proclami altisonanti delle istituzioni politiche e religiose! L’analisi della società operata da Qoèlet si fa sempre più sconfortante: tutto è una grande fregatura! Sembra proprio di ascoltare i discorsi della gente o le analisi dei dibattiti mediatici dei nostri giorni.

Come salvarsi da questa situazione? Questa volta Qoèlet si spreca e arriva perfino a fare l’elogio dell’allegria come compensazione alla fatica del vivere e al peso delle ingiustizie impunite. Noi a volte siamo portati a criticare questo atteggiamento dicendo che è l’oppio dei popoli per farli stare buoni; che il consumismo e i giochi (il panem et circenses degli antichi romani) sono i mezzi usati dal potere per sottomettere le persone; che fermarsi alle piccole soddisfazioni della vita è una magra consolazione e un rifugio nel privato di chi ha rinunciato a lottare per cambiare la società. Osservando però la capacità di fare festa proprio delle persone che vivono nella miseria economica e nel disagio sociale, forse possiamo capire una cosa: il filo sottile che passa tra la disperazione e la forza di lottare per i propri diritti è proprio la capacità di fare festa, di godere i pochi momenti di gioia che la vita concede in un mondo ingiusto e disumano.

L’uomo non riesce a capire (8,16-17)

Quando mi dedicai a conoscere la sapienza e a considerare le occupazioni per cui ci si affanna sulla terra – poiché l’uomo non conosce sonno né giorno né notte – ho visto che l’uomo non può scoprire tutta l’opera di Dio, tutto quello che si fa sotto il sole: per quanto l’uomo si affatichi a cercare, non scoprirà nulla. Anche se un sapiente dicesse di sapere, non potrà scoprire nulla.

Al termine di questa analisi della situazione sociale del suo tempo (e di ogni tempo) la conclusione di Qoèlet è sempre la stessa: l’uomo non può capire il senso della vita e il progetto di Dio sul mondo. Per quanti progressi l’uomo faccia sul piano scientifico e tecnologico, per quante energie intellettuali e finanziarie impieghi per svelare il mistero del mondo e della vita, arriva solo a scoprire quanto poco sa e quanto la realtà è complessa e indecifrabile. Anche le scienze sociali e le lotte politiche per costruire una società più giusta sono miseramente naufragate nel continuo ripresentarsi degli stessi problemi e delle stesse miserie. Forse il monito di Qoèlet anche al mondo moderno – e all’orgoglio della sua scienza – è quello di ritornare all’umiltà di chi si sente piccolo davanti a Dio e sa gustare le gioie che la quotidianità gli offre, rifiutando di farsi irretire dai miti e dalle illusioni di chi cerca qui in terra l’elisir di lunga vita e il mitico paradiso perduto.

UNA FINE UGUALE PER TUTTI

Qoèlet prosegue la sua osservazione della realtà soffermandosi ora più sull’aspetto personale della vita, in particolare sul destino che spetta alle persone giuste e sagge rispetto a quelle stupide e vili. Attraverso la presentazione di sette scenette di vita vissuta Qoèlet arriva alla solita conclusione: siccome il futuro non si può conoscere e qui in terra non c’è differenza di destino tra una persona saggia e una persona stupida, tutto è vanità e la vita è una grande fregatura!

Una sorte unica per tutti (9,1-10)

A tutto questo mi sono dedicato, ed ecco tutto ciò che ho verificato: i giusti e i sapienti e le loro fatiche sono nelle mani di Dio, anche l’amore e l’odio; l’uomo non conosce nulla di ciò che gli sta di fronte. Vi è una sorte unica per tutti: per il giusto e per il malvagio, per il puro e per l’impuro, per chi offre sacrifici e per chi non li offre, per chi è buono e per chi è cattivo, per chi giura e per chi teme di giurare. Questo è il male in tutto ciò che accade sotto il sole: una medesima sorte tocca a tutti e per di più il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza dimora in loro mentre sono in vita. Poi se ne vanno fra i morti. Certo, finché si resta uniti alla società dei viventi, c’è speranza: meglio un cane vivo che un leone morto. I vivi sanno che devono morire, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, è svanito il loro ricordo. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole. Su, mangia con gioia il tuo pane e bevi il tuo vino con cuore lieto, perché Dio ha già gradito le tue opere. In ogni tempo siano candide le tue vesti e il profumo non manchi sul tuo capo. Godi la vita con la donna che ami per tutti i giorni della tua fugace esistenza che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua parte nella vita e nelle fatiche che sopporti sotto il sole. Tutto ciò che la tua mano è in grado di fare, fallo con tutta la tua forza, perché non ci sarà né attività né calcolo né scienza né sapienza nel regno dei morti, dove stai per andare.

Qoèlet riprende l’osservazione con la quale aveva concluso la sua analisi sulle ingiustizie della vita sociale: l’uomo, per quanto si sforzi di indagare e di riflettere, non riesce a capire ciò che succede. Aggiunge però una precisazione che scandalizza ancora una volta i benpensanti, tanto che varie traduzioni l’hanno nascosta: i giusti e i saggi si affidano a Dio, ma non si sa se Dio li ami o li abbia in odio! E’ un’affermazione dura e dissacrante, ma coerente con l’idea di Dio che ha Qoèlet, un Dio lontano, inconoscibile e insindacabile. Molti autori l’hanno trasformata in un generico mettere nelle mani di Dio anche l’amore e l’odio che c’è tra le persone (cosa vuol dire poi?), o l’hanno legata alla frase seguente: l’uomo non sa se potrà amare o dovrà odiare, perché non sa nulla del proprio futuro. Così il messaggio diventa rassicurante: chi fa il bene è nella mani di Dio, mentre il male è qui sulla terra. In realtà la dura constatazione di Qoèlet è che l’uomo non sa nulla di ciò che va oltre la sua povera e limitata esperienza, nulla di ciò che sarà in futuro, e nulla neppure di Dio che sta in cielo. Non può sapere perciò se Dio lo ama oppure se lo ha preso in odio per la sua stoltezza e cattiveria.

La dimostrazione di questo, per Qoèlet, sta proprio nel fatto che vi è una sorte unica per tutti: per il giusto e per il malvagio…: la discesa nel regno delle ombre dove tutti sono uguali e senza speranza. La teoria di Dio che premia i buoni e castiga i cattivi è smentita dalla realtà dei fatti e dal continuo aumentare del male nel mondo, perché il castigo di Dio non fa più paura a nessuno e nessuno è più attirato dal paradiso di delizie promesso a chi fa il bene. La sorte è uguale per tutti! Allora perché affidarsi a un Dio che non sai neppure se ti ama o ti odia? Meglio mangiare, bere, fare l’amore, realizzare i propri desideri e i propri sogni fin che si hanno le forze per farlo, perché la vita è breve e non si sa cosa può riservare il futuro. Cogli l’occasione favorevole, quando viene, e rassegnati! Per Qoèlet questo è il senso unico del vivere nell’orizzonte cupo e limitato di questo mondo terreno. E’ saggezza o solo una fugace consolazione di fronte all’ineluttabilità di un destino crudele?

Tutto dipende dal caso (9,11-12)

Tornai a considerare un’altra cosa sotto il sole: che non è degli agili la corsa né dei forti la guerra, e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza, e nemmeno degli intelligenti riscuotere stima, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui.

Un’altra conferma alla sua tesi sulla sorte uguale dei giusti e dei malvagi Qoèlet la trova nel fatto che il successo o il fallimento delle persone spesso non dipende dai meriti o demeriti delle stesse, ma dalla fortuna che può arridere, o dalla sfortuna che può capitare tra capo e collo all’una o all’altra, senza apparente merito o demerito, ma per puro caso. Così il futuro delle persone resta avvolto nel mistero e nulla si può dare per scontato: basta un niente per cambiare in bene situazioni intricate, e basta ancora meno per far fallire grandi speranze, progetti, sacrifici di anni. La vita e le fortune dell’uomo sono appese a un filo sottile che può essere tranciato in ogni momento!

La sapienza del povero è disprezzata (9,13-18)

Anche quest’altro esempio di sapienza ho visto sotto il sole e mi parve assai grave: c’era una piccola città con pochi abitanti. Un grande re si mosse contro di essa, l’assediò e costruì contro di essa grandi fortificazioni. Si trovava in essa un uomo povero ma saggio, il quale con la sua sapienza salvò la città; eppure nessuno si ricordò di quest’uomo povero. Allora io dico: “E’ meglio la sapienza che la forza, ma la sapienza del povero è disprezzata e le sue parole non sono ascoltate”. Le parole pacate dei sapienti si ascoltano meglio delle urla di un comandante di folli. Vale più la sapienza che le armi da guerra, ma un solo errore può distruggere un bene immenso.

L’esempio di una città assediata che viene salvata da un povero di scarpe grosse ma di cervello fino, dà modo a Qoèlet di riaffermare due tesi che gli stanno particolarmente a cuore: l’intelligenza porta a migliori risultati rispetto al solo coraggio e la saggezza consiglia meglio della potenza militare, ma nella società, alla fine, prevale sempre ciò che è ispirato dal potere, dalla ricchezza, dal prestigio, dagli interessi dei grandi della terra, mentre i consigli ponderati dei saggi trovano poco ascolto. I consigli assennati, anche quando vengono accettati e messi in pratica, sono presto disattesi, perché non procurano potere e onori. Forse Qoèlet aveva visto con i suoi occhi l’esperienza d’ingratitudine di cui parla in questo testo, quando un saggio consigliere era stato soppiantato nel suo incarico da un comandante zoticone che aveva compiuto un’impresa temeraria gradita al re. Quante umiliazioni aveva dovuto sopportare per le sue parole di rimprovero, che aveva poi pagato a caro prezzo.

La stupidità ha più peso della saggezza e dell’onore (10,1-7)

Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere; un po’ di follia ha più peso della sapienza e dell’onore. Il cuore del sapiente va alla sua destra, il cuore dello stolto alla sua sinistra. E anche quando lo stolto cammina per strada, il suo cuore è privo di senno e di ognuno dice: “Quello è pazzo”. Se l’ira di un potente si accende contro di te, non lasciare il tuo posto, perché la calma pone rimedio a errori anche gravi. C’è un male che io ho osservato sotto il sole, uno sbaglio commesso da un sovrano: la stoltezza viene collocata in posti elevati e i ricchi siedono in basso. Ho visto schiavi andare a cavallo e principi camminare a piedi, per terra, come schiavi.

Le due scenette sono ambientate nella reggia del sovrano, tra i suoi consiglieri e forse, ancora una volta, riportano esperienze dirette dell’aristocratico Qoèlet, consigliere di corte caduto in disgrazia. Un colpo di stato ha sconvolto tutti gli equilibri e gli assetti istituzionali e ha portato al potere persone ignoranti e meschine, che si credono migliori degli altri e disprezzano tutti con arroganza. Quando i valori sono rovesciati e la stupidità è onorata e adulata, Qoèlet invita a mantenere la calma e a non fare scelte affrettate, ma a restare saldi nelle proprie convinzioni di bene (va alla sua destra) e attendere che si ripristini l’ordine e la gerarchia dei valori. Chi comanda però tende a circondarsi di persone servili e poco propositive. Il fatto si ripete così frequentemente da far perdere la fiducia di poter apportare un reale cambiamento al potere e alle sue logiche di conservazione e di gestione.

Lo stupido moltiplica parole e azioni (10,8-15)

Chi scava una fossa vi può cadere dentro e chi abbatte un muro può essere morso da una serpe. Chi spacca pietre può farsi male e chi taglia legna può correre pericoli. Se il ferro si ottunde e non se ne affila il taglio, bisogna raddoppiare gli sforzi; il guadagno sta nel saper usare la saggezza. Se il serpente morde prima d’essere incantato, non c’è profitto per l’incantatore. Le parole del saggio procurano stima, ma le labbra dello stolto lo mandano in rovina: l’esordio del suo parlare è sciocchezza, la fine del suo discorso pazzia funesta. L’insensato moltiplica le parole, ma l’uomo non sa quello che accadrà: chi può indicargli ciò che avverrà dopo di lui? Lo stolto si ammazza di fatica, ma non sa neppure andare in città.

Ancora una serie di scene prese dall’ambiente di lavoro (il muratore, il cavatore, il taglialegna, il contadino, l’operaio) e da quello delle fiere di paese (l’incantatore di serpenti, l’imbonitore). L’osservazione di Qoèlet è sempre la stessa: se uno non sa fare bene il suo mestiere e non tiene in ordine i suoi attrezzi, anche se lavora con accanimento, spreca tempo ed energie per niente, e si espone agli sberleffi della gente per la sua goffaggine, insipienza e grettezza di mente. La sapienza non dipende dalla parlantina della persona, tanto meno dalla pretesa di avere una risposta a tutto.

Queste osservazioni ci riportano a un discorso sulle “parole logorate” già approfondito nella prima parte. Moltiplicare le parole; usarle a proposito e a sproposito; esordire nel discorso citando luoghi comuni, frasi fatte o autori celebri per mostrare la propria cultura… è ciò che avviene comunemente nella martellante propaganda pubblicitaria o nell’asfissiante logorrea della comunicazione di massa. Ancora una volta Qoèlet invita tutti al senso dei propri limiti in ciò che si fa e si dice, per non essere stolti e non lasciarsi ingannare dagli imbonitori di turno che calcano impuniti le scene del mondo.

Nella reggia degli stolti (10,16-20)

Povero te, o paese, che per re hai un ragazzo e i tuoi principi banchettano fin dal mattino! Fortunato te, o paese, che per re hai un uomo libero e i tuoi principi mangiano al tempo dovuto, per rinfrancarsi e non per gozzovigliare. Per negligenza il soffitto crolla e per l’inerzia delle mani piove in casa. Per stare lieti si fanno banchetti e il vino allieta la vita, ma il denaro risponde a ogni esigenza. Non dire male del re neppure con il pensiero e nella tua stanza da letto non dire male del potente, perché un uccello del cielo potrebbe trasportare la tua voce e un volatile riferire la tua parola.

Lo zoticone inesperto ci ha riportato in città, dove frattanto ha preso il potere un re giovane, viziato, che si è circondato di consiglieri corrotti e goderecci che pensano solo ai loro interessi e non si curano di dare una risposta ai problemi del popolo, tanto che il paese va in rovina, come la casa di un padrone pigro e imprevidente. La corruzione dilaga sempre più e il re non pensa minimamente a porre un freno al degrado morale e materiale, anzi ne è una delle cause con il suo stile di vita. La fortuna del buon governo si è trasformata nella disgrazia di una nazione senza giustizia e saggezza. In questa situazione Qoèlet consiglia di stare bene attenti a criticare chi comanda, perché anche i muri hanno orecchi e la macchina del fango può colpire ogni persona, in ogni momento. Questa è la sorte di una nazione che ha al suo vertice persone ignoranti, corrotte, arriviste e senza scrupoli.

Il rischio fa parte della vita (11,1-6)

Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai. Fanne sette o otto parti, perché non sai quale sciagura potrà arrivare sulla terra. Se le nubi sono piene d’acqua, la rovesciano sopra la terra; se un albero cade verso meridione o verso settentrione, là dove cade rimane. Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete. Come tu non conosci la via del soffio vitale né come si formino le membra nel grembo di una donna incinta, così ignori l’opera di Dio che fa tutto. Fin dal mattino semina il tuo seme e a sera non dare riposo alle tue mani, perché non sai quale lavoro ti riuscirà meglio, se questo o quello, o se tutti e due andranno bene.

L’ultima scena è dedicata da Qoèlet al mondo dell’economia e quindi alla necessità per l’uomo di affrontare dei rischi per avere un frutto dal suo lavoro e dai suoi investimenti. Chi è pigro o ha paura di rischiare trova tutte le scuse per non impegnarsi; così resta senza guadagno. Il rischio fa parte della vita, così come l’imponderabilità di ciò che può succedere, ma bisogna essere moderati e prudenti, senza diventare succubi delle paure. Riprendendo quanto detto in altre occasioni, Qoèlet fa l’elogio dell’uomo laborioso e intraprendente, che sa godere del frutto del suo intelligente lavoro. Ma poi non manca di ricordargli i suoi limiti e l’ineluttabilità del destino che è nelle mani di Dio: solo lui conosce tutto e sa come nasce una nuova vita nel seno di una donna incinta. La saggezza conduce l’uomo a uno stile di vita umile e laborioso, degno di chi ha il giusto senso delle cose.

L’ultimo canto (11,7 – 12,8)

Dolce è la luce e bello per gli occhi vedere il sole. Anche se l’uomo vive molti anni, se li goda tutti, e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti: tutto ciò che accade è vanità. Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi però che su tutto questo Dio ti convocherà in giudizio. Caccia la malinconia dal tuo cuore, allontana dal tuo corpo il dolore, perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio. Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: “Non ci provo alcun gusto”; prima che si oscurino il sole, la luce, la luna e le stelle e tornino ancora le nubi dopo la pioggia; quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiuderanno i battenti della strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e terrore si proverà nel cammino; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada; prima che si spezzi il filo d’argento e la lucerna d’oro s’infranga e si rompa l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo, e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità.

Il libro di Qoèlet era iniziato con l’annuncio della sua tesi: vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità, seguita da un canto al monotono, continuo e immodificabile ripetersi dei cicli della vita. Termina ora con un poemetto triste che descrive il lento dissolversi della persona e il suo mesto ritorno nel vuoto mondo dei morti, perché la vita è vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità! Questo canto, che sta a cavallo tra il capitolo 11 e il capitolo12, può essere definito come un “addio alla vita” che l’anziano Qoèlet affida all’ultima pagina della sua opera per suggellare, con una lirica densa e struggente, il succo di tutto il suo insegnamento.

La poesia si apre con il nostalgico rimpianto degli anni luminosi della giovinezza, diventati ormai un ricordo lontano nel presente buio della vecchiaia. La nostalgia per ciò che Qoèlet ha vissuto negli anni spensierati in cui l’uomo si apre a scoprire il mondo, si trasforma in un accorato appello ai giovani a non sprecare i loro anni più belli e tumultuosi, lasciandosi frenare dalle paure, dai limiti imposti da un’educazione retriva e bigotta, o da stupidi eccessi devastanti e autolesionisti. Li esorta a vivere fino in fondo le potenzialità e le sfide che la loro età comporta, perché gli anni della giovinezza passano in fretta e le occasioni perdute non ritornano più. Per l’ultima volta risuona l’invito a godere le gioie della vita e i frutti delle proprie scelte.

Alcuni autori pensano che sia proprio questo il messaggio centrale del libro e la chiave interpretativa anche delle altre pagine. Ma il fugace richiamo alla giovinezza cede subito il passo alla descrizione del lungo, triste e buio inverno della vecchiaia, quando le forze diminuiscono, la vista si offusca, i desideri si attenuano, il corpo va lentamente in sfacelo, come il palazzo di un ricco signore ormai rimasto solo e in miseria.

Forse Qoèlet ha usato intenzionalmente le immagini di una casa che va in rovina come metafore del lento declino del vecchio: nulla più lo appassiona (non ci provo alcun gusto); tutto gli appare monotono e triste (si oscurino il sole, la luce, la luna e le stelle e tornino ancora le nubi dopo la pioggia); il suo corpo perde vigore e la sua schiena s’incurva (tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi); fa fatica a mangiare perché gli sono rimasti pochi denti (cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste poche); le cateratte gli annebbiano la vista (si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre); non ha più desiderio di muoversi, di uscire (si chiuderanno i battenti della strada); i movimenti si fanno lenti e l’udito diminuisce (si abbasserà il rumore della mola); la voce diventa fioca e insicura (si attenuerà il cinguettio degli uccelli); la memoria si fa incerta e manca la voglia di fare festa (si affievoliranno tutti i toni del canto); l’incedere diventa insicuro, le salite fanno venire il fiatone e ogni piccolo ostacolo rappresenta un pericolo (si avrà paura delle alture e terrore si proverà nel cammino); i capelli diventano bianchi (fiorirà il mandorlo); gli appetiti gastronomici e sessuali si affievoliscono (la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto). Per Qoèlet la vecchiaia è come un lungo inverno al quale non segue più la primavera, ma la fine di tutto e la discesa nella tomba, accompagnati dai piagnoni che si aggirano per le strade della città in attesa del lavoro che certamente prima o poi verrà.

Una grande tristezza emana da questa pagina che descrive la fine del vecchio signore e della sua casa, con il filo d’argento della vita che si spezza per sempre. Assieme ad esso vanno in frantumi la lampada d’oro dell’intelligenza che illuminava quella nobile casa, l’anfora per dissetarsi alla fonte della sapienza e la carrucola che permetteva di attingere la saggezza al pozzo della storia. Quando l’uomo muore il suo corpo ritorna alla terra dalla quale è venuto e il suo spirito ritorna a Dio che glielo aveva dato in prestito. Di più Qoèlet non sa dire e non si aspetta. Così la grande forza poetica di queste immagini suggella la terribile affermazione che fa da filo conduttore a tutto il libro: Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità!

http://www.laparolanellavita.com

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Questa voce è stata pubblicata il 30/09/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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