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Lectio sul libro di GIOBBE

XXVI Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

Testo word Giobbe, la sofferenza e il cammino della fede
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Job-and-three-friends

GIOBBE
La sofferenza e il cammino della fede

Anevair José da Silva

Il libro di Giobbe è il primo dei cinque libri sapienziali. Esprime la saggezza del popolo, introduce il piano divino nella letteratura sapienziale. Il carattere speciale di questo libro sta nella sua drammaticità, nel senso di uno sviluppo spirituale, di forza e di potere che prende il suo significato. Si tratta di un libro derivato direttamente dalla vita e poi a sinistra la vita del poeta. Il vero attore del dramma di Giobbe non è l’uomo, ma Dio. Allo stesso modo, il soggetto stesso non è l’uomo che soffre, ma Dio che ha messo l’onore di questo uomo sofferente.

A proposito del libro di Giobbe dice Kierkegaard: «Se io non avessi Giobbe! Non posso spiegarvi minutamente e sottilmente quale significato e quanti significati egli abbia per me. Io non lo leggo con gli occhi come si legge un altro libro, me lo metto per così dire sul cuore e in uno stato di clairvoyance interpreto i singoli passi nella maniera più diversa. Come il bambino che mette il libro sotto il cuscino per essere certo di non aver dimenticato la lezione quando al mattino si sveglia, così la notte mi porto a letto il libro di Giobbe. Ogni sua parola è cibo, vestimento e balsamo per la mia povera anima».

INTRODUZIONE

Il libro di Giobbe è una delle opere più importante della letteratura mondiale.(1) Nel mondo degli “invisibili” della nostra città non è difficile incontrare il volto di Giobbe. Straordinario personaggio biblico, di ieri e di oggi. Volto dai tratti inconfondibili della sofferenza e del dolore di ogni genere. Non sappiamo se questo sia stato un personaggio storico, però il suo nome non è un’invenzione. La sua Patria, lui vien chiamato un “figlio dell’Oriente”, è, secondo il testo, il paese di Us, da ricercarsi al est o sud-est del Mar Morto. Gli abitanti de questo territorio erano noti per la loro “sapienza”.

Perché la sofferenza del giusto? Lancinante domanda che, da sempre, ha tormentato la mente dell’uomo. Si sente dire: “Se Dio è buono, come si afferma, perché Egli permette tutti i drammi che si vedono in questo mondo?” – “Perché la sofferenza e la morte dei bambini?” – “Perché una tale disgrazia è successa a me?” – “Che cosa ho fatto di male per meritare questo?” Ecc. Questo modo di considerare la sofferenza dimostra che molte persone hanno perpetuato in loro la mentalità dell’Antico Testamento: Dio punisce, Dio si adira contro gli uomini, e sembra che i castighi non siano proporzionati alle colpe, Dio sarebbe dunque ingiusto e arbitrario… Così arriviamo alla domanda fondamentale alla quale vorremo rispondere: “Come accettare francamente e lucidamente la presenza di un dolore ingiusto da una parte, e tuttavia continuare a credere nell’amore di Dio dall’altra?”

LA STORIA DI GIOBBE

Il libro di Giobbe – breve accenno

Il Libro di Giobbe è il primo dei cinque Libri Sapienziali. I Libri Sapienziali manifestano la sapienza del popolo, invece il Libro di Giobbe introduce il progetto divino nella letteratura sapienziale. Questo libro rompe la cornice ristretta della letteratura sapienziale non soltanto nella forma letteraria ma anche nel contenuto (a differenza delle brevi massime della letteratura proverbiale, contiene discorsi abbastanza lunghi, impostati su una linea di fondo unitaria). Il carattere speciale di questo libro sta nella sua drammaticità, nel senso d’uno sviluppo spirituale di tale forza e tensione che mozza il respiro. È un libro ricavato direttamente dalla vita e quindi emerso dalla vita stessa del poeta.

Il vero attore del dramma di Giobbe non è l’uomo, ma Dio. Parimenti, il tema vero e proprio non è l’uomo che soffre, ma Dio, di cui è messo gioco l’onore. Dell’onore di Dio si tratta nella domanda di Satana: “È forse per nulla che Giobbe teme Dio?” (1,9). Se si vuol ridurre il contenuto di questo libro, unico nel suo genere, a un denominatore comune, bisogna dire che qui si tratta del mistero divino in quanto mi manifesta e agisce nel dolore del pio che soffre. Il genere letterario, la poesia, attinge, certo, al contributo dei vari generi codificati, degli schemi espressivi, ma al tempo stesso è irriconoscibile in un solo genere, in un schema. Si basa sul genere sapienziale.

Giobbe è anche un testo quasi ‘teatrale’, una traggedia o ‘commedia’ (in senso lato). Nell’ambiente culturale dell’antico Oriente era anche in vigore un genere noto come la disputa tra saggi, una specie di tavola rotonda in cui venivano posti sul tappeto gli argomenti favorevoli o contrari a una determinata tesi. Alcuni sostengono anche l’opinione che sia un dibattimento processuale. Altri, come Richter, che sia una grandiosa lamentazione drammatizzata.

Datazione

Il libro di Giobbe presenta molti problemi, anche a causa dei numerosi hapax legomena, per cui è difficile determinare il testo di singoli versetti; discussi sono poi la datazione, l’autore e la provenienza. Non sono utili nemmeno le versioni antiche. Infatti la versione greca dei LXX presenta un testo più breve di quello masoretico, è stato trasmesso nei secoli con molte incertezze testuali: aggiunte, correzioni per addolcire espressioni ritenute troppo audaci, lacune di vario genere. Per giustificare queste discrepanze, si ipotizza che i traduttori della LXX avessero di fronte un testo ebraico diverso dall’attuale.

Il libro di Giobbe viene redatto dopo l’esilio babilonese, forse nel V – IV secolo a.C. Si ipotizzano tre autori anonimi. L’autore principale ha probabilmente usato un’antica parabola, adattata a un personaggio giusto, non ebreo: Giobbe infatti viene da Uz.

La storia

Il libro di Giobbe affronta il tema della sofferenza dell’innocente, nel contesto della sapienza biblica, e sollecita domande sulla salvezza.

Narra di un uomo, di nome Giobbe, ricco, buono e retto, colpito improvvisamente da molte disgrazie e privato in breve tempo de tutti i suoi beni. Egli oltre a perdere figli ed averi, viene colpito da una malattia umiliante che lo riduce in un stato così pietoso da farne il prototipo di ogni malato e di ogni sofferente. Coperto di piaghe e reietto, si appresta ad attendere la morte presso la discarica della città, quando alcuni suoi amici vanno a trovarlo per consolarlo. Tre di loro Elifaz, Bildad e Zofar giudicano la sofferenza come punizione del peccato (Gb 2-31), ma Giobbe rifiuta con fermezza questa loro convinzione. Un quarto amico di nome Eliu pretende di risolvere l’enigma illustrando la virtù educatrice e rivelatrice della sofferenza (Gb 32-37). Interviene poi Dio, che fa notare le meraviglie della creazione e rimprovera a Giobbe l’indiscrezione delle sue lamentele (Gb 38-41). Il libro si chiude con il ripristino di Giobbe nella sua condizione iniziale, e con la rinnovata benedizione di Dio. Giobbe viene giustificato da Dio e reintegrato nel suo agiato status iniziale. La grande risposta finale di Dio, la consolazione per tutta l’umanità, è la riabilitazione di coloro che hanno creduto ed amato senza pretendere nulla in cambio, senza mercanteggiare con Dio (Gb 42,5-6). La sofferenza di Giobbe fa emergere un problema di fede: la sofferenza del giusto. (Gabriel WITASZEK)

Possiamo dire con Bonora molto genericamente che «il tema del libro è l’uomo di fronte a Dio in una situazione limite che fa emergere tutta la profondità e la complessità del rapporto religioso di fede […] è la storia di un uomo sofferente in conflitto con il suo Dio». Il libro di Giobbe chiama il lettore a seguire il dramma fino alla fine. Le riflessioni che seguono presuppongono la conoscenza del libro.

La fede di fronte alla sofferenza

La domanda di senso

La sofferenza suscita la domanda di senso. Giobbe tenta in tutti i modi di capire il perché delle sue continue sofferenze e il perché della sofferenza in generale. È un problema che ci mette in crisi. Come un giusto timorato di Dio possa soffrire e sembrare punito da Dio? Giobbe rappresenta il credente che vuole comprendere la sua personale posizione davanti a Dio.

Giobbe soffre, ma la sua sofferenza non viene dal suo peccato, è infatti un uomo d’integrità e moralità profonda. Il suo dolore non è appena esteriore perché perde i beni, «non è neanche la malattia, nell’incomprensione della moglie e nel rifiuto della società. È nel profondo, un dolore che nasce dalla fede: Giobbe si sente lontano da Dio».(G. WITASZEK) L’esperienza gli ha mostrato che esiste il male “ingiusto”, non dovuto al peccato. Possiamo domandarci: quale era la fede di Giobbe? Quale era la sicurezza religiosa che lo sosteneva?

Giobbe è un credente e si trova davanti il mistero di Dio, è costretto a scegliere se perdere la fede o credere in un Dio diverso da quello che lui concepiva. Così, lui si vede obbligato a prendere distanze da tutta una fede che ha sempre nutrito la sua vita e quella del suo popolo. Giobbe deve passare dal dogma di fede alla religiosità esistenziale.

Il racconto-cornice in prosa verte sulla verifica dell’esistenza in Giobbe d’una fede pura e totale. Il centro logico è nel versetto 1,9: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla?». Secondo le concezioni del suo tempo e quella sua, non permetteva all’uomo di cercare in Dio l’amore e la gratuità, ma una bieca religiosità d’interesse, e quindi, magica.

Questa è una domanda molto maliziosa, ma è la domanda giusta, è la questione che sta al centro dell’opera. “Temere il Signore” è linguaggio biblico tradizionale per indicare una relazione religiosa nei confronti di Dio di conoscenza, di rispetto, di affetto. Noi potremmo dire: “È una persona religiosa, è un credente… gratis? Quell’avverbio che è tradotto “per nulla” in ebraico è chinnam ed è proprio derivato dalla radice di chen, che è la grazia. Quindi a me piace tradurre con gratis. È una parola latina che usiamo e capiamo molto bene ed è la radice della grazia. Il diavolo chiede: “Ma sei proprio sicuro che Giobbe sia un credente gratis o lo fa per interesse?”. Ha infatti tutto l’interesse a essere credente. Prova un po’ a togliergli le cose che ha e vedrai come “ti benedirà in faccia”. È una espressione eufemistica per dire: “ti maledirà”, vedrai che benedizioni ti tira. Il Signore come risposta concede al satàn di intervenire. Va bene, accetto la sfida, scommettiamo? Proviamo! (Claudio DOGLIO)

La teoria della retribuzione, elucidata dagli suoi amici saggi, è un razionalismo etico che si converte in un razionalismo teologico culminante nel dogma della retribuzione. Questo è il nodo teologico fondamentale a cui si ritrovano attorno, lo hanno ribadito sino alla sclerosi ideologica. Ma la realtà è irrazionale, i malvagi sono felici e prosperano, le loro case sono tranquille e senza timori; il bastone di Dio non pesa su di loro (Gb21,9).

Secondo questa teoria della retribuzione fondamentata nella sapienza dell’AT, il dogma della giustizia di Dio questa veniva intesa come doppia retribuzione. Secondo questo dogma si credeva di capire e formare il corso della vita nella visuale del premio e della pena. Si tratta certo di un’idea imponente per la sua semplicità e per la forza dei suoi impulsi etici, ma destinata a fallire quando, proprio come avviene a Giobbe, la logica delle cose viene rotta da una realtà che l’uomo non può capire. L’argomentazione degli amici è semplice: Giobbe soffre perché è colpevole qualcosa deve aver pur fatto, non è infatti possibile che Dio sia ingiusto. Il loro presupposto è che l’uomo è radicalmente impuro davanti a Dio. Però le loro affermazioni suonano vuote, preconfezionate.

Da quello che all’inizio delle tormente diceva: Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male? (Gb 2,10), Giobbe si trasforma nell’uomo ribelle. Egli presenta la sua apologia personale (Gb 3,30), e si lancia in una sfida di imprecazioni, invocando che l’ira divina si abbatta su di lui se veramente ha avuto un comportamento empio. Alla fine, invoca una risposta “l’Onnipotente mi risponda” (Gb 31,35b). La reazione di Giobbe è quella dell’uomo che si scontra con il mistero di Dio e vede crollare gli schemi teologici che hanno lungo sostenuto la sua sicurezza e nutrito la sua fede. Giobbe vorrebbe essere mai essere nato (Gb. 3,3-4). «La fede per essere autentica, non può basarsi soltanto su belle risposte preconfezionate, risposte da catechismo che, rischiano di dimostrarsi troppo presto insufficienti».(G. WITASZEK)

Ma a dispetto di questa esperienza Giobbe resta aggrappato alla certezza, no certo di ordine sperimentale, ma di fede, che Dio interverrà come difensore dei giusti: «Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero. Le mie viscere si consumano dentro di me» (Gb 19, 25-27).

Le sue parole introducono la domanda radicale sul senso della vita di fronte la sofferenza. Manca ancora la speranza nell’aldilà, la morte sarebbe l’esperienza del nulla.140Soltanto la logica troppo razionale della retribuzione non è capace di spiegare il senso del dramma della vita.

La fede e la ragione

Continua a fare eco il grido di Giobbe: L’Onnipotente mi risponda! (Gb 31,35). Egli risponde a Giobbe nella teofania, nel mezzo della tempesta (Gb 38, 1: 40,6), muove il suo cuore e lo strappa dall’egocentrismo e lo fa contemplare la sua sapiente grandezza e provvidenza. Dio risponde al lamento di Giobbe. Il suo discorso evidenzia la verità e insieme l’insufficienza della protesta di Giobbe. Ossia, Dio è libero nel suo agire, e perciò può mandare sventura anche sul giusto. Dio si rivela come Jahve, il Dio d’Israele e signore della storia, che appare sulla terra stabilendo una relazione più personale con Giobbe. Il discorso di Dio rivela l’esistenza di un mondo dinamico e costantemente curato da Dio provvidente.

L’opera di Dio può sembrare un paradosso, però a Dio anche la sofferenza del giusto trova posto nel suo piano salvifico. L’uomo non può capire la sapienza Divina, ma deve accettarla con fede. La ricerca della sapienza da parte dell’uomo come ricerca alla verità è legittima, ma bisogna la fede per avere un’ottica che gli apra all’infinito di Dio e si metta in un atteggiamento di adorazione e di meraviglia, consapevole del proprio limite.

Comprendiamo che il tema principale del libro di Giobbe non è il dolore, ma la scoperta del vero volto di Dio. La questione centrale dell’opera non è il male di vivere ma il come poter credere e in quale Dio credere nonostante l’assurdo della vita. Contro il razionalismo etico della teoria retributiva, contro il razionalismo teologico degli amici, Giobbe ribadisce la necessità del temere Dio per nulla (1,9), cioè della gratuità della fede, e l’esigenza del ‘vedere’ attraverso un’autentica esperienza di fede (cf. Sal 73,17).

Giobbe si pente: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento su polvere e cenere” (Gb 42-5-6). Questa confessione finale di Giobbe non è tanto il riconoscimento di una spiegazione al mistero del male, quanto piuttosto una professione di fede autentica in Dio.

Non possiamo affermare che la storia finisca con un happy end perfetto: c’è il ripristino di Giobbe nella sua condizione iniziale, e con la rinnovata benedizione di Dio. Questo quasi ci permette di dirlo happy end, ma i suoi figli no ritornano alla vita. Al meno adesso, Giobbe è consolato e capace di dire Sì alla vita. Quando l’uomo se apre alla fede e stabilisce un rapporto personale con Dio in mezzo alle sofferenze, diventa capace di sopportare la croce e di andare oltre la ragione, perché Dio è con lui.

CONCLUSIONE

Gli scritti antichi stabiliscono un perfetto accordo tra bene spirituale e bene fisico, lunghezza della vita, ricchezza, numero dei figli e altro ancora, ma quanto più ci si avvicina al cristianesimo tanto più tale sintonia si dimostra effimera. È richiesta una conversione, un cambiamento di atteggiamento: il libro sacro esige una fede per cui l’uomo non chiede conto a Dio di quello che fa, ma si rimette totalmente a lui; certamente l’azione di Dio non potrà essere contraria alla giustizia e al bene.

Giobbe si avvicinò dell’albore proibito (Gn 3,6), richiamando il diritto di contestare la sapienza delle reazioni divine, dichiarando possedere un criterio a cui le opzioni di Dio dovrebbero sottomettersi. Questa pretensione umana alla totale conoscenza, Dio aveva l’obbligo di rigettare. E lo fa con serenità, con abilità e umorismo sufficienti per cancellare l’angoscia del cuore di Giobbe.

La verità di Giobbe è che non esiste risposta al drammatico interrogativo della sofferenza, almeno secondo le coordinate umane che entra in crisi perché si scontra con i propri limiti. Al termine del suo percorso, Giobbe non trova una spiegazione razionale all’esistenza del male, ma ritrova la fede: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi Ti hanno visto!» (Gb 42,5). Infatti, il problema di Giobbe è quello della fede espresso nella vita morale, la morale sola non permette l’uomo di capire la sofferenza dell’uomo, questo richiama la fede come quella di Giobbe che, alla fine, accetta la volontà di Dio.

Giobbe supera la teoria retributiva di “delitto-castigo” e “bene-premio”, lo schema razionale della fede. Giobbe è il credente che vuole avere la certezza di che Dio lo ascolta e si fa vicino, anche se non possa capire il perché della sofferenza. Giobbe scoprì il vero Dio che si manifesta nella sua creazione e, anche attraverso di essa, manifesta la sua Onnipotenza e provvidenza, tutto governa e dispone con amore e non è impotente di fronte al male, anch’esso c’è un proposito.

Lo spirito umano deve trasporre la distanza tra l’affermazione della provvidenza e quella della giustizia de IHWH. Ma Dio vuole che Giobbe la superi tramite la fede. Soltanto la fede nella coerenza divina in tutti i suoi livelli potrà scoprire la logica di IHWH. È come si Dio gli dicessi: “Se ormai conoscesti i tuoi limiti per mezzo delle domande che il mio universo ti pone, a fortiori, Giobbe, tu dovrà rispettare il mistero della mia azione nella tua vita”.

La questione centrale dell’opera non è il male di vivere ma il come poter credere e in quale Dio credere nonostante l’assurdo della vita. Contro il razionalismo della teoria retributiva, contro il razionalismo teologico degli amici, Giobbe ribadisce la necessità del temere Dio per nulla (Gb 1,9), cioè della gratuità della fede, e l’esigenza del ‘vedere attraverso un’autentica esperienza di fede (cf. Sal 73, 17).

Forse, come lettori, rimaniamo scettici e perplessi davanti questo dramma. Conosciamo il discorso di Dio, come Giobbe, però, sappiamo meno che Giobbe, perché non abbiamo sentito e visto Dio. Ecco la differenza che lascia Giobbe consolato e il lettore scettico. Giobbe però, aprì la via della fede e della speranza perché si possa passare del De Deo all’Ad Deum. Questo libro ci invita a non fermarci nella rivolta, ma alla saggezza.

Da cristiani, sappiamo bene che sarà Gesù a manifestare il supremo amore di Dio all’uomo prendendo su di sé la sofferenza. La sua vita, morte e risurrezione, come la vita di Giobbe gli è stata figurata, indica che per il cristiano la risposta al problema del dolore è, come per Giobbe, l’incontro con Dio. Il cristianesimo non elimina la sofferenza, ma fa cambiare prospettiva. In Cristo, risorto dalla morte, l’uomo impara ad accettare il dolore e anche ad amarlo, perché è la via che si configura a Cristo. Più lontano dei discorsi di Dio nel libro di Giobbe, Dio incarnato, il logos assume la sofferenza umana per liberarci.

Alla fine, possiamo rispondere alla domanda iniziale su come accettare francamente e lucidamente la presenza di un dolore ingiusto da una parte, e tuttavia continuare a credere nell’amore di Dio dall’altra dicendo che la fede consiste in credere nella presenza del Dio amore anche se tutto sembra l’opposto. Il risultato è la percezione che i ragionamenti si poggiano nella sapienza che procede per via dell’esperienza e della ricerca della presenza di Dio.

Anevair José da Silva

Mestrando em Teologia pelo Istituto Superiore Di Teologia Morale, Accademia Alfonsiana, Pontificia Università Lateranense

NB Non incluse le note del testo.

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Questa voce è stata pubblicata il 01/10/2018 da in ITALIANO.

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