COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Commento al libro di GIOBBE

XXVI Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

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Giobbe 2

Libro di Giobbe
Commento alla lettura quotidiana

Giobbe 1

Giobbe è “un uomo integro e retto, che ha il timore del Signore e si astiene dal male” (1). Quest’uomo era “il più grande fra tutti i figli d’Oriente” (3). La sua vicenda si svolge fuori dalla Terra data dal Signore a Israele. Il racconto vuole dunque parlare al cuore dell’uomo, di ogni uomo, indipendentemente dalle sue appartenenze. Giobbe è un uomo felice perché possiede moltissimi beni. Dio infatti ha posto attorno a lui “una siepe” onde gli sia evitato ogni male (10). Nasce una domanda: vive Giobbe nel vero “timore di Dio”? E’ una domanda che Giobbe non aveva affrontato direttamente e, in genere, nemmeno noi! Ma “Satana (diavolo)”, cioè l’Avversario che vuole infangare l’opera di Dio mettendo in discussione che l’uomo sappia tenere con lui un rapporto “retto” cioè totalmente gratuito, il Satana dunque dà il via alla “grande prova”: vediamo se Giobbe serve Dio “gratis”, per amore! Allora a Giobbe viene tolto il bene dell’agricoltura (15-16), del commercio (17) e dei figli (19). Sono tutti beni o “doni” del Signore. Se il Signore “ha dato”, dice Giobbe, il Signore può anche togliere: sia benedetto il nome del Signore (21). In questo Giobbe non peccò, cioè non se la prese con Dio dandogli delle colpe! (22).

Giobbe 2

Distruggere Giobbe senza una ragione, per niente, “gratis”! (3). La scommessa tra Dio e Satana era questa: Vediamo se Giobbe serve Dio “gratis”! Dio allora è spinto da Satana a distruggere Giobbe senza una ragione, “gratis”! Nasce di qui tutta la “prova” raccontata nel libro di Giobbe. Non c’è dunque una motivazione “logica” in quello che capita a Giobbe (sarà questo invece il pensiero portato avanti in modo esasperante dai suoi tre amici). La vita di Giobbe entra nella fase più “provata”. Dopo la sottrazione dei beni, egli viene “colpito/piagato” nella sua vita personale: ossa e carne (5). I suoi tre amici vengono a fare “lutto su di lui” considerato ormai come morto (essendo colpito/impuro). “Grande era il suo dolore” (13). Ma Giobbe “non peccò con le sue labbra” (10). Cioè, non dichiarò Dio “colpevole” di quello che gli stava infliggendo. Resta però la domanda lancinante: Perché Dio agisce così? Darà egli “ragione” di quello che sta provocando? E’ questo che Giobbe vuole “sapere”. In realtà egli “non sa” … per questo incomincia a parlare. Ma le sue parole sono di uno che “non sa” … (42,3).

Giobbe 3

Giobbe accetta da Dio anche il male (2,10), ma “non sa”, cioè non gli è dato conoscere “la ragione” di quello che sta succedendo. L’avvio del capitolo terzo suggerisce che è il prolungamento della sua situazione di dolore a portarlo a questa amara decisione: Non voglio più vivere. O meglio: Non fossi mai nato! (3). Giorno e notte, stelle e luce, babbo e mamma … i grandi doni della bontà di Dio vengono “maledetti” e non più benedetti (Genesi 1). Giobbe vorrebbe non essere mai stato. “Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore?” (20). Continua: “ … ad un uomo la cui via è nascosta” (23). Intende dire: Perché venire al mondo se poi non conosco il senso (“via nascosta”) del mio esistere? Non è forse Dio stesso che mi nega tutto ciò? (23).

Giobbe 4-5

Dice Elifaz, il primo amico che replica. Come si fa a tacere di fronte a quello che dici? Tu sei depresso! Una volta eri tu che insegnavi agli altri, ora la sventura è toccata a te (4,5). Perché? Prova a pensare alla tua vita: se sei caduto nella depressione è perché non hai più l’antica integrità e il timore del Signore (4,6-7). D’altra parte, “può il mortale essere giusto davanti a Dio?” (4,17). Quindi, a Dio devi rivolgerti. Sappi che è proprio lui che ti sta “correggendo” (5,17). Quanto tu hai insegnato agli altri, quanto noi abbiamo appreso da una parola notturna, da un “silenzio” (4,16) …e cioè che Dio rialza il misero, ebbene ora “ascoltalo tu e applicalo a te!” (5,26).

Giobbe 6-7

Replica Giobbe. La mia pena è grande, per questo le mie parole sono sconnesse e confuse (6,3). Non ce la faccio più! Morirò nell’angoscia senza pietà (di Dio!), ma io non ho rinnegato le sue parole (6,10). Almeno voi amici dimostrate pietà verso di me (6,14). Tutti mi hanno abbandonato. Come fate a trovare peccato nelle mie parole? Provatemelo! Non ho forse ragione? (6,24ss). Credetemi: la mia giustizia c’è ancora tutta (6,29). Però a me sono “toccati in eredità” (!) giorni e notti di dolore (7,1ss). Sono un soffio. Che almeno possa aprire la bocca, lamentarmi nell’amarezza della mia vita. Io non vivrò in eterno. E allora, Dio, lasciami vivere bene i miei pochi giorni. Perché mi stai appresso, mi scruti e non mi lasci nemmeno respirare? Se anche avessi peccato, perché mi bersagli così? (7,20). Piuttosto, cancella il mio peccato e lasciami vivere in pace quel po’ di vita che mi resta (7,21).

Giobbe 8

Interviene un altro amico, Bildad. Le tue parole, Giobbe, fanno solo del chiasso, come vento impetuoso. Dio non cambia il suo modo di agire (suo diritto) per te, per la tua bella faccia! Se i tuoi figli sono morti, è segno che hanno peccato (1-4). E tu, cerca di essere puro e integro, vedrai che il Signore ti sarà nuovamente vicino (6). Prova a interrogare il passato, a riflettere sulle nostre tradizioni. Dicono che se uno dimentica Dio (13) è come una pianta di papiro che pretenda di crescere fuori dall’acqua. Se tu non vivi più nell’acqua della tua giustizia, come pretendi che Dio sia con te e ti faccia crescere? Tu lo sai bene: “Dio non rigetta l’uomo integro e non sostiene la mano dei malfattori” (20). Tira allora le tue conclusioni.

Giobbe 9-10

Dice Giobbe. Chi non sa che Dio “non rigetta mai l’uomo integro”? Chi non sa che non si può aprire un contenzioso con lui? (9,3). Dio ha sempre ragione (9,20). Con lui non si può avere “dibattimento”. Ci vorrebbe una arbitro tra i due contendenti (9,33). Ma l’arbitro non c’è, anzi l’arbitro è lui stesso! L’unica mossa da fare è chiedere pietà (9,15). Posso soltanto “lamentarmi”, sfogare il mio dolore, continuare a chiedere ragione del perché mi assilla, mi scruta, mi getta nella povere, pur sapendo che sono innocente. Eppure Dio mi ha creato per amore! O … è per altro motivo che mi ha fatto vedere la luce? (10,8-13). Perché mi mette alla prova “gratis”, senza una ragione che io possa comprendere? Certo, Dio non mi “deve” una risposta! Allora io continuo a dire: perché mi hai fatto nascere? (10,18). “Lasciami, che io respiri un poco” (10,20), poi venga pure la morte!

Giobbe 11

Parla il terzo amico, Zofar. Giobbe è l’uomo delle parole, è un ciarlatano! Crede d’aver ragione perché parla molto! E cosa dice di spropositato? “Io sono innocente davanti a Dio” (4). E se si mettesse a parlare Dio stesso? Ti direbbe che con quello che ti ha mandato di mali, egli ha inteso “saldare” soltanto una parte delle tue colpe (5ss). Cosa vuoi o cosa pretendi di sapere riguardo alle scelte di Dio! (7ss). Piuttosto “dirigi il tuo cuore a Dio” (13), prega, purificati dal male che hai fatto e vedrai che Dio sarà con te: ti sentirai sicuro e ti riposerai tranquillo (18ss).

Giobbe 12,1-13,12

Parla Giobbe. Tutta la scienza di Dio è con voi, e con voi morirà! No, non morirà certamente. Anch’io ho intelligenza (cuore) e ve lo dimostro riprendendo per filo e per segno la vostra “bella lezione”! Sì, Dio sa tutto e può far tutto (12,5-25). Questo l’ho visto anch’io, l’ho udito e l’ho appreso (13,1). Non dunque con voi che voglio parlare. Voglio parlare e discutere con Dio, l’Onnipotente (13,3). Ho pronta la mia “querela” e la mia difesa (13,6). Non sarete voi a difendere Dio, anche se vi costituite suoi avvocati (13,8). Ma come farete? Se Dio vi scruta, certamente vi redarguirà (13,10). Come potrete essere suoi difensori? Le vostre sentenze sono “cenere”, le vostre difese “argilla” (13,12). Il vostro “castello” di difesa non sta proprio in piedi davanti a Dio!

Giobbe 13,13-14,22

Voglio difendere la mia vita coi denti, costi quel che costi! Voglio mettere davanti a Dio la mia condotta. Lo so che non ho speranza: alla fine egli mi ucciderà, vincerà nel dibattimento. Ma almeno ho potuto parlare con lui, e questo sarà per me salvezza. Potrebbe infatti un empio parlare con lui? (13,13-16). Io so che sarò riabilitato (13,18), a condizione però che possa parlare in una situazione di pace: che Dio la smetta di pesare su di me con la sua mano. Inizia la difesa di Giobbe. Perché mi nascondi la tua faccia? Perché mi tratti come un nemico? Perché vai a scavare gli errori della mia giovinezza? Sono una foglia dispersa dal vento, mi consumo come legno tarlato. E tu, Dio, chiami a giudizio un essere così fragile? (14,3). Ma lascialo in pace, perché non c’è speranza per lui di ritornare in vita (14,7-12). Dà una misura, un limite alla tua “ira”. Se l’uomo ritornasse in vita! Accetterei tutto, aspetterei tutti i giorni della mia povera vita (14,14). Sarà così? Sarebbe bellissimo: allora “impallidiresti d’amore” per la tua creatura (14,15). Ma ora la mia vita è dura, dal momento che stai misurando i miei peccati, li stai sigillando come in un sacchetto. E pesano tanto! Se tu non li dimentichi, io non potrò avere speranza (14,16-22).

Giobbe 25-27

Per bocca di Bildad ritorna la provocazione di sempre: “Come può un uomo essere giusto davanti a Dio?” (25,4). L’uomo infatti è un verme! In un primo momento Giobbe sembra non ascoltare la provocazione. Con linguaggio sapienziale egli stesso canta le grandezze di Dio, o meglio, le sue scelte/vie, cioè le sue opere. Di esse noi vediamo soltanto “i margini”, ne sentiamo “il sussurro”. Ma se Dio “tuonasse”, se manifestasse a pieno la sua potenza, cosa succederebbe? (26,14). Ritorna poi sul cuore del problema e dice. Dio mi ha privato del mio diritto e ha amareggiato la mia vita, mentre io sono sempre rimasto integro davanti a lui. La coscienza non mi rimprovera nulla (27,1-6). Sia l’empio (e non io!) a subire il giudizio di Dio (27,13). La fortuna dell’empio infatti durerà poco (27,14-23).

Giobbe 28

Continua a parlare Giobbe. Certamente c’è un disegno di Dio, c’è una sapienza che guida il mondo e gli uomini. Ma come scoprire la sapienza? Dove abita? Qual è il suo “luogo”? Per le grandi capacità espresse dall’uomo si sa dove si trovano i metalli preziosi (28,1-11), eppure “là” non si trova la sapienza. L’uomo conosce tutto, ma non conosce la via della sapienza, cioè il senso delle cose e della sua stessa vita (28,12.20). L’abisso, il mare, l’inventiva umana … dicono: “La sapienza non è in me, non è presso di me” (28,14). Dov’è allora la sapienza? “Dio soltanto conosce la via, egli soltanto conosce il luogo” (28,23). Dio soltanto (l’uomo no!) è sapiente ed esercita sapienza quando ordina splendidamente l’universo. Questa sapienza Dio non la trattiene gelosamente per sé, anzi la dona all’uomo. Come? Indicandone “la via”. E la via per avere in eredità tale dono è “il timore del Signore”. Il timore non è la paura di Dio, ma l’allontanarsi dal male e la ricerca rinnovata di venirne fuori (28,28).

Giobbe 29-30

Gli amici di Giobbe sono ormai ridotti al silenzio. Il dialogo/scontro ora è tra Giobbe e Dio stesso! Le parole di Giobbe sono accorate. Potessi ritornare al tempo in cui Dio “era con me” (29,5). Tempo non solo di fortuna personale, ma di aiuto al povero, di consolazione al misero, di paternità verso tutti, di guida spirituale per il popolo (29,5-25). Tempo benedetto! Ora invece Dio “è contro di me” (30,1ss). Mi ha tolto la forza, mi ha abbattuto (30,11) sicché tutti lavorano per mandarmi in rovina (30,12). Ora io stesso sono distrutto “dentro” e così sono diventato “polvere e cenere” (30,19). Grido forte, ma tu non rispondi. Davvero tu sei “contro di me” (30,21). Ho capito che piano piano “mi conduci alla morte” (30,23). Aspettavo da te una “ricompensa” diversa per tutto quello che ho fatto di bene! “Aspettavo il bene ed è venuto il male” (30,26).

Giobbe 31

L’arringa finale di Giobbe è puntuale e convincente. Espressa sotto forma di giuramento, recita così: “se ho fatto la tal cosa … mi succeda questo grande male!”. Ecco dunque la sua difesa. Non ho agito con falsità (5). Non sono andato fuori strada nella mia condotta, non sono stato avido di beni e non ho intrigato per averli (7). Non sono stato adultero (9). Ho agito con equità verso i miei servi (13). Ho sempre aiutato i poveri, anzi ho condiviso la mia vita con loro (16). Nei tribunali ho difeso l’innocente, fosse anche povero (21). Non ho goduto dei miei beni al punto da farne il mio dio e la mia sicurezza (24). Non ho mai rinnegato Dio seguendo culti illeciti (26). Non ho gioito della disgrazia del mio nemico (29) e non ho mandato imprecazioni contro di lui (30). Sono stato ospitale: ho dato cibo e alloggio al povero (31-32). Non ho mascherato la mia colpa, chiuso nel mio orgoglio di clan, come di solito succede (33). Ho rispettato le leggi della Terra e ho pagato chi la lavorava (38). Ho finito … e ci metto la firma! Ecco, ora tocca all’Onnipotente rispondere (35). Scriva le sue accuse. Sono certo di poter andare in giro, fiero del verdetto di vittoria! Qui finiscono le parole di Giobbe (40).

Giobbe 32-33

I tre amici cessarono di replicare a Giobbe. Ha vinto lui: è lui il giusto, e non Dio! (32,1-2). Si comprende allora lo sdegno di Eliu sia contro Giobbe che si proclama giusto, sia contro i tre amici che non erano riusciti a “inchiodarlo” ed erano rimasti senza parole (32,2-5.12). Eliu, più giovane dei tre “saggi” che hanno tanto parlato, è pieno di “spirito” (32,18). Prende la parola a lungo (3237). Parla da amico, anche lui fatto di terra (33,6). Giobbe, tu non hai ragione! Ti dico che Dio è più grande dell’uomo (33,12). Dici che Dio non ti parla? In realtà ti parla. Lo fa nel sogno per ammonirti (33,15), lo fa col dolore e la malattia (33,1922), lo fa quando tu lo supplichi (33,23ss), quando chiedi di essere perdonato e liberato da morte (33,27). Ecco, Dio fa così con l’uomo e lo fa sempre. Parla e interviene “per sottrarre l’anima sua dalla fossa e illuminarla con la luce dei viventi” (33,29-30).

Giobbe 34-35

Cerchiamo cos’è il bene (34,4). Giobbe ha detto: Io sono giusto e Dio mi fa torto (34,5). Ha detto ancora: Non giova all’uomo essere in grazia con Dio (34,9). No, dice Eliu, Dio non condanna un giusto (34,11). Il Giusto e il Potente potrebbe mai governare il mondo contro la stessa giustizia? Ma se Dio tace, se Dio non mostra la sua faccia (34,29) gli si può dire: Mostrami il tuo modo di giudicare, mostrami le tue scelte? (34,31s). Questo modo di parlare è “senza sapienza”, anzi è da “uomo empio” (34,36) che aggiunge al peccato anche la ribellione (34,37). Dio non ha alcun interesse se sei giusto, e non ha alcun danno se tu sei iniquo (35,6-7). Quindi non devi fartela con Dio! Guarda a te stesso e riconosci, per te stesso e in te stesso, che le cose non stanno così. Prendi atto della tua colpa, che è un parlare di Dio in modo “vano e senza conoscenza” (35,16).

Giobbe 36-37

C’è altro da dire in favore di Dio (e contro di te!). Dio è grande! Non lascia vivere l’iniquo, ma rende giustizia ai miseri (36,5s). Se a volte le cose vanno male al giusto, è perché Dio lo vuole correggere allontanandolo dall’iniquità in cui era caduto (36,10). Smetti dunque di parlare in modo empio! A che serve il tuo grido? (36,17ss). “Non volgerti all’iniquità, poiché per questo sei stato provato dalla miseria” (36,21). Dio è grande! Come possiamo pensare di conoscerlo veramente? Guida i popoli e l’universo in modo meraviglioso. Come possiamo pensare di comprendere il suo agire? (37,5). Giobbe, ascolta e considera le meraviglie di Dio (37,14). Cosa sei tu? Cosa conosci? Cosa vuoi insegnare? Puoi forse aiutare Dio nella conduzione del mondo? Giobbe, sta per arrivare la luce! Se il vento spazza le nuvole, tu vedrai la luce. Ricordati: Dio non opprime nessuno e non fa ingiustizia. Cerca di avere il timore di Dio e diventa saggio nel cuore (37,14-24).

Giobbe 38-39

Finalmente viene la “risposta” di Dio! (38,1). E’ la risposta di un Dio infinitamente “lontano”, infatti parla “avvolto nella tempesta”. Nello stesso tempo però è un Dio amorevolmente “vicino/presente” attraverso la cura quotidiana del creato. Secondo lo stile letterario orientale, la risposta è fatta di continue “interrogazioni”. Dio “tace” sui problemi messi in campo da Giobbe. In questo, la sua risposta “delude”. Piano piano, però, porta Giobbe (e ogni uomo) “oltre”: fuori dalle sue domande irritate e dalle sue pretese di autogiustificazione, per porlo su un piano diverso, quello del vero “ascolto”, cioè della “visione/contemplazione” di Dio. Solo chi “vede” trova pace. Dice dunque Dio. Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, dal momento che hai tanta intelligenza (38,4). Hai forse creato tu il mondo? E ora hai un qualche potere su di lui? Hai in tasca la sapienza? E della forza della morte, cosa sai? Certo, tu sai tutto! Allora, rispondi! E cosa dire del mondo delle mie creature? Dov’è il tuo dominio sugli animali? Guarda l’asino selvatico (39,5), il bufalo (39,9), lo struzzo (39,13) … Sono gli animali più stupidi, ma sono abbastanza furbi da sfuggire al tuo controllo. E il cavallo che ti dà di vincere in battaglia! Sei tu che gli dai forza? (39,19). Vedi quanti animali ti sfuggono e se la ridono della tua conoscenza e del tuo potere? (39,26-30).

Giobbe 40-41

Ha ancora qualcosa da obiettare il contestatore dell’Onnipotente? (40,2). No, risponde Giobbe. “Io non conto niente, non posso risponderti, anzi, mi tappo la bocca. Ho parlato troppo!” (40,4). E’ un’ammissione di sconfitta, che però non dà ancora vera pace. Riprende Dio. Vuoi proprio farmi passare per malvagio, mentre tu saresti il giusto? (40,8). Oltre a non avere la conoscenza (38-39), tu non hai la potenza. “Hai tu un braccio come quello di Dio e puoi tuonare con una voce pari alla sua?” (40,9). Guarda la forza bruta, impersonata dall’ippopotamo. Che ci puoi fare tu con la tua sola forza? (40,15-24). Guarda anche il Leviatan, mostro marino. “Nessuno sulla terra è pari a lui” (41,25). Esso è pura potenza: la perfezione della forza orgogliosa. Nessuno può resistergli sulla terra. E tu, che non puoi resistere ai questi “mostri”, vorresti resistere a me? Solo io posso loro resistere e domarli definitivamente. Solo io sono signore dell’universo e di quanto contiene. Perché non capisci? Perché non “vedi” tutto questo? Perché non abbandoni la prova di forza con me? Perché non ti fidi, tu che sei debole e pieno di paure?

Giobbe 42

Ora riconosco (dice Giobbe) e per questo “ho la conoscenza” che tu puoi tutto quello che vuoi. E quello che vuoi è meravigliosamente al di sopra e al di là della mia conoscenza e della mia potenza. Come si può dunque denigrare la tua volontà? Lo potrebbe fare uno che “non ha la conoscenza”. Io stesso ho agito così e mi sono addentrato in cose che vanno soltanto “viste/contemplate”. Io invece le volevo “conoscere da me stesso e per me stesso” per esserne il sicuro e tranquillo possessore. Attraverso l’ascolto di quello che mi hai detto sono arrivato a “vedere te”: “I miei occhi (finalmente!) ti hanno visto!” (42,5). Ora io stesso ti ho visto, ora ho fatto esperienza di te, ora sono in comunione con te (42,5). Smetto di contestare, mi pento. Accetto la mia situazione di miseria, ridotto a “polvere e cenere”. Solo così trovo pace (42,6). Gli amici di Giobbe sono usciti sconfitti dalla disputa (42,7). Giobbe invece è chiamato “mio servo” (42,8), cioè uno che ascolta e vive in comunione col suo signore. Proprio nella sua solitudine di “maledizione” e nella sua grande prova diviene intercessore per i suoi amici e per tutti (42,9). Per questo Dio “cambiò la sorte misera di Giobbe” (42,10). Allusione alla liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù di Babilonia per opera del “servo del Signore”? Allusione (per noi cristiani) alla morte e risurrezione di Gesù?

http://www.parrocchiadibazzano.it

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Questa voce è stata pubblicata il 02/10/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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