COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Il Santo della settimana: San Francesco d’Assisi

4 ottobre
San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia

san_francesco_00018Francesco nacque ad Assisi nel 1182, nel pieno del fermento dell’età comunale. Figlio di mercante, da giovane aspirava a entrare nella cerchia della piccola nobiltà cittadina. Di qui la partecipazione alla guerra contro Perugia e il tentativo di avviarsi verso la Puglia per partecipare alla crociata. Il suo viaggio, tuttavia, fu interrotto da una voce divina che lo invitò a ricostruire la Chiesa. E Francesco obbedì: abbandonati la famiglia e gli amici, condusse per alcuni anni una vita di penitenza e solitudine in totale povertà. Nel 1209, in seguito a nuova ispirazione, iniziò a predicare il Vangelo nelle città mentre si univano a lui i primi discepoli insieme ai quali si recò a Roma per avere dal Papa l’approvazione della sua scelta di vita. Dal 1210 al 1224 peregrinò per le strade e le piazze d’Italia e dovunque accorrevano a lui folle numerose e schiere di discepoli che egli chiamava frati, fratelli. Accolse poi la giovane Chiara che diede inizio al secondo ordine francescano, e fondò un terzo ordine per quanti desideravano vivere da penitenti, con regole adatte per i laici. Morì nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1228. Francesco è una delle grandi figure dell’umanità che parla a ogni generazione. Il suo fascino deriva dal grande amore per Gesù di cui, per primo, ricevette le stimmate, segno dell’amore di Cristo per gli uomini e per l’intera creazione di Dio.


Come da una soglia – S. Francesco d’Assisi

Don Antonio Savone

Vorremmo, se fosse possibile, contemplare come da un soglia e intravedere ciò che è accaduto quella sera alla Porziuncola ma ancor più ciò che era accaduto nell’avventura umana di Francesco, nostro fratello di Assisi. Vorremmo raccogliere quasi il suo testimone, come Eliseo il mantello del profeta Elia, per riuscire a varcare la soglia di Francesco anche solo di un passo, per non rimanere soltanto degli spettatori stupiti. Quello che vorremmo chiedere a Francesco, è di farci dono del suo sguardo e del suo cuore. Sguardo riconciliato e cuore magnanimo.

Alla fine della vita, nel suo Testamento, Francesco, aperto il suo cuore, si lascia andare a un racconto altamente evocativo che tradisce una consapevolezza che lo ha sempre abitato: Dio gli è venuto incontro e gli ha dato innumerevoli opportunità che lui ritiene grazia e dono. Il Testamento, infatti, è tutto un inno alla gratuità di Dio e al suo rivelarsi continuo nel corso della sua vita riletta come un dono divino. Un invito a fidarsi di Dio.

Dietro Francesco un Padre a cui dare fiducia: per questo il Vangelo può essere assunto sine glossa. Per una fiducia ricevuta e ricambiata.

Il Padre è per Francesco una sorta di luogo segreto che lo porta a vivere ciò che ha scelto e a condividere ciò che egli ha sperimentato. Noi non sappiamo che cosa sia realmente accaduto in questo luogo segreto ma possiamo intravedere quello che lì ha compreso a partire da alcune sue affermazioni. È Dio che gli rivelò… Dio che lo condusse… Dio che gli chiese… Dio gli concesse… Dio gli dette la grazia di… Dio lo condusse tra i lebbrosi… Dio gli diede dei fratelli… Dio, dietro ogni cosa della vita di Francesco. Deus meus et omnia, tutto è Dio per Francesco: tu sei ogni nostra ricchezza a sufficienza, ripeterà alla Verna. Vivo e comunicativo è il Dio di cui Francesco fa esperienza, un Dio che sempre di più lo coinvolge fino a conformarlo a sé.

Il Signore ha dato… è il ritornello che soggiace a tutto il Testamento come un gesto di restituzione.

L’incontro con un Dio personale capovolge tutto della sua esistenza introducendolo in un diverso modo di guardare ogni cosa. Gli viene chiesto di fidarsi di Dio, soprattutto quando tutto sembra buio e oscuro, come era accaduto ad Abramo: Dio provvederà. Solo la fiducia e l’abbandono in questo Dio imprevedibile gli farà vivere un viaggio che ha nulla di predeterminato, tutto ancora da scrivere. E l’avventura nella quale Francesco accetta di entrare appare come una sorta di scommessa. Si butta non perché sia sicuro di dove andrà a parare ma perché si fida di chi glielo chiede. E così Francesco abbandona la preoccupazione di garantirsi. A mettere in moto i suoi passi non sarà tanto la consapevolezza di riuscirci ma la fiducia accordata a chi gli si è rivelato.

Una biografia, quella di Francesco, composta non da date ma da avvenimenti a partire dai quali egli si era sentito guardare da Dio. Uno sguardo interiore che lo accompagnerà sempre e sempre si sentirà come all’interno di una relazione in cui rivolgersi dando del Tu a Dio.

La conversione stessa non si realizza a partire da un confronto di valori, di idee, progetti, ma a partire dall’incontro con un Tu. Un incontro che non avviene in una radicale solitudine ma a contatto con la realtà e con gli elementi che la compongono: gli altri, la natura, i conflitti, le tensioni, l’amore, l’allegria, le paure, la stessa morte… Tutto assurge a luogo e opportunità di rivelazione. Tutto del reale (dagli uomini alle cose agli avvenimenti) è un interlocutore valido per lui: de te Altissimo ha significatione. Aperto a tutti gli uomini e a tutti gli esseri per arrivare con loro e attraverso di loro al suo Signore.

Un Dio quotidiano, domestico quello incontrato da Francesco. Solo dopo averlo riconosciuto nella trama dei suoi giorni feriali gli apparirà chiara la voce del Crocifisso di San Damiano.

Quell’incontro riconosciuto e accolto lo porterà alla scoperta del tu del povero e soprattutto del lebbroso, vale a dire a dare diritto di cittadinanza nella sua vita a tutta la dimensione del vulnerabile, dell’indifeso, del marginale, dell’irrilevante. È il Tu di Dio che lo rende capace di ospitalità nei confronti del tu dell’altro emarginato.

Aiutaci, Francesco, a rinnovare il nostro credito di fiducia nei confronti di Dio perché riusciamo ad allargare lo spazio della nostra tenda imparando così ad ospitare quanto a tutta prima sentiamo inospitabile.

http://acasadicornelio.wordpress.com/


I suoi scritti

San Francesco d'Assisi Patrono d'Italia 2San Francesco ha lasciato diversi scritti, ma non ha mai fatto lo scrittore per professione. Ha piuttosto scritto per necessità o per zelo apostolico: infatti scrive per trasmettere le disposizioni legislative, per esortare e consigliare i frati ed i fedeli, per lodare Dio. Spesso ci si meraviglia di fronte al numero dei suoi scritti, perché egli stesso più volte si dice ignorante, semplice ed idiota; la meraviglia aumenta se si pensa che il contemporaneo San Domenico, uomo di cultura e fondatore di un ordine colto, non ha lasciato alcuno scritto di rilievo.

Per quanto riguarda la lingua si sa che San Francesco, sia nella vita che nella predicazione, si serviva normalmente della lingua del popolo, che conosceva meglio del latino; sappiamo per esempio che nel 1213 a San Leo predica in volgare sul tema: “Tanto è quel bene ch’io aspetto, che ogni pena m’è diletto”.

Nonostante ciò tutti i suoi scritti, ad eccezione del “Cantico delle creature” e del “Cantico per le clarisse”, sono in latino: si può pensare che si sia adattato al latino, per garantire una maggiore diffusione, dal momento che le numerose lingue volgari erano conosciute in un cerchio molto ristretto.

San Francesco sapeva scrivere, cosa non frequente ai suoi tempi, come dimostrano gli autografi che ancora possediamo; preferisce però dettare, piuttosto che scrivere personalmente, e pur esigendo fedeltà nel riportare il pensiero, lascia libertà per quanto riguarda lo stile; si è inoltre servito di più segretari, ed è presumibile che abbia dettato in volgare anche quanto ci è giunto in latino.

Lodi e preghiere

Un’altra parte molto importante degli scritti di San Francesco è costituita dalle lodi e dalle preghiere.

Saluto alla Beata Vergine Maria

Il “Saluto alla Vergine” documenta il tipo di preghiera estatica nelle lunghe soste oranti alla Porziuncola.

Ave, Signora, santa regina
santa Madre di Dio, Maria
che sei vergine fatta Chiesa.
ed eletta dal santissimo Padre celeste,
che ti ha consacrata
insieme col santissimo suo Figlio diletto
e con lo Spirito Santo Paraclito;
Tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia
e ogni bene.
Ave, suo palazzo,
ave, suo tabernacolo,
ave, sua casa.

Ave, suo vestimento,

ave sua ancella,

ave sua Madre.

E saluto voi tutte, sante virtù,

che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo

venite infuse nei cuori dei fedeli,

perché da infedeli

fedeli a Dio li rendiate.

Lodi di Dio Altissimo

Le “Lodi di Dio altissimo”, autografe, possono essere considerate come il cantico di Dio, frutto dell’esperienza mistica de La Verna; risalgono al settembre del 1224, dopo l’impressione delle stimmate, come precisa la rubrica dell’autografo; di esse parla anche il Celano (II Cel. 49).

Tu sei santo, Signore, solo Dio,

che operi cose meravigliose.

Tu sei forte,

Tu sei grande,

Tu sei altissimo,

Tu sei re onnipotente,

Tu, Padre santo, re del Cielo e della Terra.

Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dèi,

Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene,

il Signore Dio vivo e vero.

Tu sei amore e carità,

Tu sei sapienza,

Tu sei umiltà,

Tu sei pazienza,

Tu sei bellezza,

Tu sei mansuetudine,

Tu sei sicurezza,

Tu sei quiete.

Tu sei gaudio e letizia,

Tu sei nostra speranza,

Tu sei giustizia,

Tu sei temperanza,

Tu sei tutta la nostra ricchezza a sufficienza.

Tu sei bellezza,

Tu sei mansuetudine.

Tu sei protettore,

Tu sei custode e nostro difensore,

Tu sei fortezza,

Tu sei refrigerio.

Tu sei la nostra speranza,

Tu sei la nostra fede,

Tu sei la nostra carità.

Tu sei tutta la nostra dolcezza,

Tu sei la nostra vita eterna

grande e ammirabile Signore,

Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

Cantico delle creature (testo in italiano)

Il “Cantico delle creature”, scritto in volgare ed intenzionalmente in poesia, è al tempo stesso sublime preghiera ed altissima lirica; è il grido dell’anima di Francesco e del suo cuore innamorato di Dio e delle creature. La prima parte fu composta a San Damiano nella primavera del 1225 (K. Esser afferma che fu composta nell’autunno del 1225), le altre due parti nell’agosto e nel settembre del 1226. È il testo poetico più antico della letteratura italiana che si conosca. La melodia composta da Francesco si è persa.

Altissimo, onnipotente, buon Signore

tue sono le lodi, la gloria e l’onore ed ogni benedizione.

A Te solo, Altissimo, si confanno,

e nessun uomo è degno di Te.

Laudato sii, o mio Signore, per tutte le creature,

specialmente per messer Frate Sole,

il quale porta il giorno che ci illumina.

Ed esso è bello e raggiante con grande splendore:

di Te, Altissimo, porta significazione.

Laudato sii, o mio Signore, per sorella Luna e le Stelle:

in cielo le hai formate limpide, preziose e belle.

Laudato sii, o mio Signore, per frate Vento e

per l’Aria, le Nuvole, il Cielo sereno ed ogni tempo

per il quale alle tue creature dai sostentamento.

Laudato sii, o mio Signore, per sorella Acqua,

la quale è molto utile, umile, preziosa e casta.

Laudato sii, o mio Signore, per frate Fuoco,

con il quale ci illumini la notte:

ed esso è robusto, bello, forte e giocondo.

Laudato sii, o mio Signore, per nostra Madre Terra,

la quale ci sostenta e governa e

produce diversi frutti con coloriti fiori ed erba.

Laudato sii, o mio Signore, per quelli che perdonano per amor tuo

e sopportano malattia e sofferenza.

Beati quelli che le sopporteranno in pace

perché da Te saranno incoronati.

Laudato sii, o mio Signore,

per nostra sorella Morte corporale,

dalla quale nessun uomo vivente può scampare:

guai a quelli che morranno nel peccato mortale.

Beati quelli che si troveranno nella tua volontà

poiché loro la morte non farà alcun male.

Laudate e benedite il Signore e ringraziatelo

e servitelo con grande umiltà.

Parafrasi del “Padre Nostro”

Il “Commento al Pater Noster” è stato lungamente discusso; ai nostri giorni è abitualmente ritenuto autentico e viene separato dalle lodi per ogni ora.

O santissimo Padre nostro: creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro.

Che sei nei cieli: negli Angeli e nei Santi, illuminandoli alla conoscenza, perché Tu, Signore, sei luce, infiammandoli all’amore, perché Tu, Signore, sei amore, ponendo la tua dimora in loro e riempiendoli di beatitudine, perché Tu, Signore, sei il sommo bene, eterno, dal quale proviene ogni bene e senza il quale non esiste alcun bene.

Sia santificato il tuo nome: si faccia luminosa in noi la conoscenza di Te, affinché possiamo conoscere l’ampiezza dei tuoi benefici, l’estensione delle tue promesse, la sublimità della tua maestà e la profondità dei tuoi giudizi.

Venga il tuo regno: perché Tu regni in noi per mezzo della grazia e ci faccia giungere nel tuo regno, ove la visione di Te è senza veli, l’amore di Te è perfetto, la comunione di Te è beata, il godimento di Te senza fine.

Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra: affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a Te; con tutta l’anima sempre desiderando Te con tutta la mente, orientando a Te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno.

Il nostro pane quotidiano: il tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi: in memoria, comprensione e reverenza dell’amore che Egli ebbe per noi e di tutto quello che per noi disse, fece e patì.

E rimetti a noi i nostri debiti: per la tua ineffabile misericordia, per la potenza della passione del tuo Figlio diletto e per i meriti e l’intercessione della beatissima Vergine e di tutti i tuoi eletti.

Come noi li rimettiamo ai nostri debitori: e quello che non sappiamo pienamente perdonare, Tu, Signore, fa’ che pienamente perdoniamo sì che, per amor tuo, amiamo veramente i nemici e devotamente intercediamo presso di Te, non rendendo a nessuno male per male e impegnandoci in Te ad essere di giovamento a tutti.

E non ci indurre in tentazione: nascosta o manifesta, improvvisa o insistente.

Ma liberaci dal male: passato, presente e futuro.

TESTAMENTO DI SAN FRANCESCO (1226)

san_francesco_00023Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza cosi: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.

E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

Poi il Signore mi dette e mi da una cosi grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue che essi ricevono ad essi soli amministrano agli altri.

E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. E dovunque troverò manoscritti con i nomi santissimi e le parole di lui in luoghi indecenti, voglio raccoglierli, e prego che siano raccolti e collocati in luogo decoroso. E dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e coloro che amministrano le santissime parole divine, cosi come coloro che ci amministrano lo spirito e la vita.

E dopo che il Signore mi diede dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelo che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò.

E quelli che venivano per abbracciare questa vita, distribuivano ai poveri tutto quello che potevano avere, ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro e fuori, del cingolo e delle brache. E non volevano avere di più.

Noi chierici dicevano l’ufficio, conforme agli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster; e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti.

Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onesta. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio. Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del Signore, chiedendo l’elemosina di porta in porta.

Il Signore mi rivelo che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia la pace! “.

Si guardino bene i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e quanto altro viene costruito per loro, se non fossero come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre ospitandovi come forestieri e pellegrini.

Comando fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque si trovino, non osino chiedere lettera alcuna (di privilegio) nella curia romana, ne personalmente ne per interposta persona, ne per una chiesa ne per altro luogo, ne per motivo della predicazione, ne per la persecuzione dei loro corpi; ma, dovunque non saranno accolti, fuggano in altra terra a fare penitenza con la benedizione di Dio.

E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di assegnarmi. E cosi voglio essere prigioniero nelle sue mani, che io non possa andare o fare oltre l’obbedienza e la sua volontà, perché egli e mio signore.

E sebbene sia semplice e infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico, che mi reciti l’ufficio, così come e prescritto nella Regola. E non dicano i frati: Questa e un’altra Regola, perché questa e un ricordo, un’ammonizione, un’esortazione e il mio testamento, che io, frate Francesco piccolino, faccio a voi, miei fratelli benedetti, perché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore.

E il ministro generale e tutti gli altri ministri custodi siano tenuti, per obbedienza, a non aggiungere e a non togliere niente da queste parole. E sempre tengano con se questo scritto assieme alla Regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole.

E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano spiegazioni nella Regola e in queste parole dicendo: “Cosi si devono intendere” ma, come il Signore mi ha dato di dire e di scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così cercate di comprenderle con semplicità e senza commento e di osservarle con sante opere sino alla fine.

E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell’altissimo Padre, e in terra sia ricolmato della benedizione del suo Figlio diletto col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i Santi. Ed io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. (Amen).

 Vedi
Fioretti di San Francesco

fonte: http://www.cappuccinivenezia.org

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Questa voce è stata pubblicata il 04/10/2018 da in ITALIANO, Santo della settimana.

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