COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXVII Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

XXVII domenica del tempo Ordinario (B) 
Mc 10,2-16

Michel D'anastasio, Elaborazione multimediale di scrittura calligrafica

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
(Letture: Genesi 2, 18-24; Salmo 127; Ebrei 2, 9-11; Marco 10, 2-16)

Un annuncio fatto in ginocchio
Commento di Enzo Bianchi

La parte più lunga del vangelo di questa domenica (gli ultimi quattro versetti narrano dell’incontro tra Gesù e i bambini e delle rimostranze dei discepoli) ci testimonia un confronto di Gesù con alcuni farisei, i quali lo mettono alla prova, lo tentano, cercando di sorprenderlo in errore riguardo alla tradizione dei padri, sul tema della possibilità del divorzio. Questo annuncio evangelico è esigente, chiaro: da una parte ci scandalizza, soprattutto se conosciamo la faticosa realtà della vicenda nuziale; dall’altra, lo stesso brano può essere utilizzato come un bastone, per giudicare e condannare chi è in contraddizione con le parole chiare e piene di parrhesía pronunciate da Gesù.

Per questo, ogni volta che devo predicare su questo testo mi metto in ginocchio non solo davanti al Signore, ma anche davanti ai cristiani e alle cristiane che vivono il matrimonio, per dire loro che, certo, rileggo le parole di Gesù e le proclamo, ma senza giudicare, senza minacciare, senza l’arroganza di chi si sente immune da colpe al riguardo, memore di ciò che Gesù afferma altrove: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5,28). Chi legge queste parole di Gesù non sta dall’altra parte, in uno spazio esente dal peccato, ma innanzitutto si deve sentire solidale con quanti, nel duro mestiere del vivere e nell’ancor più duro mestiere del vivere in due nella vicenda matrimoniale, sono caduti nella contraddizione alla volontà del Signore. Non posso dunque fare altro che offrire qui alcuni semplici spunti di meditazione, eco della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture.

Nel millennio dell’Antico Testamento la pratica del divorzio era comune in tutto il medio oriente e il mondo mediterraneo. Il divorzio era una realtà normata dal diritto privato, che lo prevedeva solo su iniziativa del marito. Il matrimonio era un contratto, neppure scritto, e dobbiamo riconoscere che nell’Antico Testamento non vi è nessuna legge sul matrimonio. Il brano del Deuteronomio a cui certamente si riferiscono i farisei (Dt 24,1-4) in verità appartiene alla casistica e non alla dottrina, perché mette a fuoco un caso particolare, e di conseguenza deve essere recepito con dei limiti ben precisi. Si legge in quel testo:

Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso (‘erwat davar, lett.: “nudità di qualcosa”), scriva per lei un certificato di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa (Dt 24,1).

Viene dunque contemplato il caso in cui l’uomo trovi nella moglie “qualcosa di vergognoso”, espressione assai vaga che i rabbini interpretano in modi molto diversi; in tal caso, il marito ha la possibilità di divorziare. A certe condizioni, pertanto, il divorzio è permesso e ne è prevista la procedura, ma da questo non si può concludere che nella Torah, nella Legge di Mosè vi sia una dottrina sul matrimonio e la sua disciplina. D’altra parte, i profeti, i sapienti e gli stessi testi essenici non offrono posizioni certe e chiare che escludano il divorzio e proclamino che la Legge di Dio lo vieta.

Ma ecco che Gesù è chiamato dai farisei a esprimersi proprio su questa possibilità: “È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?”. Egli risponde con una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Ed essi a lui: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. È come se gli dicessero: “Questa è la Torah!”. Gesù allora interviene in modo sorprendente: non entra nella casistica religiosa a proposito della Legge; non si mette a precisare le condizioni necessarie al ripudio, come facevano i due grandi rabbi del suo tempo, Hillel e Shammai; non si schiera dalla parte dei rigoristi né da quella dei lassisti. Nulla di tutto questo: Gesù vuole risalire alla volontà del Legislatore, di Dio. In tal modo egli ci fornisce un principio decisivo di discernimento nel leggere e interpretare la Scrittura: fare riferimento all’intenzione di Dio (e non a tradizioni umane: cf. Mc 7,8.13!), che attraverso le sua parola messa per iscritto vuole rivelarci la sua volontà.

Questa dunque la replica di Gesù ai suoi interlocutori: “Per la durezza del vostro cuore (sklerokardía) Mosè scrisse per voi questa norma. Ma nell’in-principio (be-reshit, en archê: Gen 1,1) della creazione Dio ‘li fece maschio e femmina’ (Gen 1,27); ‘per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola’ (Gen 2,24). Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Gesù risale al disegno del Creatore, alla creazione dell’adam, il terrestre tratto dall’adamah, la terra (cf. Gen 2,7; 3,19), fatto maschio e femmina perché insieme i due vivano nella storia, la storia dell’amore, la storia della vita, l’uno di fronte all’altra, volto contro volto, in una reciproca responsabilità, chiamati nel loro incontro a diventare una sola realtà, una sola carne. In questo incontro di amore c’è la chiamata a essere amanti come Dio ama, essendo lui amore (cf. 1Gv 4,8.16); in questo incontro c’è l’arte e la grazia del dono gratuito l’uno all’altra, a cominciare dal proprio corpo; c’è l’alleanza che fa sì che l’incontro sia storia nel tempo e tenda dunque all’eternità, fino alla morte, per andare anche oltre la morte.

Questa la volontà di Dio nel creare il terrestre e nel porlo nel mondo quale sua unica immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26-27). È un mistero grande, ma tanto grande che è difficile per dei terrestri fragili, deboli e peccatori viverlo in pienezza. In verità, sappiamo quanta miseria si sperimenti in questo faticoso incontro, come sia facile la contraddizione, come questo capolavoro dell’arte del vivere insieme nell’amore sia perseguibile, e mai pienamente, solo con l’aiuto della grazia, con l’efficacia del Soffio santo del Signore. Eppure l’annuncio di Gesù permane, in tutta la sua chiarezza: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Subito dopo, questa parola dura ed esigente viene spiegata da Gesù ai suoi discepoli, nella casa in cui la comunità si ritrovava. E viene spiegata con un’aggiunta straordinaria per la cultura del tempo, visto che Gesù mette sullo stesso piano la responsabilità dell’uomo e quella della donna: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.

Certo, Mosè ha cercato di umanizzare la pratica del divorzio, imponendo al marito di percorrere una via giuridica di rispetto per la donna. Ma Gesù, proprio guardando alla durezza di cuore dei destinatari della Torah, osa andare ben oltre, mettendo in evidenza la volontà, l’intenzione del Creatore. Del resto, lo aveva già fatto altre volte, svelando, per esempio, la volontà di Dio sul sabato e sulla sua osservanza (cf. Mc 2,23-28): qui, là, sempre Gesù si fa interprete autentico della Legge non attraverso vie legalistiche, non attraverso interpretazioni fondamentaliste, ma annunciando profeticamente la volontà di Dio a tutti, in particolare ai peccatori pubblici e agli esclusi, da lui sempre accolti, perdonati, mai condannati.

Una carne sola: Dio congiunge le vite, è autore della comunione
Commento di Ermes Ronchi

Alcuni farisei si avvicinano a Gesù per metterlo alla prova. La domanda è scontata: è lecito a un marito ripudiare la moglie? La risposta è facile: sì, è lecito. Ma non è questa la vera posta in gioco. Il brano mette in scena uno dei conflitti centrali del Vangelo: il cuore della persona o la legge? Gesù afferma una cosa enorme: non tutta la legge ha origine divina, talvolta essa è il riflesso di un cuore duro (per la durezza del vostro cuore Mosè diede il permesso del ripudio…). La Bibbia non è un feticcio. E per questo Gesù, infedele alla lettera per essere fedele allo spirito, ci prende per mano e ci insegna ad usare la nostra libertà per custodire il fuoco e non per adorare la cenere! (Gustav Mahler).

C’è dell’altro, più importante e più vitale di ogni norma, e sta dalle parti di Dio. A Gesù non interessa regolamentare la vita, ma ispirarla, accenderla, rinnovarla, con il sogno di Dio. Ci prende per mano e ci accompagna a respirare l’aria degli inizi: in principio, prima della durezza del cuore, non fu così.

L’uomo non separi quello che Dio ha congiunto. Dal principio Dio congiunge le vite! Questo è il suo nome: Dio-congiunge, fa incontrare le vite, le unisce, collante del mondo, legame della casa, autore della comunione. Dio è amore, e «amore è passione di unirsi all’amato» (san Tommaso). Il Nemico invece ha nome Diavolo, Separatore, la cui passione è dividere.

L’uomo non divida, cioè agisca come Dio, si impegni a custodire la tenerezza, con gesti e parole che creano comunione tra i due, che sanno unire le vite. Tutto parte dal cuore, non da una norma esterna. Chi non si impegna totalmente nelle sue relazioni d’amore ha già commesso adulterio e separazione. Il peccato è tradire il respiro degli inizi, trasgredire un sogno, il sogno di Dio.

Portavano dei bambini a Gesù… Ma i discepoli li rimproverarono. Al vedere questo, Gesù si indignò. È l’unica volta, nei Vangeli, che viene attribuito a Gesù questo verbo duro. L’indignazione è un sentimento grave e potente, proprio dei profeti davanti all’ingiustizia o all’idolatria: i bambini sono cosa sacra.

A chi è come loro appartiene il regno di Dio. I bambini non sono più buoni degli adulti; non sono soltanto teneri, ma anche egocentrici, impulsivi e istintivi, però sanno aprire facilmente la porta del cuore a ogni incontro, non hanno maschere, sono spalancati verso il mondo e la vita.

I bambini sono maestri nell’arte della fiducia e dello stupore. Loro sì sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo, si fidano della vita, credono nell’amore.

Prendendoli fra le braccia li benediceva: perché nei loro occhi il sogno di Dio brilla, non contaminato ancora.

In principio era la relazione (lectio)
Clarisse di Sant’Agata

La liturgia di questa domenica ci mostra con quale sguardo Gesù si accosti alle realtà della vita, anche quando questa presenta situazioni impreviste che rischiano di farci inciampare e cadere.
La chiave per entrare nel vangelo mi sembra ce la offra oggi la seconda lettura: la lettera agli Ebrei infatti presenta Gesù totalmente solidale con l’umanità, fatto “uno” con noi dalla condivisione di tutto ciò che è umano, fino ad abbracciare la sofferenza della morte. Ed è proprio questo il luogo dove il Figlio è “reso perfetto”, cioè dove viene portata a compimento la Sua piena identità di Figlio di Dio e fratello nostro. La sofferenza della morte è infatti l’ultima condivisione che fa emergere la verità del suo essere fino in fondo “Dio con noi” e fratello di ogni uomo mortale. Non perché il dolore renda “perfetti”, ma perché la contraddizione della sofferenza, lungi dall’essere ostacolo alla manifestazione del Regno, può essere la via per vivere pienamente il disegno di Dio posto a fondamento della realtà.
Entriamo nel testo del vangelo: Gesù si sposta, cambia cornice geografica passando dalla Galilea alla Giudea. Anche lì si rinnova sia il movimento della folla verso di Lui, sia il suo rapportarsi alla gente attraverso una parola autorevole (“insegnava”). Continua il suo insegnamento che rovescia la logica comune con cui ci si pone in relazione con le persone e le cose.
Tutto inizia da un interrogativo che viene posto a Gesù da un gruppo di farisei che si avvicinano appositamente “per metterlo alla prova”. La domanda che gli rivolgono è generica (“è lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”), non fa riferimento a casi concreti, al contrario della legislazione di Mosè (cfr. Dt 24,1ss) che invece si occupa di situazioni particolari in cui la relazione uomo-donna entra in difficoltà insormontabili.
Il rapporto fra un uomo e la sua donna (come ogni relazione!) è da sempre fragile. Può accadere che si spezzi il legame fra un marito e sua moglie.
Ma come dobbiamo comportarci quando va in crisi?
Gesù non chiude gli occhi davanti a questa realtà. Ma prima di qualsiasi azione da parte di uno dei due, Gesù riporta alla vocazione originaria dell’uomo e della donna alla relazione.
Come ci ricorda la prima lettura di oggi, al principio della creazione dell’uomo e della donna c’è la relazione. Infatti in questo secondo racconto della creazione dell’uomo è Dio stesso che, vedendo l’uomo nella sua solitudine, coglie la prima cosa “non buona”: “non è bene che l’uomo sia solo”. L’essere un individuo da solo non corrisponde al disegno originario del Creatore. “Non è bene che l’uomo” viva “solo”, nella separazione, al di fuori di un contesto relazionale, come persona isolata, avendo come unico punto di riferimento se stesso. L’uomo non è stato creato “per sé”, cioè perché viva rivolto verso se stesso.
L’amore di Dio allora si prodiga per “condurre” all’uomo un tu “che gli sia simile”. Dio plasma dal corpo stesso dell’uomo la donna. Ella è “osso dalle sue ossa, carne dalla sua carne”, cioè condivide con l’uomo la medesima umanità (“ossa” e “carne”) e sta accanto a lui (è presa dalla “costola”, cioè ha in sé la vocazione originaria ad essere “di fianco” all’uomo, ad affiancarlo nella cammino della vita). Dio ha creato l’uomo e la donna all’interno di un progetto che è oltre loro stessi. L’uomo e la donna sono fatti per camminare verso il compimento di una unità: “i due saranno una carne sola”.
Al principio quindi c’è la chiamata per l’uomo e la donna a mettersi in movimento, a vivere un vero e proprio “esodo” relazionale che comporta l’uscire da una realtà per entrare in un’altra: “l’uomo lascerà suo padre e sua madre”, cioè “uscirà” dalle relazioni che lo caratterizzano in rapporto al suo passato, “e i due diventeranno una carne sola”, per entrare in un cammino di comunione verso l’Uno, che è il suo futuro.
Se la Legge di “scrivere un atto di ripudio e ripudiare” la donna era intervenuta come concessione “per la durezza del cuore dell’uomo”, ora il Signore Gesù riafferma la superiorità del progetto originario di Dio alla relazione.
Dio, l’Uno, l’Unico e il Vivente “ha unito” l’uomo e la donna in relazione, che è il primo dono d’amore di Dio di uno all’altro. Ora la “crisi” di ogni amore fra un uomo e una donna deve prima di tutto confrontarsi con questa chiamata. Scoprire che Dio è all’origine della nostra vocazione alle relazioni, ci permetterà allora di non viverle con le sole nostre forze (poche in verità!), ma di ri-attingere dal Suo amore eterno e fedele la forza per attraversare ogni tempesta della vita.
Certo, questo è impossibile all’uomo e alla donna (da soli!).
Ma con Dio nulla è impossibile…
Ma oltre a questo, mi sembra che ci sia anche qualcos’altro a impedire di “ripudiare la propria moglie”: lo stesso comportamento di Dio di fronte a Israele, all’umanità. Infatti, tutta a storia della salvezza non è altro che la narrazione della storia d’amore fra un Dio-sposo che stringe alleanza con un popolo da Lui scelto e chiamato ad appartenergli. Ma in questa storia Israele-sposa spezza continuamente questo legame, tradisce il suo primo Sposo e lo ripudia per altri “idoli” (la metafora nuziale accompagna tutto l’AT: ad es. Ez 16, Os 11, Ger 2…). Ora di fronte al tradimento, Dio fa il contrario di ciò che farebbe ogni uomo in una relazione d’amore tradita:

La loro madre, infatti, si è prostituita,
la loro genitrice si è coperta di vergogna,
perché ha detto: “Seguirò i miei amanti,
che mi danno il mio pane e la mia acqua,
la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”. (…)
Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza.
Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà, in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: “Marito mio”,
e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”. (cfr. Os 2,7.16-18).

Dio non può abbandonare il suo popolo, il Suo amore non viene meno. Il “tradimento” di Israele-sposa non è più forte dell’amore di Dio per lei. “Dice il Signore: “Dov’è il documento di ripudio di vostra madre, con cui l’ho scacciata?” (Is 50,1), si chiede Isaia. Non c’è nessun documento di ripudio. Dio non può “licenziarla” e mandarla via. Perché il Suo amore è “per sempre”.
Se questo è l’orizzonte dal quale Dio si pone, Gesù non può che riportare tutti lì, a questo legame indissolubile fra Dio e l’uomo che nessuno può sciogliere.
Così Gesù ci mostra che è possibile avere uno sguardo diverso di fronte alla crisi delle relazioni che molto spesso viviamo. Non sono l’occasione per “licenziare” l’altro, ma il banco di prova per prendere sul serio la nostra vocazione originaria alla comunione, sono l’occasione autentica per scoprire l’amore di Dio che è il fondamento di ogni legame e per rifondare su questa roccia che non viene meno ogni nostra relazione quotidiana.
Il Signore ci conceda questo sguardo profondo per cogliere, dentro le sfide che incontriamo lungo la vita, la nostra straordinaria vocazione a vivere legami eterni (cfr. Os 11,4).

Dio, che hai creato l’uomo e la donna, perché i due siano una vita sola,
principio dell’armonia libera e necessaria che si realizza nell’amore;
per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini,
e dona loro un cuore fedele, perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito. (colletta alternativa 27dom B)

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Un commento su “XXVII Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

  1. La Fuente de la VIDA es siempre de donde brotan los verdaderos frutos,….., es cuando esta FUENTE, que se enturbia cuando salen las “tonterías”,…..

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Questa voce è stata pubblicata il 05/10/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

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