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Il Congo nel caos tra Ebola e massacri, l’allarme dei vescovi

La situazione sembra precipitare nel Paese africano, in preda ad una crisi tra le quattro peggiori del mondo. Le recenti violenze rendono difficile l’isolamento del virus


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Manifestazioni in Congo in vista delle elezioni

La tragedia in cui è precipitata la Repubblica Democratica del Congo non sembra avere fine. Il Paese, teatro di sanguinosi conflitti e scontri susseguitisi, con brevi pause, praticamente dal 1960, anno dell’indipendenza dal Belgio, è ormai sprofondato in una fase drammatica che lo fa annoverare tra le quattro peggiori crisi in atto nel mondo accanto a Siria, Yemen e Sud Sudan. Il momento che si appresta a vivere, prima di una tornata elettorale tra le più travagliate della sua storia (23 dicembre), presenta alcuni aspetti inquietanti. All’instabilità politica ormai perdurante da anni dovuta al rifiuto del presidente Kabila a farsi da parte, si aggiungono l’ennesima esplosione del virus Ebola (un centinaio di morti accertate e 150 casi confermati nelle due enormi province del Kivu settentrionale e dell’Ituri) e la situazione di violenza diffusa che sfocia spesso in veri e propri massacri in varie zone del Paese.

L’Unhcr ha diramato nella giornata di ieri, 1 ottobre, un preoccupato comunicato in cui si denuncia che «il numero degli sfollati nel Nord Kivu supera il milione, circa mezzo milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case solo quest’anno. Negli ultimi mesi si è verificato un brusco aumento degli abusi contro i civili e del numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case nell’area di Beni (solo in agosto erano circa 13mila)». «Quando è troppo è troppo!», sembrava urlare monsignor Sikuli Paluku, vescovo di Butembo-Beni, epicentro dei feroci scontri degli ultimi giorni, all’indomani dell’ennesimo massacro di una ventina di persone del 22 settembre scorso. «Mentre stiamo profondendo ogni sforzo nella lotta contro la pericolosa e mortale malattia del virus Ebola, ci troviamo costretti ad affrontare ancora una volta, attacchi sanguinosi alla nostra popolazione di Beni».

Sotto accusa, secondo il prelato, sono tutte le forze di sicurezza: «Come è stato possibile che una simile strage si verificasse sotto gli occhi di un imponente dispiegamento delle forze armate (Fardc) e una massiccia presenza della Monusco (le forze di pace Onu)?». «Ci chiediamo chi ci sia dietro questi massacri – gli fa eco monsignor Marcel Utembi Tapa, arcivescovo di Kisangani, con una durissima nota della Conferenza Episcopale da lui presieduta, diramata lo scorso 28 settembre – e chi siano i perpetratori, così forti da sfidare il nostro esercito nazionale che a sua volta è assistito dalla Monusco? Terroristi? Chi beneficia di questi crimini che minacciano il processo elettorale il cui successo è la garanzia di una pace duratura nella Repubblica Democratica del Congo?Esprimiamo la nostra indignazione per l’inerzia del governo congolese e della comunità internazionale, che risultano impotenti nel porre rimedio ai massacri e ai rapimenti di esseri umani».

In tutta la zona di Butembo-Beni le attività normali sono sospese. I ragazzi non vanno a scuola, il lavoro e i trasporti procedono a singhiozzo. E si teme che da un momento all’altro si precipiti nel caos totale. Le tensioni, inoltre, rendono impossibili gli interventi di contenimento di Ebola, proprio mentre si registra una recrudescenza del virus: è Peter Salama, responsabile emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a parlare di «tempesta perfetta» per una nuova diffusione.

Al bilancio di morti di sabato 22 settembre vanno aggiunti almeno una decina di militari e vari altri civili uccisi tra il 27 e il 29. A difesa di un’area tormentata da pandemie e conflitti, sono scese in strada le donne. Nella giornata del 28 settembre scorso, riunite sotto la sigla del Femmes pour la bonne governance, moltissime donne hanno inscenato un sit-in al centro della città di Beni per chiedere maggiore sicurezza e un’azione delle forze armate e dell’Onu più efficace.

La situazione che peggiora di giorno in giorno, torna ad alimentare i sospetti che dietro a tali disordini, se non proprio Kabila, ci sia una strategia del caos che miri a destabilizzare un Paese già in ginocchio, allo scopo di rendere indispensabile una permanenza del presidente sulla scena politica a garanzia della sicurezza. Alcune testimonianze denunciano infatti , oltre all’acquiescenza dell’ esercito dispiegato nella zona, la sospetta lentezza degli interventi se non addirittura la partecipazione di alcuni effettivi delle forze armate nei massacri.

«La Chiesa e la società civile denunciano ormai quotidianamente la situazione e la totale assenza di sicurezza – commenta raggiunto al telefono padre Gaspare Di Vincenzo, superiore della comunità di religiosi comboniani di Butembo – ma il governo risponde con silenzio o cinismo. Il governatore della nostra regione, ha sostanzialmente irriso i tantissimi dimostranti che gli chiedevano ragione di uno stato di terrore in cui si vive da tempo: “Davvero pensate di farci paura minacciando uno sciopero?”, ha dichiarato alla folla che se ne è andata frustrata. Ci aspettiamo che di fronte a queste prese di posizione chiare della Chiesa e della società civile le autorità si attivino per fermare i massacri. Ma vediamo che l’esercito continua a rimpallare la responsabilità delle uccisioni a milizie straniere in azione in Congo. Per conto nostro, siamo sempre più convinti, invece, che dietro a queste stragi ci sia proprio l’esercito. Ultimamente ciò è stato avvalorato anche da dichiarazioni della stessa Monusco: non è un caso, infatti, che Kabila, durante la scorsa Assemblea Generale dell’Onu a New York della fine di settembre, abbia chiesto alla Missione Onu di lasciare la Repubblica Democratica del Congo…».

PUBBLICATO IL 02/10/2018
ULTIMA MODIFICA IL 03/10/2018 ALLE ORE 10:36
LUCA ATTANASIO
ROMA
Vaticaninsider
http://www.stampa.it

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Questa voce è stata pubblicata il 05/10/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag .

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