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Lectio sulla Lettera ai GALATI – Doglio (1)

XXVII – XXVIII Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

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Galati

La lettera di san Paolo ai Galati (1)
Gal 1,1-24
Claudio Doglio

In questi nostri incontri vogliamo leggere e meditare la parola di Dio nello spirito che l’ha ispirata. Iniziamo quindi con una preghiera al Signore affinché ci renda pienamente disponibili ad accogliere questa parola come una autentica rivelazione di Dio per la nostra vita. (…)

Prima di addentrarci nella lettura continua e nella meditazione di questo scritto di Paolo, è utile iniziare con una sintesi introduttiva di tutta la lettera. Infatti, come succede quando si legge in libro, o si assiste a una proiezione cinematografica, spesso alcuni elementi posti all’inizio vengono compresi soltanto alla fine. Questa sintesi servirà proprio per poter recepire – già a una prima lettura – tutte le sfumature, gli accenni e le varie notizie che si svilupperanno nel corso della lettera. Avendo chiaro il quadro globale del testo, le sue motivazioni e gli elementi storici di fondo, tutto apparirà più facilmente comprensibile senza incorrere in dubbi, interpretazioni imprecise o distorte.

Presentazione introduttiva

Durante il soggiorno ad Efeso e il conflitto con la chiesa di Corinto, Paolo deve affrontare anche altre difficoltà che provengono da tutt’altra parte, dalla Galazia. In quest’epoca, la Galazia era una vasta provincia romana che corrispondeva a tutta l’Anatolia centrale. Durante i suoi viaggi via terra tra la Siria e la Grecia, Paolo doveva attraversarla. Già durante il suo primo viaggio missionario aveva evangelizzato, nel sud di questa provincia, le regioni della Pisidia e della Licaonia. In seguito, era ripassato due volte per questa strada mentre si recava a Corinto; un’altra volta andando a Efeso aveva attraversato la Galazia settentrionale, dove vivevano delle popolazioni contadine poco urbanizzate e anche lì aveva fondato delle chiese.

Motivo della lettera: un altro vangelo

Ora, anche in queste comunità cristiane di Galazia scoppia la crisi e la contestazione nei confronti di Paolo. Siamo intorno all’anno 56: davvero un anno difficile per l’apostolo. I responsabili della crisi sono dei predicatori giudaizzanti, sopraggiunti nelle chiese di Galazia, i quali annunciano un altro vangelo, contestano l’autorità di Paolo, turbando profondamente la comunità (cfr. Gal 1,7), e sostengono la necessità della Legge di Mosè e della circoncisione per essere veri cristiani. Questi giudeo-cristiani pretendono di dipendere dalla Chiesa madre di Gerusalemme e vogliono imporre un «secondo» Vangelo, che comporta fra l’altro la circoncisione e l’adozione del calendario ebraico.

Alla domanda dei Galati, perché tutto questo non è stato detto loro prima, i nuovi apostoli hanno risposto, probabilmente, che Paolo è un missionario accomodante, che addomestica il suo insegnamento per ottenere il favore di coloro che lo ascoltano. Il Cristo risuscitato, il dono dello Spirito Santo sono importanti, ma non sono tutto: insegnano costoro. L’osservanza della legge di Mosè, invece, permette di andare anche più lontano. I nuovi missionari non fanno nessun torto a Paolo, affermano semplicemente di completare e migliorare l’istruzione religiosa dei Galati. Se Paolo se ne ha a male, è lui che vuole il litigio, non loro.

Di fronte a questa provocazione dottrinale Paolo è costretto a difendersi e a scrivere un’apologia del suo operato e della sua teologia: è la lettera ai Galati, scritta da Efeso negli anni 56-57. Un testo molto importante nella storia del cristianesimo per diversi motivi: innanzi tutto perché è il testo paolino che ci offre il maggior numero di notizie autobiografiche sull’apostolo; poi perché contiene in bella sintesi quello che Paolo chiama il «suo Vangelo»; infine perché è stata al centro delle controversie teologiche fra cattolici e protestanti, che hanno animato la Chiesa nel 1500.

Struttura letteraria

La lettera ha uno schema tripartito: la prima parte (1,11-2,21) ha decisamente un carattere autobiografico; la seconda parte (3,1-5,12) è dedicata alla discussione del problema dottrinale; infine la terza parte (5,13-6,10) ha carattere parenetico, contiene infatti le esortazioni morali dell’apostolo.

L’argomento di tutta la lettera è generale e unico: si tratta della difesa del Vangelo di Paolo: dapprima con argomenti storici; poi con argomenti dottrinali; e infine con esortazioni contro le false conseguenze pratiche. (…)

Nella lettera ai Galati si nota la compresenza di molti generi letterari, ma il tono unificante di tutta l’opera è la polemica: Paolo scrive una lettera di fuoco, reagendo con immediatezza e vivacità alle brutte notizie che gli sono giunte dalla Galazia.

Un ruolo molto importante nello svolgimento dello scritto hanno i midrash scritturistici, cioè gli esempi di esegesi biblica condotta con tipico metodo rabbinico. La dottrina che aveva imparato a Gerusalemme ai piedi di Gamaliele non era andata perduta: solo che adesso la usa proprio per combattere l’insegnamento dei giudaizzanti.

H.D. Betz (1975) ha proposto di considerare la lettera ai Galati una «arringa giudiziaria», riconoscendo in essa le varie parti catalogate dalla retorica classica: exordium, narratio, propositio, probatio, conclusio. L’interpretazione è un po’ forzata, anche se il tono generale della lettera si avvicina molto al genere delle requisitorie giudiziarie.

Lo stile che Paolo adopera in questa lettera è caratteristico e originale: emerge innanzi tutto la spontaneità tumultuosa ed esplosiva delle affermazioni, talvolta enigmatiche perché erano rivolte a persone che capivano bene, senza bisogno di troppe spiegazioni. Al tono irruente si devono aggiungere altri due elementi di originalità: le argomentazione di tipo rabbinico e le preziose sfumature autobiografiche e personali. (…)

Una lettera di fuoco ad una comunità in crisi

Iniziamo adesso la meditazione, la riflessione e l’esegesi di questo testo così importante nella vita dei destinatari, ma anche oggi fondamentale per la corretta interpretazione della nostra fede.

La lettera ai Galati è considerata il “Vangelo di Paolo”. Noi dicendo “vangelo” pensiamo immediatamente ai quattro libri del Nuovo Testamento così intitolati e li consideriamo come una presentazione della vita di Gesù. Il concetto di “vangelo” riguarda invece la persona di Gesù e il senso della sua opera, per cui il termine “vangelo” precede il significato che comunemente noi diamo oggi a questo termine. Prima di indicare un libro, prima di essere il racconto scritto degli evangelisti, il “vangelo” – cioè la “buona notizia” – è stata sia la predicazione degli apostoli su Gesù, sia Gesù stesso e Paolo è l’apostolo che ha presentato alla gente del suo tempo quella buona notizia.

La lettera ai Galati contiene il vangelo come lo ha presentato Paolo; è una lettera scritta realmente a una comunità che viveva nel centro della Anatolia – l’attuale Turchia – in una regione chiamata Galazia; un nome che un po’ ci sorprende, ma che ha una ragione storica. Era infatti abitata dai Galli, abitanti della Gallia – l’attuale Francia – che lì, in mezzo alla Turchia, erano emigrati e si erano insediati. L’impero romano aveva organizzato il territorio in province e aveva chiamato Galazia la regione centrale dell’Anantolia.

Paolo aveva visitato questa regione durante il suo primo viaggio missionario, intorno agli anni 45/48 e in quella occasione si era fermato in diverse città: ad Antiochia di Pisidia, a Iconio, a Listra, a Derbe. In quelle città aveva dato vita a piccoli gruppi di cristiani, in parte provenienti dal mondo giudaico, in parte provenienti dal mondo greco. Erano nate così delle comunità che riconoscevano Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, il salvatore della loro vita e avevano iniziato una vita cristiana rimanendo nel contesto del mondo culturale greco–romano antico. Paolo, insieme a Barnaba, aveva dato vita a queste varie comunità, dopodiché aveva continuato il suo ministero altrove.

Nell’anno 56, mentre si trova a Efeso, sulla costa occidentale dell’Anatolia, gli giunge notizia che le comunità cristiane di Galazia si sono allontanate dalla sua predicazione. Quei gruppi cristiani che si trovavano nella regione di Galazia – non tutta la popolazione di Galazia – sono sì rimasti cristiani, ma si sono allontanati dalla sua impostazione; hanno cioè dato ascolto a qualche altro predicatore cristiano che ha proposto loro una impostazione molto più giudaizzante del suo messaggio, legata cioè alle tradizioni giudaiche, soprattutto incentrata sulla necessità delle opere.

L’anno 56 è un anno orribile per san Paolo; è stato un anno segnato da tanti problemi e dispiaceri: gli hanno dato parecchi problemi i cristiani di Corinto, gli stanno dando dei seri problemi i capi a Efeso, la salute non lo aiuta, qualche collaboratore viene anche aggredito e ridotto in fin di vita (Epafrodito cf. Fil 2,27), Paolo è arrestato e condannato a morte, poi la condanna verrà sospesa. In ogni caso è un anno pieno di problemi ai quali si aggiunge anche il problema della crisi di Galazia; gli arriva infatti notizia che quelle comunità cristiane gli hanno girato le spalle.

Paolo è addolorato e arrabbiato; è un uomo focoso ha un carattere vivace, irruente e reagisce in modo vigoroso, verbalmente violento. La lettera ai Galati è una lettera di fuoco, scritta di getto in un momento di passionale reazione; è però una lettera scritta con la testa. È scritta col cuore di un uomo appassionato, ma l’apostolo non ha perso la testa; è una lettera pensata, ragionata, ma è una lettera di difesa. Usando un termine classico – facendo il paragone con l’apologia di Socrate – viene considerata la apologia di san Paolo; “apologia”, cioè “difesa”. Paolo non difende se stesso, difende il proprio vangelo.

Quando Paolo scrive queste parole, nell’anno 56, non esistono ancora i quattro Vangeli e quindi lui fa riferimento alla predicazione, alla sua predicazione.

Avremo modo in seguito di leggere tutta la lettera e di approfondire il messaggio in modo tale da avere il quadro del vangelo di Paolo, incentrato sul grande tema della giustificazione per fede.

Un “prescritto” polemico

Come per tutte le lettere di Paolo l’inizio contiene il nome del mittente, le sue caratteristiche, il nome dei destinatari, il saluto.

Gal 1,1Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2 e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia. 3 Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4 che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5 al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Il pre-scritto, cioè la parte introduttiva, contiene un saluto e anche una sintesi teologica che finisce con una formula liturgica chiusa dall’“Amen”. Però, come si può già notare, questo inizio è velatamente polemico. In tutti gli altri casi Paolo si presenta come “apostolo”, mentre qui ci tiene a sottolineare che è apostolo, ma non da parte di uomini.

Paolo, apostolo da parte di Dio

Apostolo è un termine greco che ha una valenza di passivo, significa mandato, inviato e quindi, dietro a questo nome, si immagina un complemento di agente. Mandato da chi? Paolo “inviato” è diventato quasi un termine tecnico, ma qui Paolo ragiona e spiega: “Colui che mi ha mandato non è un uomo, né colui che mi ha reso apostolo è un uomo; io sono stato reso apostolo da parte di Dio Padre che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti”. La nota polemica iniziale consiste nel fatto che l’autorità che sta dietro di me non è uno qualsiasi, io non ho un incarico umano, ma ho avuto un incarico divino, per cui l’autorevolezza con cui vi scrivo non viene dalla mia persona, ma da Colui che mi ha mandato.

C’è una idea giudaica importantissima in base alla quale l’inviato ha la stessa autorità di colui che lo ha inviato. Anche nel nostro ambito uno che ha la delega ha lo stesso potere di chi lo ha delegato. Se un personaggio importante mi ha delegato a rappresentarlo e a votare, non sono io che voto, ma colui che rappresento; ho la delega e la mia parola ha l’autorità di colui che mi ha mandato. Paolo fa forza proprio su questa idea. Noi sappiamo che dietro a queste parole c’è una contestazione alla sua persona e al suo insegnamento ed egli allora ribadisce fin dall’inizio questa sua posizione.

Come al solito augura grazia e pace che vengono da Dio Padre, dal Signore Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per i nostri peccati. Io sono stato mandato da colui che ha dato se stesso «per strapparci da questo mondo perverso».

È una espressione pesante. Notiamo che l’umore di Paolo non è dei migliori; sente che c’è un mondo perverso e lui c’è dentro fino al collo perché di grane ne ha in abbondanza e si rende conto che sono grane causate proprio dalla cattiveria, dalla malignità, dall’intenzionale opposizione al vangelo. Proprio perché sta annunciando qualche cosa di dirompente e salvante si accorge che ha una guerra contro. Gesù Cristo ha dato se stesso per strapparci da questo mondo perverso, ma voi finite per essere più dalla parte del mondo perverso che dalla parte di Gesù Cristo che vi vuole tirare fuori.

Gesù Cristo è l’unico vangelo

Nelle altre lettere di Paolo, subito dopo l’indirizzo di saluto, c’è una preghiera, cioè una formula di ringraziamento, di lode, di ricordo. Qui no! L’esordio è caratterizzato da una invettiva e ci sono, nel corso della lettera, dei passaggi – quasi delle parentesi – qualificate come “apostrofi”, modi con cui l’autore apostrofa, cioè aggredisce verbalmente i destinatari non facendo i complimenti.

Proviamo infatti a tornare indietro:

5 al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. 6 Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate a un altro vangelo. 7 In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8 Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! 9 L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! 10Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!

Il tono di queste affermazioni è decisamente forte, imperioso, aspro, aggressivo e, di conseguenza, questo brano non si può leggere con voce piana e regolare, senza un minimo di veemenza. Paolo quando scrive queste cose si arrabbia, ma non si arrabbia per motivi suoi; anche noi, d’altra parte, ci scaldiamo quando ci sono delle cose che ci danno fastidio. Anche la Rosina del Barbiere di Siviglia dice che è tanto buona, docile, si lascia reggere e si fa guidare, però se la toccano dove è il suo debole… promette di diventare una vipera! Anche noi, se ci toccano dov’è il nostro debole, reagiamo con forza.

Ma che cosa sta tanto a cuore a Paolo? Il vangelo! L’apostolo si scalda così perché gli interessa che i Galati restino fedeli alla sua evangelizzazione. Pensate alla passione che lo lega, non a un libro, ma a una persona. Paolo, quando parla di vangelo, pensa a Gesù Cristo; non sta difendendo un libro, sta difendendo una persona, il senso della vita offerto da quella persona. Se viene aggredito, insultato qualcuno della nostra famiglia o qualcuno che ci sta a cuore, anche noi reagiamo per difenderlo.

Ecco allora che Paolo reagisce in questo modo perché si è accorto che era aggredito non tanto lui stesso, ma Colui che gli era caro; si è reso conto che la situazione venutasi a creare in Galazia è la rovina della vita cristiana e allora le sue parole non nascondono il suo rimprovero e il suo disappunto: “Mi meraviglio che abbiate fatto così presto a cambiare bandiera, a passare a un altro vangelo”. Poi però afferma: “Non ce n’è un altro!”. Avete semplicemente lasciato il vangelo per qualcos’altro che non è assolutamente un vangelo, una buona notizia. È possibile che vi abbiano detto che va bene così, ma non è vero: bene così non va proprio.

Le “opere della legge”

Che cosa hanno detto questi predicatori? Sostanzialmente hanno detto che ci vogliono delle osservanze rituali, sono indispensabili alcune pratiche, ci vuole l’osservanza della legge di Mosè; più avanti si parlerà delle “opere della legge”. Fate bene attenzione – lo chiariremo ancora tante volte, ma credo che sia necessaria fin da subito una precisazione – non sta parlando delle opere della carità cristiana, sta parlando delle “opere della legge”, dell’osservanza precisa, legalistica, letterale, delle norme della legge mosaica.

Faccio tre esempi, proprio per chiarire bene la situazione; le tre opere della legge, fondamentali per la tradizione giudaica, sono: 1) la concisione, 2) l’osservanza del sabato, 3) l’osservanza delle regole alimentari, ovvero la distinzione dei cibi puri da quelli impuri.

La tradizione giudaica, ancora oggi, è rimasta fedele a questa osservanza e ritiene che queste cose siano importanti: sono fondate nella rivelazione biblica. La predicazione di Gesù Cristo non ha abolito, ma ha completato, cambiando l’impostazione. La novità che cercheremo di mettere in evidenza sta proprio nella persona di Gesù Cristo, nel suo ruolo, perché è lui, come persona, che caratterizza la novità e trasforma la persona, mentre ci può essere una semplice osservanza religiosa di regole senza però la trasformazione del cuore.

Come cristiani noi dovremmo essere tranquilli perché Paolo sta parlando di altre situazioni, sta parlando di cristiani giudaizzanti, una situazione molto distante dalla nostra attuale. Noi siamo perfettamente convinti che il vangelo di Paolo sia quello corretto e che la sua impostazione sia buona; in realtà questo testo ha da dire qualcosa anche a noi perché anche noi, continuamente, rischiamo di ricadere in una condizione di religiosità naturale. La mentalità stessa di religione porta infatti con sé questo modo di ragionare, quello cioè di “comperare” il divino, di ottenere qualcosa dando qualcosa. È il criterio del commercio, è il commercio religioso, per cui si tiene buona la divinità dandole ciò che vuole in modo tale che la divinità possa farci dei favori. È lo schema classico, universalmente diffuso e conservato; si tratta poi di vedere dove si colloca la divinità e come la si caratterizza.

Paolo rivoluziona questa interpretazione e anche noi abbiamo bisogno di una rivoluzione del genere perché abitualmente ritorniamo sempre indietro; le nostre strutture religiose lentamente ritornano alle pratiche, alla formalità e rischiano di perdere l’essenziale, cioè l’incontro con la persona di Gesù. Il vangelo di Gesù Cristo è un capovolgimento di questo criterio religioso, di questo rapporto dell’uomo con Dio, perché non è fondato su una relazione di dare e avere, non è un sistema di compra–vendita, di osservanza di regole per avere dei favori, ma è una relazione di vita strettamente personale, di dono totale della vita.

Proprio perché ritiene che l’elemento centrale sia così importante, Paolo si scalda e per due volte adopera la parola “anátema” «avna,qema» (anáthema) che noi potremmo tradurre con “scomunicato” o forse, in modo ancora più forte, con “maledetto”. È una espressione che ritorna nell’Antico Testamento per indicare ciò che veniva votato allo sterminio, cioè doveva essere distrutto e raso al suolo. «Se uno vi predica un vangelo diverso, sia maledetto».

L’apostolo adopera subito una espressione durissima per dire che non ci sono mezzi termini; non stiamo trattando una questione marginale: questa è una questione di vita o di morte, assolutamente primaria; è un discorso serio, fondamentale, per cui non lo si può sottovalutare né prendere alla leggera. Forse qualcuno di voi pensa che io dica queste cose perché cerco il favore degli uomini? Ma neanche per sogno; ho lasciato perdere queste cose da un pezzo. Se volessi ingraziarmi le vostre orecchie vi direi ben altre cose; non cerco il vostro favore, non vi dico le cose per farvi piacere, ma cerco di dirvi la verità e sono appassionatamente convinto che sia questa e che voi abbiate preso una strada sbagliata.

Questa è la prima apostrofe ben vigorosa: ha messo in chiaro che la questione fondamentale è il vangelo e non ce n’è un altro.

La “tesi” generale della lettera

Adesso parte con la dimostrazione della tesi generale; i versetti 11 e 12 contengono la tesi generale della prima parte:

11Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

Ecco la prima idea importante: il contenuto di questa predicazione non è una mia idea. «Non è modellato sull’uomo» significa che non è fatto secondo la mentalità dell’uomo. È interessante; vuol dire che è un vangelo non istintivamente prodotto dal pensiero dell’uomo. Qualunque ragionamento umano, di tipo religioso, non arriva a questo messaggio. È una “rivelazione” e in greco Paolo adopera proprio la parola “apocalisse”.

In qualche modo la Lettera ai Galati è l’apocalisse di san Paolo, è la sua rivelazione, lui toglie il velo per mostrare che quell’elemento fondamentale non è frutto del suo ragionamento, cioè “non è mio”. Io ve l’ho comunicato, ma non è un prodotto mio, non l’ho pensato io, io l’ho ricevuto. A me è stato dato in un modo straordinario, tanto è vero che anch’io sono stato rivoltato come un calzino da questa rivelazione.

A questo punto Paolo comincia a parlare di sé: “Io in partenza avevo tutt’altre idee, ma sono stato cambiato”. Il primo argomento che Paolo adopera nella sua dimostrazione è autobiografico. In nessun altro passo del suo epistolario Paolo parla tanto diffusamente di sé raccontando la propria vita; qui lo fa per offrire una dimostrazione: la sua vicenda personale è la dimostrazione del vangelo di Gesù Cristo, dell’importanza della persona di Cristo nella vita dell’uomo, della sua stretta e personale relazione con ognuno; Gesù stesso è il vangelo, la buona notizia per tutti.

La rivelazione fondamentale nella vita di Paolo

L’argomento forte che gli interessa è il proprio cambiamento. Paolo infatti era religioso fin da piccolo e la sua conversione non è stata il passaggio dall’incredulità alla fede, dall’ateismo alla pratica religiosa; il suo cambiamento è una maturazione di persona religiosa, da sempre religiosa e molto osservante.

Un autoritratto dell’intransigente fariseo

Il punto di partenza era però quello di una persona malamente religiosa, fissata religiosamente, ma con delle fissazioni sbagliate, con delle idee religiose sbagliate; quello che Paolo ritiene straordinario è proprio il fatto del suo cambiamento. È straordinario che io sia cambiato così.

13Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, 14superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.

È un bell’autoritratto quello che Paolo fa di sé, è il ritratto di una persona religiosamente fanatica – noi oggi diremmo un fondamentalista, se non addirittura un terrorista – un uomo talmente convinto delle proprie idee religiose da essere accanito contro gli altri, difensore delle proprie idee contro gli altri al punto da superare tutti. È la situazione del giovane Paolo che, rispetto ai suoi coetanei, li superava tutti, era molto più religioso degli altri, molto più convinto, al punto da perseguitare fieramente la Chiesa di Dio e questo lo faceva perché attaccato alle tradizioni dei padri. Ma che cosa è avvenuto, che cosa lo ha cambiato?

15Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque 16di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.

Qui c’è il nucleo che ci interessa. La frase decisiva è «si compiacque di rivelare a me suo Figlio»; il soggetto è Dio. “Dio si compiacque di rivelare a me”. Il verbo “rivelare” è di nuovo il verbo «apokalýpto», il verbo che indica la “rimozione del velo”.

Paolo parla della propria esperienza sulla via di Damasco, ma non dice neanche che era sulla via di Damasco e, se non avessimo gli Atti degli Apostoli, non sapremmo dove questo è capitato. In questo racconto non c’è nessun particolare descrittivo, ma solo l’interpretazione dell’evento che lui chiama “apocalisse”. È stata infatti la sua rivelazione!

Prima abbiamo usato rivelazione in senso attivo: Paolo rivela ai Galati il vero vangelo. Qui invece lo stesso concetto viene adoperato in senso passivo: Dio infatti gli si è rivelato e «si è compiaciuto», cioè la benevolenza di Dio si è manifestata nel fargli conoscere il Figlio: ha tolto il velo dagli occhi di Paolo.

Dio «lo aveva già scelto fin dal seno di sua madre»: è una frase antica, la adopera il profeta Geremia, la riprende anche il servo del Signore nel libro di Isaia e Paolo la applica a sé con una forza notevole. “Il Signore mi aveva scelto fin dal seno di mia madre, ancora prima che nascessi”: il Signore mi aveva scelto e mi aveva chiamato con la sua grazia, quindi da ragazzo. Paolo dice di avere sentito la chiamata della benevolenza di Dio, scelto da sempre, fin dal suo concepimento. Da ragazzino è cresciuto consapevole di questa chiamata e ha risposto, ma malamente, sino al momento in cui Dio si compiacque di “rivelare a me suo Figlio”. Nel momento in cui viene tolto il velo, Paolo si accorge di qualche cosa di eccezionale che prima non era riuscito a capire. “Dio ha rivelato a me suo Figlio perché io lo annunziassi in mezzo alle genti”; ha rivelato a me chi è suo Figlio in modo tale che io poi lo possa rivelare ad altri.

Apostolo delle “genti”

La parola “pagano” ha assunto oggi una sfumatura negativa che non rispecchia affatto il significato originale. Etimologicamente è legata al pagus cioè al villaggio e quindi è nata come parola dispregiativa per indicare gli ultimi rimasti della vecchia religione, le persone confinate nei villaggi di campagna più sperduti. Definire quindi i romani o gli ateniesi come pagani è un controsenso, difatti il testo greco parla «èthne», cioè “le genti”.

In italiano abbiamo introdotto una parola strana “gentili”; quando però oggi uno dice “gentile” pensa a tutt’altra cosa, non certo ai non ebrei. Anche in questo caso siamo però di fronte a un termine diventato ormai tecnico e che in ambito neotestamentario indica, per comune consuetudine, i non circoncisi, cioè tutti i non ebrei. Quando si dice “genti” si intende i non ebrei perché in una mentalità ebraica il mondo si divide in due parti: gli ebrei e gli altri.

La mentalità ebraica è strettamente chiusa nella propria visione, mentre la novità che Paolo ha sperimentato è quella dell’apertura e in questo ha avuto notevoli difficoltà a imporsi, anche contro Pietro che era più conservatore. Paolo era un dottore della legge, un accanito difensore di quella legge, ma è avvenuto qualche cosa nella sua persona che gli ha fatto capire la necessità del superamento di quei vincoli nazionalistici.

Il fatto che sia cambiato uno come Paolo è un segno della grazia e la Lettera ai Galati serve proprio per dire “io sono un segno”; quindi il vangelo di Paolo è l’annuncio che quell’uomo dà con la sua vita; la sua vita diventa una prova che il messaggio evangelico è vero. Infatti Paolo era convinto che Gesù avesse torto, che Gesù fosse un imbroglione, un predicatore: o pazzo o ingannatore; sicuramente non poteva essere quello che pretendeva di essere. Paolo ne era convinto e invece, in un attimo, ha avuto la percezione forte che Gesù aveva ragione, che Gesù non era un mentitore o un esaltato, ma era veramente il Figlio di Dio. È stato un lampo, una illuminazione istantanea, in un attimo ha capito che Gesù aveva ragione; contemporaneamente però, in quello stesso attimo, ha capito che lui aveva torto e quindi tutta la sua vita, la sua impalcatura concettuale, religiosa, crollava. Umanamente è stato un crollo, un disastro, gli è caduto il mondo addosso, è caduto lui come mentalità, con tutto l’orgoglio religioso di chi è assolutamente convinto di sapere le cose. Improvvisamente si è accorto di avere sbagliato tutto. Ha dovuto cominciare.

Carne e sangue”

La traduzione italiana che dice: «senza consultare nessun uomo» è una traduzione a senso e contiene una interpretazione che non mi sembra corretta. Letteralmente il greco dice «non ho dato retta né alla carne né al sangue» e potrebbe voler dire “non ho consultato nessun uomo”. Secondo me, però, vuol dire “non ho seguito il mio istinto”, “non mi sono lasciato portare da quello che istintivamente diceva il mio carattere”; in quel momento, quando Dio mi ha rivelato suo Figlio, io non ho dato ascolto né alla carne né al sangue, ma sono partito subito. Infatti “la carne e il sangue” è sicuramente una espressione di tipo aramaico, corrisponde è un modo di dire. Come noi potremmo dire “il mio carattere”, “il mio istinto”, loro dicevano “la carne e il sangue” per indicare qualcosa che nasce da me; sono proprio io, fa parte di me, sono fatto così. È una espressione idiomatica aramaica.

Questa interpretazione trova una conferma nella espressione con la quale l’evangelista Matteo racconta la professione di fede di Pietro. In quella circostanza tutti e tre gli evangelisti sinottici ricordano che Gesù chiede: «Chi sono io per la gente, e voi chi dite che io sia?»; i tre sinottici hanno risposte un po’ differenti: Mc 8,29 Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». Lc 9,20 Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio» Mt 16,16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». A questo punto però solo Matteo aggiunge una reazione di Gesù che dice:

17«Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.

C’è una somiglianza fortissima; Pietro ha detto a Gesù «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» e Gesù reagisce dicendogli: “Sei fortunato, non ci sei arrivato con le tue forze, non sono la carne e il sangue, ma è il Padre mio che ti ha rivelato chi sono io”. Stesse parole, stesso riferimento apocalittico. Il testo di Matteo non dipende da Paolo, né Paolo dipende letterariamente da Matteo; sono due tradizioni autonome e indipendenti, che però coincidono su questi elementi fondamentali e importanti. I due apostoli sono stati beneficiari di una rivelazione e quello che hanno compreso non viene dalla loro carne e dal loro sangue – cioè dalle loro forze, dalla loro umanità – ma è un dono divino.

Vi è certamente venuto in mente che la terminologia carne e sangue è anche eucaristica; è la carne e il sangue di Gesù, cioè proprio la concretezza della umanità che egli dà ai suoi discepoli. Non è la carne e il sangue di Paolo che hanno determinato il cambiamento, ma è un intervento dall’alto a cui lui ha ceduto.

Si è ritirato “in Arabia”, vuol dire nel deserto verso l’oriente, nella zona di Palmira, tanto per capirci, a est di Damasco; poi è ritornato a Damasco. Ha avuto bisogno di qualche anno di calma per riflettere su quanto è cambiato nella sua mente e nella sua vita.

Il breve soggiorno a Gerusalemme

L’illuminazione è avvenuta in un istante, ma l’assimilazione dell’idea ha richiesto alcuni anni, difatti così continua:

18In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa,

(Paolo chiama sempre Pietro con il nome aramaico, è la formula più arcaica, proprio quella adoperata da Gesù)

e rimasi presso di lui quindici giorni; 19degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.

Giacomo di Alfeo, che noi chiamiamo “Minore”, è conosciuto con il titolo di “fratello del Signore” in quanto parente stretto; è una terminologia di onore che non indica una fratellanza di sangue. È uno dei tanti passi su cui qualcuno vuole discutere sui fratelli di Gesù.

In base ad alcuni dati della tradizione antica giudeo–cristiana questo Giacomo sarebbe figlio di Alfeo, fratello di Giuseppe, per cui è cugino primo di Gesù. È praticamente l’erede della famiglia e la comunità cristiana di Gerusalemme è riunita intorno a Giacomo, fratello del Signore; è il parente stretto e, in un ambiente che dà grande peso ai rapporti familiari, il parente di Gesù, quello che appartiene proprio al suo clan familiare, ha il ruolo più importante. Nella tradizione ecclesiastica il primo vescovo di Gerusalemme è sempre stato considerato Giacomo, mai Pietro; a Gerusalemme il vescovo era Giacomo; Pietro è diventato vescovo quando è andato a Roma.

Questo modo di parlare corrisponde ad uno schema moderno, però è importante notare questa antica tradizione. A Gerusalemme l’autorità massima era Giacomo!

20In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco.

(Paolo sta raccontando qualcosa che è avvenuto a sé per poter dire: io vi parlo con autorità, perché è avvenuto qualche cosa nella mia vita che dà credibilità a quello che vi sto annunciando.)

21Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia.

(Siria è la regione di Antiochia e la Cilicia è la sua regione natale, la cui capitale è Tarso).

Glorificavano Dio a causa mia!

Paolo quindi a Gerusalemme c’è stato 15 giorni, dopo di che hanno tentato di fargli la pelle perché era diventato un personaggio scomodo. I cristiani infatti non si fidavano di lui, lo consideravano una spia, uno che si era infiltrato nella comunità per poter conoscere meglio e provocare dei danni. Le autorità giudaiche lo consideravano un traditore, uno che era partito per arrestare i cristiani e invece era passato dalla loro parte. In 15 giorni si è quindi bruciato le possibilità di ministero a Gerusalemme, ha subíto un attentato, ha evitato l’uccisione, ma ha capito che non era più ambiente per lui; ha dovuto fare i bagagli e andarsene. Questo comportò un fallimento per la sua vita umana; era andato a Gerusalemme per fare carriera, per diventare un pezzo grosso nel sinedrio, un dottore della legge, una autorità e adesso, che ha circa 35 anni, non è più nessuno.

La sua è una situazione dantesca: nel mezzo del cammino della vita c’è un fallimento, un dramma, per cui perde tutto, torna a casa senza niente; non ha fatto carriera, non è diventato nessuno, non ha grandi prospettive, è mal visto un po’ da tutti. Si ritira nel privato, si ritira a casa sua a intrecciare stuoie.

22Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». 24E glorificavano Dio a causa mia.

Di persona non mi conoscevano, ma parlavano di me, ero diventato “un caso”. Raccontavano del grande cambiamento che era capitato in me e dicevano che era Dio che lo aveva compiuto per cui glorificavano lui, cioè sottolineavano la potenza con cui Dio è entrato nella mia vita e mi ha cambiato.

Il discorso autobiografico continua ancora e riprende un altro episodio avvenuto dopo quattordici anni. Per tutto questo tempo Paolo conduce una vita abbastanza tranquilla e ritirata. Dopo quattordici anni di silenzio, di vita privata, c’è il Concilio di Gerusalemme – dove c’è il chiarimento della sua posizione nell’ambito della comunità cristiana. È proprio a questo che Paolo tende, per dire che c’è stato un accordo preciso, un riconoscimento della sua onestà intellettuale, della sua profonda e sincera adesione alla fede in Gesù. Paolo non è un libero battitore, non è uno che ha e propone delle idee personali e strane; quello che sta insegnando è veramente il vangelo di Gesù. “Se altri non lo hanno capito e lo insegnano male, peggio per loro, e mi stupisco che voi, avendo cominciato con me, dice Paolo, poi seguiate degli altri, degli imbecilli”.

Il tono della lettera è proprio questo! Dobbiamo anche valorizzare questo tono umano forte perché è un segno della grazia; Paolo ha un carattere tale che senza la grazia sarebbe stato un tremendo bisbetico; con la grazia di Dio è diventato un appassionato riformatore e la Lettera ai Galati ci può far bene per andare all’essenziale e riformare, anche noi, la nostra idea di vangelo.

http://www.symbolon.net

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Questa voce è stata pubblicata il 07/10/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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