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Ouellet a Viganò: “Le tue accuse al Papa una montatura politica”

Lettera aperta del prefetto dei Vescovi all’ex nunzio che, nel suo ultimo comunicato, cercava di coinvolgerlo nella sua operazione: «Una ribellione mostruosa, esci dalla clandestinità e pentiti». «Falso presentare le misure contro McCarrick come “sanzioni” decretate da Benedetto e annullate da Francesco»

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Il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi

Pubblicato il 07/10/2018
SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO
Vaticaninsider
http://www.stampa.it

«Una montatura politica» priva di fondamento. «Un colpo inaudito e immeritato» e una «accusa mostruosa», «incredibile» ed «inverosimile» al Papa. Una «ribellione aperta e scandalosa, che infligge una ferita molto dolorosa alla Sposa di Cristo, che tu pretendi di servire meglio, aggravando la divisione e lo sconcerto nel popolo di Dio». È il cardinale Marc Ouellet a porre una pietra tombale sul “caso Viganò”, l’ex nunzio negli Stati Uniti che aveva chiesto le dimissioni di Papa Francesco per aver coperto, a suo dire, i crimini del cardinale Theodore McCarrick, abusatore seriale di giovani seminaristi.

In una lettera aperta firmata e pubblicata oggi 7 ottobre, festa di Nostra Signora del Santo Rosario, che giunge all’indomani dei chiarimenti della Santa Sede sulla vicenda McCarrick, il prefetto della Congregazione per i Vescovi risponde per le rime al «caro confratello Carlo Maria Viganò» che nel suo ultimo messaggio ai media del 27 settembre, diffuso da un luogo segretissimo in cui pare essersi rifugiato dopo la pubblicazione del primo “comunicato” del 26 agosto (e rilanciato da blog e siti a lui vicini), gettava nel tritacarne della sua operazione proprio il cardinale canadese a cui rivolgeva «un appello speciale».

«Con lui come nunzio ho sempre lavorato in grande sintonia e ho sempre avuto grande stima e affetto nei suoi confronti», scriveva Viganò ricordando anche una lunga conversazione nell’appartamento romano del porporato quando ormai era terminata la sua missione a Washington. «All’inizio del pontificato di Papa Francesco aveva mantenuto la sua dignità, come aveva dimostrato con coraggio quando era arcivescovo di Québec. Poi, invece, quando il suo lavoro come prefetto della Congregazione per i vescovi è stato virtualmente compromesso perché la presentazione per le nomine vescovili da due “amici” omosessuali del suo Dicastero passava direttamente al Papa, bypassando il cardinale, ha ceduto» accusava Viganò, recriminando a Ouellet anche di essersi schierato sugli «aspetti più controversi dell’Amoris laetitia». Una dimostrazione della «sua resa».

Ma soprattutto l’ex nunzio, rivolgendosi direttamente al cardinale scriveva: «Prima che io partissi per Washington, lei mi parlò delle sanzioni di Papa Benedetto nei confronti di McCarrick. Lei ha a sua completa disposizione i documenti più importanti che incriminano McCarrick e molti in curia che li hanno coperti. Eminenza, le chiedo caldamente di voler rendere testimonianza alla verità!».

E la verità non ha tardato ad arrivare. «Nel tuo ultimo messaggio ai media, in cui denunci Papa Francesco e la Curia romana, mi esorti a dire la verità su dei fatti che tu interpreti come un’endemica corruzione che ha invaso la gerarchia della Chiesa fino al suo più alto livello», esordisce il prefetto dei Vescovi nella sua lettera che offre la sua personale testimonianza sulla vicenda McCarrick in base ai «contatti personali» e «ai documenti degli archivi» della Congregazione dei Vescovi, «attualmente oggetto di uno studio per far luce su questo triste caso».

«La tua attuale posizione mi appare incomprensibile ed estremamente riprovevole, non solo a motivo della confusione che semina nel popolo di Dio, ma perché le tue accuse pubbliche ledono gravemente la fama dei Successori degli Apostoli», scrive il cardinale. «Ricordo di aver goduto un tempo della tua stima e della tua confidenza, ma constato che avrei perso ai tuoi occhi la dignità che mi riconoscevi, per il solo fatto di essere rimasto fedele agli orientamenti del Santo Padre nel servizio che mi ha affidato nella Chiesa».

Venendo ai fatti, Ouellet affronta subito la questione più spinosa e cioè l’affermazione di Viganò di aver informato Francesco il 23 giugno 2013 sul caso McCarrick durante un’udienza privata che avveniva in un giorno in cui il Papa incontrava per la prima volta tanti altri rappresentanti pontifici. «Immagino – dice Ouellet – l’enorme quantità di informazioni verbali e scritte che egli ha dovuto raccogliere in quell’occasione su molte persone e situazioni. Dubito fortemente che McCarrick l’abbia interessato al punto che tu vorresti far credere, dal momento che era un arcivescovo emerito di 82 anni e da sette anni senza incarico». Inoltre – e questo è un chiarimento fondamentale a riprova dell’inconsistenza dell’operazione – «le istruzioni scritte, preparate per te dalla Congregazione per i Vescovi all’inizio del tuo servizio nel 2011, non dicevano alcunché di McCarrick, salvo ciò che ti dissi a voce della sua situazione di Vescovo emerito che doveva obbedire a certe condizioni e restrizioni a causa delle voci attorno al suo comportamento nel passato».

Sottolineando poi che dal 30 giugno 2010, giorno in cui è iniziato il suo incarico di prefetto, non ha mai portato in udienza presso Benedetto XVI o Francesco il caso McCarrick, «salvo in questi ultimi giorni, dopo la sua decadenza dal Collegio dei Cardinali», Ouellet smonta anche un altro punto forte del dossier Viganò: quello delle «sanzioni» che Ratzinger avrebbe imposto a McCarrick e che Bergoglio avrebbe “cancellato” una volta salito sul soglio di Pietro.

Il cardinale Ouellet parla per conoscenza diretta dei fatti e dopo aver consultato gli archivi della Congregazione: «L’ex cardinale, andato in pensione nel maggio 2006, era stato fortemente esortato a non viaggiare e a non comparire in pubblico, al fine di non provocare altre dicerie a suo riguardo. È falso presentare le misure prese nei suoi confronti come “sanzioni” decretate da Papa Benedetto XVI e annullate da Papa Francesco. Dopo il riesame degli archivi, constato che non vi sono documenti a questo riguardo firmati dall’uno o dall’altro Papa, né nota di udienza del mio predecessore, il cardinale Giovanni-Battista Re, che desse mandato dell’obbligo dell’arcivescovo emerito McCarrick al silenzio e alla vita privata, con il rigore di pene canoniche».

«Il motivo – spiega il porporato – è che non si disponeva allora, a differenza di oggi, di prove sufficienti della sua presunta colpevolezza. Di qui la posizione della Congregazione ispirata alla prudenza e le lettere del mio predecessore e mie che ribadivano, tramite il nunzio apostolico Pietro Sambi e poi anche tramite te, l’esortazione a uno stile di vita discreto di preghiera e penitenza per il suo stesso bene e per quello della Chiesa. Il suo caso sarebbe stato oggetto di nuove misure disciplinari se la Nunziatura a Washington o qualunque altra fonte, ci avesse fornito delle informazioni recenti e decisive sul suo comportamento».

Ouellet non manca di esprimere l’auspicio, come tanti, «che, per rispetto delle vittime ed esigenza di giustizia, l’indagine in corso negli Stati Uniti e nella Curia romana ci offra finalmente una visione critica complessiva delle procedure e delle circostanze di questo caso doloroso, affinché fatti del genere non si ripetano nel futuro». E ammette anche il suo personale stupore per l’ascesa di un personaggio come McCarrick ai vertici della gerarchia ecclesiastica statunitense: «Come può essere che quest’uomo di Chiesa, di cui oggi si conosce l’incoerenza, sia stato promosso a più riprese, sino a rivestire le altissime funzioni di arcivescovo di Washington e di Cardinale? Io stesso ne sono assai stupito e riconosco dei difetti nel procedimento di selezione che è stato condotto nel suo caso».

Tuttavia, senza entrare nei dettagli, prosegue il prefetto, «si deve comprendere che le decisioni prese dal Sommo Pontefice poggiano sulle informazioni di cui si dispone in quel preciso momento e che costituiscono l’oggetto di un giudizio prudenziale che non è infallibile. Mi sembra ingiusto – sottolinea – concludere che le persone incaricate del discernimento previo siano corrotte anche se, nel caso concreto, alcuni indizi forniti dai da testimonianze avrebbero dovuto essere ulteriormente esaminati». McCarrick stesso, peraltro, «ha saputo difendersi con grande abilità dai dubbi sollevati a suo riguardo».

D’altra parte, «il fatto che vi possano essere in Vaticano persone che praticano e sostengono comportamenti contrari ai valori del Vangelo in materia di sessualità, non ci autorizza a generalizzare e a dichiarare indegno e complice questo o quello e persino lo stesso Santo Padre. Non occorre innanzitutto che i ministri della verità si guardino dalla calunnia e dalla diffamazione?».

Allora, «caro Rappresentante Pontificio emerito – scrive Marc Ouellet – ti dico francamente che accusare Papa Francesco di aver coperto con piena cognizione di causa questo presunto predatore sessuale e di essere quindi complice della corruzione che dilaga nella Chiesa, al punto di ritenerlo indegno di continuare la sua riforma come primo pastore della Chiesa, mi risulta incredibile ed inverosimile da tutti i punti di vista. Non arrivo a comprendere come tu abbia potuto lasciarti convincere di questa accusa mostruosa che non sta in piedi».

Il cardinale lo afferma chiaramente: «Francesco non ha avuto alcunché a vedere con le promozioni di McCarrick a New York, Metuchen, Newark e Washington. Lo ha destituito dalla sua dignità di cardinale quando si è resa evidente un’accusa credibile di abuso sui minori. Non ho mai sentito Papa Francesco fare allusione a questo sedicente gran consigliere del suo pontificato per le nomine in America, benché egli non nasconda la fiducia che accorda ad alcuni prelati. Intuisco che questi non siano nelle tue preferenze, né in quelle degli amici che sostengono la tua interpretazione dei fatti. Trovo tuttavia aberrante che tu approfitti dello scandalo clamoroso degli abusi sessuali negli Stati Uniti per infliggere all’autorità morale del tuo Superiore, il Sommo Pontefice, un colpo inaudito e immeritato».

Ouellet attinge anche alla sua personale conoscenza del Pontefice regnante, che incontra per motivi di lavoro ogni settimana: «So molto bene come egli tratti le persone e i problemi: con molta carità, misericordia, attenzione e serietà, come tu stesso hai sperimentato. Leggere come concludi il tuo ultimo messaggio, apparentemente molto spirituale, prendendoti gioco e gettando un dubbio sulla sua fede, mi è sembrato davvero troppo sarcastico, persino blasfemo! Ciò non può venire dallo Spirito di Dio».

«Caro confratello – si legge ancora nella missiva – vorrei davvero aiutarti a ritrovare la comunione con colui che è il garante visibile della comunione della Chiesa Cattolica; capisco come delle amarezze e delle delusioni abbiano segnato la tua strada nel servizio alla Santa Sede, ma tu non puoi concludere così la tua vita sacerdotale, in una ribellione aperta e scandalosa, che infligge una ferita molto dolorosa alla Sposa di Cristo, che tu pretendi di servire meglio, aggravando la divisione e lo sconcerto nel popolo di Dio!».

Da qui un appello definitivo: «Esci dalla tua clandestinità, pentiti della tua rivolta e torna a migliori sentimenti nei confronti del Santo Padre, invece di inasprire l’ostilità contro di lui. Come puoi celebrare la Santa Eucaristia e pronunciare il suo nome nel canone della messa? Come puoi pregare il santo Rosario, San Michele Arcangelo e la Madre di Dio, condannando colui che Lei protegge e accompagna tutti i giorni nel suo pesante e coraggioso ministero?».

«In risposta al tuo attacco ingiusto e ingiustificato nei fatti – sono le ultime parole del cardinale – concludo dunque che l’accusa è una montatura politica priva di un reale fondamento che possa incriminare il Papa, e ribadisco che essa ferisce profondamente la comunione della Chiesa. Piaccia a Dio che questa ingiustizia sia rapidamente riparata e che Papa Francesco continui ad essere riconosciuto per ciò che è: un pastore insigne, un padre compassionevole e fermo, un carisma profetico per la Chiesa e per il mondo».

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