COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (B) Lectio

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (B)
Marco 10, 17-30


«Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna


Evitare l’ingiustizia personale potrebbe essere sufficiente per raggiungere la vita definitiva, ma non per seguire Gesù; per questo occorre rinunciare all’accumulo di ricchezza, ostacolo per lo sviluppo dell’uomo e fondamento dell’ingiustizia e della disuguaglianza sociale. Marco mostra che la perfetta osservanza della Legge giudaica non basta per l’adesione al messaggio di Gesù che è incentrato sul raggiungimento della pienezza della vita attraverso il dono di sé.

17 In quel tempo, mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. 18 Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.

Un uomo angustiato (gettandosi in ginocchio davanti a lui) cerca soluzione per un problema cruciale; è un uomo che corre perché prigioniero/indemoniato/posseduto da un problema che l’angustia (va da Gesù per avere): come evitare che la morte sia la fine di tutto, che fare per avere vita dopo la morte? (“Ereditare”= ricevere un lotto/bene per attribuzione, “ereditare/ottenere/possedere”. Nel contesto ebraico la vita definitiva veniva concepita come una eredità che l’uomo riceve da Dio in dono, cfr. Sal 37,11). Riconosce in Gesù un sapere superiore: chiama Gesù “Maestro” non “Rabbi” (cfr. 9,5; 14,45), facendo capire che non lo assimila ai rabbini, puri commentatori della Legge; riconosce l’eccellenza di Gesù come “maestro insigne” e crede che possa risolvere il suo problema e calmare la sua angoscia. Gesù gli risponde che non è necessario consultare lui, perché, su questa questione, i Giudei hanno avuto il migliore dei maestri, Dio.

Excursus

Maestro insigne= =agathé da agathos: quando agatos o aggettivi simili qualificano un sostantivo che indica una funzione, non indicano la bontà o malvagità personale del soggetto, bensì la sua eccellenza o mancanza di essa in detta funzione. Il grado positivo ha valore di superlativo, il miglior maestro che c’è; lo stesso al v. 18. L’esatta interpretazione dell’aggettivo agathos facilita la comprensione di tutta la pericope [=unità ben delimitata dotata di senso compiuto]: ci si rende conto che il termine maestro insigne si adotta per la qualità di Gesù come maestro e di conseguenza, anche di Dio, nello stesso senso. Nell’attività provvidente del Padre sempre c’è stata rivelazione e assistenza per lo sviluppo dell’uomo; anche lo sviluppo dell’apparato legislativo rappresenta l’assistenza dell’amore del Padre per il progresso dell’uomo. Gesù riconosce tutto questo e lo rappresenta all’uomo angosciato: ”Hai il miglior maestro che c’è dalla tua parte, Dio. Ti basta Lui per la tua tranquillità, non hai bisogno di rabbini e scribi ma solo dell’insegnamento che viene da Lui: il Decalogo; non ti fare schiavizzare da un groviglio di leggi ed interpretazioni umane (i 613 precetti e divieti della legislazione degli scribi)”.

L’osservanza dei comandamenti basta per ottenere la vita eterna. L’atteggiamento di Gesù basta a fugare delle interpretazioni estremistiche, come il fatto che solo coloro che seguono Gesù e solo coloro che rinunciano a tutti i possedimenti possono ottenere la vita eterna; e andando oltre si giunge a dire che la vita eterna non può essere raggiunta né dagli ebrei fedeli né dai seguaci di Gesù che non rispettino una assoluta povertà. La missione di Gesù non consiste soltanto nell’assicurare agli uomini la vita dopo la morte, cosa che si può realizzare con una condotta onorata, bensì nel condurre gli uomini alla pienezza umana fin dalla loro vita mortale, mettendo in atto un cambiamento della società e iniziando in tal modo la fase terrena del Regno di Dio. L’uomo che corre “angosciato” da Gesù, anche se è un osservante della Legge e pur essendo ricco, è preoccupato per la vita dell’aldilà. La sicurezza su cui basa la sua vita: l’osservanza dei comandamenti e la sua ricchezza non bastano a tranquillizzarlo.

Gesù con tutta evidenza si pone nella scia dell’unico Maestro insigne: il Padre; e, per tutta risposta, all’uomo/posseduto non dà un precetto in più, una formula magica, una preghiera talismano, ma “lo amò”; lo pone nell’ambito dell’amore non dell’osservanza di norme di religione; lo pone nell’ambito proprio di Dio, l’amore. Quindi va oltre una certa interpretazione della legislazione ebraica e richiamando il cuore della Legge porta a compimento tutto il precedente facendolo sfociare direttamente e principalmente nell’Amore di Dio (lo amò…li amò sino alla fine…in un crescendo di amore). L’insegnamento di Gesù è nella scia dell’amore creatore del Padre: siamo nella pienezza del tempo e quindi siamo giunti ad un grado eccellente della rivelazione e dell’insegnamento, tutto viene posto sul piano dell’amore (lo amò). Non precetti che ci devono condurre a Dio ma la stessa vita del Padre, del Figlio, dello Spirito donata a noi.

Gesù coinvolge l’uomo angosciato nella rivelazione sempre più piena e lo chiama a seguirlo con una scelta di amore che deve farlo sentire, come si sente Lui, responsabile della felicità degli altri. Il ricco è preoccupato soltanto dell’aldilà, però c’è un aldiquà pieno di dolore e di ingiustizia, e il suo comportamento non contribuisce a porvi rimedio. Il ricco aspirava alla vita dopo la morte, Gesù gli offre fin da ora di condividere la vita di Dio. Essere ricco non lo ha fatto crescere nella sua qualità umana, poiché il suo amore per il prossimo non è stato adeguato, dal momento che non è stato solidale né ha preso eccessive iniziative per procurare il bene degli altri. L’osservanza dei comandamenti etici della Legge è stato un primo passo nell’amore per gli altri. Gesù propone di andare oltre; cioè, non fare danno agli altri non implica una reale preoccupazione per il bene degli altri, né porta a impegnarsi per la giustizia. Gesù, l’ebreo, propone, con libertà creativa, un compimento/superamento della Legge, un principio di vita che supera tutti i precedenti valori del mondo ebraico. La proposta di Gesù va oltre la domanda dell’uomo ricco; non si tratta solo di raggiungere la vita definitiva dopo la morte, bensì di avere vita piena in questo mondo e di aiutare gli altri a raggiungerla assumendo la statura del figlio dell’Uomo che sceglie la pienezza umana attraverso il dono di sé.

19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”.

Dei dieci comandamenti Gesù omette i primi tre, che si riferiscono a Dio; gli ricorda solo quelli etici, quelli che si riferiscono al prossimo, che sono indipendenti da ogni contesto religioso. Il codice etico che propone Gesù non è specificamente ebraico, né tantomeno cristiano, bensì universale, valido per ogni essere umano, in ogni cultura. Marco aggiunge non frodare (ai comandamenti viene aggiunto un precetto preso dal Deuteronomio 24,14 e che riguarda i rapporti tra padroni e braccianti=ricchi e poveri) non privare l’altro di ciò che gli è dovuto. Sono comandamenti che proibiscono di commettere determinate ingiustizie a danno del prossimo. Infine, invertendo l’ordine del Decalogo, ricorda solo alla fine il comandamento onora/sostenta tuo padre e tua madre, insinuando con ciò che l’obbligo nei confronti della famiglia non può servire da pretesto per sottrarsi all’obbligo nei confronti dell’umanità in generale; il vincolo con l’umanità ha più valore di quello familiare. La condizione minima per superare la morte, quindi, è quella di non essere personalmente ingiusto con gli altri.

20 Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”.

L’uomo afferma di essere stato sempre fedele ai comandamenti. Questo dimostra che Marco sta descrivendo una figura ideale, il perfetto giudeo, per creare il contrasto con le esigenze del messaggio di Gesù. Quel tãuta pánta, nell’assonanza onomatopeica, ci dà un’immagine di pienezza che poi Gesù svuoterà.

21 Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi !”.

Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò invitandolo a seguirlo entrando nel gruppo dei discepoli e gli espone la condizione che deve adempiere. Una sola cosa ti manca (l’uno ti manca – alla maniera semitica – ti manca tutto=non è la ciliegina sulla torta; è stato presentato come colui che corre perché è posseduto, anche se lui pensava di essere possessore), l’uomo è preoccupato per l’aldilà, ma questo non basta per il suo sviluppo come persona che si ottiene seguendo la linea di Gesù, facendosi ultimo e servo di tutti (9,35) e per questo deve abbandonare i suoi molti possedimenti (possedeva infatti molti beni). Era andato da Gesù per avere, invece deve dare (il ricco è colui che possiede, il signore è colui che dà!)

Così contribuirà a creare in questo mondo una società nuova (il regno di Dio) dove regni la giustizia e l’essere umano trovi la sua pienezza. Di fatto, anche se personalmente non è ingiusto, quell’uomo è coinvolto, con la sua ricchezza, nell’ingiustizia della società. L’etica proposta nei comandamenti di Mosè non è sufficiente, rispetto alla proposta di Gesù, per superare radicalmente le disuguaglianze, né porta a una società veramente giusta. Per ogni seguace, quindi, la condizione è quella di prendere la decisione di eliminare, per quanto sta in lui, l’ingiustizia. Per questo deve rinunciare all’accumulo di beni (tutto quello che hai), che crea la povertà di altri, la disuguaglianza e la dipendenza umilianti; darlo ai poveri ripara, a livello personale, questa ingiustizia. D’altra parte l’accumulo di beni offre una sicurezza sul piano materiale, ma, essendo ingiusta, impedisce lo sviluppo umano; la vera ricchezza e la sicurezza definitiva si trovano solo in Dio (avrai un tesoro in cielo, allusione a 10,14: ”…a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio.”), che opera attraverso la solidarietà e l’amore reciproco della comunità di Gesù e garantisce lo sviluppo personale.

22 Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

L’uomo, per il suo attaccamento alla ricchezza, non acconsente all’invito di Gesù. Il suo amore per gli altri è relativo, non arriva al livello della statura del figlio dell’uomo. Non è disposto a lavorare per un cambiamento sociale, per una società giusta, quella antica gli basta. Preferisce l’accumulo del denaro al bene dell’uomo.

Riflessioni…

  • Nonostante la luce della ragione e il calore di un cuore che ama, il volto dell’uomo si fa scuro: segno di rifiuto e di tristezza. Anche proposte concrete di amore non riescono a scaldare cuori e a rendere volti dialoganti, sinceri, solari…
  • La ricerca di sicurezze, anche estreme ed ultime, di chi non conosce incertezze, disagi o precarietà perché ricco di tutto, vuole solo conferme e rifiuta dubbi, proposte di autonomie e di libertà, di donazioni incondizionate.
  • Egli pretende solo eredità, possessi certi e garantiti dalla legge, mentre Maestri eccellenti di vita, come quello di Nazareth, propongono forme di vita donata e generosamente condivisa.
  • Per contribuire alla piena liberazione di sé, all’instaurazione di una umanità nuova, fatta di amore incondizionato ed universale, regolata da giustizia vissuta e partecipata, quel Maestro chiede adesione personale, garanzia di rinnovamento cosmico, ove anche un’ala di farfalla alimenta il moto di ogni vita, anche in terre lontane.
  • E il Dio ricco di speranze, anche dinanzi a volti scuri che si dissolvono nell’orizzonte di altre vie, continua a fissare i suoi sguardi di amore, volgendosi ovunque per riproporre il suo non impossibile progetto di vita.
  • Alla ragione dell’uomo, che calcola, distingue e valuta, Egli ripresenta quella divina, improntata alla novità, alla libertà, alla risurrezione dell’uomo da ogni forma di schiavitù, di dipendenze condizionanti, e garantisce la felicità del dono, la pienezza della fraternità e della giustizia universale.
  • All’invito si può rispondere vendendo e donando ricchezze e abbandonando desuete certezze: operazioni concrete per venire e seguire, come fanno una mente che si illumina ed un cuore che si accende per un nuovo progetto di vita, per un percorso audace e liberante che porta ora speranze ed offre segni di salvezza anche futura.

Associazione “il filo – gruppo laico di ispirazione cristiana” – Napoli http://www.ilfilo.org

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Questa voce è stata pubblicata il 10/10/2018 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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