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Lectio sulla Lettera ai GALATI – Doglio (3)

XXVII-XXVIII Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

Testo word Lectio sulla Lettera ai GALATI – Doglio (3)
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La lettera di san Paolo ai Galati (3)
Gal 3,1 – 4,7
Claudio Doglio

Al capitolo 3 la Lettera ai Galati entra nel vivo della dimostrazione. Paolo ha affrontato finora l’argomento da un punto di vista autobiografico, presentando se stesso con le credenziali dell’apostolo che ha ricevuto un incarico da parte del Signore. Racconta anche la sua forte reazione all’atteggiamento di Pietro che, ad Antiochia, aveva assunto un comportamento equivoco.

Gli ultimi versetti del capitolo 2 ci hanno mostrato come l’apostolo applichi fortemente a sé questa teoria teologica parlando della propria forte esperienza 20Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

Paolo afferma che, in base alle opere della legge, nessuno può entrare in buona relazione con Dio, cioè essere giustificato; questo è possibile solo in forza della fede. Questo è il suo vangelo.

L’impostazione del discorso

Il capitolo 3 si apre con una nuova apostrofe, cioè un momento in cui l’apostolo rialza il tono delle sue parole e aggredisce i Galati. Lo fa con un intento retorico per svegliare l’attenzione, per catturare l’interesse degli ascoltatori, mostrando così una passione per loro.

Il punto delicato è una questione di conoscenza, difatti l’aggettivo con cui qualifica i Galati è «stolti»; in greco dice «anóetoi», cioè privi di «noús», cioè di intelligenza; noi diremmo senza testa, scervellati. Non è una questione morale, non dice “cattivi”, dice “stupidi”: è una questione di intelligenza, di ragionamento, di logica della fede e il rimprovero che muove è legato proprio a una cattiva interpretazione, a una scarsa comprensione razionale del messaggio.

Il modo di procedere di Paolo, in questa parte centrale della lettera, ha qualche cosa di socratico. Paolo è anche profondamente greco e ha assimilato la mentalità e la cultura della tradizione greca.

Il primo aspetto della sua riflessione è negativo, cioè demolisce la posizione dell’ascoltatore. Poi lentamente — lungo tutto il capitolo 3 — cerca di far fare dei passi all’ascoltatore, ponendogli anche delle domande. Ripetutamente infatti troviamo nel testo delle domande. Da un punto di vista logico in una lettera non è possibile il dialogo, eppure Paolo procede come se stesse parlando con della gente concretamente presente: fa delle domande e si aspetta delle risposte. In realtà, però, è lui che dà la risposta e va avanti, al punto che viene composto una specie di dialogo. Infine — nei primi versetti del capitolo 4, fino al versetto 7, dove ci fermeremo — c’è una perorazione: è l’ultimo slancio che chiede l’adesione; c’è la proposta positiva del messaggio.

Schematicamente l’impostazione del discorso è questa: si parte dicendo che l’interlocutore sbaglia e quindi lo si aiuta a fare i passi fino ad arrivare al grande messaggio positivo. Il capitolo 3 è un capitolo densissimo di ragionamenti e questi ragionamenti non sono sviluppati secondo un procedimento greco, bensì secondo il modo di ragionare e di argomentare tipico dei rabbini. È quindi una argomentazione di tipo giudaico, è una esegesi fatta secondo dei criteri tipici di quell’ambiente giudaico che Paolo aveva studiato, di cui era professore. Questa serie di ragionamenti a noi risulta estremamente difficile e ostica; sia perché quel tipo di procedimento per noi è strano, sia perché Paolo pensa più velocemente dello scrivano…

Un mio grande insegnante con il quale ho avuto la fortuna di studiare la Lettera ai Galati — il professor Albert Vanhoye, che è diventato cardinale e ha appena predicato gli esercizi spirituali al Santo Padre — era solito dire, proprio spiegando questa parte della lettera, che per poter capire Paolo bisogna aggiungere, tra un versetto e l’altro, almeno due o tre versetti. Paolo infatti, pur tenendo perfettamente il filo del discorso, salta molti passaggi per cui il lettore molto difficilmente riesce a seguire il ragionamento. Bisogna quindi aggiungere dei passaggi perché noi siamo di intelletto meno veloci di Paolo.

Questa parte centrale della lettera è considerata uno dei brani più difficili di tutto il Nuovo Testamento. È quindi necessaria molta attenzione, perché dobbiamo affrontare un testo di non facile comprensione. Non mi soffermerò quindi più di tanto a chiarire tutti i particolari, perché ci vorrebbe davvero molto, troppo tempo; cercherò di dare una presentazione più o meno lineare, sapendo che non tutto sarà facilmente comprensibile. Mi interessa infatti piuttosto arrivare al finale perché il finale è quello positivo, corposo: è il “miele” di tutto questo grande insieme di ricerca ed è l’elemento propositivo che serve a noi anche per la comprensione e la vita spirituale.

Allora, anche se non capiamo tutti passaggi di queste citazioni, pazienza; qualora infatti anche le capissimo bene non otterremo grandi vantaggi.

L’esperienza cristiana vissuta dai Galati

3,1O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? 2Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? 3Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? 4Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! 5Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?

Questa è l’apostrofe. Due volte c’è il rimprovero: “siete senza intelligenza” e il tentativo di far capire questa mancanza di comprensione attraverso delle domande, con forti contrapposizioni. Noi potremmo rileggere questi versetti trovando una specie di ritratto dell’opera di Paolo che sta infatti descrivendo il proprio stile apostolico, quello che ha fatto quando ha predicato il vangelo in Galazia: «Anzitutto ai vostri occhi è stato rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso».

Il centro della predicazione di Paolo è il messia Gesù crocifisso; la sua morte e risurrezione sono il centro di tutto. Stupisce però quella espressione: «È stato rappresentato dal vivo». Un modo per intendere questa espressione è di pensare che Paolo stesso alluda alla propria situazione: lui in persona, cioè, è stato il rappresentante di Gesù Cristo crocifisso. I Galati quindi, attraverso Paolo, hanno conosciuto l’esperienza del Crocifisso: un uomo debole, di salute cagionevole, con poca forza dal punto di vista umano. È anche probabile che l’apostolo abbia avuto delle malattie, abbia cioè avuto delle manifestazioni violente di una malattia che si è portato dietro per tutta la vita, al punto da essere ridotto quasi a uno straccio.

Paolo si considera un rappresentante al vivo di Cristo crocifisso e i Galati hanno fatto questa esperienza di una potenza che passa attraverso la debolezza: attraverso la sua mediazione hanno ricevuto lo Spirito. Paolo ha trasmesso loro il dono dello Spirito Santo, ma lo Spirito è la potenza, è l’energia; hanno cominciato con lo Spirito di Dio, hanno fatto tante esperienze, hanno fatto l’esperienza di una potenza di Dio che trasforma, che segna. «Avete visto come il Signore opera portenti in mezzo a voi». Sono avvenuti anche degli eventi straordinari e allora, si domanda Paolo: “Tutto questo in forza di che cosa è avvenuto?”.

La legge di Mosè c’era anche prima e quello che è successo a voi, quello che avete sperimentato direttamente, è forse semplicemente frutto della legge, dell’ascolto della legge di Mosè? Non è invece perché avete creduto alla predicazione? È infatti arrivata una predicazione nuova, un annuncio che non è semplicemente una teoria nuova, ma è una persona viva e reale che è stata portata a voi attraverso la parola e quella persona è entrata nella vostra vita, l’ha segnata, l’ha cambiata. Adesso volete tornare indietro? Avete accettato la predicazione, avete conosciuto la persona di Gesù Cristo, avete ricevuto lo Spirito, avete vissuto una esperienza portentosa e adesso tornate indietro, regredite alla legge, alla carne? Allora qualcuno vi ha fatto “bere il cervello”!

Chi vi ha ammaliati? Paolo usa un verbo che fa riferimento a riti magici; è il linguaggio mitico ad esempio dell’Odissea, laddove si dice che la maga Circe trasforma gli uomini in animali. Il linguaggio ellenistico porta Paolo a usare anche queste espressioni letterarie eleganti. Dopo essere partiti così bene siete stati trasformati in bestie!

È stato dunque inutile tutto quello che avete sperimentato? Inutile non può esserlo! Se non ne avete ricavato un beneficio, allora è stato dannoso: non può infatti essere indifferente tutto quello che avete vissuto. Perciò il vostro atteggiamento attuale è scorretto, sbagliato, privo di intelligenza; cerchiamo quindi di costruire quello corretto e positivo.

Chi sono i figli di Abramo

Punto di partenza dell’argomentazione di Paolo è la grande tesi biblica, la chiamata di Abramo.

6Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. 7Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede.

Se questi versetti contengono il tema portante di tutta la dimostrazione, dobbiamo dire che l’argomento principale della Lettera ai Galati è la figliolanza. L’argomento primario non è né la fede, né le opere, né la giustificazione; l’argomento decisivo è la figliolanza, l’essere figli. Questo è il vangelo di Paolo: l’annuncio della possibilità di essere figli.

I Galati probabilmente hanno voluto diventare figli di Abramo facendosi circoncidere, perché — assoggettandosi alle regole della legge — in quel modo vengono riconosciuti come figli di Abramo. Paolo adopera un importantissimo versetto della Genesi dove si dice che Abramo: Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia (Gn 15,6) In questo versetto Paolo trova due concetti che gli stanno a cuore: “credere” e “giustizia”. Abramo si è fidato di Dio, ha creduto al Signore, ha avuto fede e il Signore — dice il testo biblico — ha accreditato, cioè ha considerato questa fede un patrimonio di Abramo; in questo consiste la sua la giustizia. La giustizia di Abramo coincide quindi con la sua fede.

Ecco allora l’argomento che Paolo ne deduce: “Figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede”. Se la giustizia di Abramo coincide con la fede di Abramo, i figli di Abramo non sono semplicemente quelli nati materialmente da lui, ma sono quelli che ne imitano la fede.

Nel vangelo è riportato un detto di Giovanni Battista in cui il predicatore di penitenza critica quelli che si sentiva sicuri per il fatto di essere ebrei e si vantavano di avere Abramo per padre. Egli dice loro: Lc 3,8[…]non cominciate a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre. C’è un gioco di parole in ebraico perché “figli” si dice “banim” e “pietre” si dice “abanim”: c’è una vocale di differenza, quindi è possibile il gioco.

Era però un linguaggio corrente; “essere figli di Abramo” è un titolo di privilegio, è un titolo legato alla razza; dato che noi apparteniamo a questa struttura abbiamo dei privilegi e dei vantaggi perché siamo figli di Abramo. Non è così afferma il Battista: Dio può tirar fuori dei figli ad Abramo anche dalle pietre.

Tutto il ragionamento biblico è legato al fatto che Abramo non ha avuto un figlio per le sue sole forze e il suo dramma è stata proprio la sterilità; ha avuto un figlio perché Dio si è impegnato e glielo ha promesso, ma quel figlio è stato un dono di grazia. Infatti Ismaele — il figlio che Abramo ha avuto da Agar, la schiava di Sara — anche se figlio naturale, non è considerato come tale per quanto attiene all’impegno di Dio. È infatti solo dalla sua sposa legittima che doveva–poteva derivare la discendenza promessa e questa si è attuata solo attraverso un intervento diretto di Dio.

Il figlio di Abramo è un regalo, non una conquista. Quando Abramo era ormai convinto che non avrebbe più potuto avere figli ha creduto al Signore, si è fidato e, fidandosi, ha avuto il figlio. Quel figlio è il segno della grazia, del dono gratuito che viene da Dio, per cui lo stesso Dio è capace di tirare fuori dei figli anche dalle pietre. Davanti a Dio nessuno può vantarsi di avere dei diritti e dei privilegi, come se noi meritassimo qualcosa, avessimo diritto ad avere qualcosa.

Dalla “promessa” viene la benedizione

8E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio:

È un vangelo già annunciato ad Abramo, proprio all’inizio. Quando il Signore aveva chiamato il patriarca invitandolo ad uscire dalla propria terra, gli aveva detto: In te saranno benedette tutte le genti (Gn 12,3). Paolo, che è un attento lettore della Bibbia. Ha trovato il versetto in cui si lega giustizia e fede; ha trovato il versetto in cui si dice che Abramo è portatore di una benedizione non solo per un popolo, ma per tutti i popoli della terra: «In te saranno benedette tutte le nazioni della terra». Questa è una promessa che Dio aveva fatto ad Abramo. La promessa riguarda la benedizione estesa a tutti, che però passa attraverso Abramo.

9Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette.

Eredi della benedizione di Abramo sono quelli che hanno l’atteggiamento di Abramo. Abramo è il modello primario di colui che ha fede e coloro che hanno fede come Abramo sono figli di Abramo, gli assomigliano, e attraverso di lui entrano nella benedizione. Dall’altra parte, però, ci sono quelli che si richiamano alle opere della legge, alla mentalità religiosa delle cose da fare.

Dalla “legge” viene la maledizione

A questo punto Paolo, in modo molto ardito, dice:

10Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle.

Paolo cita a senso un versetto di Dt 27 che afferma che la legge maledice quelli che non praticano “tutto”. Allora, chi crede di essere a posto in forza della legge sappia che se non ha fatto proprio “tutto” è maledetto dalla legge. C’è una benedizione promessa ad Abramo e c’è una maledizione minacciata dalla legge; qualcuno sta sotto la benedizione e qualcuno vuole mettersi sotto la maledizione.

11E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede.

Altra citazione presa questa volta dal profeta Abacuc (2,4). Anche qui troviamo un altro versetto dove c’è uno stretto collegamento tra “giusto e fede”: «Il giusto per fede vivrà». Paolo aveva una conoscenza della Bibbia meravigliosa. Noi oggi con il computer, con dei programmi sofisticati, possiamo fare le ricerche incrociate: inseriamo i vocaboli e troviamo che i versetti citati sono gli unici che contengono queste parole. Paolo invece, senza avere nessuno strumento di questo tipo, ma semplicemente dei rotoli manoscritti — quindi difficilmente consultabili, probabilmente lavorando solo di memoria in base a quello che aveva studiato da giovane — riesce a trovare i versetti giusti con quelle parole, proprio con quei concetti, secondo un procedimento rabbinico.

L’apostolo, dato che considera tutti i versetti in cui si parla di giustizia e di fede, propone una dimostrazione biblica completa. Non sta spiegando queste cose a un filosofo greco, sta insegnando tali dottrine a dei cristiani di Galazia, ammaliati da dei predicatori giudaizzanti, cioè da dei rabbini; quindi i suoi destinatari non sono tanto i cristiani che si sono lasciati ingannare, quanto piuttosto quei maestri che li hanno convinti a seguire un’altra mentalità. Sono loro i destinatari di questa impostazione esegetica stringata e difficile.

Se è vero che il giusto vive in forza della fede, allora significa che nessuno può dire davanti a Dio di essere giusto in forza della legge. La legge, infatti, non si basa sulla fede, ma si basa sulla esecuzione.

12Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse.

Quest’ultima citazione è tratta da Lv 18: «Se le fai vivi attraverso di esse»: ma è necessaria la pratica ed è indispensabile la pratica completa di tutto. Questa situazione porta alla maledizione, cioè all’oppressione di chi si trova schiacciato da una miriade di norme con l’incubo di violarle. È una religiosità opprimente fatta di precetti, di decreti, di ordini, di comandi che bisogna osservare in tutti i dettagli, altrimenti sei maledetto.

Il ruolo di Cristo, “seme” di Abramo

13Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge,

Questo è un grido di liberazione: eravamo sotto la maledizione della legge, ma Cristo ci ha riscattati

diventando lui stesso maledizione per noi, difatti sta scritto: Maledetto chi pende dal legno,

Sempre attingendo dalla sua conoscenza biblica, questa volta Paolo cita un versetto da Dt 21 dove, in una serie di maledizioni della legge, c’è anche il crocifisso. Colui infatti che viene appeso al legno, che viene condannato ad essere appeso, è un maledetto. In base alla legge Gesù, appeso al legno della croce, è stato un maledetto, maledetto dalla legge. Per poter capovolgere la situazione, per poterci liberare da questa struttura opprimente, Gesù si è fatto lui stesso maledizione: ha accettato di essere ucciso dalla legge e di essere considerato da questa un maledetto

14perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede.

Ecco il contrasto benedizione–maledizione. C’è una promessa di benedizione e una maledizione della legge; Cristo si è fatto maledire dalla legge per poter portare la benedizione di Abramo a tutte le genti e noi abbiamo ricevuto quella benedizione di Cristo.

Dopo aver avuto questo inizio, ora volete tornare indietro? Ma siete matti? Questa è la domanda che implicitamente, nella difficoltà del suo procedimento logico, Paolo rivolge agli “stolti” Galati. Adesso Paolo termina l’argomentazione midrashica — cioè basata su una ricerca di testi biblici — e propone un esempio giuridico, cambia argomento.

Un esempio giuridico

A questo punto non adopera più la Scrittura, quanto piuttosto le norme della legge civile corrente anche in Grecia.

15Fratelli, ecco, vi faccio un esempio comune: un testamento legittimo, pur essendo solo un atto umano, nessuno lo dichiara nullo o vi aggiunge qualche cosa.

Un testamento è un documento importante e, nel momento in cui viene pubblicato, non vi si può più aggiungere qualche cosa come non lo si può annullare; resta come documento che ottiene degli effetti giuridici importanti.

16Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse.

La promessa di Dio è una specie di testamento, è un documento che ha la sua efficacia “a te e alla tua discendenza”. Ma in ebraico la parola “discendenza” è al singolare, addirittura c’è la parola zera‘ = “seme”. Paolo fa forza sul testo biblico dicendo: Dio si è impegnato a favore di Abramo e al suo “seme”;

Non dice la Scrittura: «e ai tuoi discendenti», come se si trattasse di molti, ma e alla tua discendenza, [al tuo seme] come a uno solo, cioè Cristo.

Paolo, interpretando l’Antico Testamento alla luce del Nuovo, fa un preciso riferimento: la Scrittura sta parlando di Cristo. La promessa che Dio ha fatto della benedizione è riservata ad Abramo e al discendente di Abramo, cioè a uno solo: è una immagine cristologica. La promessa di Dio riguarda il Cristo, portatore della benedizione.

17Ora io dico: un testamento stabilito in precedenza da Dio stesso, non può dichiararlo nullo una legge che è venuta quattrocentotrenta anni dopo, annullando così la promessa.

La promessa fatta ad Abramo precede la legge sul Sinai di quattrocentotrenta anni, secondo il calcolo biblico. Paolo dice: la legge è che venuta dopo non ha il potere di abrogare la promessa che Dio ha fatto prima e, quindi, la promessa ad Abramo e alla sua discendenza è più forte, tiene più della legge data a Mosè.

18Se infatti l’eredità si ottenesse in base alla legge, non sarebbe più in base alla promessa; Dio invece concesse il suo favore ad Abramo mediante la promessa.

C’è stata una promessa di benedizione e la promessa è unilaterale. Dio si è impegnato a realizzare la benedizione per tutte le genti e allora non è possibile che venga abolita questa promessa con un contratto dove ci sono delle clausole: chi le osserva ottiene, altrimenti niente

Sorge una questione: perché la legge?

Sorge spontanea a questo punto un’altra domanda con cui Paolo cerca di intrattenere il dialogo con l’ascoltatore.

19Perché allora la legge?

Perché è stata data la legge? Qui Paolo dà una spiegazione negativa della legge:

Essa fu aggiunta per le trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa,

La legge è una specie di calmiere delle trasgressioni, ha una funzione limitativa per frenare il male, per far conoscere il male, ma non è uno strumento salvifico; è in attesa della venuta della discendenza. Anche qui Paolo usa il termine è al singolare.

e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore. 20Ora non si dà mediatore per una sola persona e Dio è uno solo.

Questo è uno dei testi più complessi dell’epistolario paolino. Per sostenere questa valutazione negativa della legge, Paolo si rifà a una tradizione giudaica — attestata anche in At 7,38 — secondo la quale durante il dono della legge, ci furono due mediatori, uno per gli angeli e Mosè per gli uomini: essa non è stata donata, come le promesse, direttamente da Dio, ma per mezzo di mediatori angelici. È un testo alquanto complesso dove l’idea che Paolo vuole trasmettere è che la legge è inferiore alla promessa.

Sorge un’altra questione: la legge è contro la promessa?

Inferiore d’accordo, ma contraria?

21La legge è dunque contro le promesse di Dio? Impossibile!

Paolo non sta dicendo che la legge è cattiva, nè che la legge è contraria alla promessa. Sta dicendo che la legge non riesce a fare, è incapace, inadeguata.

Se infatti fosse stata data una legge capace di conferire la vita, la giustificazione scaturirebbe davvero dalla legge; 22la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché ai credenti la promessa venisse data in virtù della fede di Gesù Cristo.

«La Scrittura ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato». Con questa affermazione Paolo intende dire che nella Scrittura si afferma che tutti hanno peccato, che tutti sono limitati e peccatori e allora la legge non serve per raggiungere questa giustificazione: la legge non è in grado di far diventare giusti, buoni, santi. La promessa non si ottiene eseguendo la legge, ma in forza della fede di Gesù Cristo.

Il criterio è molto importante perché si tratta di vedere qual è la forza che cambia una persona. L’osservanza della legge è una illusione, la presenza della legge è una illusione che non riesce a realizzare la giustizia, la buona relazione tra gli uomini. Faccio un esempio terra–terra. Quando le cose vanno male, sia nelle grandi strutture politiche internazionali, sia nelle nostre piccole situazioni — nelle nostre relazioni di parrocchia, di condominio, di famiglia — c’è sempre l’illusione che bisogna dare qualche regola, qualche norma: bisogna fare una legge. Sentiamo di atti criminali, di omicidi, di grandi delitti: ci vuole una legge – si dice – ci vuole una regola severa! Questo vale sia per cose grandiose come per cose banali: perché parcheggiano sul marciapiede, perché lasciano la bicicletta nel portone. Bisogna fare una legge! È l’eterna illusione che, trovando una regola, si possano risolvere i problemi; dovremmo invece avere imparato che non è vero. Poi, noi italiani siamo specialisti nel trovare l’inganno alla legge. La legge ti dà l’illusione di organizzare tutto, ma di fatto non c’è nessuna legge che riesca a far andare bene il mondo; neanche quella divina riesce a far andare bene il mondo.

La legge non risolve il problema!

Dov’è il problema? Il problema è il cuore dell’uomo o, con linguaggio più moderno, la testa. Non servono le leggi, bisogna cambiare la testa della gente. Il problema è lì: bisogna cambiare la testa dell’umanità; se non si cambia il cuore, dare delle regole non serve a niente. Una volta c’era più moralità… si dice. Non è vero, una volta non c’era la spavalderia dell’esibire il vizio, ma la corruzione purtroppo c’era anche in una società tutta cristiana.

Allora il problema può essere anche questo: la nostra fede cristiana, la nostra storia cristiana di secoli ha forse cambiato il mondo? Le nostre nazioni cristiane che hanno seguito per secoli leggi cristiane, hanno migliorato il mondo? Non possiamo dare delle risposte semplicistiche perché è un discorso enorme, quindi non è corretto dire né sì, né no; bisogna fare tanti “distinguo” ed essere molto più precisi.

Il problema che pone la Lettera ai Galati è però molto più fine di quel che sembra, perché non è questione semplicemente dell’essere diventati cristiani. Costantino, mettendo lo scudo con la croce sulle insegne di tutto l’impero, ha fatto del suo esercito un esercito cristiano. Ha vinto la guerra e ha iniziato una strutturazione diversa; nel giro di cinquant’anni tutti sono diventati cristiani. È cambiata la mentalità? E cambiato il cuore? No! Sono cambiate solo le strutture. Prima gli imperatori erano cattivi e persecutori, poi — divenuti cristiani — sono diventati tutti santi? Certamente no! Erano peccatori come quelli di prima, ma hanno retto in un modo cristiano, con le insegne cristiane, secondo una legge cristiana, ma non è questa struttura della legge che ha salvato.

Laddove però il vangelo è stato accolto davvero, dove la grazia di Cristo ha cambiato la testa e il cuore, le cose sono cambiate, eccome sono cambiate! Laddove si è messa solo un’insegna esteriore, si è cambiata la regola, non è successo niente; ma dove c’è stato un cambiamento del cuore, una trasformazione in profondità della persona, le cose sono cambiate, eccome.

Paolo intende dire che se non avviene qualcosa di profondo, di gratuito, di donato da Dio, che mi cambia dentro totalmente, io non sarò mai giusto. Non sono giusto perché osservo alcune regolette; perché ho il cuore cattivo, ho una mentalità di fondo che è cattiva e non riesco a togliermela con le mie forze. All’esterno posso fare la figura di essere onestissimo, ma chi mi conosce bene in profondità sa quanto c’è ancora di cattivo in me.

Paolo, avendo fatto una esperienza molto forte di cambiamento interiore, è la persona più adatta per dirci questo. Noi in fondo siamo tutte brave persone. Capita qualche volta — magari incontrando proprio nei nostri ambienti di parrocchia qualcuno un po’ burbero e rude — di dire: “Sembra così, ma in fondo è bravo”. Io mi permetterei di capovolgere questa frase e di dire: “Noi sembriamo tutte brave persone, invece in fondo siamo tutti cattivi”. Sembriamo bravi, ma se andiamo in fondo c’è una cattiveria radicale pericolosa e non è la copertura della legge che toglie quella cattiveria di fondo, ma solo la grazia di Gesù Cristo. È questo l’evento fondamentale.

La funzione pedagogica della legge

Dunque, la storia della salvezza è caratterizzata proprio da una maturazione in divenire.

23Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge,

Quando Paolo dice fede intende parlare di Gesù Cristo: la fede di Gesù Cristo, la sua persona come fondamento unico e indispensabile. Abramo aveva già un atteggiamento di fiducia; in qualche moto l’atteggiamento umano della fede c’era già. Ma qui Paolo sta parlando della persona di Gesù Cristo come la grande novità che segna la svolta.

Prima che venisse Gesù [= la fede] noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. 24Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede.

La legge ha avuto una funzione pedagogica, cioè ci ha accompagnato, ci ha fatto crescere, ci ha fatto sentire impotenti. La legge ha il compito di farti sentire piccolo-piccolo, ti dice tutto quello che devi fare per dirti: pensaci, ma non ce la fai; è pedagogica anche in questo.

25Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. 26Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù,

È il passaggio dalla condizione di chi è controllato dal pedagogo e poi diventa maturo, ha raggiunto la maturità, una maturità non semplicemente formale, ma sostanziale: è la maggiore età; per cui non è più sotto i vincoli del tutore. La storia dell’umanità è immaginata proprio coma crescita; con il Cristo si raggiunge la maggiore età, si diventa adulti e liberi.

È un grido notevole di un uomo legalista e religioso che ha vissuto quella esperienza come opprimente e, scoprendo il Cristo, si sente una persona finalmente libera, perché non più serva della legge, ma Figlio di Dio.

La novità vissuta attraverso il battesimo

27poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. 28Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

Non ci sono più divisioni che tengano. Non c’è più distinzione etnica: giudeo e greco. Non c’è più distinzione sociale: schiavo o libero. Non c’è più distinzione di genere: uomo o donna. Non ci sono più diritti o privilegi, superiorità di uno sull’altro. È il superamento di ogni barriera e di ogni criterio che separa e distingue. Voi siete “uno” in Cristo Gesù; ognuno unito a Cristo Gesù ognuno diventa una cosa sola con lui e ha i diritti di Cristo; non però in forza di sé, perché è giudeo, perché è libero, perché è uomo. Non interessa affatto che tu sia giudeo, non conta l’essere libero o schiavo, l’essere ricco o povero, l’essere potente o debole. Con Cristo tutte le nostre distinzioni crollano. «Vi siete rivestiti di Cristo». Nel battesimo, immersi in Gesù, vi siete rivestiti di Gesù, siete diventati una cosa sola con lui, avete ereditato la benedizione di Abramo, avete superato la fase della maledizione, siete diventati figli benedetti.

29E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

Questo è il finale; ci accontentiamo di leggerlo. Ci torneremo la volta prossima per gustare di più questo miele della perorazione finale.

Il gran finale: la “pienezza” del tempo

4,1Ecco, io faccio un altro esempio: per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto; 2ma dipende da tutori e amministratori, fino al termine stabilito dal padre. 3Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo.

Eravamo figli potenziali, ma minorenni e quindi tenuti sotto custodia; padroni di tutto, ma senza poter usare nulla, tenuti sottomessi da amministratori: gli elementi del mondo. Tutto ciò che lega e imbavaglia sono proprio quegli elementi che strutturano le religioni: il tempo, il calendario, le stelle, il giorno, la notte, i cibi, le posizioni. In piedi o seduti? Come si tengono le mani per pregare? Si mangia la carne nei venerdì di quaresima? E così via. Questi sono gli elementi del mondo, sono tutti elementi strutturanti delle religioni: la preghiera si fa in certe ore, in certi modi, con certi atteggiamenti; si mangia questo e non sia mangia quello. Questi sono gli elementi del mondo che ci tenevano schiavi quando eravamo fanciulli, ma “Quando venne la pienezza del tempo” …Quante volte abbiamo sentito questa frase! La leggiamo tante volte nella liturgia, ma solo questo pezzetto, eppure è il vertice di tutto il resto. Dopo aver detto tutto quello che ha cercato di proporre come ragionamento, Paolo arriva finalmente a dire:

4Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, 5per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché noi ricevessimo l’adozione a figli. 6E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! 7Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.

Non perché te lo sei guadagnato. Ecco il grande finale che recupera le idee dell’apostrofe iniziale: “Avete ricevuto lo Spirito che vi ha fatti diventare figli”. Allora la contrapposizione è tra lo Spirito che cambia il cuore facendoti diventare figlio e la legge che ti tiene prigioniero come schiavo per farti rigare diritto.

C’è un cambiamento eccezionale; questa è la novità cristiana, questo è il vangelo. Su questo dobbiamo ancora soffermarci per chiarirlo meglio.

http://www.symbolon.net

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Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 11/10/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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