COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

XXVIII Domenica del Tempo ordinario – Anno B
Marco 10,17-30


28B3


In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. […]
(Letture: Sapienza 7,7-11; Salmo 89; Ebrei 4,12-13; Marco 10,17-30)

Beati gli insoddisfatti, se diventano cercatori di tesori
Ermes Ronchi

Gesù uscito sulla strada, e vuol dire: Gesù libero maestro, aperto a tutti gli incontri, a chiunque incroci il suo cammino o lo attenda alla svolta del sentiero. Maestro che insegna l’arte dell’incontro.
Ed ecco un tale, uno senza nome, gli corre incontro: come uno che ha fretta, fretta di vivere. Come faccio per ricevere la vita eterna? Termine che non indica la vita senza fine, ma la vita stessa dell’Eterno. Gesù risponde elencando cinque comandamenti e un precetto (non frodare) che non riguardano Dio, ma le persone; non come hai creduto, ma come hai amato. Questi trasmettono vita, la vita di Dio che è amore.
Maestro, però tutto questo io l’ho già fatto, da sempre. E non mi ha riempito la vita. Vive quella beatitudine dimenticata e generativa che dice: “Beati gli insoddisfatti, perché diventeranno cercatori di tesori”.
Ora fa anche una esperienza da brivido, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro: Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò. E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso subisce l’incantamento del Signore, non resiste a quegli occhi…
Invece la conclusione del racconto va nella direzione che non ti aspetti: Una cosa ti manca, va’, vendi, dona ai poveri… Sarai felice se farai felice qualcuno; fai felici altri se vuoi essere felice.
E poi segui me: capovolgere la vita. Le bilance della felicità pesano sui loro piatti la valuta più pregiata dell’esistenza, che sta nel dare e nel ricevere amore. Il maestro buono non ha come obiettivo inculcare la povertà in quell’uomo ricco e senza nome, ma riempire la sua vita di volti e di nomi.
E se ne andò triste perché aveva molti beni.
Nel Vangelo molti altri ricchi si sono incontrati con Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna. Che cosa hanno di diverso questi ricchi che Gesù amava, sui quali con il suo gruppo si appoggiava? Hanno saputo creare comunione: Zaccheo e Levi riempiono le loro case di commensali; Susanna e Giovanna assistono i dodici con i loro beni (Luca 8,3). Le regole del Vangelo sul denaro si possono ridurre a due soltanto: a) non accumulare, b) quello che hai, ce l’hai per condividerlo. Non porre la tua sicurezza nell’accumulo, ma nella condivisione.
Seguire Cristo non è un discorso di sacrifici, ma di moltiplicazione: lasciare tutto ma per avere tutto. Infatti il Vangelo continua: Pietro allora prese a dirgli: Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio? Avrai in cambio cento volte tanto, avrai cento fratelli e un cuore moltiplicato. Non rinuncia, se non della zavorra che impedisce il volo, il Vangelo è addizione di vita.

Avvenire

“Fissò lo sguardo su di lui e lo amò”
Enzo Bianchi 

Se domenica scorsa la buona notizia era quella della volontà del Dio creatore sull’uomo e sulla donna uniti nell’alleanza della famiglia (cf. Mc 10,6-9), oggi il vangelo ci annuncia che, a causa del regno di Dio, la famiglia va relativizzata: se è vero che la via ordinaria della sequela di Cristo è il matrimonio, tuttavia “a causa di Gesù e del Vangelo” la famiglia può essere abbandonata (come è successo realmente e concretamente ai dodici discepoli) o può non essere scelta da quanti accolgono la chiamata a “farsi eunuchi per il regno dei cieli” (Mt 19,12). Di più, se nel vangelo di domenica scorsa Gesù, citando l’in-principio della Genesi, affermava: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna” (Mc 10,7; Gen 2,24), all’inizio della vicenda di Gesù con i suoi discepoli si legge un’affermazione significativamente parallela: “Giacomo e Giovanni lasciarono il loro padre Zebedeo … e andarono dietro a Gesù” (Mc 1,20). Lasciare i precedenti legami familiari per vivere l’avventura del matrimonio, lasciarli per vivere l’avventura del celibato alla sequela di Gesù…

Questo brano evangelico è talmente conosciuto, è stato così tante volte predicato e usato a fini vocazionali, che rischiamo di pensare di averlo compreso una volta per tutte e dunque, “conoscendolo già”, di poterlo leggere rapidamente. Cerchiamo invece, innanzitutto, di ascoltarlo bene, con cuore docile e aperto. L’episodio narrato da Marco, collocato sempre durante la salita di Gesù e dei suoi discepoli a Gerusalemme, ha come protagonista “un tale”, un uomo anonimo, certamente un giudeo, un uomo che condivide con molti l’ammirazione per il rabbi di Galilea. Con venerazione si presenta a Gesù e, inginocchiandosi davanti a lui (come davanti al Signore nella liturgia), lo chiama: “Maestro buono”. Gesù però reagisce a tale qualifica e ricorda che “buono” (agathós) si può dire solo di Dio, perché solo Dio è veramente la bontà, l’amore, la grazia (cf. Es 34,6-7).

Quest’uomo pone a Gesù una domanda significativa per la fede giudaica: “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Questo tale ricerca “la vita eterna”, la vita per sempre, capace di vincere la morte, il male, la sofferenza. È la ricerca di ogni essere umano e di tutta l’umanità, che sente la morte come un’ingiustizia, una contraddizione, una minaccia per noi umani. Ognuno ha in sé questa segreta speranza che la morte non sia l’ultima parola, e per ottenere la vita eterna pensa a una prestazione, a un fare che sia capace di acquisirla, di meritarla. In verità, però, il dono di Dio va ereditato, ricevuto, accolto, non ottenuto o meritato.

Sì, c’è una salvezza, una beatitudine futura promessa e donata da Dio a chi crede, a chi appartiene al suo popolo, ma concretamente, nella vita ordinaria, quotidiana, che cosa occorre fare? Domanda pertinente anche per noi, oggi, perché la fede nel Dio vivente non può essere solo adesione intellettuale, desiderio di lui, sentimento di amore, seppur profondo… Anche l’amore comandato da Dio, amore per lui, il Signore (“Amerai il Signore tuo Dio…”: Dt 6,5), deve significare un modo di vivere, un “fare”, un comportarsi secondo la sua volontà (cf. Gv 14,15; 1Gv 5,3). Non è sufficiente avere una fede ortodossa, puntuale, e non basta confessare Dio con le labbra, nel culto!

Per questo Gesù, da interprete acuto e fedele della Legge di Mosè, risponde citando le parole dell’alleanza, i comandamenti tratti dalle dieci parole, ma significativamente solo quelli che riguardano le relazioni con il prossimo: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso” (Es 20,13-16; Dt 5,17-20). Riassume poi i precetti in “non fare torto a nessuno” (Dt 24,14), e al vertice mette quello che nella lista è il primo in riferimento al prossimo: “Onora tuo padre e tua madre” (Es 20,12; Dt 5,16). Questo modo di rispondere di Gesù a un credente è significativo: egli afferma che la salvezza si gioca nei rapporti con gli altri, con il prossimo. Non gli dice come vivere il rapporto con Dio, né cosa credere o sperare: per la salvezza e la beatitudine futura tutto si decide sull’amore concreto vissuto qui e ora verso gli altri, verso i fratelli e le sorelle in umanità. Sì, “non fare torto a nessuno”, “amare il prossimo come se stesso” (cf. Mt 19,19; Lv 19,18) è ciò che è indispensabile per la salvezza!

Quello (solo secondo Matteo è “giovane”: Mt 19,20) allora ribatte: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Parole oggettivamente straordinarie: chi infatti potrebbe dire lo stesso di sé? Parole dunque pretenziose, prive della necessaria umiltà? Marco non ci permette di giudicare queste parole, ma forse sono proprio esse a spiegare l’esito dell’incontro con Gesù. Quest’ultimo, udita l’affermazione dell’altro, “fissò lo sguardo su di lui e lo amò” (emblépsas autô egápesen autòn). Sì, Gesù lo ama profondamente, e in quel flusso di amore preveniente e gratuito gli dice: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!” (deûro akoloúthei moi). Non c’è vocazione, chiamata se non nell’amore: solo amando il Signore chiama, solo guardando in profondità con tenerezza Gesù chiede di seguirlo! Ma conosciamo l’esito: quest’uomo si rattrista e se ne va addolorato. Sì, perché quando si rifiuta l’amore, l’esito è la tristezza. Ciò che era determinante era l’amore di Gesù, non le sue parole, che potevano anche essere altre. Gesù lo ha amato, ed egli non ha accolto quell’amore: questa la causa della tristezza.

Per quell’uomo era giunta l’occasione della scelta, del discernimento tra l’amore, la comunione, oppure il possesso di beni nella solitudine. Eppure egli non arriva a conoscersi, a osare e a decidersi. Così appare chiuso all’amore, incapace di accogliere l’amore su di sé, di accettare di essere amato. L’amore gratuito – lo sappiamo – può ferire il nostro narcisismo, chiedendoci di uscire da noi stessi per aprirci all’altro, di toglierci tante maschere per amare ed essere amati nella verità. L’amore passivo è esigente e a esso facciamo resistenza, più che all’amore che noi stessi rivolgiamo con protagonismo verso gli altri. La verità è che quell’uomo risulta segnato dalla mancanza che non vuole riconoscere: gli manca la gratuità del dare, dello spogliarsi per condividere, e gli mancherà per sempre l’esperienza dell’amore. Per questo “se ne va triste”.

Allora Gesù rivela ai discepoli che, per accogliere l’amore, occorre non avere degli altri amori che seducono e alienano, come il denaro, la ricchezza, il potere. Chi possiede queste cose non sa discernere l’amore, che chiede accoglienza, perché è già sazio, autosufficiente, non ha bisogno di essere amato da un altro. Pietro allora interviene per ricordare che lui e gli altri hanno lasciato tutto per seguire Gesù: hanno lasciato la casa, la famiglia (madre, padre, fratelli e sorelle), i figli che avevano o ai quali avevano rinunciato… Forse Pietro mendicava un riconoscimento di Gesù per la loro rinuncia a ciò che è buono e santo come una famiglia, ma che per loro era una perdita, non un guadagno (cf. Fil 3,7), se paragonato allo “stare con Gesù” (cf. Mc 3,14). E Gesù, in risposta, gli dice: “Non c’è nessuno che abbia lasciato tutto questo a causa mia e del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà”.

Oggi si dimentica troppo facilmente anche nella chiesa (ma ci si crede ancora?) che Gesù può chiedere a “chi può fare spazio” (ho dynámenos choreîn choreîto: Mt 19,12) di rinunciare alla famiglia che aveva e a quella che avrebbe potuto crearsi. Il celibato per il Regno non può essere ridotto alla rinuncia all’esercizio sessuale, ma è molto di più: è una “non coniugazione” né psicologica né affettiva, è non avere più una famiglia umana ma vivere e sentire come sufficiente la famiglia dei fratelli e delle sorelle di Gesù. Come gli stesso ha annunciato: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? … Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Mc 3,33.35). Nella sequela di Gesù si può abbandonare la famiglia carnale per un nuova famiglia, si può vivere il celibato nella fecondità dell’amore di Cristo, dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Stiamo attenti a non annacquare lo scandalo della sequela di Cristo, a non nascondere la rinuncia, che è determinante nel seguire Gesù.

Abbandonare tutto può essere, per alcuni chiamati dal Signore, il loro “fare” in questo mondo: sempre nel servizio degli altri; sempre nell’amore per il prossimo, chiunque esso sia; sempre mendicando una salvezza che non può mai essere meritata, neanche vivendo le persecuzioni. Nella sequela di Gesù non ci sono primi o ultimi per diritto acquisito, ma solo destinatari dell’amore preveniente di Gesù e della sua misericordia.

http://www.monasterodibose.it

Seguire perdutamente Te
Clarisse di Sant’Agata

Nell’itinerario di formazione del discepolo nel vangelo secondo Marco, Gesù oggi ammaestra i suoi attraverso un incontro, paradigma di ogni incontro fra l’uomo, con la sua ricerca di vita, e Dio. Coniugare questo incontro con noi, può aiutarci a non perdere di vista il fondamento della nostra vocazione cristiana, quello che siamo chiamati a custodire lungo tutto il cammino della vita, anche se da tempo abbiamo iniziato a seguire il Signore.

Il vangelo si apre con la corsa di questo anonimo israelita che depone ai piedi di Gesù l’interrogativo che sta al cuore del suo rapporto con Dio: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. L’uomo cerca la vita ed è profondamente convinto che per “averla” debba “fare” qualcosa. Quante volte ci presentiamo al Signore con questa domanda pensando che la vita possa scaturire o meno dalla nostra capacità di “fare” (e fare bene!) ciò che Dio ci chiede.

Questo interrogativo quale volto di Dio rivela?

Quello di un Dio che chiamiamo “buono” (“Maestro buono…”) ma che instaura rapporti “commerciali” con l’uomo: da’ la vita in cambio di un’osservanza rigorosa dei suoi comandamenti. Andiamo a questa “caricatura” di Dio chiedendo “cosa devo fare?”, ma in realtà ci presentiamo con il bagaglio di ciò che abbiamo già fatto per Lui, come a presentargli il conto e ottenere il salario del nostro faticoso lavoro…

Anche Pietro, nella seconda parte del vangelo di oggi, va a Gesù così: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”.

Quindi il problema di fondo non riguarda la capacità o la non capacità di lasciare tutto, quella che Pietro e gli altri discepoli hanno e il “tale” del vangelo di oggi non ha. Sia il trattenere i nostri beni (“aveva molti beni”, cioè era ricco della sua irreprensibile osservanza!), sia il lasciarli, può essere una forma di “ricchezza” a cui attaccare il cuore e che impedisce la sequela. Sì, perché in entrambi in casi l’io rimane con il “tesoro” della propria capacità di fare qualcosa per Dio!

Ma possiamo “dare a Dio qualcosa per primi sì da riceverne il contraccambio?” (cfr. Rm 11,35; Gb 41,3).

Il nostro Dio non è forse Colui che ha sempre l’iniziativa dell’amore?

E’ così che Gesù si rivela davanti a questo “tale” (lasciato anonimo dall’evangelista perché possiamo dargli il nostro nome!).

Infatti, dopo avergli presentato i comandamenti che riguardano la relazione con i fratelli e dopo aver constatato la sincerità del desiderio che lo abita, Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse…”. Gesù lo raggiunge con uno sguardo che penetra “fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”, come dice la seconda lettura di oggi.

Non è uno sguardo indagatore, né uno sguardo di giudizio, ma è lo sguardo dell’amore che fa la verità nel cuore di lui. Con gli occhi su di te ti darò consiglio, t’indicherò la via da seguire” (Sal 31,8): lo sguardo di Dio non solo illumina tutti recessi del cuore dell’uomo, mettendo in luce la sua verità più profonda, ma è la luce che illumina il cammino che Dio stesso apre di fronte all’uomo.

Lo sguardo manifesta l’amore: “lo amò”.

Ecco per il discepolo la via per scoprire dove è la vita, dove è nascosto il tesoro più vero. Davanti a questo amore che nulla chiede e tutto si offre, la parola di Gesù che segue non è un altro “comandamento” da osservare, non è un imperativo che chiede l’ossequio della nostra obbedienza e che ci fa ottenere la vita come “premio”. Mi sembra che la parola di Gesù sia la parola dell’amante che si offre all’amato e gli chiede di spogliarsi (di sé e delle sue ricchezze) perché è giunto il tempo dell’amore.

Infatti Gesù dice a questo “tale”: “una cosa sola ti manca”, cioè lo “denuda”, lui che era venuto rivestito della sua perfezione e della sua osservanza. Gli svela la sua verità più autentica: l’uomo è creatura di desiderio a cui sempre “manca” qualcosa, perché, come dice S. Agostino, il cuore dell’uomo è fatto per Dio e non può trovare appagamento in nessuna delle realtà create (cfr. Confessioni). L’uomo è creatura “mancante” e questa sua caratteristica è la sua bellezza e al tempo stesso il “dono” che Dio gli ha fatto, per giungere a scoprire la Sorgente del suo infinito desiderio di amore e di vita.

“Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo” (Ap 3,17): così si rivolge Dio a una delle sette chiese di Apocalisse. Cioè “ti presenti a me con il tesoro del tuo io autosufficiente e pensi di non avere bisogno di altro fuori di te. Così non ti accorgi che la tua mancanza è il tuo vero “tesoro” perché ti può far scoprire che è sono io (il Signore) colui da cui tutto proviene”: “Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista”. Sì, lo ripetiamo, questa mancanza radicale è il tesoro che ci dona di entrare e rimanere nella relazione con Dio, unico bene della nostra vita (cfr. Sal 16).

Per questo ora Gesù osa chiedere a questo discepolo di spogliarsi: “va’, vendi, dona… e vieni! Seguimi!”. Perché l’amore di Dio che bussa alla porta dell’amato vuole entrare per consumare l’amore e, come tutti gli amanti sanno bene, l’amore è possibile solo nella nudità. Il corpo lo sa. Perché dovrebbe essere diverso nella storia d’amore che Dio vuole vivere con noi?

Questa nudità poi è feconda.

Prima di tutto perché il dono di ciò che abbiamo/siamo crea condivisione e comunione con gli altri poveri a cui diamo. E le relazioni che scaturiscono dalla condivisione sono nuove possibilità di vita per noi.

Questa fecondità poi la vediamo nelle parole di Gesù a Pietro: nel rapporto di sequela con Lui, al discepolo è dato il dono centuplicato di “fratelli, sorelle, madri, figli e campi”. Come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui, Lui che è la Vita e ci ha dato il suo Figlio, il Suo “tesoro”? (cfr. Rm 8,32).

Allora scopriremo di avere “fratelli, sorelle, madri, figli e campi” là dove sperimentavamo la nostra “mancanza”: “Costoro, chi me li ha generati? Io ero priva di figli e sterile, esiliata e prigioniera, e questi, chi li ha allevati? Ecco, ero rimasta sola, e costoro dov’erano?” (cfr. Is 49,21); “chi mi ha donato questa madre?”; “chi mi ha posto accanto tutti questi fratelli e sorelle?”.

Certo è che vedremo quanto è feconda la nostra vita di “fratelli, sorelle, madri, figli”, solo dentro la nudità senza vergogna della relazione con il Signore Gesù, nella nuda sequela di Lui, là dove accetteremo che “una cosa sola ci manca”.

E lo seguiremo perdutamente per non perdere… Lui!

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Questa voce è stata pubblicata il 11/10/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

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