COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

Sfide per una missione dalle continue accelerazioni storiche e trasformazioni cosmiche

GPIC (3)

Testo word GPIC3 – Pierli e Moretti – Sfide per una missione dalle continue accelerazioni storiche e trasformazioni cosmiche
Testo   PDF GPIC3 – Pierli e Moretti – Sfide per una missione dalle continue accelerazioni storiche e trasformazioni cosmiche

I coordinatori delle attività di Giustizia, Pace e Integrità del Creato (GPIC) delle circoscrizioni comboniane europee

I coordinatori delle attività di Giustizia, Pace e Integrità del Creato (GPIC) delle circoscrizioni comboniane europee 

Sfide per una missione dalle continue accelerazioni storiche e trasformazioni cosmiche

Padre Francesco Pierli e Padre Franco Moretti

L’articolo tratta dei maggiori cambiamenti avvenuti nel corso della storia mondiale e della storia della Chiesa e che ne hanno influenzato l’attività di evangelizzazione. Il testo si compone di sei sezioni principali.

Nella sezione numero sette, l’autore sfida i lettori a partecipare al presente “documento di lavoro” aggiungendo i propri contributi e le proprie riflessioni personali. Questo articolo, infatti, non pretende di essere completo poiché l’argomento discusso è molto più ampio della lunghezza del testo. Nel corso della storia sono avvenute molte “trasformazioni epocali”, quali le trasformazioni socio-politiche ovvero quelle governative, le trasformazioni culturali e quelle economiche. Ognuna di esse, richiede particolare attenzione.

Il formato dell’articolo è stato riassunto per ragioni correlate allo spazio testuale. Tutti le note a piè di pagina e le lunghe citazioni sono state rimosse dal testo originale. Il segno asterisco (*) indica il punto in cui la nota a piè di pagina è stata rimossa, mentre il doppio asterisco (**) segnala la rimozione di una lunga citazione. L’articolo completo è disponibile in formato digitale su: http://www.comboni.org/contenuti/109652

Un quadro complesso

La nostra società sta attraversando cambiamenti rapidi e radicali a causa dei processi di globalizzazione, della forte integrazione e dell’espansione delle unioni regionali e continentali (Unione Europea, Unione Africana, Unione delle Nazioni Sudamericane, solo per menzionarne alcune), della crisi economica, del progresso della tecnologia e dell’innovazione sociale, dei flussi migratori, delle sfide alle identità tradizionali e ai gruppi di appartenenza e via dicendo.

All’interno del “mondo permeabile” di oggi, il cambiamento è infatti una categoria sociologica – e addirittura teologica – predominante che riguarda ogni cosa: dalle culture alle religioni, dall’assetto e dal governo mondiale all’amministrazione, dalla sicurezza (considerata in termini di “potere forte”, quali potenza militare e indicatori economici) alla pace (intesa come shalom, cioè non semplicemente assenza di conflitti o guerre, bensì come senso interiore di completezza o pienezza)* a un’istruzione basata sulla memorizzazione degli eventi o su di una comprensione superficiale degli stessi, priva di qualsiasi conoscenza reale o dello sviluppo di un pensiero critico, a un’istruzione “etica” che prepari l’individuo ad affrontare il futuro della propria vita o il proprio futuro lavorativo, forgiato sul potenziale troppo spesso trascurato del “potere di persuasione” delle idee o dei valori.*

Già nell’enciclica del 1990, Redemptoris Missio circa “La permanente validità del mandato missionario della Chiesa”, Giovanni Paolo II parlava di “un quadro religioso complesso e in movimento” del mondo moderno.**

Questo articolo ha un duplice obiettivo: identificare i cambiamenti principali e prevederne le ripercussioni sulla prospettiva, sulle strategie e sulle attività della Missione. La necessità di individuare i numerosi cambiamenti specifici, o trasformazioni attualmente in atto, è data dal fatto che molte di esse suggeriscono “cambiamenti e trasformazioni” in termini generici, ma quando viene richiesto di definirli con chiarezza tramite dei riferimenti ben precisi, confusione e incertezza prendono il sopravvento.

1. Il peso del numero 40 nelle trasformazioni bibliche

Menzionato ben 146 volte nelle Scritture, il numero 40 generalmente simboleggia un periodo di prova o sperimentazione. Quaranta giorni o quarant’anni sono il periodo richiesto per una trasformazione radicale (la Nuova Creazione, l’Esodo e la Resurrezione). Nella Bibbia, i cambiamenti principali si verificano a livello personale, comunitario e cosmico e impiegano quaranta giorni o quarant’anni.*

È necessario sottolineare un punto. In qualsiasi processo di trasformazione, ci sono sempre due forze all’opera, ed entrambe hanno bisogno di essere percepite e prese in considerazione.

Questo aspetto viene esposto egregiamente nel capitolo 3 del Vangelo secondo Giovanni attraverso l’utilizzo dell’avverbio greco ἄνωθεν (anōthen) che ha un doppio significato: (a) “dall’alto” (o “dal cielo”; (b), ancora, di nuovo, una seconda volta.

Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto (ἄνωθεν, ovvero ancora, di nuovo, una seconda volta) non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

Crediamo che qualsiasi mutamento umano, sia, soprattutto, opera dello Spirito di Dio. Tuttavia, questo potere “dall’alto” incontra una realtà umana “al di sotto” (Nicodemo con i suoi desideri e aspettative). La presenza di Dio nel mondo è un dato di fatto per coloro che credono. L’elemento “dall’alto” è centrale, ma non pone rimedio a ciò che Dio stesso ha creato e che adesso vuole “trasformare”, “rinnovare”, far progredire verso la perfezione. C’è sempre una “convergenza’ dei due (vedi la legge dell’Incarnazione). Il Dio trascendentale è sempre un Dio immanente. Il Dio dei Cieli, il Dio del Turbine, il Creatore dell’Universo, l’Onnipotente, il Padre Severo, è sempre “Dio-connoi”, il nostro Padre Misericordioso, il Dio vivente, pronto a sporcarsi le mani con le nostre questioni, pronto a creare una vita migliore per noi – “vita nella sua pienezza” – che vuole che venga vissuta da noi qui e adesso.

2. “Maranatha!” Tensioni missionarie tra il “già” e il “non ancora”

Questa riflessione si intreccia profondamente con la nostra storia personale. Siamo sempre stati attenti ai cambiamenti del passato e lo siamo ancora adesso. Vediamo un futuro ricco di sorprese. I cambiamenti, le trasformazioni, le nuove scoperte e i frutti dello sviluppo della creatività umana hanno sempre esercitato un certo fascino su di noi. Li abbiamo accolti come “parola di Dio” rivolta a noi, all’istituto, alla nostra comunità, alla Chiesa e al mondo. Il futuro ci attrae e ci affascina ancora, dal momento che avvertiamo fortemente la comunione con Colui che, nel libro dell’Apocalisse, afferma: “Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (Apocalisse 1:8).

Sì, in questa profonda comunione di fede e speranza, insieme con “lo Spirito e la sposa”, ogni “missionario” fedele al suo nome continua a gridare: “Maranatha!” (Apocalisse 22:17).* Egli o ella sono convinti del fatto che nessun secondo, nessun minuto, nessuna ora, nessun giorno né mese né anno siano privi della presenza di Dio. Il nostro Dio è sempre “Emanuele” (“Dio-con-noi”). Perciò, Maranatha! è un’espressione di speranza per qualcosa che deve ancora migliorare, nonché canzone di gioia poiché la “presenza” è già visibile. Ma è anche un’invocazione affinché la venuta del Regno acceleri. “Maranatha!” ricorda la supplica “Venga il tuo regno!”. La preghiera è un fattore importante all’interno di qualsiasi trasformazione reale (Apocalisse 7:9-17) e dev’essere costante nella vita di qualsiasi missionario impegnato a trasformare il mondo nel Regno di Dio. La loro preghiera non riguarda unicamente il futuro.

Ci sono troppe persone, oggi, che amano fare predizioni catastrofiche per il futuro, se – per esempio – alcuni capi continueranno a essere al potere, se alcuni candidati saranno eletti, se le cose non cambieranno… E demonizzano e incolpano chiunque: “Abbiamo dei problemi, ed è colpa di ‘quelle’ persone!”. “È colpa degli immigrati!”, “È colpa dei liberali”, “È colpa dei conservatori!”. Discorsi di questo tipo sono chiaramente nocivi. Ci separano; irrigidiscono le divisioni religiose, politiche e sociali; disumanizzano gli altri approfittando di paura e disperazione.

Quando preghiamo con e uniti in Cristo, ci rivolgiamo a lui per un progetto migliore per questo nostro mondo controverso che crea divisioni. Possiamo riferirci al Libro dell’Apocalisse 7:9-17 in cui vediamo Gesù, l’Agnello di Dio vittorioso, accogliere coloro che “sono sopravvissuti a fatiche di ogni genere”. Essi formano “una grande moltitudine che nessuno sarebbe in grado di contare”. Tutte le tribù, tutte le persone e le lingue sono innumerevoli, ma sono tutte qui. Anche noi siamo tutti qui. Non importa da dove veniamo o che lingua parliamo, a nessuno è precluso questo momento. Nessuno è escluso. Non ci sono muri né confini a dividere questi seguaci.

Questa è una visione di vita traboccante di diversità, grazia, gioia e amore. La fame ha cessato di esistere, così come la sete. Il calore del giorno non picchia più sulle nostre spalle mentre lavoriamo. Il dolore, la sofferenza, la disperazione e lo sconforto sono stati sconfitti con la stessa facilità con cui potremmo asciugare una lacrima dagli occhi di un bambino. La morte è stata sconfitta e così anche i molti modi che abbiamo inventato per dividere i nostri popoli.

È una visione di speranza e di abbondanza, che rende molto più difficile credere a una tale prospettiva in un mondo minacciato dalle crisi ambientali, economiche, politiche e personali. Viviamo sempre più in un mondo in cui la penuria è all’ordine del giorno e dove ciò che ci manca incombe su di noi.**

Un missionario è una persona che vive tra il “già” e il “non ancora”, accogliendo e lodando costantemente “il magnifico”, dal momento che crede che Dio sia già qui, presente in mezzo a noi.

In ogni parte del pianeta, tra le diverse nazionalità, i numerosi credo e le varie estrazioni sociali, a ogni parallelo e meridiano, il Signore è presente e il missionario è colui che proclama gioiosamente questa presenza, anche quando vede le tragiche inadeguatezze dell’assetto mondiale, la presenza e l’azione del male sia nel cuore degli esseri umani sia nelle strutture religiose, economiche, sociali e culturali. I missionari devono essere in grado di percepire “il già” e il “non ancora” della pienezza della presenza e della redenzione di Dio. Essi vedono la pienezza e la gioia della vita già presenti come potenti “semi” e come “promessa” di un raccolto abbondante.

La trasformazione finale del cosmos nel regno di Dio è sia un’esistenza apprezzata sia un sogno e un ardente desiderio. San Paolo, il missionario più appassionante, sintetizzò le dinamiche del “già” e del “non ancora” nella parola greca μυστήριον (mustérion)*, un piano caro Dio, ma da rivelare per poi essere realizzato dall’umanità. È un processo di completamento intervallato da oscurità e luce, avidità e generosità, fragore e shalom. In Daniele Comboni, nostro “padre” del ministero missionario, contempliamo, nella loro piena misura, le dinamiche del già e del non ancora e il senso (τέλος, télos) della storia da portare a compimento nel pieno di difficoltà a dir poco impressionanti. Egli percepiva (“era un’ispirazione dall’alto”) il suo Piano per la rigenerazione dell’Africa” come parte di un grande μυστήριον di Dio per una parte precisa del cosmo ancora bisognosa di una “rigenerazione di salvezza” e dedicò la sua intera vita affinché ciò si compisse, pienamente consapevole del fatto che il “seme” avesse un potere così formidabile (in quanto potere divino) in grado di garantirne l’adempimento nonostante tutte le “forze avverse”. Le ultime parole che spirò sul letto di morte il 10 ottobre del 1881 furono: “Io muoio, ma il mio progetto non morirà… Coraggio per il presente e soprattutto per il futuro!”.

3. L’era ecozoica – La dimensione cosmica della missione

Uno dei “guru” dei nostri primi anni di ministero missionario è stato il teologo e padre Gesuita Bartolomeo Sorge. Oltre a essere stato consacrato tramite rapporti personali, abbiamo sempre letto i suoi articoli e libri e ascoltato i suoi discorsi. Negli ultimi anni Settanta, sia nei discorsi sia nei suoi scritti, era solito ripetere questo ritornello: “Stiamo vivendo un’era di cambiamenti epocali”, spiegando che, con “cambiamenti epocali” intendeva “cambiamenti notevoli”. Più tardi, si sarebbe affrettato a chiarire: “In realtà, invece che ‘cambiamenti epocali’, dovrei usare l’espressione ‘cambiamento di un’epoca’ o cambiamento di un’era nel corso della storia umana, che è molto più forte rispetto al termine cambiamento epocale”.

Per molti anni, queste parole hanno risuonato nelle nostre teste e, a dir la verità, sono diventate il nostro modus pensandi, o modus cogitandi, e modus vivendi. Abbiamo letto, pregato e riflettuto molto sul significato di “cambiamento d’epoca”, in cui l’enfasi è posta maggiormente sulla discontinuità piuttosto che sulla continuità. Sicuramente, la continuità non viene eliminata, è “qui”, garantita dalla fedeltà di Dio (è il “numero uno” della storia), dal soffio dello Spirito Santo, da Gesù Cristo (“Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine” – Apocalisse 22:13), dalla parola di Dio (“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” – Matteo, 24:35). In questo modo, la continuità è assicurata “dall’alto”. “Dal basso”, comunque, incontriamo una grande discontinuità, ed essa è caratterizzata dai “cambiamenti radicali” che non sono punti e virgole, ma dizionario, grammatica, sintassi, insomma, idee e concetti.

Padre Bartolomeo sviluppò quest’idea in un libro intitolato La traversata – La Chiesa del Concilio Vaticano II ad oggi* in cui approfondisce i cambiamenti e identifica i grandi trasformatori che stanno dietro di essi. Era Ecozoica è un’espressione che viene forgiata da due americani (Thomas Berry, scienziato e teologo, e Brian Swimme, cosmologo dell’evoluzione) nell’affascinante libro La storia dell’Universo – Dalla scintilla primordiale all’Era Ecozoica – Una celebrazione dello sviluppo del cosmo.*

Il libro non occupa solo lo spazio di un centinaio di anni, ma descrive la trasformazione evolutiva dell’universo, partendo dal suo inizio con il Big Bang e arrivando fino ai nostri tempi, che gli autori chiamano Era Ecozoica e definiti pertanto: “Il periodo di sviluppo della vita successivo al Cenozoico e caratterizzata, a un livello di base, dal suo arricchimento reciproco della relazione tra uomo e Terra. La parola deriva dalla tradizione scientifica che divide il Fanerozoico in era Paleozoica, Mesozoica e Cenozoica”.

Senza l’orizzonte dell’era ecozoica, la Missione sarebbe “proselitismo” anziché servizio del Regno.

4. Concilio Vaticano II – Trasformazione radicale degli obiettivi e della metodologia missionaria

Il giorno 11 ottobre 1962, nella Basilica di San Pietro, il Santo Papa Giovanni XXIII spiegò la sua visione del Concilio Vaticano II durante il discorso d’apertura ai vescovi. Le sue parole furono “rivoluzionarie” nel vero senso del termine.* Propose cinque punti per il raggiungimento di questo obiettivo:

1. Essere pieni di fede e speranza e non profeti di oscurità. “La Provvidenza Divina ci conduce a un nuovo ordine di relazioni umane che, tramite i tentativi dell’uomo e addirittura al di là delle loro stesse aspettative, sono dirette verso il disegno superiore e imperscrutabile di Dio”.

2. Scoprire nuovi modi di insegnare la fede in maniera più efficace. “La più grande preoccupazione del concilio ecumenico è questa: che il sacro deposito della dottrina cristiana venga custodita e insegnata in maniera più efficace”.

3. Approfondire la comprensione della dottrina. La dottrina originale “dovrebbe essere studiata ed esposta attraverso i metodi di ricerca e le forme letterarie del pensiero moderno. La sostanza dell’antica dottrina e i depositi della fede sono una cosa, altra il modo in cui essi vengono presentati”.

4. Usare la medicina dell’indulgenza. “Gli errori svaniscono così come compaiono, come la nebbia prima del sole. La Chiesa ha sempre contrastato questi errori e, ancor più frequentemente, li ha condannati con la maggiore severità possibile. Oggi, la Sposa di Cristo, preferisce fare uso della medicina dell’indulgenza al posto della severità. Essa ritiene infatti che sia necessario incontrare la necessità dell’oggi dimostrando la validità del proprio insegnamento invece di utilizzare la condanna”.

5. Cercare l’unità all’interno della Chiesa, con i cristiani separati dal cattolicesimo, con coloro che appartengono a religioni non cristiane e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà. “Tale è lo scopo del Secondo Concilio Vaticano Ecumenico che prepara, per così dire, e consolida il cammino verso l’unità dell’intera umanità, in cui regna la verità, la legge è dettata dalla carità e la dimensione è l’eternità”.

In effetti, quelle parole (e quello che rappresentavano) furono il vero inizio di una nuova epoca. Oggi, quelle stesse parole riecheggiano nelle parole di Papa Francesco. Entrambe le versioni insistono sulla parola gioire. La gioia è il frutto della Spirito Santo e il frutto della virtù della speranza. La gioia è la prova che percepiamo la presenza di Dio negli avvenimenti umani, anche quando tutto sembra buio e negativo. Permetteteci di citare quel discorso che ha segnato il cambiamento di un’epoca.

Capita spesso, e non senza malessere dei nostri orecchi, che ci siano presentate le considerazioni di alcuni che, per quanto infiammati di ardore religioso, tuttavia non esaminano sufficientemente le cose con valutazione serena e giudizio ponderato. Questi infatti, non sono in grado di vedere se non rovina e disgrazia nello stato attuale della società umana; dicono che il nostro tempo, se paragonato ai secoli trascorsi, è proprio andato peggiorando; e così si trovano a tal punto come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra della vita, e come se, nel tempo dei concili precedenti, tutto trascorresse bene e felicemente. A noi sembra di dover dissentire da questi profeti di sventura che predicono sempre il peggio, come se fosse imminente la fine delle cose. Nel corso attuale degli avvenimenti umani vanno rilevati piuttosto i propositi reconditi della provvidenza divina che in larga misura e oltre la loro aspettativa si pongono saggiamente qua e là per il bene della Chiesa”.*

Ciò che queste parole provocarono, venne descritto da molti come una “nuova Pentecoste”. A dire il vero, l’espressione non si presentò all’interno della struttura di un’attribuzione diretta e inequivocabile che affermava categoricamente che “il Vaticano II sarà (o è, o è stato) una nuova Pentecoste”, sebbene unisse speranza e aspettativa in quella direzione. Senza alcun dubbio, lo Spirito soffiò sull’assemblea dei vescovi allora inaugurata. E quando lo Spirito soffia, il cambiamento e la trasformazione sicuramente avverranno.

Cambiamento e trasformazione divennero categorie teologiche, insieme all’espressione “i segni dei tempi” nella Costituzione Pastorale sulla Chiesa nel Mondo Contemporaneo Gaudium et Spes, in particolare dal paragrafo 4 al paragrafo 10. *

La Costituzione Pastorale ebbe il coraggio di invocare i molti “cambiamenti radicali”, i “numerosi cambiamenti sociali” e addirittura i “cambiamenti nei comportamenti, nella morale e nella religione” osservati nei “segni dei tempi” mondiali e storici, facendo uso di un’espressione biblica verso una trasformazione sociale piena della presenza di Dio e portatrice del germe della venuta del Regno di Dio.*

Fino ad allora, i sacramenti erano (e sono ancora) segni della presenza e dell’azione di Dio. Durante la celebrazione eucaristica, il pane e il vino sono segni della presenza reale di Cristo. Allo stesso modo, adesso i “cambiamenti storici” sono segni della presenza (o dell’assenza) di azione di Dio. Di conseguenza, noi siamo chiamati a vederli, analizzarli, accettarne la “positività” o la sfida in essi contenuta e a collaborare con Dio portandone il loro potenziale alla pienezza.

Un missionario è una persona che crede alla presenza di Dio nella storia, nelle religioni tutte, in tutte le situazioni umane e che proclama la “buona novella” che Dio è “qui”. Attraverso le parole e le azioni dei missionari, Dio rivela la sua presenza così come fece attraverso le azioni e le parole di Gesù, il suo primo missionario. San Paolo lo aveva capito perfettamente:

Mentre viaggiava per la Licaonia “c’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato. Egli ascoltava il discorso di Paolo e questi, fissandolo con lo sguardo e notando che aveva fede di esser risanato, disse a gran voce: «Alzati diritto in piedi!». Egli fece un balzo e si mise a camminare. La gente allora, al vedere ciò che Paolo aveva fatto, esclamò in dialetto licaonio e disse: «Gli dei sono scesi tra di noi in figura umana!». E chiamavano Barnaba Zeus e Paolo Hermes, perché era lui il più eloquente. Intanto il sacerdote di Zeus, il cui tempio era all’ingresso della città, recando alle porte tori e corone, voleva offrire un sacrificio insieme alla folla. Sentendo ciò, gli apostoli Barnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: «Cittadini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori». (Atti, 14:8-17).

Paolo non dubita del fatto che il Dio vivente è sempre stato tra gli abitanti di Konya, attraverso i numerosi segnali della sua presenza (per esempio la pioggia, il raccolto o il cibo) e riempiendo i loro cuori di gioia. Lui non porta una buona notizia. Il Dio vivente sta aspettando che egli riveli al popolo di Listra quanto vicino fosse sempre stato a loro. Il miracolo che Paolo compie, grazie al potere dello Spirito, è un invito, un’esortazione a vedere e contemplare il Dio vivente che agisce nelle loro vite.

La Missione proclama la vita, e i missionari sono persone che credono che il Dio che proclamano sia un Dio che non arriva per rubare, uccidere e distruggere ma per portare un cambiamento radicale, così che i suoi figli possano avere vita, e averla in abbondanza (Giovanni, 10:10). Sono testimoni, araldi e campioni dell’amore, della compassione e della tenerezza di Dio. Il risultato di ciò è sempre la “gioia” che sarà “piena” in seguito alla sconfitta di qualunque cosa che neghi il diritto alla vita. Noi tutti dovremmo considerare Papa Francesco un vero e proprio “segno del tempo” per il mondo contemporaneo, nella sua convinzione che l’Evangelium è sempre gaudium. Sbarazziamoci di questi “profeti di sventura” condannati da Giovanni XXIII. Se non porta con sé vita e gioia, il Vangelo che predichiamo e mettiamo in pratica nella vita è falso. Questa è la “prova del nove” della veridicità di un testimone di Cristo.

5. Trasformazioni epocali della Chiesa

È giunto il momento di elencare brevemente alcune di quelle che consideriamo “trasformazioni epocali”, ovvero quegli eventi della storia che negli ultimi 2.000 anni di Cristianesimo hanno caratterizzato un’era e che sono stati quindi riconosciuti come “segni dei tempi”. Naturalmente, la missione è l’orizzonte costante che abbiamo in mente nonché il criterio per la selezione di un cambiamento invece di un altro. Ci sono state molte altre trasformazioni negli ultimi 2.000 anni di Cristianesimo rispetto a quelle che andremo a elencare, ma abbiamo intenzione di segnalarne solo alcune, che sono quelle che consideriamo più pertinenti alla Missione.

5.1 Da Cristianità a Cristianesimo

Prima dell’ascesa al potere dell’Imperatore Costantino, la conversione alla fede cristiana comportava una “trasformazione rischiosa” a causa della possibilità di essere perseguitati. In seguito all’Editto di Milano sottoscritto nel febbraio 313 (in cui l’Imperatore Romano Costantino I e Licinio, che controllava i Balcani, acconsentirono tra le altre cose a cambiare politica verso i Cristiani e a trattarli con benevolenza all’interno dell’impero) la conversione rappresentò il varco verso sicurezza e privilegi.*

La fede divenne a buon mercato e, da qui, vi fu l’aumento del monachesimo, uno stile di vita che accentuava il fatto che fede e conversione fossero questioni serie. Dobbiamo ammettere che, sin da allora, l’Editto di Milano rappresentò un’arma a doppio taglio per la Chiesa. **

Potrebbe essere opportuno prendere in considerazione una citazione di Testimoniare Cristo tra i fratelli di Dietrich Bonheoffer. Cosa può significare, oggi, la chiamata al discepolato e l’adesione alla parola di Gesù per un uomo d’affari, un soldato, un operaio o un aristocratico? Cosa intendeva dirci Gesù? Qual è la sua volontà per noi, oggi?

Attingendo al Discorso della Montagna, Bonhoeffer risponde a queste domande senza tempo dando un’interpretazione influente sulla dicotomia tra “grazia a poco prezzo” e “grazia costosa”.

La grazia a poco prezzo è la grazia che concediamo a noi stessi, la grazia senza sequela. La grazia a caro prezzo è il Vangelo che deve essere cercato più e più volte, il dono per cui si deve di nuovo pregare, la porta a cui si deve di nuovo bussare. È a caro prezzo perché costa all’uomo il prezzo della vita, è grazia, perché proprio in tal modo gli dona la vita”.

Testimoniare Cristo tra i fratelli è una testimonianza convincente delle richieste di sacrificio e della coerenza etica di una persona la cui vita e i cui pensieri furono assetti esemplari di un nuovo tipo di guida ispirata dal Vangelo, pervasa dallo spirito dell’umanesimo cristiano e da un senso creativo del dovere civile.

Un altro libro interessante scritto da Bonhoeffer è il postumo Lettere e appunti dal carcere, nel quale egli continuò la sua interazione con la tradizione filosofica e letteraria della civiltà occidentale, rendendo perciò le sue Lettere degne di essere considerate un testo fondamentale per la discussione sulla secolarizzazione. Il passaggio seguente è una perla preziosa:

La nostra chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la sua sopravvivenza, quasi essa fosse il suo proprio fine, è incapace di farsi portatrice della parola riconciliatrice e redentrice per gli uomini. Ed è per questo che le antiche parole devono svigorirsi e ammutolire e il nostro essere cristiano si riduce oggi a due cose: pregare e operare tra gli uomini secondo giustizia (…) Sarà un linguaggio nuovo, probabilmente un linguaggio non del tutto religioso, ma liberatore e redentore, come quello di Cristo, tale che gli uomini ne avranno spavento e saranno, tuttavia, sopraffatti dalla sua violenza, il linguaggio di una nuova giustizia e verità, il linguaggio che annuncia la pace di Dio con gli uomini e l’avvicinarsi del suo regno… Fino a quel momento il dovere del cristiano sarà di restare silenzioso e appartato; ma ci saranno uomini che pregheranno e opereranno secondo giustizia e attenderanno il tempo di Dio”.*

La missione non è mai integrazione nell’assetto mondiale esistente, sia esso romano, europeo o americano.

5.2 Da Chiesa mediterranea a Chiesa mondiale

Questa è un’altra delle grandi trasformazioni avvenute nella storia della Chiesa, ampiamente analizzata da Karl Rahner in quanto frutto importante del Concilio Vaticino II. Egli divulgò le sue indagini in due articoli che divennero famosi, presenti in “Preoccupazioni per la Chiesa” i cui contenuti sono stati recentemente rivisitati da Seán D. Sammon in un articolo su America, la rivista gesuita americana.*

Quest’ultimo scrive: “Dal 1962 al 1965, gli occhi del mondo si sono concentrati sulla città di Roma e sulla rivoluzione che sta avvenendo nell’interpretazione e nella messa in pratica del Vangelo, dal momento che un’istituzione così antica ha avuto difficoltà nel farsi spazio all’interno del mondo moderno. L’occasione di trovare questo posto all’interno di un mondo evidentemente cambiato, fu rappresentata dal Concilio Vaticano II e, quasi vent’anni dopo, nell’aprile del 1979, il teologo gesuita Karl Rahner cercò di misurarne l’impatto. Parlando a Cambridge, in Massachusetts, Rahner sostenne che il Vaticano II era la prima assemblea ufficiale della Chiesa cattolica in qualità di chiesa mondiale. “Il consiglio”, affermò, ha dato inizio a un cambiamento che si è verificato un’unica volta prima d’ora nella sua storia, ovvero quando la chiesa è passata dal mondo del cristianesimo ebraico a occupare un posto nel più ampio mondo mediterraneo”.

Rahner divide la vita della chiesa in tre epoche. Il primo e più breve periodo fu quello del cristianesimo ebraico, un tempo durante il quale la morte e la risurrezione di Gesù di Nazareth venne proclamata in Israele e al suo popolo.

La seconda grande epoca della Chiesa era stata avviata dal Concilio di Gerusalemme attraverso l’eliminazione, da parte dei fedeli di Cristo, della circoncisione per i Cristiani Gentili dando così vita a un cristianesimo che cominciò a crescere nel suolo della civiltà greco-romana.*

Durante quest’epoca, che durò pressoché duemila anni (dal Concilio di Gerusalemme fino Concilio Vaticano II), il Cristianesimo venne sempre più identificato con la cultura europea. Tra la nascita di quello che può essere definito Cristianesimo Gentile e quello attuale, “si avviò una rivoluzione”.* Per quasi duemila anni, la Chiesa è risultata essere strettamente vincolata alla civiltà europea e, come tale, esportata dai suoi missionari coloniali. La Chiesa dell’evangelizzazione era riluttante a offrire altro che non fosse una religione inserita nelle lingue, culture e civiltà europee che essa riteneva superiori.

Durante questa seconda epoca, la Chiesa “mediterranea” rappresentava sostanzialmente la parte settentrionale del “fenomeno mondiale”, le cui strutture e pensiero teologico erano radicati nella filosofia e nella visione del mondo greco-latino e il cui contesto istituzionale era plasmato dalle modalità dell’Impero romano. Gli unici due tentativi di ampliare l’idea della Chiesa vennero prima frustrati e poi soppressi: in un primo momento, con la separazione (lo scisma) e con la condanna (la scomunica) della Chiesa Ortodossa e della sua proiezione nel 1054; in un secondo momento, con il fallimento del tentativo di riunire la Chiesa mediterranea e la Chiesa nord-europea, macchiata dalla Riforma Protestante del 1517 e dalla separazione della Chiesa inglese e del mondo anglosassone da Roma nel 1534.

Teologicamente “l’universalità” era intesa come “uniformità” con la Chiesa di Roma che dettava l’unica possibile forma di “comunione” e imponeva l’unico rito possibile (il rito latino-romano) e l’unica lingua possibile (il latino). La pluralità delle teologie, dei riti e delle lingue, inizialmente molto presenti, giunse al termine. Il concetto di chiesa locale sparì e rimase vivo unicamente nella Chiesa ortodossa con i suoi svariati Patriarcati, riti e lingue.

Un diverso tipo di Concilio

Seán D. Sammon afferma che il Concilio Vaticano Secondo avviato da Papa Giovanni XXIII, fu completamento diverso nella sua formazione da qualsiasi altro tipo di concilio avvenuto in precedenza, e sicuramente diverso dal Vaticano I, dove gli episcopati di Asia e Africa erano costituiti da vescovi missionari di origine europea e nordamericana. Nel Vaticano II, invece, quelle stesse regioni furono rappresentate per lo più da delegati nativi di Africa e Asia che non giunsero a Roma come visitatori insicuri. Durante il Vaticano II, abbiamo constatato l’incontro dei vescovi mondiali e non di un organo consultivo del Papa, ma piuttosto di un gruppo insieme a lui utilizzato come insegnamento finale e organo decisionale della Chiesa Cattolica. Per la prima volta nella storia, nacque un consiglio mondiale formato da un episcopato autenticamente mondiale; una delle istituzioni più globalizzate al mondo stava finalmente assumendo un volto in grado di unire le sue complessità e diversità.

Per Rahner, il Vaticano fu un “evento sismico”. “Quando il polverone si calmò, eravamo ancora in piedi, ma ci trovavamo in un posto diverso”. Il Concilio ci si presentò come la possibilità di una Chiesa che avrebbe agito tramite l’influenza esercitata da tutti i suoi componenti. Indubbiamente, il pensiero di passare da una forma di cristianesimo europeo occidentale a una chiesa mondiale sollevò problemi teorici tutt’altro che chiari. Per esempio, Rahner si domandò se l’etica matrimoniale dei Masai dell’Africa orientale avrebbe semplicemente continuato a riprodurre l’etica del cristianesimo occidentale. Se il sogno di una Chiesa davvero mondiale fosse divenuto realtà, ci sarebbero state senza dubbio sfide da affrontare, non ultima quella di mantenere l’unità nel mezzo della diversità.

Nel Vaticano II, avvenne la riscoperta del Cattolicesimo come “dinamicità inclusiva” in cui il pluralismo era possibile nell’ambito di un’unica Fede (da intendersi come pluralismo di codici, teologie, riti e così via). Durante l’Epoca Mediterranea, invece, il cattolicesimo era un concetto esclusivo: per appartenere alla Chiesa cattolica, si doveva diventare romani.*

Uno dei simboli di questa “pluralità in unione” fu rappresentato dai sinodi continentali (Africa, Asia, America Latina) alla fine del secondo millennio e all’inizio del terzo, in cui, sebbene la connotazione romana fosse ancora molto presente, la voce delle chiese locali, regionali e continentali ne costituiva il cuore.*

È ovvio che questo sia uno dei principali obiettivi del papato di Francesco. Per esempio, nei suoi documenti più importanti, Evangelii Gadium, Laudato Si’ e Gaudete et Exsultate, un terzo delle citazioni proviene dalle voci delle Chiese locali del mondo. Questi riferimenti sono stati quasi totalmente ignorati dai Papi precedenti. In altre parole, il Magistero Cattolico era prevalentemente romano: i Papi citavano se stessi e i propri predecessori.

Questa evoluzione dovrebbe avere un esito strepitoso sul movimento missionario. In passato, “missione apostolica” significava andare e “costruire” la Chiesa Romana in varie parti del mondo. Il movimento era rigidamente controllato dalla Chiesa Romana che voleva estendere il proprio dominio. Oggi, invece, i missionari sono al servizio delle chiese locali, più radicati nelle culture locali, incarnati in queste realtà e più che mai pronti ad aiutare le comunità cristiane locali nell’evangelizzazione di ambiti della vita in cui il messaggio cristiano è ancora irrilevante o riguarda solo superficialmente la vita reale.

5.3 Da ministero esclusivamente maschile a ministero pluralista e aperto ai generi

Cristianità è il nome adatto a definire la “seconda epoca” di Rahner nella vita della Chiesa. Fu il periodo in cui ministeri, governo e dirigenza della Chiesa furono profondamente dominati e condizionati dalla mentalità, dalla cultura e dalla filosofia dell’Impero Romano, in particolar modo dell’Impero Romano d’Occidente. Così come nell’Impero, anche il “ministero” della Chiesa era inteso come “dirigenza” (comando) ed era fortemente controllato dagli uomini. La cura particolare di Gesù nei confronti delle donne, l’attenzione di Paolo al ruolo della donna nelle prime comunità cristiane e il carattere “laico” di molti ministeri della Chiesa (che, per inciso, rappresentarono un’innovazione radicale ai tempi dell’Impero Romano) vennero presto scherniti e accantonati. Non appena la Chiesa divenne religione ufficiale dell’Impero, la ricchezza del ministero della Chiesa Apostolica scomparve.

La grande centralizzazione della responsabilità e la relativa terminologia giuridica dell’Impero Romano passarono alla Chiesa a tal punto che, quando l’Impero collassò nel 476, la sua struttura venne assunta e perpetuata dalla Chiesa, in quel momento maggiormente pronta a trovare giustificazioni bibliche e teoriche per questo mandato. Venne effettuata una reinterpretazione del Nuovo Testamento “forzata” e non sempre corretta. Per esempio, un semplice “presbitero” (un anziano) diventava automaticamente un “sacerdote ordinato”. La determinazione della Chiesa Ortodossa nel voler mantenere l’interpretazione tradizionale del Nuovo Testamento, in particolar modo per quanto riguardava la strutturazione delle varie chiese, venne vanificata dalla comunicazione del Patriarca di Costantinopoli da Roma (1054).

Il modo in cui era strutturata la Chiesa romana veniva considerato eterno e divino. Non sarebbe stata ammessa alcuna diversificazione da essa; così, lo straordinario tentativo di localizzare la Chiesa nell’Europa settentrionale e nel mondo anglosassone venne etichettato come “ribellione” contro Dio stesso e pertanto tali realtà vennero “scomunicate”. Oggi, in misura maggiore rispetto al passato, sappiamo che Martin Lutero non aveva nessuna intenzione di dividere la Chiesa ma intendeva solo riformarla.

Teologicamente, la Cristianità fu un periodo caratterizzato dalla logica del “anathema sit” (“Sia maledetto e dannato”, che tradotto concretamente sarebbe “sia enormemente vilipeso, odiato ed emarginato”). Le prospettive teologiche dei diversi concili ecumenici vennero gradualmente riformulate attraverso dichiarazioni teologiche e giuridiche, elaborate interamente secondo il linguaggio della cosiddetta theologia perennis, che scoraggiava ogni tipo di pluralismo e trasformava la cristianità occidentale in una religione eccessivamente moralista e legalistica, alle spese della dimensione trascendentale.

Probabilmente, la decisione più rivoluzionaria adottata da Giovanni XXIII fu quella di pensare al Vaticano II come a “un concilio pastorale”, il cui scopo sarebbe stato rinnovare la Chiesa e non scomunicare chiunque.* Sappiamo che la Commissione romana aveva già preparato la documentazione completa da far firmare al vescovo, all’interno della quale ogni singolo documento rifletteva la vecchia visione. Ma quando l’allora Papa vide che tra la Curia romana e i vescovi del mondo c’era un abisso, respinse quanto i teologi della curia gli avevano presentato. Perciò, si impiegò la prima parte del Concilio elaborando una nuova metodologia e un processo che avrebbero consentito a tutti i vescovi, insieme al vescovo di Roma, di rappresentare il magisterium. Quella era già una magnifica riconferma di collegialità e sinodalità.

Teologicamente parlando, ciò fu reso possibile grazie a una delle più grandi intuizioni teologiche che il Concilio stesso avrebbe approvato: il concetto di episcopato come vero sacramento (in effetti, esso rappresenta la pienezza del sacramento dell’ordinazione).*

I vescovi, che per secoli erano stati “rappresentanti” del Papa (che concedeva loro facoltà) tornarono a essere ancora una volta “rappresentanti di Cristo” e non del Papa, a capo delle chiese locali, luoghi in cui la Chiesa Universale di Cristo è pienamente presente. I vescovi, insieme ai loro collaboratori (sacerdoti e diaconi) vennero visti come parte integrante del “popolo di Dio”, * “il popolo messianico che Cristo ha in mente”, “trasformato in regno e sacerdoti di Dio Padre”, “che condividono anche il mandato profetico di Cristo” e partecipano, ognuno a suo modo, all’unico sacerdozio di Cristo.

Tra il “popolo di Dio” erano comprese anche le donne. Durante il Concilio, Pacem in Terris, la lettera enciclica pubblicata nell’aprile 1963 da Papa Giovanni XXIII aveva avuto il coraggio di dire che, tra “i segni dei tempi”, cioè tra gli eventi particolarmente significanti per la conoscenza di Dio e della religione, c’era anche il ruolo crescente della donna nella vita pubblica. Questa “trasformazione” sociale era da considerarsi fondamentale per l’istituzione del Regno di Dio nella storia. Il tema era – ed è ancora – la rivisitazione del ruolo della donna nella chiesa, inclusi i passi da compiere per assicurare la loro presenza in posizioni significative di comando all’interno della comunità ecclesiastica.*

È vero che esistono delle competenze di base attese per chiunque desideri essere oggi un valido capo religioso (per esempio il talento di amministratore, l’abitudine all’efficienza o la capacità di concettualizzare e pensare analiticamente). Eppure ne sono necessarie altre e più importanti per chiunque possa essere giudicato in grado di portare con sé la trasformazione richiesta nel mondo intero e nella Chiesa cattolica contemporanea. I capi religiosi validi devono essere uomini e donne innamorati di Dio, profondamente radicati nei valori del Vangelo che sono chiamati a proclamare. In quale altro modo potrebbero altrimenti parlare in maniera convincente del significato spirituale degli eventi nel mondo che li circonda?

Ugualmente importante è la capacità di dialogare con numerosi gruppi eterogenei e di sentirsi a proprio agio in mezzo alle divergenze d’opinione. Guide di questo tipo sono impegnate a costruire unità nel mezzo di importanti pluralismi. Sono contraddistinte dal forte desiderio di rendere le cose migliori, e da un desiderio ugualmente forte di mettere in atto i cambiamenti necessari per far progredire la Chiesa e il suo popolo, senza badare alla resistenza che potrebbero incontrare. Oggi più che mai, abbiamo bisogno di capi religiosi che abbiano una chiara percezione di ciò che sta accadendo tra il Popolo di Dio e nel mondo in generale, individui che possiedano l’abilità di responsabilizzare i fedeli, ispirandoli a lasciare da parte l’interesse personale a favore di una prospettiva molto più ampia.

6. Trasformazioni epocali nelle religioni

Nella missiologia tradizionale, l’attenzione era incentrata su di una conversione personale attraverso la quale ci si inseriva nella Chiesa. Nel complesso, la fine di tutte le religioni non cristiane costituiva uno degli obiettivi dell’attività missionaria: il cristianesimo voleva sostituire tutte le altre confessioni. Oggi c’è una concezione differente di missiologia, soprattutto a causa dell’interpretazione sociale e teologica delle religioni e del grande contributo del Vaticano II, in particolar modo in Nostra Aetate.* Le religioni mondiali non sono più “nemiche” del cristianesimo.

6.1 Unendo la dimensione verticale a quella orizzontale e cosmica

Questo nuovo concetto delle religioni mondiali venne sottolineato, fra gli altri, da Padre Yves Raguin della Compagnia di Gesù (1921-1998). Nato nel 1912, entrato nella Società di Gesù nel 1930 e ordinato sacerdote nel 1942, massima autorità sulla religione cinese e sulla spiritualità d’Oriente e d’Occidente, Padre Raguin scrisse più di venti libri su tali argomenti, di cui la maggior parte in francese; vennero poi tradotti in cinese, inglese e molte altre lingue.

Padre Raguin studiò al Harvard-Yenching Institute dal 1946 al 1949* e visse a Shangai negli anni compresi tra il 1949 e il 1953. Dopo il suo arrivo a Taiwan, si orientò verso il progetto del Dizionario Gesuita, che è stato completato di recente. Insieme ad altri gesuiti, fondò il Taipei Ricci Institute nel 1966 nella capitale di Taiwan, di cui rimase direttore fino al novembre del 1996. Più che uno studioso, fu un uomo e un sacerdote la cui benevolenza e saggezza aiutarono un numero incalcolabile di persone. La missione a cui dedicò la sua vita fu incentrata sull’acquisire una maggiore comprensione dell’opera dello Spirito Santo all’interno della cultura cinese e sull’incoraggiamento di una conoscenza più approfondita del contributo della spiritualità cinese a un ampliamento del pensiero cristiano.

Padre Raguin si considerava un “vero missionario”, ma in una maniera che differiva dalla classica idea del missionario. Era solito dire: “Il mio obiettivo principale è infondere in tutte le religioni asiatiche, e in particolar modo nell’Induismo, nel Buddismo, nel Taoismo e nello Scintoismo, un ‘elemento di trasformazione’ mettendole a contatto con la drastica esperienza religiosa di Gesù. Gesù è l’immagine perfetta di un Dio non solo degli Ebrei e dei suoi seguaci, ma di tutti i popoli”. Egli aveva riflettuto molto sull’esperienza di Mahatma Gandhi, che aveva accettato il ‘messaggio di Gesù’ pur riaffermando la propria identità Indù; era convinto che “Gandhi avesse arricchito il suo pensiero e la sua identità religiosa Indù attraverso l’incontro con Cristo e con tutto quello per cui Egli aveva lottato”.

Padre Raguin pensava che dopo il Vaticano II, l’accento della Missione non dovesse essere posto sulla conversione personale (sebbene rimanesse una componente importante dell’evangelizzazione cristiana) ma sulla trasformazione di ogni religione umana esistente, entrando in contatto – attraverso il dialogo e la condivisione della vita – per liberare l’umanità dai numerosi problemi sociali che affronta (vedi, per esempio, le numerose ingiustizie che ancora oggi opprimono molte persone).*

6.2 Rinunciando alla violenza di ogni tipo

Senza dubbio, Padre Raguin stava cercando (e mettendo in pratica) un nuovo modello per la missione e pensava di averlo trovato nella “Missione come dialogo interreligioso”. Iniziando con una manifestazione di attenzione nei confronti delle altre culture e di una solidarietà effettiva nei confronti delle persone che appartenevano a quella religione, il tema del dialogo cambiò drasticamente con lui, soprattutto per quanto riguardava l’accettazione del pluralismo multi religioso e multiculturale del suo (e del nostro) tempo.

Riprendendo il filosofo religioso nonché teologo inglese John Harwood Hick, egli definerebbe questo dialogo multiculturale “una sorta di Rubicone teologico, che bisogna avere il coraggio di attraversare”. Per lui, l’orizzonte della missione non era la costruzione di una Chiesa (plantatio ecclesiae) che egli accusava di ‘ecclesiocentrismo’ ma la diffusione del Regno nei luoghi in cui era già presente (seppur parzialmente) o la nascita di esso nei luoghi in cui non lo era ancora.

In seguito all’inversione di marcia effettuata dal Vaticano II, come missionario – e come la Chiesa stessa – Padre Raguin vedeva se stesso a servizio del Regno.* Credeva che “la Chiesa sulla terra diventa il germoglio iniziale per la venuta Regno”.* Come Cattolico missionario e membro della Chiesa voleva essere messaggero del Regno di Dio che era già iniziato, segno rivelatore di esso o di un’esistenza di redenzione; un servo del continuo svilupparsi del Regno. Assunse questo ultimo incarico dalla parte dei poveri, degli oppressi, dei vilipesi e dei perseguitati, così come fece Gesù e come lui ci insegnò a farlo come suoi discepoli (Matteo, 5:1-12). Sarà la nostra reazione di fronte al prossimo in difficoltà a determinare se noi stessi entreremo o meno nel Regno finale. Coloro che danno da mangiare agli affamati, da vestire ai nudi, che accolgono lo straniero e confortano l’ammalato sono gli eredi del Regno (Matteo 25:31-46), manifestando in questo modo la presenza redentrice di Dio su questa terra.*

Quando uno dei nostri confratelli incontrò Padre Raguin a Taipei, gli chiese di approfondire questo punto. Egli disse: “Qui a Taipei ci sono più di 2.000 templi indù. Quando siamo arrivati, erano unicamente ‘porte del Paradiso’, luoghi in cui una persona avrebbe potuto incontrare Dio, che stava nei cieli, al quale un povero poteva, al massimo, dare sfogo alla sua anima ricurva. Oggi invece, almeno trenta di questi templi hanno aperto i loro locali ai poveri. Per la prima volta nella storia dell’Induismo, ci sono chiari segnali dell’interdipendenza tra l’amore di Dio (enormemente celebrato nel tempio) e la preoccupazione per i poveri, gli emarginati e i paria. Non è questa un’evidente evangelizzazione dell’Induismo? Questo tipo di trasformazione deve avvenire in tutte le religioni, inclusa quella cristiana. Oggi, alla vigilia del terzo millennio, un’era in cui le religioni sono spesso utilizzate come scusa per giustificare la violenza come se questa fosse il volere di Dio, tale trasformazione è tanto più importante. L’approccio tradizionale, che insisteva sulla conversione personale, ha maggiori probabilità di accrescere l’antagonismo tra religioni fino al punto di giustificare la violenza”.

Egli fece notare il grande ruolo “evangelizzatore” giocato dalla presenza di Madre Teresa in Asia, totalmente impegnata ad aiutare gli esseri umani più sfortunati non vincolando mai l’aiuto che avrebbe offerto alla conversione. “Lavorare per una maggiore sicurezza per tutti, per la pace e l’integrità del creato rinunciando a ogni tipo di violenza, farà sì che le religioni mondiali lavorino insieme al servizio del Regno”.

6.3 Da una Religione che è “Oppio dei Popoli” a una Religione che si fa “Motore della Trasformazione Sociale” (La Missione Sociale della Chiesa)

L’evoluzione dell’impatto sociale sulla religione è una delle principali trasformazioni avvenuta negli ultimi cinquant’anni. L’analisi sociale di Karl Marx si fondava sulla sua esperienza nella Germania luterana e nell’Inghilterra anglicana, dove la religione era totalmente parte dell’istituzione e al servizio di essa, secondo il principio “cuius regio, eius religio”.*

Tenendo in conto che Marx fu uno dei fondatori della sociologia (egli trasse infatti conclusioni da ciò che vedeva), la convinzione a cui giunse – ovvero, “la religione è l’oppio dei popoli”* non era teologica né filosofica ma unicamente sociologica. Attraverso l’esame della situazione in Germania e in Inghilterra, egli “vide solamente” una religione che aiutava lo stato a controllare il popolo in un momento storico di grande trasformazione, caratterizzato dall’emergenza dell’approccio democratico al governo (il potere è del popolo che sceglie i suoi rappresentanti). Egli aveva perciò ragione ad affermare che la religione era contraria alla trasformazione in quei particolari contesti protestanti, mentre hanno avuto torto coloro che hanno generalizzato una conclusione specifica su di un contesto sociologico trasformandola in un’affermazione filosofica generale.

Nel corso degli ultimi cinquant’anni, il cristianesimo (insieme ad altre religioni mondiali) è diventato il motore principale della trasformazione sociale. Basti ricordare ciò che accadde nelle Filippine e in America Latina, dove i cristiani aiutarono in maniera decisiva a determinare la fine dei sistemi governativi dittatoriali (all’interno di quei contesti, non può essere sottovalutata l’influenza della Teologia della Liberazione e il ruolo delle Comunità Cristiane di Base). Il cristianesimo giocò un ruolo essenziale nel crollo dell’ideologia comunista in Russia e nell’Europa orientale. Ciò che era stato definito “oppio dei popoli” si rivelò una forza per il cambiamento. Questa inversione di marcia del cristianesimo difficilmente riesce a essere spiegata da un sociologo.

È importante distinguere il cristianesimo dalle altre religioni. Solo nel cristianesimo, attraverso il contributo delle encicliche sociali redatte dai Papi e le dichiarazioni del Concilio ecumenico delle Chiese, i cristiani hanno sviluppato una forte Dottrina Sociale della Chiesa. È corretto affermare che il cristianesimo possiede “una fede dal potere sociale”. Sì, la fede cristiana ha il potere di trasformare il mondo e di renderlo sempre più simile al Regno promesso da Dio.

Questo insegnamento non è un’opzione dell’evangelizzazione e non è recente: risale a Rerum Novarum pubblicata da Papa Leone XIII nel maggio del 1891 e considerato oggi il testo fondante della Dottrina Sociale della Chiesa.* Tuttavia, un documento della Chiesa cattolica di circa 47 anni fa si è rivelato ancor più autorevole per noi: Giustizia nel Mondo, che tratta questioni di giustizia e liberazione per i poveri e gli oppressi, elaborato nel 1971 dal Sinodo dei Vescovi. Il testo fu un invito a condividere il potere in molti paesi e a consumare meno nelle nazioni più ricche. Fu scritto da molti vescovi provenienti dai paesi poveri e sottosviluppati e venne influenzato dalla Teologia della Liberazione. Scrissero che la giustizia è essenziale per la missione della Chiesa cattolica, che “l’amore cristiano per il prossimo e la giustizia non possono essere separati” e che “l’Azione in nome della giustizia e della partecipazione alla trasformazione del mondo ci appaiono pienamente come una dimensione costituente della predicazione del Vangelo, o in altre parole, della missione della Chiesa per la redenzione dell’umanità e della sua liberazione da ogni realtà oppressiva”.*

Un altro documento importante per la Dottrina Sociale della Chiesa fu Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, del 1991.* Il 1989 fu l’anno epocale della protesta civile contro il comunismo in tutta l’Europa centrale e dell’Est. Il comunismo, grande forza politica ed economica, era collassato sotto l’opposizione del governo monopartitico. Il clima di quell’anno è forse meglio ricordato nel movimento Solidarność in Polonia e nelle immagini dei cittadini che abbattono il muro di Berlino che troppo a lungo aveva diviso l’Est dall’Ovest. Nel 1991, Papa Giovanni II fece una riflessione sul rapido crollo del comunismo nella sua enciclica.

Citò tre “fattori decisivi” per il crollo di questi regimi:

• la violazione dei diritti dei lavoratori;

• l’inefficienza del sistema economico che impediva l’iniziativa, la proprietà privata e la libertà economica;

• il vuoto spirituale dell’ateismo che aveva negato il significato e lo scopo della vita nelle generazioni più giovani (13, 22-24).

Ma Giovanni Paolo II continuò a nutrire preoccupazione per le persone di quelle nazioni nel momento in cui esse si trasformarono in economie di mercato e affrontarono gravi difficoltà economiche durante questo processo. Era inoltre preoccupato per le popolazioni del “Terzo Mondo” che continuavano a essere povere e prive di uno sviluppo sociale e di una prosperità economica di mercato (26-29).

A proposito del tema di questo articolo, vorremmo evidenziare i paragrafi 5 e 58 del testo in cui Giovanni Paolo II sottolinea la relazione che esiste tra religione e vita sociale umana, tra annuncio del Vangelo e preoccupazione sociale della Chiesa, tra amore verso il prossimo e verso Dio e promozione della giustizia, e conferma che “insegnare e diffondere la sua Dottrina sociale appartiene alla missione evangelizzatrice della Chiesa ed è parte fondamentale del messaggio cristiano”.*

Nel Evangelii Gaudium* di Papa Francesco, l’intero capitolo 4 è dedicato a “La dimensione sociale dell’Evangelizzazione”.* Francesco ribadisce “la profonda connessione tra evangelizzazione e progresso umano” e il diritto dei Pastori “di dare opinioni su tutto ciò che pregiudica le vite delle persone”. “Nessuno può pretendere che la religione venga relegata a un luogo privato della vita personale, senza il diritto di dare un’opinione sugli eventi che colpiscono la società”.

Cita Giovanni Paolo II che affermava che la Chiesa “non può e non deve rimanere ferma a guardare nella lotta per la giustizia”. “Per la Chiesa, l’opzione per i poveri è prevalentemente una categoria teologica” piuttosto che sociologica. “Questo è il motivo per cui voglio una Chiesa che sia povera e per i poveri. Hanno molto da insegnarci”. “Finché i problemi dei poveri non verranno completamente risolti, non si potrà giungere a una soluzione per i problemi di questo mondo”. “La politica, sebbene spesso denigrata” afferma “rimane una nobile vocazione e una delle forme più alte di carità. Prego il Signore di concederci più politici che siano sinceramente turbati dalla vita dei poveri!”.

Aggiunge inoltre un ammonimento: “Ogni comunità ecclesiastica, se crede di potersi dimenticare dei poveri, corre il rischio di “crollare”. Per quanto riguarda il tema della pace, il Papa afferma che “una voce profetica deve essere sollevata” contro i tentativi di una finta riconciliazione per “silenziare o placare” i poveri, mentre altri “rifiutano di rinunciare ai loro privilegi”.

Per la costruzione di una società “in pace, giustizia e fraternità” indica quattro principi: “Il tempo è superiore allo spazio”; ciò significa “lavorare lentamente ma con fermezza, senza essere ossessionati dai risultati immediati”. “L’unità prevale sul conflitto” significa “un’unità variegata e vivificante”. “La realtà è più importante dell’idea” significa “evitare di ridurre la politica o la fede alla retorica”. “Il tutto è superiore alla parte” significa far convergere “globalizzazione e localizzazione”.

“L’evangelizzazione implica anche il cammino del dialogo” che apre alla Chiesa la collaborazione con ogni sfera politica, sociale, religiosa e culturale. L’ecumenismo è un “cammino indispensabile per l’evangelizzazione”. È importante l’arricchimento reciproco: “Possiamo imparare così tanto l’uno dall’altro!”; per esempio “nel dialogo con i nostri fratelli e sorelle ortodossi, noi cattolici abbiamo l’opportunità di imparare di più sul significato della collegialità episcopale e della loro esperienza di sinodalità”. “Il dialogo interreligioso” che deve essere condotto “in maniera gioiosa e chiara all’interno della propria identità” è “condizione necessaria per la pace nel mondo e non offusca l’evangelizzazione.**

7. Un documento di lavoro

Lontani dall’idea di aver elencato tutti i “cambiamenti epocali” del mondo e della vita della Chiesa che hanno avuto un certo impatto sull’evangelizzazione, lo spazio limitato concesso al nostro articolo ci impedisce di continuare. Ma perché non considerare questo nostro contributo solo come un “documento di lavoro” il cui obiettivo principale è quello di condividere idee su di un argomento scelto o di suscitare reazioni da parte di altri? Potrebbe essere l’inizio di una più ampia riflessione portata avanti da tutti i missionari Comboniani. Siamo certi che un simile esercizio sarebbe un grande vantaggio per molti.

Ci limiteremmo a menzionare solo poche altre importanti “trasformazioni”.

I. Da una proclamazione antropocentrica a un’evangelizzazione cosmocentrica.

Laudato si’ di Papa Francesco potrebbe guidarci nella riflessione su come poter stabilire “una conversione ecologica”. Il concetto tradizionale del “Mandato di Cristo per la Chiesa di Evangelizzare e Insegnare a tutte le nazioni” potrebbe essere arricchito riconsiderando la sua partenza da Marco 16:15: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura”.

II. Dal Regno fatto coincidere con la Chiesa e la sua diffusione al Regno come frutto della collaborazione tra Chiesa e Mondo, tra Fede e Scienza.

III. Da una liturgia al servizio della preghiera a una liturgia che sia “forza” in grado di trasformare l’umanità e il mondo.

Conclusione – riflessione incompiuta

Le esigue trasformazioni epocali che abbiamo provato a sottolineare e le molte altre che avremmo dovuto menzionare dovrebbero convincerci sempre più che la storia è caratterizzata da una continuità radicale, con prevalenza di discontinuità epocale.

In passato, la mentalità della Chiesa e il suo approccio ai cambiamenti e alla trasformazione sono state fortemente condizionate dal noto principio di Vincenzo di Lerino:* “Ciò che è professato ovunque, sempre, e da tutti è la fede cattolica del Cristianesimo”.*

La fede si riduceva a riprodurre il passato. Le dinamiche dei cambiamenti e delle trasformazioni (nonostante la sicurezza che lo Spirito Santo fosse sempre all’opera) furono ignorate. L’attenzione nei confronti dei “segni dei tempi” svanì.

La “realizzazione” della parola di Dio, invece, deve essere costante: la pienezza della verità è avanti, non indietro. “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Giovanni 16:13). Amamnesis (zikkaron in ebraico) è la riconcretizzazione del mistero celebrato: non solo una rievocazione del passato, ma piuttosto un rendere il passato presente. Le fondamenta e le motivazioni per la confessione in un Unico Dio si ritrovano nell’azione salvatrice di Dio stesso, nella storia di salvezza che il credente, ricordando, rende presente, in cui viene coinvolto e a cui partecipa.

Padre Francesco Pierli
Ex Padre generale e fondatore dell’Istituto Social Ministry di Nairobi (Kenya)

Padre Franco Moretti
Ex direttore di “Nigrizia” e missionario Comboniano in Kenya

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 12/10/2018 da in Carisma comboniano, Giustizia e Pace, ITALIANO con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 612 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com

  • 238.506 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: