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Lectio sulla Lettera ai GALATI – Doglio (4)

XXVII-XXVIII Settimana del Tempo Ordinario (anno pari)

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La lettera di san Paolo ai Galati (4)
Gal 4,4 – 5,12
Dalla condizione di servi alla libertà dei figli
Claudio Doglio

4,4Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio…

Al capitolo 4 l’apostolo Paolo arriva al vertice della sua riflessione e presenta la “pienezza del tempo”, cioè il momento culmine della storia della salvezza in cui il progetto di Dio viene realizzato. C’è stata una fase della minore età in cui la legge ha avuto un compito pedagogico, di accompagnamento; quando arriva la maggiore età — una immagine per indicare il tempo del compimento, della pienezza della storia — Dio mandò il suo Figlio… nato da donna, nato sotto la legge.

Due qualifiche essenziali. La prima è l’unica occasione in cui Paolo, in tutto il suo epistolario, fa riferimento alla madre di Gesù. È molto poco, solo questo particolare: «nato da donna» e non è neanche un riferimento specifico perché è la citazione di una espressione tratta dal Libro di Giobbe, dove si dice che l’uomo è una realtà di poca consistenza: 14,1L’uomo, nato da donna, / breve di giorni e sazio di dolore, / 2come un fiore spunta e avvizzisce. L’espressione “nato da donna” significa quindi semplicemente: uomo solidale con la condizione debole di tutti gli altri uomini.

«Nato sotto la legge», cioè appartenente alla struttura del popolo di Israele, all’interno del popolo regolato dalla legge. Colui che ha dato la legge si è messo sotto la legge. È l’immagine della sottomissione di Dio a quella struttura, finalizzata però al cambiamento. Paolo si esprime con una bella corrispondenza letteraria: nato da donna, nato sotto la legge,

5per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché noi ricevessimo l’adozione a figli.

L’espressione “nato sotto la legge” corrisponde a “riscattare quelli che erano sotto la legge”. Anche Gesù si è messo sotto gli obblighi della legge per liberare tutti gli altri; non è intervenuto in modo polemico, ma in modo obbediente: si è sottomesso per liberare tutti i sottomessi.

«Nato da donna», cioè disceso in una condizione umana, perché noi diventassimo figli di Dio: è la classica immagine che nella teologia del Natale sottolineiamo: “Dio è sceso perché noi potessimo salire; si è fatto Figlio dell’uomo perché noi potessimo diventare figli di Dio”.

6E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!

C’è una doppia missione: Dio ha mandato il Figlio, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio. La missione storica di Gesù viene completata dalla missione dello Spirito di Gesù; lo Spirito del Figlio entra nelle persone, nei nostri cuori, cioè nell’interiorità più profonda. Lo Spirito del Figlio ci rende figli. Questo Spirito, dal di dentro, grida «Abbà» che è l’espressione aramaica, confidenziale, con cui il figlio, in genere piccolo, si rivolge al genitore chiamandolo “papà”. È uno dei vertici della teologia del Nuovo Testamento, è l’inno della figliolanza. Dio ha mandato il Figlio, ha mandato lo Spirito del Figlio dentro di noi perché dal di dentro noi potessimo gridare a Dio “papà”.

La novità cristiana: figli ed eredi

7Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.

È una sottolineatura grandiosa della novità cristiana, è il superamento della legge: non per correzione di qualche precetto, ma per il capovolgimento della situazione. La situazione cristiana viene presentata non come una legge nuova, una nuova organizzazione, ma come una creazione nuova. È avvenuta la trasformazione della persona che entra in una relazione filiale con Dio.

Noi ormai siamo abituati a questo linguaggio e quindi rischiamo di non dare più peso a questa realtà, a questo messaggio, a questa bella notizia che è l’elemento fondamentale della nostra fede cristiana. Forse abbiamo anche corso il rischio di generalizzare l’espressione, cioè di far diventare l’espressione “figlio di Dio” — riguardo a noi — un dato scontato e comune, come se figlio di Dio fosse sinonimo di creatura, come se tutte le creature di Dio fossero figli di Dio. No! Questa è una interpretazione e una convinzione scorretta: le creature sono creature e l’uomo è la più grande delle creature, la più nobile, fatta a immagine e somiglianza di Dio, ma non è figlio. Dio ha un Figlio solo, eterno, “coeterno al Padre”.

Dio ha un Figlio Unigenito! Ed è già tanto, perché ebrei e islamici rifiutano assolutamente anche una affermazione del genere. La persona umana può diventare figlio “nel Figlio” in quanto unita all’unico Figlio di Dio. Allora la bella notizia è che è possibile una relazione nuova con Dio, non per conquista, ma per dono; non perché l’uomo riesce a salire in alto ottenendo questa buona relazione con Dio, ma perché generosamente Dio è sceso in basso e ci ha regalato qualche cosa di eccezionale: la conformazione a sé, l’adozione filiale.

Il dono dell’adozione a figli

L’immagine della adozione è importantissima in questa visione teologica e noi possiamo utilizzarla proprio come paragone nella nostra esperienza umana. Tuttavia l’esperienza che noi possiamo avere è imperfetta, perché un genitore adottivo può dare l’affetto, può dare il nome, può dare il patrimonio, ma non riesce a dare la somiglianza a sé. L’evento della salvezza, del dono della figliolanza, comporta invece un intervento creatore per cui la persona diventa veramente “figlio di Dio”; viene creata una relazione di figliolanza, di somiglianza: “talis pater, talis filius”. Vuol dire che alla persona umana è data la possibilità di essere come Dio.

Quello che l’uomo voleva rapire all’inizio — con superbia e prepotenza, e non aveva raggiunto — adesso viene dato gratuitamente; ma il capovolgimento importante in questa visione religiosa è che la buona relazione con Dio, la somiglianza con lui, non si ottiene per la forza dell’uomo, ma per la generosità di Dio. Questo crea un capovolgimento completo, perché la nostra ottica religiosa è quella del fare delle cose per ottenere qualcos’altro. Lo schema religioso di base è questo: tenere buono Dio, ingraziarselo, perché non faccia dei danni e perché faccia dei favori. Questo è lo schema di fondo, valido per tutte le religioni, ma è un elemento istintivo e corrotto che non si adatta al “credo” cristiano. Questa è la religiosità naturale, ce n’è tanta, ma è corrotta, non è cosa buona di per sé; è un istinto anche di controllo del divino.

L’annuncio cristiano capovolge questa prospettiva e da un certo punto di vista umilia la persona umana perché le dice, fuori dai denti: “Non riesci a fare niente per ottenere”; non riesci a salire in cielo, a scalare il cielo, non riesci a guadagnarti il paradiso. Se pensi di guadagnartelo toglitelo dalla testa. E allora? Allora la bella notizia è che il paradiso ti è stato regalato. Eppure quante volte l’abbiamo detto, anche come esortazione: “Guadagniamoci il paradiso”, “Per guadagnarsi il paradiso bisogna fare questo e altro, quindi… abbiate pazienza e datevi la fare”. Questo non è vangelo, questo non è il messaggio di Gesù, questo è un vecchio sistema religioso umano che non ha niente di cristiano né di evangelico. Forse ha le strutture che sembrano cristiane, ma è il vecchio mondo. Siamo ricaduti nello stesso schema religioso naturale mentre la novità è il cambiamento del cuore e la scoperta che Dio mi è venuto incontro, mi ha regalato la sua amicizia e la sua paternità, mi ha regalato il paradiso prima che io cominciassi a fare qualcosa, a capire qualcosa. Il suo regalo ha preceduto qualsiasi mia azione, qualsiasi mio impegno e mi chiede solo di rispondere a questo suo dono. La bella notizia, la gran bella notizia, è questo dono fondamentale che precede ogni mia azione.

Le varie immagini del rapporto con Dio

Provate a immaginare gli schemi con cui noi parliamo del rapporto dell’uomo con Dio. Sono molti gli elementi metaforici adoperati, anche nella Scrittura, che ci possono aiutare a sintetizzare un può questi schemi, perché la questione fondamentale è la nostra relazione personale con il Signore.

Mendicante. A un livello di partenza, di fronte a una esperienza religiosa, il primo atteggiamento può essere quello del mendicante: l’uomo come un mendicante si rivolge a Dio e chiede qualcosa: chiede la carità, chiede il pezzo di pane, chiede il vestito, chiede l’aiuto.

Servo. È possibile una relazione di servo, come il servo di un padrone, che fa il lavoro e aspetta lo stipendio; lavora e vuole qualcosa in cambio. È un rapporto diverso dal mendicante, ma è un rapporto di esigenza. Il mendicante si rivolge a qualcuno che ha di più, il servo si rivolge a un padrone, ma è sempre una relazione molto distante.

Cliente. Possiamo anche immaginare la relazione del cliente che è diversa da quella del servo; il servo lavora e aspetta di essere pagato, il cliente paga, ma vuole essere servito. Il cliente può rivolgersi anche a qualcuno molto più grande e più potente di lui; chiede un lavoro, chiede un servizio, chiede un aiuto, ma nel momento in cui paga vuole che il professionista faccia quello che gli ha detto.

Provate a immaginare anche questo tipo di relazione con Dio. Sono questi i tre elementi comuni di una relazione religiosa di base: l’uomo si rapporta a Dio come un mendicante o come un servo o come un cliente. Nell’antica Roma il cliente era quello che andava alla porta del signore a fargli i complimenti, gli auguri, gli dava il saluto al mattino, lo accompagnava, gli portava la borsa… naturalmente perché si aspettava l’appoggio, l’aiuto, l’invito a pranzo.

Discepolo. Alziamo il livello. Abbiamo delle altre immagini che possono spiegare la relazione: la relazione di discepolo; il discepolo è colui che impara da un maestro. Questa relazione è diversa da quella esistente tra il servo e il padrone; c’è una relazione di accoglienza di un insegnamento, di una dottrina, ma è ancora un discorso di dipendenza ed è una relazione molto teorica, cerebrale.

Amico. Saliamo ancora in questa dinamica di relazione se parliamo di amicizia; il rapporto con un amico è altra cosa.

Figlio. Possiamo arrivare a parlare del figlio, della relazione di figliolanza, del figlio nei confronti del genitore. Ma attenzione, perché la prospettiva è proprio quella dell’essere figli; non tutti infatti sono genitori, ma tutti indistintamente sono figli. Quindi l’esperienza della figliolanza, dell’essere figli, è fondamentale nella nostra esperienza umana e non significa che sia sempre una bella esperienza. Ci possono essere tante esperienze concrete anche negative, pesanti, eppure sappiamo, per un desiderio profondo, che è qualche cosa di bello, di positivo, di grande. Anche chi, come figlio, avesse avuto una brutta esperienza, sa che in teoria non è così, che non avrebbe dovuto essere così.

Sposo. Forse l’ultimo stadio, l’ultima immagine della relazione, potrebbe essere quella della sponsalità, del rapporto matrimoniale. Anche qui l’esperienza di alcuni, nella vita matrimoniale, può non essere il modello ideale a cui tendere. Forse l’esperienza ideale è di pochi o di nessuno, tuttavia resta l’idea e il desiderio fondamentale di questa passione grande, di questo legame d’amore che realizza la vita. Grande è la differenza del mendicante o del ricco benefattore rispetto alla relazione dell’amico, del figlio, dello sposo!

Osiamo chiamare Dio “nostro Padre”

Ma come potete permettervi di considerare Dio vostro Padre? Chi vi credete di essere? Accontentatevi di essere mendicanti e servi!!! In una prospettiva umana non potremmo fare altro… Allora, con quale coraggio ci permettiamo tanto? Perché ci è stato detto, perché ci è stato dato! Questa è la novità, questo è l’evento grandioso del vangelo. La liturgia ci insegna a introdurre il Padre nostro con il verbo “osare”. «Osiamo dire», cioè abbiamo la faccia tosta, l’ardire, di chiamare Dio: «Padre». Come facciamo a osare così tanto? Perché “obbedienti e formati”: obbedendo alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento. Lo facciamo perché, essendo stati formati da questo insegnamento divino, ci ha detto di farlo. Dal momento che noi “osiamo”, vuol dire che non è una cosa così spontanea, scontata e banale, che vale per tutti; osiamo dire “Padre nostro” perché siamo obbedienti e perché siamo formati, quindi quasi ci scusiamo di usare una espressione così familiare.

Riconoscere che Dio è nostro padre significa riconoscere che ne siamo diventati figli: ora il figlio è libero, il figlio è erede, il figlio assomiglia al padre. Se è vero che ci sono degli esempi negativi di padre, ci sono anche tanti esempi negativi di figli, non è quindi l’esperienza concreta che ci insegna la verità teologica di questo rapporto, ma è la rivelazione che illumina come deve essere la paternità e la figliolanza. Io non devo pensare alla figura del padre partendo della mia esperienza di padre per dire: Dio è così. È vero proprio il contrario: è dalla contemplazione di Dio che capisco come deve essere un padre; è dall’esperienza del Figlio che capisco come deve essere un figlio.

Qui troviamo il centro della Lettera ai Galati. La tematica dei figli di Abramo portava a questo punto e subito dopo, nella seconda parte, con una seconda dimostrazione, Paolo svilupperà di nuovo l’argomento della figliolanza. Ma adesso, al versetto 8, riprende — quasi come intervallo fra le due argomentazioni — una ulteriore apostrofe.

Perché volete tornare servi?

8Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità, che in realtà non lo sono; [voi Galati eravate pagani, adoratori di divinità varie che non sono tali, e questo a causa della vostra ignoranza] 9ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti,

Non è che voi siete arrivati a conoscere Dio, ma da lui siete stati conosciuti. Qui il verbo “conoscere” indica una relazione non solo intellettuale, ma di affetto profondo, di legame; siete stati conosciuti da Dio, siete stati riconosciuti da Dio, siete stati adottati nella famiglia di Dio, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire?

Siete diventati figli e volete tornare servi? Prima lo facevate per ignoranza, ma adesso tornare indietro in questo modo è inspiegabile. Questi elementi deboli e miserabili sono le cose, le strutture del mondo, come se fossero i mezzi per conquistare Dio. Ma non dovete conquistare niente; nel momento in cui siete diventati figli vi fate servi degli elementi per ottenere qualcosa?

10Voi infatti osservate giorni, mesi, stagioni e anni!

Fa un esempio riferendosi al calendario giudaico. Queste comunità hanno finito per adottare un sistema giudaico, quindi valorizzano i tempi, i momenti, le stagioni come se fossero indispensabili per la salvezza.

11Temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo.

È lo scoraggiamento che può prendere l’insegnante di fronte a una verifica: “Ma guarda come ho sprecato il mio tempo, tutto quello che ho spiegato non è servito a nulla”. Paolo però dice: «Temo per voi». Io ho perso il tempo, ho faticato per niente, ma siete voi che ci rimettete. Temo per voi che la mia fatica non vi sia servita. A questo punto l’apostrofe cede il passo a un ricordo molto benevolo e cordiale.

Un delicato ricordo personale

12Siate come me, ve ne prego, poiché anch’io sono stato come voi, fratelli. Non mi avete offeso in nulla.

C’è un desiderio da parte di Paolo di ricreare i legami, i collegamenti, e ricorda il suo stile di apostolato. Io mi sono adattato voi, sono stato uno di voi, sono stato come voi; non vi ho offeso e voi non mi avete offeso; ricordatevi la bella relazione che c’era, e allora… ascoltatemi anche adesso, siate come. Sembra dire: Vi ricordate…

13Sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il vangelo;

Loro sapevano, noi no, però ci è sufficiente questo accenno per ricostruire qualcosa. Quando 10-15 anni prima Paolo aveva ha formato quelle comunità, dice che era stato costretto da una malattia. Si era fermato lì a causa di una malattia e, proprio durante quella malattia, ha avuto l’occasione di annunziare il vangelo; quella che sembrava una occasione sfavorevole è diventata invece una occasione propizia.

14e quella che nella mia carne era per voi una prova non l’avete disprezzata né respinta, ma al contrario mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù.

Vi ricordate, Galati, come mi avete accolto? Eppure ero ridotto a uno straccio. Abbiamo già fatto riferimento a questa situazione quando Paolo dice: “Vi è stato annunziato il Cristo crocifisso raffigurato al vivo” (3,1). Molto probabilmente Paolo parla di sé. Io in quella condizione di debolezza e di malattia ero una icona di Cristo crocifisso e voi avreste potuto disprezzarmi, considerarmi un poveraccio, un poveretto; invece avete riconosciuto la potenza di Dio nonostante io stessi male e fossi molto debole.

15Dove sono dunque le vostre felicitazioni? [Il vostro atteggiamento mi considerava beato, felice, nonostante tutto.] Vi rendo testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli

Qualcuno ha detto che Paolo doveva aver avuto una malattia agli occhi per cui i Galati avrebbero dato i loro occhi per un eventuale trapianto. Non mi sembra proprio che funzioni come discorso, anche per ovvie ragioni di carattere medico; l’espressione “dare un occhio per una persona” è una esagerazione per dire: “ti darei tutto”, “mi lascerei cavare gli occhi per te”. È una espressione iperbolica di grande effetto.

16Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità?

Come mai adesso avete cambiato così? Dieci anni fa vi sareste cavati gli occhi per me, e adesso… adesso mi considerate un nemico; che cosa ho fatto di male nei vostri confronti? Vi ho detto la verità, vi ho detto che siete figli, vi ho detto che siete liberi. Preferite invece quelli che vi dicono che siete servi e vi danno delle regolette per andare in paradiso?

17Costoro si danno premura per voi, ma non onestamente; vogliono mettervi fuori, perché mostriate zelo per loro. [Stanno cercando dei clienti, vi stanno lisciando perché li seguiate, dal momento che vogliono avere qualcosa da voi.] 18È bello invece essere circondati di premure nel bene sempre e non solo quando io mi trovo presso di voi,

Certo, adesso ci sono loro presso di voi; quando c’ero io trattavate bene me, adesso sono arrivati quelli che vi dicono un’altra cosa e voi andate dietro a quelli. Eh no! cari: ci vuole un po’ di coerenza e anche un po’ di intelligenza.

19figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!

È una espressione bellissima. Paolo parla come una mamma: sta partorendo di nuovo i Galati. Li ha già partoriti una volta e ha sofferto i dolori del parto già allora; adesso ci siamo di nuovo.

Non è così comune che una mamma partorisca due volte lo stesso figlio.

Qui Paolo, tra l’altro, parla da uomo; è un apostolo che sta partorendo i suoi discepoli e li sta partorendo per la seconda volta. L’immagine è splendida: l’apostolo è uno che forma il Cristo; ha portato in sé quelle persone in modo tale da far crescere la loro spiritualità; li sta facendo nascere come cristiani.

20Vorrei essere vicino a voi in questo momento e poter cambiare il tono della mia voce, perché non so cosa fare a vostro riguardo.

Qui non è il Paolo arrabbiato, è il Paolo genitore, è il Paolo materno che dice: “Vorrei essere lì vicino”; sicuramente, se ci guardassimo direttamente in faccia, le cose potrebbero cambiare. Il fatto è che non possono venire; devo scrivervi, devo farmi rappresentare dalla lettera, non so cos’altro fare. L’unica cosa che sa fare è sviluppare un’altra argomentazione.

Esempio di esegesi “allegorica”: Agar e Sara

A questo punto riprende il tema di Abramo e dei figli di Abramo

21Ditemi, voi che volete essere sotto la legge: non sentite forse che cosa dice la legge?

Gli ebrei chiamano “la legge”, la Torah, il Pentateuco, i 5 libri iniziali che non contengono solo delle norme, ma anche molti elementi narrativi; tutta la storia di Abramo fa parte della legge, quindi diventa rivelazione normativa anche se è solo un racconto.

22Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. 23Ma quello dalla schiava è nato secondo la carne; quello dalla donna libera, in virtù della promessa.

Recuperiamo un po’ questa storia. Abramo ha ricevuto la promessa da parte di Dio che avrebbe avuto un figlio, ma il tempo passa e il figlio non viene. Dio continua a ripetere: “Uno nato da te sarà il tuo erede”. Il figlio però non nasce e allora Abramo cerca di aggiustarsi, di dare una mano a Dio. Sembra addirittura che sia Sara a indurlo su questa strada e, secondo gli usi del tempo — dicono soprattutto secondo la legislazione hurrita, una popolazione del nord della Mesopotamia — la serva può prendere il posto della padrona. È una specie di utero in affitto, è una fecondazione assistita con un intermediario: si aggiustavano anche gli antichi! Abramo si unisce ad Agar, che è la schiava di Sara, e Agar, egiziana, concepisce e partorisce un figlio che chiamano Ismaele. È figlio di Abramo, ma secondo la carne, nel senso che è nato secondo la capacità umana di generare. Dio gli dice “No!, non lui sarà l’erede”. Ti ho detto che il figlio te lo do io da Sara che è sterile e vecchia. Tu non ti sei fidato. Nascerà poi infatti Isacco, il sorriso, dalla vecchia sterile, perché sia chiaro che è il figlio della promessa, che non è figlio perché Abramo è capace, ma perché Dio glielo ha regalato.

Già in quei racconti c’era una tematica importantissima. Abramo ebbe due figli: uno dalla schiava è uno dalla donna libera. Quello nato dalla schiava è nato secondo la carne, secondo le capacità umane; quello che è nato dalla donna libera è il figlio della promessa. Sono le due mentalità religiose che Paolo ha già preso in considerazione: il fatto e la promessa; conquistare il paradiso o riceverlo in regalo.

24Ora, tali cose [riguardanti i figli di Abramo] sono dette per allegoria:

Questo è molto importante: Paolo introduce il concetto di allegoria per spiegare questi particolari biblici. Il termine allegoria deriva dal greco: àlla agoréuo significa “dico una cosa, ma ne intendo un’altra”. Così veniva designato un metodo interpretativo molto usato nel mondo ellenistico e impiegato volentieri anche nella tradizione giudaica. Così Paolo spiega il senso do quell’antico racconto delle due mogli di Abramo.

le due donne infatti rappresentano le due Alleanze; una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar 25– infatti il Sinai è un monte dell’Arabia –;

Paolo spiega i vari elementi e dice che Agar, la schiava, genera ad Abramo un figlio nella schiavitù, secondo la carne, ed è il simbolo della alleanza del Sinai. C’è una relazione di figliolanza con Dio, ma nella schiavitù.

essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, [alla città storica di Gerusalemme] che di fatto è schiava insieme ai suoi figli.

Il riferimento è alla struttura giudaica terrena che, nonostante abbia ricevuto una rivelazione di Dio, è sottomessa come schiava. Dall’altra parte…

26Invece la Gerusalemme di lassù [la Gerusalemme superiore, quella celeste, l’immagine celeste di Gerusalemme], è libera ed è la nostra madre. 27Sta scritto infatti: [qui Paolo cita Isaia 54,1] Rallègrati, sterile, che non partorisci, grida nell’allegria tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell’abbandonata, più di quelli della donna che ha marito.

Rallegrarti, sterile, perché avrai tanti figli. È un’immagine poetica del profeta Isaia che parla alla Gerusalemme esule in Babilonia, una Gerusalemme che ormai non ha più figli e annuncia un intervento creatore di Dio che farà nascere dei figli alla sterile. È l’immagine della figliolanza estesa al di là di Israele; c’è un Israele secondo la carne e un Israele spirituale aperto a tutti i popoli.

28Ora voi, fratelli, [Ora voi Galati, che non avete niente a che fare con il popolo di Israele,] siete figli della promessa, alla maniera di Isacco.

Non ci siete nel popolo di Israele per diritto, per nascita secondo la carne, ma ci siete per un regalo divino, perché la promessa si è realizzata in voi.

29E come allora colui che era nato secondo la carne [Ismaele] perseguitava quello nato secondo lo spirito [Isacco], così accade anche ora. 30Però, che cosa dice la Scrittura? [Prima ha fatto un riferimento generico, adesso cita esplicitamente Genesi 21,10] Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera.

È un imperativo importante che Paolo legge allegoricamente dicendo a noi: “Manda via la mentalità da schiavo, da servo”; mandala via, quel figlio non ha eredità. Il figlio eredita, non deve comperare; il figlio eredita cioè prende, perché il padre gli lascia. Il servo deve pagare, deve guadagnare: manda via quella mentalità religiosa.

La libertà cristiana

31Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma di una donna libera. 5,1Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

Arriviamo così all’altro grande tema parallelo a quello della figliolanza: la libertà.

Rendetevi conto che siamo stati liberati, siamo liberi.

Parole attualissime perché ancora oggi, molto spesso, non abbiamo questa convinzione, perlomeno non è l’aria che si respira in giro. Il fatto che la vita cristiana sia una vita libera non è l’idea che abbiamo trasmesso. Trasmettiamo piuttosto l’idea di una miriade di regole, di precetti, di norme, di schemi che ci schiacciano e se trasmettiamo questa idea, se comunichiamo questa immagine, va a finire che è quella preponderante. Nei nostri discorsi, nelle nostre affermazioni, nel nostro messaggio cristiano non traspare spesso questo entusiasmo paolino della libertà.

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi: perciò non lasciatevi mettere di nuovo il giogo, come se foste degli animali da tiro.

2Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. [Se cercate dei mezzi rituali per essere salvi, significa che rifiutate Cristo.] 3E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato a osservare tutta quanta la legge.

Forse i Galati erano stati incoraggiati, invogliati a questo rito, per poter diventare parte del popolo di Israele, per avere qualche beneficio, qualche riconoscimento. Paolo ormai sta parlando chiaramente:

4Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge;

Qui arriviamo anche noi, perché nessuno di noi cerca di farsi circoncidere; ma cercare la giustificazione nella legge, cioè considerarsi giusti perché si sono fatte tutte le cose secondo la legge, questo sì, questo occupa ancora una parte notevole della nostra mentalità religiosa. Questa frase è durissima: non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge.

siete decaduti dalla grazia.

Non sta parlando contro quelli che sono giusti, che fanno le cose bene, sta parlando contro quelli che hanno la presunzione di essere giusti, di essere giustificati in base a quello che fanno. È diverso, perché il fatto di essere giusti, buoni, onesti, è certamente un obiettivo, ma è l’effetto di un dono. Siamo persone buone, generose, che fanno tanto bene? Non montiamo però in superbia, perché questo atteggiamento non è per merito nostro. Ci è stata data questa possibilità, questa capacità e allora ringraziamo il Signore che ci ha dato la forza di fare tanto bene. Infatti, se ci comportiamo in questo modo, è perché abbiamo messo a frutto la grazia. Se invece ci accorgiamo che, nonostante tutto l’apparato religioso, ci sono ancora in noi tante cattiverie e incapacità, ci rendiamo allora conto che abbiamo bisogno di essere salvati e che, nonostante tutte le nostre strutture religiose, il cuore cattivo resta. Possiamo ancora dare l’apparenza di essere persone buone, ma Dio — che conosce il cuore — sa che abbiamo bisogno di essere salvati. Se questo non lo riconosciamo anche noi, allora siamo decaduti dalla grazia.

5Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo.

Questa giustificazione è il nostro desiderio; noi desideriamo essere giusti, ma aspettiamo la giustificazione dalla fede, cioè dalla relazione buona con Dio, dall’affidarci a lui. Desideriamo che ci renda graditi a lui, che ci renda figli, che ci renda più figli, che ci renda più simili a lui.

6Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità.

Questo è un modo sintetico per chiarire molte questioni. Non conta né la concisione, né la non circoncisione, cioè tutto l’insieme delle pratiche religiose. Quello che conta è la fede che opera nella carità; non una fede teorica, non una accettazione di testa, di idee, di principi, ma una fede che diventa vita, una fede che è energica nella carità.

Ultima apostrofe: rimpianto e rimprovero

A questo punto l’apostolo chiude con un’altra apostrofe, un altro discorso forte.

7Correvate così bene; chi vi ha tagliato la strada che non obbedite più alla verità? 8Questa persuasione [Questo vostro modo di pensare,] non viene sicuramente da colui che vi chiama! 9Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta. [È bastata una idea sbagliata per rovinare tutto!] 10Io sono fiducioso per voi nel Signore che non penserete diversamente; [prima diceva «temo di aver faticato invano», adesso dice «ho fiducia che possiate correggere il vostro modo di pensare»] ma chi vi turba, subirà la sua condanna, chiunque egli sia.

Forse Paolo non conosce davvero chi sono questi predicatori che hanno insegnato tali dottrine cristiane sbagliate, che presentano un paradiso da conquistare, dei meriti da ottenere, una specie di “tessera-paradiso” da completare con tanti bollini per incassare poi il premio. Non so chi siano, ma chi ve lo ha insegnato avrà una punizione, una condanna maggiore.

11Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato?

È proprio per questo che sono perseguitato: perché seguendo il Cristo crocifisso ho perso i privilegi dell’essere “giudeo”. Appartenere al popolo di Israele era una condizione di privilegio; avevano ad esempio una convenzione con lo stato romano che esonerava dal servizio militare e non erano tenuti al giuramento di fedeltà. Un cristiano, che invece non appartiene a Israele, deve fare il militare e deve giurare in nome degli dei e dell’imperatore; se non lo fa viene accusato per insubordinazione e va davanti al tribunale militare. Molti soldati saranno condannati come cristiani. Perché gli ebrei no? Perché avevano questo privilegio e allora è possibile che alcuni dicessero: se c’è la possibilità di diventare anche ebrei, entriamo a far parte anche del popolo ebraico, così abbiamo questi vantaggi. Vogliono dunque evitare lo scandalo della croce, cercano di trovare una situazione di privilegio.

È dunque annullato lo scandalo della croce?

Gesù è dunque venuto per nulla, si è lasciato crocifiggere senza ottenere alcun risultato per l’uomo? E l’evento decisivo della sua croce non ha alcun valore per noi? Non è piuttosto logico che anche la nostra partecipazione alla sua croce comporti qualche rischio e arrechi qualche difficoltà? I falsi maestri – ribadisce Paolo – vorrebbero farvi circoncidere per averne un guadagno loro. Questa idea lo fa andare su tutte le furie:

12Dovrebbero farsi mutilare coloro che vi turbano.

L’ultima espressione è durissima. Dato che parla di circoncisione, cioè di un taglio di un pezzetto, qui Paolo rasenta la volgarità. Sta dicendo: quelli che vi hanno detto che dovreste farvi circoncidere si taglino tutto. Si taglino loro, si castrino, ma non vengano a castrare la vostra intelligenza. È un discorso pesante, ma è un discorso fondamentale, in cui si gioca la verità della fede e questo fa bene anche noi.

Differenti approcci e interpretazioni

Dal tempo della riforma protestante c’è sempre stata polemica di contrapposizione tra protestanti e cattolici sull’interpretazione della Lettera ai Galati e della Lettera ai Romani. Una polemica accentuata soprattutto per una ostinata, eccessiva e orgogliosa difesa delle proprie impostazioni dottrinali, dimenticando o, meglio, andando oltre, il testo originale di Paolo. Negli ultimi decenni i teologi e i biblisti di entrambe le parti hanno un po’ abbandonato l’ostinato attaccamento al proprio schieramento e approfondendo queste lettere con una esegesi obiettiva e critica, senza ostilità e campanilismo, si sono trovati d’accordo sugli elementi fondamentali della dottrina della giustificazione per fede. Le affermazioni di Paolo sono assolutamente valide sia per i protestanti sia per i cattolici, anche se questi ultimi ne hanno spesso parlato poco. Le differenze sorgono quando si fanno ulteriori considerazioni, che però non appartengono a Paolo.

Faccio un esempio. Secondo il pensiero protestante l’uomo viene considerato non effettivamente trasformato dalla grazia, ma — secondo un certo modo di esprimersi — la giustizia gli è imputata in modo “forense”; cioè viene considerato “come se” fosse giusto. Nell’espressione latina Lutero diceva: “Simul iustus et peccator”, cioè contemporaneamente viene considerato giusto e resta peccatore. La dottrina cattolica insiste invece sulla reale trasformazione della persona, per cui la giustizia non è solo imputata, ma viene davvero data come una connotazione personale; la grazia trasforma e rende effettivamente giusti. Queste non sono però dottrine presenti in Paolo, sono considerazioni ulteriori e quello che dice il testo va bene per entrambi.

Spesso, purtroppo, le nostre prediche insistono sulla necessità dei meriti personali per andare in paradiso, ma questo non è assolutamente presente nel testo biblico ed è semplicemente il contrario di quanto afferma Paolo nella lettera ai Galati. Se Paolo ascoltasse una tale predica si scaglierebbe di certo contro il predicatore con la stessa veemenza come ha fatto nei confronti dei predicatori del suo tempo. Probabilmente l’ecumenismo sarebbe molto più facile se leggessimo e annunciassimo la Scrittura e non le nostre fissazioni.

L’apparente contrasto con la lettera di Giacomo

Nella Lettera di Giacomo ci sono delle espressioni che sembrano contraddittorie rispetto a quanto dice Paolo, ma in realtà non lo sono affatto. Giacomo non si rivolge contro Paolo, ma contro dei discepoli che hanno frainteso Paolo: avevano capito male l’insegnamento paolino e lo stavano trasmettendo in modo deformato. Contro questa mentalità scorretta san Giacomo scrive:

2,14Che utilità c’è, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Può forse la fede salvarlo? 15Se ci sono un fratello o una sorella mal vestiti e mancanti di nutrimento quotidiano 16e uno di voi dicesse loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro ciò che è necessario per il corpo, a che giova? 17Così anche la fede: senza le opere, è morta in se stessa. 18Ma qualcuno dirà: Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io ti mostrerò dalle mie opere la fede. 19Tu credi che esiste un solo Dio? Fai bene; anche i demòni credono e tremano! 20Ma vuoi riconoscere, o uomo vano [vuoto], che la fede senza le opere è inutile? 21Abramo, nostro padre, non fu giustificato dalle opere, avendo condotto il figlio suo, Isacco, sull’altare? 22Vedi che la fede cooperava insieme alle sue opere, e che la fede fu completata dalle opere 23e si compì la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, e fu chiamato amico di Dio. 24Vedete che dalle opere dell’uomo viene giustificato e non dalla fede soltanto. 25Similmente anche Raab, la prostituta, non fu forse giustificata dalle opere quando ospitò agli invitati e li rimandò per altra strada? 26 Come infatti il corpo senza spirito è morto, così anche la fede senza opere è morta (Gc 2,14-26).

Molte persone di fronte a questo testo, se conoscono le lettere di Paolo, restano perplesse perché sembra che qui venga detto il contrario di quello che san Paolo insegna e che è la dottrina cattolica della salvezza per fede, non per opere. Di fronte a una interpretazione di questo testo possiamo trovare un inciampo. Anche Lutero trovo difficoltà in questo testo e scelse Paolo ributtando Giacomo, dicendo che quella di Giacomo è una lettera di paglia, mentre quelle di Paolo sono d’oro. Non è però un procedimento corretto; non si tratta di scegliere uno contro l’altro, si tratta di capire che dicono la stessa cosa, ma con prospettive diverse. Infatti quando Giacomo afferma che la fede senza le opere è morta ha ragione, ma i due apostoli parlano di due cose diverse.

Quando Paolo parla di fede intende l’atteggiamento di fiducia, di abbandono in Dio, mentre Giacomo intende una fede teorica: recitare il Credo, accettare i dogmi della fede. Giacomo dice che una conoscenza teorica, una accettazione delle verità, se poi non diventa vita, non serve a niente. Paolo sarebbe perfettamente d’accordo, ma lui non sta parlando di una accettazione di dottrine, sta parlando della fede come abbandono fiduciale a Dio che è la fonte della salvezza: permette Dio di salvarti. A questo punto, ricevuta la grazia, tu puoi vivere da figlio e vivere da figlio vuol dire compiere le opere del Padre liberamente, non perché ti è comandato, ma perché ti viene spontaneo per la natura di figlio.

Quando Paolo parla delle opere intende le opere della legge: circoncisione, osservanza del sabato, distinzione dei cibi puri e impuri. Quando Giacomo parla delle opere pensa alle opere della carità cristiana; la fede che non ha le opere della carità è morta. Paolo dice che ciò che conta è la fede che opera per mezzo della carità.

I due vedono delle prospettive differenti, ma dicono esattamente la stessa cosa. Paolo parla dell’inizio, Giacomo della continuazione. All’inizio non c’è la tua iniziativa, ma quella di Dio. Il guaio è che alcuni discepoli di Paolo avevano detto: basta l’inizio, io mi apro alla fede, accetto che Signore mi salvi e poi faccio quello che voglio, sono libero. Contro queste persone reagisce polemicamente Giacomo dicendo: la vostra adesione teorica non serve a niente, se non c’è poi una conseguenza pratica. I due insegnamenti sono quindi perfettamente coerenti e da tenere insieme entrambi.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/10/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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